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Full text of "Opere inedite"

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OPERE INEDITE 


DI 


•8 


&IACOMO LEOPARDI 


PUBBLICATE 


SUGLI AUTOGRAFI RECANATESI 


DA 


amsEFFE onoNom. 


VOL. I. 


MAX NIBMEYEB EDITORE. 

1878. 


isi 



c96' 


w.l 


Prefazioiie. 

La fama Ai Giacomo Leopardi è cobì smisurata e nniver- 
sale; che il volerla per nnovi argomenti ingrandire e distendere, 
sarebbe impresa vana e dissennata. Valga questa dichiarazione 
a guardare il presente libro dalle facili ire di certi Ari8tai*chi, 
i quali sogliono sempre con anticipato giudizio sfatare le pub- 
blicazioni di-opere inedite di illustri scrittori, come quelle, che, 
a loro detta, mai non aggiungono, e spesso detraggono alla ri- 
putazione di essi ^). Quasi che fine unico di^ chi mette in luce 
scritture non più stampate, dovesse essere la gloria degli autori 
di queste. Laddove talvolta una qualche manifesta utilità , tal- 
altra alcun profittevole insegnamento, e sempre una più o men 
piena satisfazione di quella brama irrequieta, che ci stimola ad 
investigare ogni più minuta notizia in tomo alla vita, ai costami 
e agli studi di certi uomini singolari; sono titoli sufficienti non 
solo a giustificare, ma a rendere altresì care e pregevoli così 
fatte pubblicazioni ^). La quale brama non è già da confondere 
con quella fatua e volgare curiosità, che è propria delle don- 
nuece e de* ragazzuoli; che anzi ella è uno spontaneo rìsulta- 
mento del sagace discorso. Imperocché essendo oltremodo 

<) V. Allegato A. 

*) «A parer mio, de' poeti e degli scrittori veramente grandi 
nulla dovrebbesi negare alla pubblica luce: già al loro splendore 
niente scemano poche cose mediocri o anche cattive, e molto confe- 
rìseoDo alle notizie della lor vita e dell' ingegno e degli studi, alla 
critica, alla curiosità nostra umana, che pur si diletta a scrutare quel 
che di terreno fosse nel dio.* (Delle poesie lai, ed, e ined. di L. 
Ariosto, studi e ricerche di Giosuè Carducci, sec. ed., Bologna, Zan- 
chmelU, 1876 in S^. pag. 4). 

a 


II 

rarissima fra gli uomini la perfezione in ogni ramo d'arte e 
dì scienza; allora quando essa ci si rivela, necessariamente 
accade che Tanimo nostro s'invogli di studiarla come simultaneo 
effetto di cause svariate e concordi. Nel ricercare le quali^ 
noi siamo naturalmente condotti dal più al meno perfetto , dal 
formato all' informe, e da questo air en^Jbrione. Quindi è, a 
maniera d'esempio, che la Trasfigurazione di Raffaello e il Mosè 
di Michelangelo fanno desiderati e cari agli artisti i cartoni 
deir uno, e gli abbozzi dell' altro: i quali certo di per sé non 
potrebbero accrescere di un apice la gloria di que' dn« sommi. 

Alla stessa guisa pertanto se questi scritti del Leopardi, 
che ora per la prima volta sono messi a stampa, non valgono 
a fare più grande e distesa la fama dell' autore delle Operette 
inorali j dell' annotatore della Cronaca di Eusebio, del cantore 
del Fior di ginestra; bene riusciranno a mostrarci sin dalle 
prime mosse il corso, l'indirizzo ed il progresso degU studi suoi: 
e perciò stesso torneranno d'ammaestramento ai giovani, che, 
messisi per la via delle lettere, anelano a raggiungere la eccel- 
lenza della più difficile e gloriosa fra le arti, quella dello 
scrivere. Ammaestramento tanto più ad essi proficuo ed oppor- 
tuno, quanto più, per la fallacia de' nuovi metodi insegnativi, 
per la scarsezza di savi e sicuri maestri e pel tristo esèmpio 
di barbari e pazzi scrittori, è oggimai venuto loro meno ogni 
guida e conforto all' ardua impresa. 

Né già questo io dico perche reputi cotesto scritture del 
Leopardi tutte egualmente pregevoli, vuoi per la materia, vuoi 
per la forma; che anzi francamente confesso, le più di esse 
non sopravanzare la mediocrità: ma si perchè ci rivelano Tin- 
faticabile e ben regolata attività, onde Giacomo insin da fan- 
ciullo esercitò il precoce ingegno, e ci dan conto de' mezzi, 
che egli pose in opera per conseguire, non ancora ventenne, 
la perfezione della eloquenza. 

Per la qual cosa , fatte tutte quante le ragioni , io non 
credo d'essermi disutilmente affaticato ad apparecchiare con 
ogni amore e diligenza la presente pubblicazione. Della quale, 
coloro, che le faranno buon viso, debbono saper grado non a 
me, ma al giovine Conte Giacomo Leopardi, che, con rara cor- 
tesia, nell^ Ottobre del 1875 mi dio ad esaminare tutti, quanti 


in 

essi aono^ i Manoscritti del suo immortale Zio (i quali con reli- 
^oda osservanza vengono custoditi nella sua ricca biblioteca 
in Recanati), con ampia ed illimitata facoltà dì metterne in luce 
qaelll^ che io giudicassi più degni ^). Or la mia scelta cadde 
ani seguenti. 

L 

Commentarii de vita et scriptis Rhetorum quorumdam, qui 
secundo post Christum saeculo, vel primo declinante vixerunt, 
auctore Jacobo Leopardi, qui et selecta veterum opuscula ad 
ccUcem a^ecit, et Observaiiombus iUustramt. 1814, 

IL 

Commentario della vita e degli scritti di Esichio Milesio, 
volgarizzamento delle sue opere ^I^egli uomini illustri in dot- 
trina — Delle cose patrie di Costantinopoli^, ed Osservazioni 
sulle medesime. 

IIL 

Discorso sopra la vita e le opere di M. Cornelio Frontone, 
e Volgarizzamento degli scritti, che il Mai ne pubblicò. 

IV. 

Volgarizzamento dei Frammenti di Dionigi d'Alfcarnasso 
pubblicati dal Mai, 

V. 
Agì Italiani, Orazione in occasione della liberazione del 
Piceno nel Maggio del 1815, 

VI. 
Storia delF Astronomia dalla sua origine, fino all' anno 1811. 

VU. 
Disegni letterari. 

VIIL 
Le Bùnembranze, Idillio. 

Descrìverò ora ciascuno di questi otto manoscritti, notan- 
done quel tanto y che può importare ai lettori, sia in riguardo 


>) Allegato B. 

a* 


IV 

alle esteriori qualità di quelli, sia in riguardo alla materia in 
essi contenuta. 

L 

Commentarii de vita et scriptis Rhetorum quorumdam, qiii 
secando post Christum saeculo, vel primo decliiiante vixerunt 
auctore Jacoho Leopardi, qui et selecta Velerum opuscula ad 
calcem adjecit, et Ohservationibus ilitistravit 1814. 

Sono cinque quadernetti autografi, Tuno da IP altro separa- 
tamente numerati. Nel primo, di pagine 59 (oltre un foglietto 
volante di IV pagine in sul principio, che contiene una breve 
prefazione deir Autore iscrìtta ^Auctor Lectorì**), si comprende 
il Commentario di Dione Crisostomo; nel secondo, di pagine 58, 
quello di Elio Aristide; nel terzo, di pagina 39, quello di Fron- 
tone 0; nel quarto, di pagine 39, quello di Ermogene; nel 
quinto, di pagine '35, le traduzioni dal greco in latino di una 
Epistola di Filostrato ad Aspasio, di un' altra di Teofilatto 
Arcivescovo di Bulgaria a Teofilatto Romano, dell' Argomento 
dei Deipnosofisti di Ateneo, e le Osservazioni sulle due accen- 
nate Epistole di Filostrato e di Teofilatto, sul!' Argomento dei 
Deipnosofisti dì Ateneo, e sulla Epistola prima di C. Solilo Apol- 
linare Sidonio a Costante. 

Un primo abbozzo di questa scrittura, secondo che pone 
Pietro Pellegrini nel suo Indice^), sarebbe presso Antonio 
Ranieri. Ma questi nella sua Notizia intomo agli scritti, aita 
vita ed ai costumi di Giacomo Leopardi '), e nella seconda delle 
Note illustrative della detta Notizia *)f non ne porge intorno a 
ciò indizio di sorta. 


*) Neir altro esemplare di questi CommentarU, il quale or' ora 
descrìverò, viene collocato in terzo luogo il Commentario di Ermogene, 
e nel quarto quello di Frontone; ma io invece ho posto nel terzo 
quello di Frontone, e nel quarto quello di Ermogene, perchè appunto 
così gli ordina il Leopardi nella sua prefazione, scrìvendo: «Oratores 
prìmum selegi celebratissimos, Dionem Chrysostomum ac Aelium Arì- 
stidem Graecos; Latinum li. Cornelium Frontonem: quibus adccssit 
GraecuB magni nominis Rhetor, Hermogenes.** 

*) Indice (ielle scritture di Giacomo Leopardi, In fine del voi. 
3®. delle Opere di Giacomo Leopardi, Firenze, Felice Le Monnier^ 1845. 

») Opp. di G. L., ed. cit., voi. !• p. XIII. 

«) ivi p. XXX. 


Un altro esemplare dì questi Commentarii è tra 1 mano- 
scritti Leopardiani venduti alla biblioteca Palatina, ora incor- 
porata nella l^azionale, di Firenze da Luigi De Sinner, il quale 
così lo de scrive ^). 

,,Comm€ntarii de vita el scriptis Rhetorum quorumdam^ 
qui secundo post Christvmi saeculo, vel primo declinante vixerunt, 
Auctore Jacobo Leopardio, qui et selecla veterum opuscula ad 
ccUcem atHjecit et observalionibus illitstravit, 1814. 

,,Auctùr Lectori. p. HI et IV. Irìdex p, V — IX donnant 
les tìtres de tous les chapitres. 

„L De vita et scriptis Dionis Lhrysostomi Commen- 
tar ius, titre. Le texte de treize chapitres comprend les 
pages ly a 61. 

1,11. De vita et scriptis Aelii Aristidis Commentarius, titre. 
Le texte aussi de treize chapitres^ remplit les pages 65 — 128. 

y^M. De vita et scriptis Hermogenis Commentarius, titre. 
Le texte de méme en 13 chapitres remplit les pages 131 — 171. 

JIV. De vita et scriptis M, Cornelii Frontonis Com- 
mentarius, titre. Le texte de méme de 13 chapitres remplit les 
pages 175 — 220. 

lyLes noms de quatre autenr soulignés dueux fois par moi^ 
aont ecrits en grosses minuscules. 

„V. Veterum Opuscula selecta, titre. 

„1. Philostrati Epistola Aspasio. p. 221 — 223. 

„2. Theophylacti Bulgariae Archiepiscopi Epistola Ro- 
mofio Theophylacto, p. 224 — 227. 

„3. Argumenium Athenaei Deipnosophistarum, p. 228 — 233. 

„4. C. Solili Apollinaris Sidonii Epistola: ^Sidonius Con- 
stantio suo salutem.^ p.^234 — 235. 

„Le chiffres l à 4 ont eté ajoutes par moL Le texte grec 
des premiers morceanx remplit la colonne à gauche, la tra- 
duction latine la colonne a droite. 

„Observationes , titre. Les Observations sur la lettre de 
Philostrate remplissent les pages 239 — 244; sur celle de Theo- 
phjlaete Ics pages 245 — 252; sur Targumentum d'Athénée les 


*) Catalogo di M$$, di Giacomo Leopardi posseduti da Lodovico 
De Smner, 


VI 

pages 253 — 258; sur la lettre de Sldonie Apollinaire les 
pages 259 — 264. 

,^uit Index illustrium doctrina virorum de quOms hoc 
volumine actum est. Major es numeri Commeìitarios , minores 
Commentariorum secdones designant ; si praemissum habeant, 
Ohservatiomim paginas denotante p. 265 — 273." 

Confrontando insieme le descrizioni dei dne esemplar}, re- 
canatese e fiorentino, si ravvisa più compiato il secondo, come 
quello che ha l'indice dei titoli di tutti i Capì; il testo greco 
deir Epistola di Filostrato, dell' Epistola di Teofilatto e dell' 
Argomento dei Deipnosofisti di Ateneo; il testo latino della 
Epistola di C. Solilo Apollinare Sidonio, e l'indice degli uomini 
per dottrina illustri, de* quali si è trattato nell' opera: cose 
tutte, che mancano nel primo. Ciò non ostante una familiare 
tradizione, secondo che accertommi il giovane Conte Giacomo, 
attribuisce maggior pregio all' esemplare recanatese, forse per- 
chè ritoccato in seguito di tempo dal suo autore. 

Di questo lavoro del Leopardi diede notizia al pubbb'co, 
fin dall' anno 1815, Francesco Cancellieri 0, dicendolo composto 
in poco più di un mese nell' anno 1814, sedicesimo della etJt 
Sua. Fatto veramente stupendo e presso che incredibile; quando, 
per copia di erudizione, per diritta e sottil critica, per ordinata 
disposizion di materia, per ispontanea natività di stile, per 
trasparenza ed eleganza di dettato, quest' opera è tale, che se 
ne potrebbe tenere ogni più maturo e valente scrittore^). E 
se, pubblicandola, poco o nulla si aggiunge alla gloria del Leo- 
pardi come critico e come erudito, ben però si dimostra una 
sua quasi ignota valentia: quella, cioè, del grande posseso, che 
egli ebbe dell' idioma latino, e di una mirabile franchezza in 

*) Intorno agii uomini dotati di gran memoria ed a quelli dive- 
nuti smemorati, Roma 1815. p. 89. V. la nota (1) a pag. 329 di questo 
irol.: V. Allegato G. 

*) Non intendo però di affermare, che tutto in questo scritto sia 
oro prettissimo. Anzi v'hanno qua e là mende, e taluna non lieve; 
ma il discreto lettore le vorrà facilmente perdonare air adolescente 
autore, ripetendo con Orazio: 

„ ubi plura nitent in Carmine, non ego paucis 

Offendar macuUs, quas aut incuria fudit, 

Aut humana parum cavit natura * 


VII 

■Bario siao da quella età, in che altri d'ordinario è appena 
accettato nel liceo ^). 

IL 

Commentario della vita e degli scritti di Esichio Milesio, 
Volgarizzamento delle sue opere „Degli uomini illustri in dot- 
trina — Delle cose patrie di Costantinopoli"; ed Osservazioni 
sulle medesime. 

Sono quattro quaderni, autografi. Il primo, di pagine 18 
non numerate, contiene il Commentario della vita e degli scritti 
di Esichio Milesio; il secondo, il terzo ed una pagina del 
quarto (in tutto pagine 41) comprendono il Volgarizzamento 
delle due sopraccennate opere di Esichio; il rimanente del 
quarto, dalla pagina 42 alla 80, è occupato dalle Osservazioni 
sulle medesime. . 

Anche dì questo scritto fece motto Francesco Cancellieri ^) 
affermando, essere stato composto dal Leopardi Fanno 1814, in 
soli sei mesi, unitamente alla traduzione delU Vita di Plotino 
scritta da Porfirio. Il Pellegrini ne fa cenno nel suo Indice *) 
come dì ^inedito, e forse perduto." 

È questo uno dei primi tentativi fatti da Giacomo in opera 
di traduzioni dal greco, come raccogliesi si dalle continue po- 
stille marginali, in cui egli si rende ragione del significato de' 
vocaboli, della formazione de' tempi, delle regole grammaticali 
e di altre sì fatte elementari nozioni, suir autorità del Tusani, 
del ^ti, dello Screvelio e dello Scapula; e ai dalle varie lagune, 
ond' è qua e là interrotto il Volgarizzamento, con a lato avver- 


') Fra gli scrìtti editi del Leopardi, due soli sono latini ; un arti- 
colo, cioè, inserito nelle Efemeridi letterarie di Roma (anno 1822, 
io, IX, p. 333), sul «De Bepublica'' di Cicerone, scoperto e pubblicato 
dal Mai; ed uu Manifesto per una edizione Milanese delle Opere di 
Cicerone (V. Epistolario di Q, Z. Voi. I. pp. 359, 378, 423): ma questi 
scrìtti, per la loro natura e brevità non poteano fornire una piena 
prova di quel che affermava Pietro Giordani nel Proemio al terzo 
volume delle Opere di Giacomo Leopardi (ed. cit. p. XVUl); che, 
cioè, „la perìzia di latino fu tanta in Leopardi, che maggiore non 
Tebbero in altri secoli quei dotti, i quali per questo unico pregio 
salirono in fama.'' 

*) Op. Cit, pag. cit. 

>) N«. IL p. 463. 


vili 

tenze di „coD8iiltare migliori dizionarj — si cerchi — veggasi 
come può spiegarsi^ e simìgiiantL I testi, che ebbe all' uopo 
. sottocchio, furono quello di Adriano Ginnio 0, e Taltro corretto 
ed annotato dal Meursio, riprodotto dal Lami nel volume VII 
della grande Raccolta Menrsiana^). La traduzione è condotta 
sul testo greco, non già sulla interpretazione latina, come soglion 
fare i volgarizzatori da dozzina, ed è di frequente accompagnata 
da note, nelle quali l'autore o coglie in fallo il Giunio, o pro- 
pone giudiziose e probabili varianti del testo. Il dettato, sebbene 
non sia né scelto né elegante; tuttavia non manca di poprietà 
e di nerbo, e lascia intravvedere quella facile e spigliata disin- 
voltura, che fu poi il pregio principale dello scrivere del Leo- 
pardi^). Le Osservazioni, che non vanno oltre il terzo Articolo 
{Eschiìié) del Capo primo della prima delle due opere Eisichiane 
volgarizzate, sono una tale soprabbondanza di erudizione, non 
sempre a proposito ;% che, ove esse fossero state menate al loro 


Lugd. Bat, 1613. 

*) Jean, Meursii opp, omnia, Io, Lamius recensebai, Florentiae 
1731—43. 

*) A questa universale opinione sul pregio principale dello scrì- 
vere del Leopardi, non contrasta punto il seguente giudizio di Pietro 
Giordani y contenuto in una sua lettera del 28 Marzo 1819 al nostro 
.Giacomo {^Epistolario di G, L, voi. II. p. 316): «Non so qual difetto 
possa trovare nella vostra prosa il Perticarì: se non fosse un picco- 
lissimo, che pare a me di sentirvi, ed è tale appunto, che non può 
accorgersene Tantore: cioè che non sia abbastanza sciolta e fluida,^^ 
Essendoché tale giudizio profferìa il Giordani, quando ancora il Leo- 
pardi, sebbene già grande scrittore, non potea però dirsi perfettissimo. 
In fatti facendosi, più tardi, il Giordani a ragionar di proposito della 
prosa Leopardiana, scriveva: ,In Leopardi prosatore é tanta l'arte, o 
piuttosto egli è tanto superiore air arte, ch'ella niente apparisce: e 
la principale arte di lui, ossia la forza del suo intelletto, é nella esclu- 
sione d'ogni supei'fluo. AmbiUosa recidit omamenta^^, (Proemio al 
terzo voi, delle opp. di G, L,, ed. cit. p. XIII). Dopo questo savissimo 
giudizio sulla prosa del Leopardi, a che mai riespone quelle rasso- 
miglianze e dissomiglianze fra lo scrivere di lui e quello del Bartoli, 
del Macchia velli, del Bruno, del Galilei e di altri, ricordate dal Giozxa? 
{Le metamorfosi del pensiero poetico di G, L, ecc. st%idio critico con 
annotazioni del prof , Pier Giacinto Giozza, Benevento, 1875. p. 16). 
V. pure su tale proposito i Sag§fi critici di B, Zumbini, Napoli, 
1876, p. 97. 


termioe, avrebbero Baperato di qualche centinaio di volte la 
mole dei testo. Errore perdonabile ad nn giovanetto, che sente 
il bieogno di sfogare l'ardente ingegno: e tanto più perdona- 
bile per eiò, che ci rivela la immensa ricchezza di cognizioni 
•torichey che il nostro Giacomo a 16. anni avea già pronta alle 
maniy e la giusta critica, onde così per tempo e con tanta 
ncnrei^ valse ad emendare e raddirizzare gli errori e le stor- 
piature di parecchi antichi testi, che viene allegando nelle sue 
ehiose. 

Certamente gli studi crìtici salirono, nei nostri giorni, a 
grado sì alto; che al presente riuscirebbe per poco insofl^ibile 
un lavoro di tal fatta ^). E lo stesso Leopardi , venuto a più 
matura età, mostrò di non fare gran conto di simigliante genere 
di scritture'). Ciò non ostante il discreto lettore non vorrà 
giudicare troppo severamente queste Osservazionij considerando 
che furono scritte oltre a sessanta anni indietro, che sono opera 
di un giovinetto, e che io tolsi a pubblicarle non pel loro pregio: 
ma si perchè ravvisai in esse, come dire, il primo puerile 
schizzo di un grande artista. 

UI. 

Discorso sopra la vita e le opere di M, Cornelio Frontone, 
e Volgflorizzamento degli scritti, che il Mai ite pubblicò, 

È un insieme di fogli autografi, parte volanti e parte cu- 
ciii, disordinatamente e non tutti numerati. Il Discorso occupa 
le prime 21 pagine, nelle rimanenti è il Volgarizzamento j' ^ì- 
fettoso in due luoghi, cioè nella Epistola ad Appiano, VII. del 


Saviamente a tale proposito avverte Francesco De Sanctis: 
»Se Leopardi avesse potuto nella biblioteca patema trovare tutti i libri 
di filologia useit! in Germania, e non soltanto gli antichi scrittori, 
ma anche il mondo moderno; certo aveva attitudine, pazienza, acume 
a diventare sommo filologo*" (Nel Giom. il Diritto a. XXIIL n®. 18. 17. 
Cannaio 1876). E di questa sua potenza paionmi argomento non dubbio 
le sue Annotazioni alla Cronaca di Eusebio, 

*) Epistolario I. 279, 285. Sebbene altrove (ivi 268) così scrivesse 
al fratello Carlo: „Non potete credere quanto m'abbiano giovato quegli 
avanzi di dottrina filologica, che io ho raccolto e raccapezzato didla 
memoria delle mie occupazioni fìmciullesohe.* 


libro delle Epistole greobe; e neir Ariane, che nella edizione 
del Mai leggesi a pagina 373. Della prima manca il principio 
fino alle parole ^Tu però Bnpponendo che alle città questo 
contenga , ottimamente ti ser . .^; e dalle parole ««certamente 
non riceveresti da me^ sino alla fine^ comprese le note. Del 
secondo manca il principio sino alle palmole «al suo tornare in 
Corinto crasi presentato al Re colla sna veste in • • . J*' Delle 
quali due mancanze ci rende ragione il Catalogo del De Sinner^ 
ove sotto il n\ I, § 22. è notato: „Adde de la main de Leopardi 
a) Arione di Fr. 2. pp. à la page 241. du Voi b) Epistola 
ad Appimio 2. pp.^ ; imperocché, riappiccandosi appunto questi 
due frammenti ai due luoghi monchi del manoscritto Recanatese, 
è chiaro che essi passarono da questo al Fiorentino. Donde io 
ne ho fatto trar copia per uso della presente edizione. 

Le note, che illustrano qua e là il testo, sono collocate 
dopo la fine del volgarizzamento dì ciascuna delle Epistole e 
delle altre scritture Frontoniane ^). Queste note in due luoghi^) 
sono di pugno, per quanto a me sembra, di Giuseppe Antonio 
Vogel, dottissimo prete alsaziese ed amicissimo del Leopardi, 
vissuto più anni in Recanati e poi in Loreto, ove morì nel 1817 ^). 

Un altro esemplare di questo Volgarizzamento è pure tra 
i ricordati Mss. Leopardiani della biblioteca Nazionale di Firenze, 
il quale cosi ci viene descritto dal De Sinner nel suo Catalogo. 

„I. 22. Opere di M. Cornelio Frontone 1816 — XLV et 


*) Io invece le ho poste a piò di pagina, appunto come avrebbe 
fatto in età più matura lo stesso Leopardi, il quale in una sua, del 19. 
Gennaio 1827, diretta allo Stella (Epistolario IL 2.), scriveva: „Avverto 
che le note non dovranno essere collocate a pie di pagina, ma appiè 
del volume, o di ciascun volume per la sua parte. £ vero che io 
altre volte ho insistito che le note si ponessero appiè di pagina; ma 
qui il caso è diverso: esse non servono né ali* intelligenza né ad illu- 
strazione del testo: sono un lusso di erudizioncelia, che imbarazzerebbe 
il lettore se si trovasse nel corso deir opera appiè di pagina/* Ora 
poiché queste note servono aUa iwleUigenza e ad iUustrazùme del 
testo di Frontone , vogliono essere poste appiè di pagina , giusta la 
mente dell* autore. 

*) Nella note 2« ali' Epistola III, e .nella nota 1» all' Epistola X 
dell* unico libro delle Epistole di Frontone ad Antonino, 

») V. r Allegato D. 


XI 

289 pp. in 4 brochè. Dedie^ a Mai. nLegìt Mai, non Niebuhr.^ 
Oopié retauchée par Leopardi, n^. 15 et 16 de Pellegrini 

^Adde de la main de Leopardi a) Ariane di Fr, 2 pp. à 
la page 241 dn voi, b) Epistola ad Appiano 2 pp., à la 
pag. 270, e) Variae notae in Fr. 9 fbailles da Lettera a Gior- 
dani. 2 oabiers de 26 pp. in 8., non chiffrées, non achevée, 
écnte en 1818, qnoiqn' elle n'ait point de date.^ 

„VII. A la tradaetion italienue de Fronton I8l6, nn grog 
Tolame in 4 broché de XLV et 282 pp. j'ai joint comme sap- 
pliment lea morceaux indìqués au N. 22 de ma note dea Mss. 
aa page 3 de ce Catalogne. 

„Le Discorso cité page 467 n. XV de M. Pellegrini est 
page V — XXXVII de ce gros volume in 4 brocbé. Ce Discorso 
me semble avoir été copie par Monaldo Leopardi, le pére de 
Giacomo, car recrìtnre est la méme que celle de Téloge donne 
par Monaldo a la vie de Pioti n par Porphyre ^). Giacomo a 
ecrit de sa propre main les notes des pages Vili, IX, XIV, XXI 
(la note 45 settle), et de plus les pages XXXIX À XLV tont 
entieres. Dans le textc des Epistolae les corrections sont ausn 
toutes de son écriture." 

Adunque l'esemplare Fiorentino si vantaggia sul Recanatese 
perchè ritocco dall' autore, e per la Dedicatoria al Mai^). 

In più luoghi delle sue Lettere fa menzione il Leopardi 
di questo suo Volgarizzamento, e sempre con biasimo, dove 
dicendolo „lavoro precipitoso ^)" — „ indegno di veder la 
luce*)" — „c perciò da dover stare in tenebre eternamente*)"; 
e dove apertamente ripudiandolo^). Ciò non ostante avendolo 


>) Questo elogio è il seguente. „Oggi 31 Agosto 18t4 questo 
suo lavoro mi donò Giacomo mio primogenito figlio, che non ha 
avuto maestro di lingua greca, ed é in età di anni 16, mesi due, 
giorni due. — Monaldo Leopardi." 

') Di questa Dedicatoria ho fatto trarre copia dal Ms. fiorentino 
per uso della presente edizione. 
* *) Epistolario l. 4. 

*) Ivi It. 

») Ivi. I 

^ Ivi 42, e II. 58. Del che ci da pnre notizia Francesco Pucci- 
notti, scrivendo: „Quando ero a Recannati (1825—26), e conversava 
"spesso col Leopardi, un giorno egli mi fece vedere il grosso volume 


xu 

egli consegnato al De Sìnner insieme con tatti gli altri suoi 
„M88. filologici f appunti note ec. ^)^ perchè venisse pubblicato 
in Germaìiia; sembra potersi conchiudere, che coi fatti non ne 
facesse poi tatto quel mal conto, che ne faceva in parole. Né 
parmi a tale proposito da preterire il giudizio favorevole pro- 
nunciato dal Mai su questo lavoro^), il desiderio^, che egli 
mostrò di vederlo pubblicato per le stampe^), ed ancor più il 
giovamento, che il medesimo ne trasse per la seconda impres- 
sione fattane in Roma nel 1823 ^). Vero è che se le immagini 
e i concetti del Retore latino sono sempre con fedeltà e disin- 
voltura interpretati e resi in volgare; non così però il dettato 
corre sempre lìmpido e irreprensibile. Ma ove il lettore ponga 
mente, che questo lavoro fu per avventura il primo serio ten- 
tativo di stile fatto dal nostro Giacomo in sul confine di quel 
tempo, nel quale, come egli stesso confessa^), avea „pieno il 
capo delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava lo 
studio della lingua nostra; tutti i suoi scrittacci originali erano 
traduzioni dal francese; disprezzava Omero, Dante, tutti i Clas- 
sici; non volea leggerli'^ e si diguazzava nella lettura, che poi 
detestò: non potrà non istupire, come, appena appena ricre- 
dutosi di tanti errori, e pressoché nuovo dell' arte, sia quasi 
naturalmente riuscito a scrivere con tale chiarezza, evidenza 
ed armonia, quale a pochi è dato di conseguire con lunghi 
stndi e pazienti esercizi. Pel qual verso parmi che egli entri 
innanzi allo stesso Frontone, scrittore non sempre fluido e spon- 
taneo, spesso manierato e contorto. Di che non tacerò la strana 
meraviglia arrecatami dalle interminato lodi , che il Leopardi 
gli profonde nel suo Discorso^) y appellandolo delizia „degli 

della sua traduzione giovanile del Frontone del Mai. £ perchè non 
]a pubblicate? gli diss* io; ed egli rispose: appunto perchè sono miei la- 
vori giovanili^' {Lett scienif. e familiari di Fr. Puccinoiii raccolte e iUusir. 
dal P. A. Checcucci, Firenze, successori Le Mounier, 1877. p. 426). 

«) Epistolario IL 151. 

*) Ivi I. 4. 

«) Ivi 42. 

*) Sainte-Benve, Portraites contemporaiins et divers, Paris 1847. 
To. m. p. 75. 

>) Epistolario L 23. 

•)§ 1. 


xra 

Bomioi di gnsto^, e soBcriTendo cecamente ai giudizi di certi 
antiefai scrìttorì, la cai autorità in opera d'arte è ben poco 
accettevole. Nò è a credere che ciò fosse subito e spontaneo 
effetto prodotto in lui dall' improvviso annulizio ideila sor- 
prendente scoperta 0^ f&tta dal Mal; imperoccbò, anche dato 
giù quel primo bollore di spirito; egli sì fece tre anni appresso 
a Boetenere vivacemente il valore di Frontone contro il Niebufar, 
che avealo spacciato per ^scrìttoraccio vile e da nulla ^.^ Giu- 
dizio in vero troppo duro ed eccessivo '), e quindi giustamente 
dal Leopardi rintuzzato. Se non che tra le soverchie lodi e i 
soverchi biasimi dati al Retore latino dai due contraddittori, 
v'ha un medio e più equo temperamento; quello cioò di ravvi- 
sare in lui uno scrittore non di vena, avviluppato , bisticcioso; 
ma non però in tutto forviato dalla imitazione de' classici, nò 
inconsapevole dell' arte, di cui anzi spesso fa pompa, ed affet- 
tatamente tenero dell' antica purità e dei vezzi di una lingua, 
che andava di giorno in giorno imbastardendo. Difetti e pregi, 
che, insieme assommati, fanno di lui uno scrittore nò eccellente, 
nò pessimo, ma mediocre : e perciò non indegno delle caro 9do- 
peratevi attorno dal Leopardi. 

IV. 

Volgarizzamento dei Frammenti di Dionigi d*Alicamasso 
pubbticati dcd Mai. 

Sono cinque mezzi fogli volanti, autografi, ne' cui primi 
quattro ò il Volgarizzamento, nel quinto le Note. La scrit- 
tura ne ò cosi fitta, minuta, accavallata, con tanti sgorbi, penti- 
menti e chiamate;^) che in sulle prìm^ quasi disperai di po- 
terne ricavare una copia intera ed esatta^). 


>) Ivi. s) Epistolario I. 88. 

>) Anche il Naber, sebbene più modestamente del Niebuhr, si 
mostra scarso estimatore di Frontone, nei Prolegomeni aìla sua dotta 
edizione delle upere del medesimo. (M. Com. Front et M, Aur. Jmp. 
Epp.y L, Ver, et T, Antonin, PH et Appian. Epistular. reiiquiae etc., 
lÀpsiaey in aedibus B» G. Teubneri 1867, in 8). 

*) L'esemplare netto di questo Volgarizzamento, di pugno del 
fratello Carlo, fu spedito da questo a Giacomo, nel Novembre del 
1825, a Bologna. {Epistolario I. n73, ^77). 

*) vAprés avoir termine (scrìve Bouché-Leclercq nel suo libro 


XIY 

Il Peilegrìoi, che fu diligentìssimo io notare nel sao Indice 
ì titoli di tutte le opere dei Leopardi, quelli pure delle perdute, 
di questa non fa motto. Del che però non è a maravigliare; 
giacché non avendo egli potuto consultare in tempo ^ per la 
compilazione del detto Indice, l'Epistolario del Leopardi, stam- 
pato da Prospero Viani ; non ebbe sottocchio le due lettere 
di Giacomo'^), ove si parla di questa traduzione. 

Pietro Giordani, ai 9 Febbraio 1846, cosi scriveva, in pro- 
posito di questo Volgarizzamento, ad Antonio GussalU ^) : „8imil- 
mente mandò (U Leopardi allo Stella ^)) una cosa, che io immen- 
samente vorrei poter vedere, e non vedrò; una traduzione dei 

^Giacomo Leopardi, sa vie et ses oewttSy Pari$, 1874. p. 29) une 
tradiiction dea fragments de Denys d' Halicar nasse retruvés par Mai, 
il dnt, pour ménager sa vue fatiguée, interrompre ses étndes pendant 
sept moia/' La fatica da me darata ne! copiare questo Ms., mi ha 
dimostrata a prova l'esattezza delle parole dell' illustre Francese. 

>) Lettera di P. Pellegrini a P. Viani, nel supplemento al n^ 52. 
(27. Decembre 1$45) del Facchmo, giornale parmigiano. Or veggasi 
con quanta lefrgercKza Marco Mounier (L'Italia è la terra de' morti? 
Trad, itaL, Napoli 1861. p. 171) asserisse, TEpistolario di G. Leopardi 
essere una „pabblicazione, che merita di rimanere in eterno negli 
scaffali del libraio''; sentenza approvata da Aristide Baragiola (Giac. 
Leop. fiios., pò et e pros., Strasburgo 1876 p. 61). Quanto saviamente 
invece Fr. De sanctis (nel Giornale il Diritto an. XXIII, n^ 18. 17. 
Genn. 1876) scrive: „Terza fonte preziosissima di materiali (p^ ^Wt- 
care la vita egli scritti del Leopardi), e bisogna ringraziarne Prospero 
Viani e Pietro Pellegrini, è r Epistolario, dove lo scrittore è colto nei 
più intimi segreti della sua anima, dove talvolta è sorpreso anche in 
veste da camera, anche nelle debolezze e nelle negligenze proprie 
dell* uomo." 

») Epistolario I. 9, 43. 

3) Epistolario di P, Giordani edito per Antonio Gussalli, milano 
1854—55. Voi. VIL p. 132. 

*) Scrìsse sì il Leopai'di allo Stella, oflferendogli da stampare 
questo suo Volgarizzamento (Epistolario 1, 9); ma non pare glielo 
mandasse, eome qui asserisce il Giordani, e come accenna Prospero 
Viani in una nota a p. XVIII della sua Lettera a G. B. Niccolini, 
premessa al Saggio sopra gli errori degli antichi, nel voi. IV. della 
cit. ed. fiorentina delle opere del Leopardi. Invece nel Novembre del 
1825 (Epistolario 1. 372). Giacomo scrìveva al fratello Carlo di man- 
dargli questo Volgarizzamento^ insieme ad altri suoi scritti, in Bologna, 
dove si volevano stampare le sue opere. 


XY 

frammenti dionisiani del Mai; nel 1817, nel tempo ateaao ch'io 
diedi faora la mìa traduzione. S'egli era aneora nel francesismo 
completo del Saggio, e dì qualcli' altra sua primìzia, non sarà 
gran cosa quella trudnzione; ch'egli pur stimava assai. Ma se 
era già fatto Italiano (il che fece sì presto), guai ad ogni altro 
traduttore.^' £ indi a tette giorni, cioè ai 16 del detto mese, 

• 

noTamente allo stesso Oussalli serlveTa^): „Del Dionigi di Ola- 
comò non sono tanto curioso, pensandolo fatto nel 17^ cioè 
prima ch'egli avesse letto gl'italiani. Avrà inteso benisaimo il 
greeo, ma tradotto alla francese ; come sono le sue prime scrit- 
ture di quegli anni.'' 

Donde il Giordani traesse, che il Leopardi nel 1817 non 
„aTesBe letto gritalìani,'' noi "saprei indovinare. Quando invece 
al Giordani era ben noto che la canversiùne letteraria^) di 
Giacomo rimontava al 1813 ^). Per la qnal cosa in quattro 
anni, quanti ne corsero dal 1813 al 1817, questi avea avuto 
bastevol agio a leggere gf Italiani, 

Ma checché sia di ciò, certo è che il Leopardi, giudice 
severissimo de' propri scrìtti, un tempo stimava assai, secondo 
che il Giordani afferma; questo suo Volgarizzamento. Del quale 
ai 24 Gennaio 1817 ood scriveva allo Stellla^): „A vendo io 
trovato bello e degnissiiDO d'essere conosciuto e letto in Italia 
rAlicarnasseo del Mm al paro degli altri Glassici, non così 
pieno di lagune come le altre cose dateci dallo stesso editore, 
e più dilettevole e facile ad essere ben accolto dal pubblico 
per essere storico e non oratore, uè scrittor d'epistole, uè filo- 
sofo, ne ho fatta una traduzione accompagnata da qualche nota, 
che contiene quasi sempre nuove osservazioni, o correggendo 
inavvertenze, o indicando omissioni, nelle quali mi par che sia 
caduto il per altro diligentissimo Mai .... 8e mi è lecito par* 
Urie della mia traduzione, le dirò che la ho fatta con tutto il 
possibile studio, non avanzando una parola senza averla matu- 
ramente ponderata, e con tutta la cognizione delle due lingue, 


•) Epistolario di P. Giordani voi. VII.' p. 133. 

*) Epistolario di G. Leopardi I. 26. 

>) Ivi, 

•) Ivi L 0. 


XVI 

di cui io sono capace. Credo ohe poco di meglio possa nacire 
dalla mia povera penna, e a me pare di esserne soddisfatto^ 
che non è solito/' E ai 2 di Giugno del detto anno così ne 
scriveva al Mai^): ^Oggetto di questa è farle sapere che io 
. ... ho pigliato in mano il suo Alicamasseo, e questo, con 
molto più fatica e cura che non avea posto nel Frontone, ho 
tradotto, aggiuntevi alcune poche, e però forse meno vane) 
postill^^ 

Ingannossi per avventura il Oiordani nell' indovinare lo 

« 

scarso o niun pregio di questo V olgariszamento ; ovvero, offu* 
scato dair amor pi'oprio, prese abbaglio il Leopardi nel giudi- 
carlo per la miglior prova della sua penna? Lascio la deci- 
sione del dubbio al Lettore, dopo ch'egli avrà attentamente 
percorso questo scritto, non senza aver posto mente alle spesse 
e giudiziose note, in cui l'autore si rende ragione del valore 
di alcuni vocaboli e modi di dire italiani, allegando l'autorità 
d'insigni scrittori. Le quali note, non certo apparecchiate da 
lui per la stampa, ma si per solo suo uso accennate, ho io 
religiosamente riprodotte in questa mia edizione, ad ammaestra- 
mento de' giovani,, perchè nel tristo abbandono de' buoni studi, 
in cui sventuratamente versa oggi l'Italia, veggano essi quale 
sia l'unica e diritta via da battere per conseguire la facoltà 
del bello scrivere. La quale non è e non può essere altro, 
che l'effetto del molto e considerato leggere le opere de' grandi 
maestri di stile e di lingua, e del lungo e iaticoso esercizio 
d'imitarle. Or che cosi, e non altrimenti adoperasse il Leo- 
pardi per riuscire grande e perfetto scrittore, meglio che da 
cento luoghi delle sue lettei'e, ove palesemente ciò afferma, 
intendesi da questo scritto, il quale farà arrossire più d'uno di 
quelli odierni maestrucoli (fiore di presuntuosa ignoranza), 
che ai malarrivati loro discepoli vanno spacciando : con lo studio 
e con la imitazione de' classici guastarsi i giovanili ingegni, 
perchè, assuefacendosi a scrupoleggiare in parole ed in frasi, 
si rannicchiano entro la cerchia della pedanteria, donde mai 
più potranno uscire. Ma, di grazia, a tale ragguaglio non si 
dovrebbe dire, che la natura mal provvedesse al muoversi e 

>) Ivi L 43. 


XVII 

all' andare dell' uomo, perchè a lui bamboletto, in sul primo 
spiccarsi dal seno materno,* non die fermezza di 'gambe, né si- 
curezza di equilìbrio; ma dispose che Tuna e Taltra dì per se 
stesso, vacillando e tentando, si procacciasse? Che come 1 
primi passi del fanciullo sono a caso e legati; cosi i novelli 
esperimenti del comporre di un ragazzo non ponno non essere 
impediti e meccanici. Ciò accadde, e accadrà sempre di tutti 
gli scrìttorì, ninno de' quali ci addita la storia, che nascesse 
bello e formato, come Minerva dal cervello di Giove. Pertanto, 
a sempre più confermare queste verità, valga il presente Vol- 
garizzamento Dionisiano, donde luminosamente apparisce, come 
il Leopardi, se volle divenire scrittore inarrivabile, dovette 
ricercare studiosamente i volumi de' nostri sommi maestri, e sfor- 
zarsi in sulle prime mosse a rìtrarne, con minuta e scrupolosa 
diligenza, lo stile e la linguali. 

Da ciò intende il Lettore, che io lungi dall' avere questo 
scritto in quel pregio^ in cui mostrò averlo il suo autore allorché 
affermò^): ^yCredere che poco^ di meglio potesse uscire dalla 
sua povera penna''; non vi ravviso niente più che un primo 
sforzo e tentativo di lui verso la difficile meta propostasi. In 
fatti la durezza di certi modi, lo stantìo di alcune voci, la 
sintassi qua e là irretita, e tutto insieme l'appariscenza del- 
l' artei il fanno lontanissimo da quella eccellenza, di cui il 
Leopardi fé' prova negli scritti de' suoi anni maturi. Senza che, 
v' ha in questa traduzione un vìzio di origine, ed è il soverchio 
nerbo e la soverchia stringatezza, male a proposito messi in 
opera nel rendere uno scrittore né nerbuto né stringato; ma 
anzi rilasciato e verboso. Né a scusare un tale difetto potrebbe 
addursi, essere il testo di Dionigi un'epitome, ove tutto si 
raccorcia e concentra: imperocché, lasciando stare se esso sia 


«Senza questo studio, ditelo pure materiale e meccanico quanto 
volete, Giacomo Leopardi non sarebbe mai potuto arrivare a sciogliere 
r antico problema, di dire tutto puramente e potentemente; e mostrare 
che il grande scrittore dee e può essere giusto sovrano, e non op- 
presso suddito delle lingua*". (Ranieri, intorno agli scrìtti ecc. di G. 
L. p. XV L). V. pure r Elogio di G. L. nelle Prose deW ah, F. Becchi, 
Firenze 1845. 

>) Epistolario L 9. 

b 


XVIU 

no un' epitome^); l'abbreviazione di cosi fatte acritture si 
riduce a tacere i non necessari . aggiunti degli avvenimenti 
narrati, non già a lambiccare il dettato, ed a contare i vocaboli, 
come appunto fa qui il Leopardi, gareggiando con Dionigi, 
non altrimenti che con un Sallustio od un Taeito, in laconismo, 
e ad ogni fin di paragrafo e di capitolo tirando il conto del 
numero delle parole della traduzione, e di quelle del testo, e 
cavandone fuori la diflferenza in meno, che è sempre a suo 
vantaggio. 

Delle quali mende e stonature si avvide -più tardi V autore, 
come mostra una sua lettera del 27 Luglio 1818 al Sonzogno 
di Milano^), nella quale si legge: „Io non trovo altro che 
faccia al caso^), eccetto una mia traduzione italiana dei nuovi 
frammenti di Dionigi d' Alìcarnasso scoperti dal Mai, scritta 
però con tale affettazione, che ambedue ci faremmo ridicoli 
divulgandola: tanto che, quantunque da principio avessi in 
animo di pubblicarla, consideratala meglio, la misi da paiie, e 
fo conto di averla scritta per mero esercizio , né m' indurrei 
per cosa del mondo a mostrarla a chichessia'^ ^). Dalle quali 
ultime parole altri potrebbe cavare argomento da condannarmi 
di temerario, e di irriverente alla fama del Leopardi, per avere 
io, con la pubblicazione di questo scritto, contraffatto alla sua 
volontà, e divulgato uno sgorbio della sua penna. Ma a pro- 
teggermi dalla doppia accusa mi soccorre in pai*te un' altra 
lettera del Leopardi, posteriore di oltre a sei anni^), nella quale 
dicendo egli al suo fratello Carlo di spedirgli in Bologna 
alcuni de' suoi scritti , che gli bisognavano per una edizione di 
tutte le sue opere; tra quelli include pure wia copia in foglio 
della stia traduzione di Dionigi d* Alicamasso di carattere del 


•) V. su ciò Giordani opp. III. 12, nota. V. Scriptor. veter, nova 
CoUect. e vatican, codd. edita ab A. Maio, Romae 1827, voi. II. p. XVII. 
y. Epistolario di G, L. I. 102. V. la lettera del Leopardi al Giordani 
neir Allegato £. 

») Epistolario 1. 96. 

') Cioè per V edizione della Collana degli antichi storici greci 
volgarizzati, 

*) V. pure Epistolario L 75, 101. 

») Ivi h 373. 


XIX 

■ 

medeBÌnio Carlo: ed in parte il già dichiarato intendimento della 
presente edizióne ^ il quale è, non già di accrescere la fama 
di Giacomo, ma si di meglio chiarire i primordi della saa vita 
letteraria. Al qual aopo, a' io non m' inganno, toma opportu- 
niasima la pubblicazione di questo scritto, come quello, che 
è (mi si perdoni la smaccata, ma espressiva metafora) il ponte, 
sa eai il Leopardi si tramuta dalla incolta piaggia delle sgram- 
maticature e dei barbarismi, ai lieti e ridenti giardini della 
eloquenza. 

V. 

Agii Italiani, Orazione in occasione della liberazione del 
ÌHceno nel Maggio del 1815 0. 

É un quadernetto autografo di 23 pagine, le due prime 
non numerate, le altre numerate. Sulla risguarda aderente 
alla cartella, che ricopre il quadernetto, è notato: „Autografo 
del mìo Cugino Giacomo Leopardi, mai dato alle stampe, e da 
esso composto in età di 17 anni, essendo nato nel 1778^), dal 
Cte Monaldo, e dalla Marchesa Adelaide Antici — Vincenzo 
Antici". Nel frontispizio leggesi: Agi' Italiani , Orazione di 
Giacomo Leopardi Recanatese in occasione della liberazione 
del Piceno nel Maggio del 1815. Nel recto del primo foglio 
v' ha un breve avviso al Lettore; nel verso, due motti dì Tacito, 
ed uno di Giovenale. Il testo dell' Orazione va dalla pagina 1, 
alla 18; le pagine 19 a 21 recano le note'). 

L^ Orazione è una veemente Filippica contro Gioachino 
Marat, re di Napoli. Mossosi questi sprovvedutamente, nel 
Marzo del 1815, alF impresa d' Italia, avea all' uopo ragunato 
nella Marca d' Ancona un forte nerbo di soldatesche. L' ardita 
mossa, ravvalorata dai nobili ed alti sensi di libertà e d' in- 


*) Di questo scritto fa menzione A. De Gubematis in un articolo 
Bali* opera di J. A. Aulard , Essai sur tes idees philosopMques et 
t insfnration poétique de Giacomo Leopardi; articolo inserito nella 
Nuova Antologia di scienze, lettere ed arti anno XII. — Seconda 
serie voi V. fase. Vili., Agosto 1877, Firenze 1877 p. 933'. 

•) Cosi è scritto per errore, invece di 1798. 

') Nella presente edizione le noto, per le ragioni altrove accen- 
nate, furono poste 'a piò di pagina. 

b* 


XX 

dipendenza, espressi nel manifesto di guerra, destò qua e là 
per r Italia affetti e speranze vivissime, massime nelle grandi 
città e in petto agli uomini d'ingegno più colto ed elevato; 
alcun de' quali sorse pur anco a celebrarla con forti ed animosi 
versi ^). Invece Giacomo Leopardi, che, sebbene allora di 17 
anni, potea di già annoverarsi fra i più potenti ingegni d' Italia, 
né si riscosse punto all' apparecchio di quella gesta, e poco 
stante, fallita, si fece a maledirla. Per rendersi ragione di 
questa indifferenza ed avversione politica del Leopardi, bisogna 
por mente alle speciali condizioni del suo vivere d'allora. Nel 
Piceno, contrada non ricca, 1' accumulamento delle soldatesche 
del Murat ebbe sformatamente rincarato i prezzi delle derrate, 
e i balzelli levati addosso ai proprietari, menomandone le rendite, 
altri ne mettevano a disagio, altri ne gittavano nell' indigenza. 
Per tal modo agli occhi di quelle malarrivate popolazioni 
l' ardita impresa, spoglia di qualunque più generoso e fantastico 
allettamento, si mostrava in tutta la sua odiosa nudità, quasi 
furia ladra ed affamante. Aggiungi la imperiosa e severa 
educazione del padre, tenacissimo oltre ogni dire del vecchio e 
ad ogni novità awersissimo^). E per ultimo non si dimentichi, 
che gli studi di Giacomo fino a quel tempo, aggirandosi entro 
la cerchia della erudizione filologica e storica, non poteano 
riuscire spiratori della fantasia, né nutritivi del sentimento, che 
sono le due facoltà, onde il cuore umano può solamente attingere 
generosità di propo3Ìti e gagliardezza d' affetti. In così fatte 
condizioni di vita materiale ed intellettuale, qual meraviglia che 
un giovanetto al concetto ideale del riscatto e dell' indipendenza 
della patria, concetto che gli si affacciava alla mente in mezzo 
ad un turbine di rovesci, di miserie e di stragi; antiponesse 
la realtà di un benessere e di una quiete già sperimentata? 

Del rimanente in- questa Orazione è da notare il senno 
politico del giovane scrittore, il quale da due capi massima- 
mente toglie a dimostrare la fatuità della fallita impresa: e 
questi sono la inopportunità dell' averla abbracciata, e la sprov- 
vedutezza di averla abbandonata ad un duce straniero. In 


*) Tra questi, Luigi Biondi con la bella ode saffica 

«Letto facendo della mano al volto.'' 
*) A. Baragiola op. cit p. 3. 


XXI 

qaftoto poi al dettato ed allo stile ^ sebbeue essa sia più fran- 
cese, ebe italiana; pure non manca di un certo ìmpeto e di 
ana incisiva breviloquenza, da rivelarti lo studio, che Giacomo 
fin d'allora venia facendo sugli scrittori greci, o segnatamente 
sair inarrivabile avversario di Filippo. 


VI. 
Storia dell' Astronomia dalla sua origitie, fino all' anno 181L 

Due sono gli esemplari manoscritti dì questa Storia, 
il primo, in parte autografo e in parte no, di pagine 178, 
reca sai frontispizio: ^Istoria dell' Astronomia — luvat ire 
per aita — Astra, juvat terris et inaili sede relictis — 
yuòe velli, validique hwneris insidere Atlantis — Horat'ms. — 
Carlo Leopardi copiò il primo capitolo e parte del secondo 
quitìdi atinojato do{po av)er ^(/H medesimo assunto l'in- 
carico di (copiare) la presente storia senza alcuna mia p{re- 
poten)za abbandonò xoi tale impegno — (Giac. Liio)pardi 
autore.*' Nella pagina posteriore al frontispìzio sono trascritti 
cinque dìstici (veltro 297 a 306) del libro 1. de' Fasti di 
Ovidio. Le pagine 1*. e 2*. contengono V Introduzione. 
Dalla pagina H'^.ad un quarto della 24'*^, va il Capo primo 
„Storia della Astronomia dalla sua origlile, sino alla nascita 
di Talete^'; dalla 24* alla 60% il Capo secondo „Storia dell' 
Astrottamia dalla tiascita di Talete, sino a quella di Ptolomeo" ; 
dalla 61' alla 77*, il Capo terzo „Sloria dell' Astroìiomia dalla 
nascita di Ptolomeo , sino a quella di Copernico''; dalla 78* 
alla 159*, il Capo quarto „ Storia dell' Astronomia Mia nascita 
di Copernico, sino alla Cometa dell' anno 1811.*' La pagina 
160 è bianca. Nelle pagine 161 a 163 è compreso T „lndice 
alfabetico degli uomini illustri, de* quali si fa menzione nella 
presente Storia; nelle 164 a 166, Telenco „di Opere, delle quali 
si è fatto uso nella presente Storia." Le pagine 167 a 178 
contengono le „ Aggiunte," 

Questo manoscritto non porta data ; ma è certamente ante- 
rìore all' anno 1813, da che in fronte all' altro esemplare, che 


*) Le lettere e le parole comprese fra parentesi mancano nel Ms. 
frusto alcun poco e lacerato. 


xxn 

or' ora descriverò, e che senza dubbio è posteriore, Ve notato 
il detto anno. 

Il lavoro è cosa fanciullesca, come mostra lo scherzo se- 
guente, che leggesi scritto di traverso al margine delle pagina 31 : 
„Giacomo voi non sapete far niente. Carlo voi non siete niente 
di buono. Luigi voi siete uno sciocco, Paolina voi copiaste.'^ 
E come mostra altresì il titolo di „Storia dell' Astronomia" 
scritto dopo r Indice, per esercizio callìgrafìco, in maiuscolo e 
minuscolo, nelle quattro lingue, greca, latina, francese ed italiana. 

n testo è senza note né citazioni di sorta. 

Di questo esemplare, die non è se non un primo abbozzo 
deir opera, non ho punto tenuto conto in questa mia edizione. 

L'altro esemplare, tutto autografo è composto di tre yolumi 
e di un fascicolo. Il primo volume ha pagine 1 — Vili., 5 — 224., 
1 — 16; il secondo è scritto dalla pagina 16*^ alla 215^, ed è 
bianco daUa 214** alla 2S7<*; il terzo è scritto dalla 360** alla 
610^, e bianco dalla 611* alla 691 ^ Il fascicolo è di pagine 36 
scritte, e di 4 bianche. 

Nel primo volume leggesi sul frontispizio ^Storia della 
Astronomia dalla sua origine, fino all' anno ISll. di Giacomo 
Leopardi 18 1 3^)" N^lla pagina posteriore al frontispizio, oltre 
i distici Ovidiani, come uel sopra descritto esemplare, ve un 
cenno di un epigramma greco da trascrivere da Sinesio. Nelle 
pagine I — Vili contieusi (Introduzione; 5 — 32, il Capo primo; 
33—76, il secondo; 78—101, il tèrzo: 102 — 220, il quaito 
con le medesiriie rubriche dell' altro esemplare. L'Indice ') 
occupa le pagine 221 — 241. Nella pagina 241, dopo l'Indice, 
e nelle susseguenti 1 a 15 (delle quali però le 4 a 15 sono 
perdute) comprendonsl le Aggiunte, che proseguono negli altri 
due volumi, il primo de' quali è mancante delle pagine 164, 
165, 214 e 215. Il fascicolo reca Telenco delle Opere delle 
quali si è fatto uso nello scrivere la Storia della Astronomia. 


*) Questa data appartiene al solo primo volume, contenenfe il 
primo getto dell'opera; gli altri due, di Aggiunte^ sc^bbene senxa 
data, recano qua e là indizi evidenti d'essere stati scrìtti posteriormente 
e in diversi tempi. 

^) Non r ho riprodotto in questa mia edizione, perchè incompleto, 
ed in più luoghi stranamente confuso e non leggibile. 


XXIII 

La scrittura è tutta di pugno di Giacomo, se traggasene 
f Introduzione e le pagine 47 a 81 del primo volume, che 
sembrano di mano della sua sorella Paolina. 

Infinite sono le cancellature, le correzioni, le chiamate, le 
postille marginali e le citazioni inchiuse nel testo 0* I rinvìi 
alle Aggiunte sono oltre a trecento, e talmente Tuno con l'altro 
intrecciati, che spesse volte il primo ne richiama un secondo, 
e questo un terzo, e così via via. Onde è che tutto l'insieme 
del lavoro dà Timmagine di una matassa arruflfatta, che io certo 
non sarei riuscito a dipanare, ove per una parte non m'avesse 
soccorso una qualche pratica, che ho delle vecchie e intrigate 
scritture, e per l'altra non fossi stato francato da certa mia 
naturale ostinazione di volontà in non darmi per vinto in faccia 
a difficoltà e fatiche di tal genere. 

Le citazioni contenute nelle Note, il più delle volte sono 
appena appena accennato, sì che ho io dovuto verificarle in un 
pelago di scrittori, da' quali pure dovetti trascrivere la maggior 
parte de' brani, che tempestano questa Storia, e de' quali il 
Leopardi non avea notate che le prime e le ultime parole. U 
che ho voluto accennare, non già per presunzione (e qual pre- 
suuKione potrebbe avere un copista?); ma si per debito di edi- 
tore, acciocché, se mai talvolta io avessi dato in fallo. Terrore 
non venga attribuito ad altri che a me. 

Di questa storia fa menzione lo stesso Leopardi nel suo 
Volgarizzamento di Esichio ^X ^ ^^ registra il titolo il Pellegrini 
nel suo Indice sotto il numero XXXIV, a pagina 475, presane 
notizia dal Ranieri, il quale ^) pone quest' opera fra i „zibaldoni 
considerati dalF Autore piuttosto come selva di studi e dì eser- 
citazioni della prima età, che come mauoscrittL^^ ^) 

E senza dubbio è questo un lavoro assai imperfetto sotto 
il riguardo scientifico e critico, e valutabile soltanto dal lato 
della erudizione, la quale certo è immensa, e per un ragazzo 


*) Io le ho collocate, io questa mia edizione, a piò di pagina, 
come fecero il Ranieri, il Viani, il Giordani e il Pellegrini nella 
edizione Fiorentina delle opere del Leopardi. 

^ p. 231. nota 3. 

') Notizia intorno agli scritti ecc. di G. L. p. XXXI, in nota. 

*) Anche M. Monoier (op. cit p. 156) ne fa cenno. 


XXIV 

trilustre spaventosa. Barbaro e negletto ne è lo stile e il det- 
tato, né per l'impasto e il giro della forma punto corrisponde 
air impostogli nome di Storia; riducendosi dì sovente a nulla 
più che a litanìe di nudi nomi, e a sterili cataloghi di libri. 
Tuttavia ne ho riputata utile la pubblicazione a dimostrare qual 
ferrea tempra di volontà s'avesse il nostro Giacomo a quindici 
anni, se non isgomentossi a trattare un argomento di sì grande 
e lunga lena, e collegato con una serie interminata di letture 
e di ricerche *). 

VII. 
Disegni letterari. 

Ho così intitolato alcuni adombramenti o schizzi di opere, 
contenuti in due mezzi fogli volanti, perchè il Leopardi in 
più luoghi delle sue lettere^) con tal nome appunto ìndica 
questa specie di scritti. Sono questi Disegui autografi e in 
numero di sei, con ispazi bianchi fra l'uno e l'altro. 

Sebbene non possa stabilirsi Tanno in cui essi furono git- 
tati in sulla carta; tuttavia sì per alcune date, che vi si trovano 
registrate, sì per non incontrarvisi mai usata la letteraj (il che 
tolse Giacomo a patrirare nel 1823*)), e sì principalmente per 
la vastità dei concetti, che vi si contengono, nell' ordine storico, 
crìtico e letterario, e per la severa e magistrale franchezza nel 
delineare di volo le singole parti degl' immaginati lavorì; mi 
sembrano in tutto cosa delia sua età matura, la quale però, 
come è ben noto, nel nostro Giacomo precorse almeno dì dieci 
anni la comune. 

Ai 5 Gennaio 1821^) il Leopardi scriveva al Giordani: 


*) In questa Storia il lettore troverà ripetuto buoua parte dì ciò 
che il Leopardi scrìsse nei Capi 9, 10, ti e 12 del Saggio sopra gli 
erì'ori popolari degli antichi. 

>) Epistolario I. 168, 210, II. 122, ed una lettera pure del Gior- 
dani, ivi 335. 

3) Ivi 1. 311. II. 4. Vero è che egli fin dal 1819 (ivi I. 123) 
avea imma.snnato l'opera tracciatii nel quarto di questi disegni, cioè 
„Della condizione presente delle lettere italiane**. Ma altro è V im- 
maginare un opera, altro è V abbozzarla. 

*) Ivi I. 226. 


XXV 

jJLeggo e BerÌYO e fo tanti disegni , che a voler colorire e ter- 
minare quei soli che ho, non solamente schizzati, ma delineati, 
fo conto che non mi basterebbero qnattro vite.^ E a Pietro 
CoUetta, ai 16 Gennaio 1829 O9 scriveva : ,,1 miei disegni lette- 
rarìi sono tanto più in numero, quanto è minore la facoltà^che 
ho di metterli ad esecuzione; perchè non potendo fare, passo 
il tempo a disegnare. I titoli soli delle opere che vorrei scri- 
vere, pigliano più pagine; e per tutte ho materiali in gran 
copia, parte in capo, e parte gittati in carta così alla peggio/' 
È dunque evidente che questi Disegni letterari da me rinvenuti 
e qui pubblicati, sono, come dire, un picciol brandello di un 
ampio volume. Nel quale forse dovettero entrare quegli altri 
eommunicati da Giacomo al medesimo Colletta nel Marzo e nel 
Febraio del 1829 % ed una parte dei Petisieri accennati in fine 
del Catalogo del De Sinner, e di quelli altri pubblicati dal 
Chiarini ^). 

L*argomento tracciato nel quarto di questi disegni, cioè 
Della coìidizione presente delle lettere italiane, come ò il più 
importante; così sembra che stesse più d'ogni altro a cuore all' 
autore, il quale spesso ne ragiona nelle sue lettere^), e lo in- 
nesta pure in parte nel terzo di questi disegni. 

^iuno, per quanto è a me noto, né ebbe notizia, né fece 
motto di cotesto scritto, se non se il mio amico Sig. Filippo 
2^mboni, professore a Vienna, il quale in una nota a pagina 
407 del suo Poema drammatico Roma nel mille^) cosi scrìve: 
„Vidi (quando nel Laglio del 1847 egli andò a visitare la casa 
dì Giacomo Leopardi in Recanati) molte lettere autografe di 
' queir infelicissimo . . . Vidi uno sbozzo di un Poema sttlP ori- 
g'me delt uomo/' Or sebbene tra questi Disegni letterari non 
v'abbia quello di un Poema sulf origine dell' uomo; tuttavia 


') Ivi 11. 122. 

') Ivi li. 127, 412. V. pare M. Monnier op. cit. p. 166. 

') Le Operette moraU di Giacomo Leopardi ecc., edizione 
accresciuta e corretta da G, Chiarini, Livorno, 1870, p. 507 sgg. 

*) Epistolario I. 123, 125, 16S, 229, 231. V. pure le lettere di 
Giordani, ivi II. 335, 33S, 339. 

*) Roma nel mUle, Poema drammatico di G. E. Filippo Zamboni 
m IX parti con note storiche, Firenze^ successori Le Monnier, 1875. 


XXVI 

il cenno del Zamboni (e da Ini stesso me ne accertai, che aven- 
dogli mostrato il manoscritto in proposito, egli subito lo rico- 
nobbe per quello da lui esaminato in Recanati nel 1847) si 
riferisce al quinto di questi Disegni, nel quale è schizzato l'ar- 
gomento di un Poema di farina didascalica sulle selve e le 
foreste, dove fra le altre cose, parlandosi di una selva della 
Svizzera di recente àbbatiuta, anzi penetrala per la prima 
volta forse dopo la creazione; si accenna la finzione episodica 
di qualche ftvadglia umana twn mai fatta partecipe del con- 
sorzio del mondo. Finzione, che, avendo fatta impressione nella 
fantasia del professore viennese, potè generare, dopo ventotto 
anni, il suo equivoco. 

Del resto io punto non dubito di francamente asserire, che 
di tutti gli scritti inediti del Leopardi, contenuti nel presente 
libro, questo sia il più pregevole, come quello, che ci rivela 
l'ampiezza della sua mente, la vivacità della sua fantasia e la 
maturità del suo giudizio. 

vm. 

Le Rimembranze, Idillio. 

E un componimento in forma drammatica, di 14(> versi 
sciolti, contenuto in un quadernetto di 8 pagine, e scrìtto di 
roano della sorella di Giacomo, Paolina. 

Dì questo Idillio si fa cenno in una lettera di Carlo Leo- 
pardi, dei 14 Novembre 1825 9, responsiva ad una di Giacomo 
del 9 del detto mese^). In essa così è scritto: ,, Altre cose 
che puoi non avere e che ella (Paolina), ha, sono 1^ La Luna 
o le ricordanze. Idillio; 2^ Il Sogno; 3^ La sera del giorno 
festivo ; 4® La vita solitaria ; 5® li Sogno, altro Idillio a dialogo. 
Mi è risovvenuto della ina Canzonetta sul coltello inglese, e 
della Storia del tuo amore in prosa ^). Dimmi dunque ciò che 


*) Conservasi^ con ie altre scrìtte da Carlo a Giacomo, nell'Ar- 
chivio di Casa Leopardi in Recanati. 

») Epistolario I. 372. 

3) Di questi due scrìtti, il secondo de* quali non dovea mancare 
d' importanza per la biografia di Giacomo, non mi è riuscito trovare 
né traccia né memoria. 


XXVII 

ti bisogna. Paolina torna con nn 6^ Idillio, Le rimembranze." 
£ nella Atessa lettera , di mano della Paolina, si legge: ,,Io 
credo certo che delle tue composizioni, che mi permettesti di 
copiare ne aversi copia, o se la vorrai te la manderemo/' È 
dunque fuor di dubbio, che questo Idillio è lavoro di Giacomo, 
e che Tesemplare da me rinvenutone di carattere della Paolina, 
è una copia tratta dall' autografo, forse perduto. A questi ar- 
gomenti esterni bastevolmente saldi per dimostrare Tautenticità 
di questo scritto, se ne aggiunge uno interno potentissimo, ed 
è la qualità del componimento, non so se più elegante o affet- 
tuoso, che di per se solo accusa la mano del suo autore ^\ 

Mancami ogni più lieve indizio da potere presso a poco 
determinare il tempo, in cui esso fu dettato; ma per Isquisi tozza 
dì invenzione e di forma mi pare doversi riferire agli anni più 
fecondi e vigorosi della Musa di Giacomo ^). 

Lettore, io mi sono sdebitato teco di quanto correami ob- 
bligo significarti intorno alla contenenza di questo libro, e agi' 
intendimenti che ebbi, ed ai consigli che seguitai nel pubbli- 
carlo. Ed ecco ora io te lo lascio nelle mani perchè tu ne 
giudichi a tuo buon senno, pregandoti ad avere, in leggerlo, 
presente alla mente, che esso non è ad altro destinato, se non 
se a somministrare materia di fatti e di giudizi ai futuri bio- 


*) Di questo Idillio Leopardiano parmi potersi dire quello che 
Francesco De Sanctis scrive dell* altro, La vita solitaria, „Quei 
pae8:iggi così freschi di colorito, cosi semplici e precisi di disegno, 
geuerano quella pacata impressiono idillica, eh* è propria della vita 
campestre''. (Nel Giornale il DiriUo, anno XXII I, n<>. 226, 12 Agosto 
187G). 

*) Il De Sanctis (ivi) rimanda all' anno 1819 la maggior parte 
delle poesie idilliche del Leopardi. V. pnje B. Zumbini saggi critici 
p. 108 in nota. Aristide Baragiola (op. cit. p. 38), soscrivendo ad 
una sentenza dì Quarterly Review, osserva che „la lirica leopardiana, 
per la sua natura eminentemente sentimentale, scarseggiò d*immagini, 
di quei pennori cioè, che secondo la de finizione che ne dà Longino 
nel suo trattato del bello, rappresentano ali* anima una specie di 
pittura". Omettendo di discutere la verità e la giustezza di tale 
asserzione, noterò soltanto che in questo Idillio per centrano tutto è 
imma^pne e pittura, e della più viva e spiccata. 


XXVIII 

grafi di Giacomo Leopardi ^), e a far palesi i primi germi della 
grandezza di questo novello Ercole della favola, il quale, le- 
vandosi insin dalla cuna a forti e generose imprese, lascia in- 
dovinare alle meravigliate genti la futura onnipotente virtù del 
suo braccio. 

Roma 23. Decembre 1877. 


V. l'Allegato F. 


Allegato A. 

Udo di cotesti caritatevoli Aristarchi addentò, non ha molto, 
fieramente le Prose inedite del commendator Annibal Caro da 
me pubblicale ed annoiate, ^). Questi fu Monsignor Francesco 
Lìverani, il quale in una sua lettera indirizzata al Comm. Fran- 
cesco Zambrini, e stampata nel periodico Bolognese il Propu- 
gnatore ^), così giudicò quella mia pubblicazione. ,,Ayeya letto, 
già tempo, il Sonetto del Caro nella edizione imolese e Taveva 
letto con qualche altra cosa di quella edizione con molto mio 
rincrescimento, riputando incredibile che un si degno scrittore 
potesse scombiccherare somiglianti puerilità e indegnità. Quindi 
io son d'avviso che la postilla letta dal Rezzi a piò di un' opera 
di Gastelvetro e riferita dagli editori sia troppo scarso fonda- 
mento ad una profanazione tanto sacrilega. Prima di recare 
alla penna del Caro cosi fatta mostruosità, conveniva allegare 
nn documento autografo ovvero la testimonianza di testi a 
penna o di edizioni che senza controversia e dubbio alcuno 
annoverassero tra le altre sue opere quel Sonetto. 

„Mal si provvede alla fama degli scrittori, alla dignità delle 
lettere e ai bisogni della nostra letteratura con somiglianti pub- 
blicazioni. Noi. abbiamo bisogno di cose, e invece si dan parole, 
anzi né pur parole, essendo questo un bisticcio senza sostanza, 
senza forma e senza la dignità che francheggia il nome di 
uno scrittore, il quale è fra i prosatori quel che Petrarca tra 
i poeti, cioè il pili perfetto esemplare di stile italiano; di quello 
stile che è sempre vegeto, fresco, giovane e non invecchierà 
maL Altri scrittori sono memorabili per altri pregi; ma quanto 


*) Imola, Tip, d^ Ignazio Goleati e figlio, 1872. 

*) Anno VIL Dispensa 3» Maggio ^ Giugno 187^. p. 424. 


XXX 

al merito dello stile, nessuno avanza anzi neppure paragona il 
marchigiano. Le opere del quale, e specialmente le lettere, 
dovrebbero correre nelle mani della gioventù, secondo il con- 
siglio di Leopardi e Giordani (IL 369); e quindi è parte di 
pubblica utilità di non menomarne il credito con pubblicazioni 
che sono inutili ed inopportune ogni qualvolta non ne vantag- 
giano il nome. *)" 

In questa non breve tirata Tillustre Monsignore dà due 
accuse a quel mio libro; l'una di contenere qualche cosa letta 
da lui con molto suo rincrescimento; l'altra di avere accolto 
nel suo seno e recato in luce, come cosa del Caro, un Sonetto, 
che non è se non un bisticcio senza sostanza, seìiza forma e 
senza la dignità die /rancheggia il nome di uno scrittore , il 
quale è tra i prosatori (/uet die Petrarca tra i poeti, cioè il 
piti perfetto esemplare di stile italiano. 

In quanto alla prima accusa, attenderò a farne le discolpe 
quando essa sia esplicitamente formulata dal zelante delatore, 
non potendo io indovinare quella qualche altra cosa letta da 
lui, in un volume di 170 pagine, con molto suo rincrescimento. 
Per ciò che è della seconda, basterà, a distruggerla, che io provi, 
il Sonetto in questione essere veramente cosa di Annibal Caro. 

Al qual uopo prego Tillustre Monsignore di farsi a leggere 
I®. nella Parte III. del tomo VII, della Storia della Letteratura 
Italiana del Cavaliere Abate Girolamo Tiraboschi ^) a pagina 33, 
le seguenti parole. ^A questo libro (alla Risposta del Castel- 
vetro air Apologia del Caro, Risposta intitolata Ragione d'ai- 
cune cose segnate nella Canzone di Annibal Caro) voleva Gio- 
vanni Maria Barbieri Modenese, uomo non solo dell' italiana, ma 
anche della Provenzal lingua intendentissimo, aggiungere alcuni 
Sonetti da se composti contro i Mattaccini, le Marmotte, e il 
Triperuno. Ma il Castelvetro noi permise, e fece con ciò co- 
noscere, ch'ei non volea difender la sua causa colle ingiurìe, 
ma colle ragioni" IP. nella Vita di Lodovico Castelvetro com- 


*) Mentre sto correggendo le bozze di questa mia Prefazione, 
lo stampatore Barbera mi dà una una cosimile lezione, in proposito 
di questi scritti inediti dei Leopardi, nel Giornale la Libertà anno IX. 
147, 27. Maggio 1878. ^Sntor, ne snpra crepidam." 

') Roma per Luigi Peréffo Salmoni 1782—85. 


XXXI 

posta da Lodovico Antonio Mnratori, e premessa alle Opere 
varie critiche di Lodovico Castelveiro pubblicate da Filippo 
ArgelatiO qneste altre, ^n quella occasione il prenominato 
Alessandro Melano Poeta della nostra città, e intendentissimo 
delle Lingue Greca ^ Latina , e volgare; o più tosto Giovanni 
Barbieri sopra da me lodato (siccome ha la sua Vita scritta 
da Lodovico suo figliuolo, che è presso di me) compose vari 
Sonetti, appellati MaUaccvni e Marmotte j con rìtorcere contra 
il Caro le Rime de* pubblicati neir Apologia; e agli altri Sonetti 
d' esso Caro intitolati Corona rispose ancora con tre Sonetti 
per cadaun Sonetto col titolo di Triperuno, Ma il Castel- 
vetro non solo non curò, ma anche rifiutò un somigliante 

soceorso.'^ Ili'* finalmente nella Vita di Giammaria Barbieri 
scritta dal suo figlio Lodovico, e citata, come vedemmo, dal 
Tiraboschi e dal Muratori, il tratto che. siegne. „E così contro 
il Caro ritorse tutte le Rime cioè una nuova Corona, nuovi 
Mattaccini, e Marmotte, e .alli tre Sonetti chiamati Corona, 
rispose con tre Sonetti per Sonetto sotto nome del Triperuno, 
e tuttavia si trovano queste rime presso il deto Lodovico 
(Lodovico Babieri, figlio, di Giammaria e autore della costui 
Vita) nella sua propria bo^zatura, eccetto che la triplicata 
corona si è smarritati. 

La sostanza delle tre addotte testimonianze è adunque 1^ 
che Giammaria Barbieri scrisse contro il Caro il Triperuno; 
e 2^. che questo Triperuno è smarrito. 

Ma „qnid non in medium proferet aetas?^^ NelU anno 1823 
(così è scritto nella Prefazione all' Opuscolo »= Alcune Lettere 
<f illustri italiani ed il Treperuno di Giammaria Barbieri 
Modenese in risposta a tre Sonetti di Annibal Caro contro il 
Castelvetro, il tutto per la prima volta dato alle stampe, 
Modena y per G. Vincenti e Compagno 1827, a pagina X.) in 
una casa di campagna già stata dei Signori Castelvetri di 
Modena, ed ora posseduta dai Signori Conti Prini di Re^io, 
poco discosta dalla Stagna, Villa nel basso Modenese^ sentitosi 

*) Opere varie critiche di Lodovico Castelvetro Gentiluomo Mo- 
dinese non più stampate colla vita dell autore scritta dal Sig. Pro- 
posto Lodovico Antonio Muratori Bibliotecario del Ser^ Sig. Duca 
ài Modena, Lione 1721, nella Stumperia di Pietro Foppens pag. 28. 


XXXII 

per caso da oarti afBttaali, nel battere in un muro, rispondere 
un suono assai cupo quale di luogo cavo, vi ruppero, e furono 
trovati da cinquanta in sessanta volumi di libri ereticali, come 
di Calvino, Lutero ecc. di -prime edizioni , ed ottimamente con- 
servati, con molte cai*te manoscritte da riempirne forse un 
sacco, le quali per imperdonabile sbadataggine andarono mala- 
mente da fanciulli quasi tutte disperse; tranne la nominata 
lettera del Robortello, ed altri pochissimi fogli, e di non gran 
conto, che raccapezzati dal Signor Dottore Giuseppe Bignardl, 
sono presso il suddetto Cesare Galvani. Prima che della 
scoperta si spargesse la voce, un degno Arciprete, parente 
de' suddetti affittuali, vide que* libri, e come proibiti li ritrasse 
da quel luogo: fincliè meno stando celato il fatto, ne fu resa 
avvertita S. A. R., per di cui ordine fattosene V acquisto passa- 
rono a formar parte della Estense, umiamenie al Manoscritto 
del Treperuno finora perduto, che stava a modo di segno fra 
uno di essi libri*'. 

Ecco adunque ritrovato lo smarrito Treperuìio di Giam- 
maria Barbieri. Or bene si compiaccia L'illustre Monsignor 
Liverani di pigliare in mano il citata Opuscolo, donde ho ca- 
vata la storia del ritrovamento dello smarrito Treperuno, e lo 
apra a pagina 59, dove potrà co' suoi stessi occhi convincersi, 
che il primo dei tre Sonetti del Caro contra il Castelvetro, ai 
quali il Barbieri rispose col suo Treperuìio^ è appunto quello 
da lui definito per puerilità, indegnità, bisticcio senza sostanza, 
senza forma, e senza la dignità con quel che siegue. 

Io penso che a questo modo sarà ornai appieno satisfatto 
il desiderio da Monsignore espresso in quelle parole: „Prima 
di recare alla penna del Caro così fatta mostruosità, conveniva 
allegare o un documento autografo ovvero la testimonianza di 
testi a penna o di edizioni che senza controversia e dubbio 
alcuno annoverassero tra le altre sue opere quel sonetto. Im- 
perocché le tre addotte testimonianze del Tiraboschi, del Mura- 
tori e di Lodovico Barbieri, pienissimamente confermate dal 
ritrovamento dello smarrito Treperuno , mi paiono argomento 
da persuadere qualunque più incredulo S. Tommaso. Quindi 
è che Ugo Antonio Amico non dubitò punto di accogliere, come 
cosa del Caro, il Sonetto in proposito, nella sua edizione Fio- 


XXXIII 

rentìua del 1864 ^). Né altrimenti lo giudicar#iuD il Comm. 
Francesco Zambrini, presidente della R. Comissione pe' testi 
di lìngaa^), ed ri Sig. Giuseppe Salvo Cozzo di Palermo, il 
qaule ne^ mise a confronto nel Propugnatore ^) la lezione mìa 
con quella dell' Amico. 

Ma tutto ciò non toglie (rlpiglierà Monsignore) che quel 
sonetto non sia brutto. Al che rispondo: brutto si, perchè il 
genere a cui esso appartiene non è bello; e quindi il Sonetto 
è brutto perchè il Caro lo dovette e lo volle far brutto, non 
già perchè noi sapesse far bello. Mi spiego. Non le è mai 
avvenuto. Monsignor mio, trovandosi in qualche allegra brigata 
d*ttdire l'uno o Taltro de' suoi compagni, che, per beffarsi d'al- 
cuno, ne imitasse il tuono della voce, ne ripetesse gl'intercalari, 
ne rifacesse in somma addirittura la parlata? Si certo; anzi 
ehi sa quante volte ella proprio non si sarà preso questo spasso. 
Or bene siamo appunto nel caso. Il Caro volea in tre Sonetti 
(il primo de' quali è appunto quello di cui ragioniamo) dare 
la baia al Gastelvetro, imitandone certe specialità lessicografiche, 
eerte affettazioni di vocaboli, e che so io. Niente di più ac- 
concio al bisogno, dell' introdurre nella sua satira quelle spe- 
cialità e quelle affettazioni. Le quali se poteano far salati e 
piccanti quei componimenti; non cosi sarebbero mai' riuscite a 
renderti cari ed eleganti. Fu adunque proposito deliberato del 
Caro di scrìvere quei tre Sonetti al modo che gli scrisse; non 
eerto difetto della sua poetica abilità. 

Ma dunque (insiste Monsignore) se giudicasti brutto quel 
Sonetto, perchè lo pubblicasti per le stampe, menomando così 
il credilo e non vantaggiando il nome del Caro ? Oh ! che, 
Monsignore, la pubblicazione di scritti inediti vuol' esser sempre 
ed unicamente indirizzata ad accrescere il credito ed a van- 
taggiare il nome degli autori dì quelli ? Ho forse io' mai detto 
Beritto, che con la pubblicazione di quel Sonetto aggiungevo 

*) Opere di Annibal Caro pubblicate per cura di Ugo Antonio 
Amico, Firenze, Felice Le Monnier, 1862. pag. 286. 

*) Propugnatore, anno Vii. Dispensa 3«« Maggio — Giuguo 
1874, pag. 427 in nota. 

*) Anno VI. Dispensa 4*^ e 5» Luglio — Agosto — Settembre 
— Ottobre pag. 180. 

e 


XXXIV 

una novella fronda al poetico alloro del Caro? £ non am- 
mettete voi, o Mpnsignore, il gusto pure dei pettegolezzi, che 
nel fatto di uomini insigni viene solleticato per l'appunto da 
scritti di cotal genere; come la devozione di certi fedeli si 
risveglia con la mostra dei minuzzoli delle ossa, e degli sbren- 
doli delle vesti de' santi? 

Consentitemi ancora, o illustre Monsignore, prima che mi 
licenzi da voi, un' altra avvertenza. Voi giudicando quel mio 
libro (che è di pagine oltre a 170), sul contenuto in pagine 169 
non dite spiegatamente né ben né male, e vi occupate soltanto 
di quella unica pagina (152) ove sono impresse quelle quattor- 
dici malcarrivate righe, da cui cogliete occasione di malmenare 
il libro tutto quanto in un fascio. Infatti voi scrivete: „Mal 
si provvede alla dignità delle lettere e ai bisogni della nostra 
letteratura con simiglianti pubblicazioni/' Colle quali ultime 
parole voi manifestamente alludete a Mii gli scritti inediti del 
Caro compresi in quel mio libro. E proseguite: „Noi abbiamo 
bisogno di cose, e invece si dan parole''; e qui poi riappiccate 
la vostra tiritera contro il Sonetto: ma frattanto è chiaro che 
quel primo motto è avventato contro ttitia intiera quella mia 
pubblicazione. Eppure osservate, o illustre Monsignore, biszarria 
di cervelli: io oso mantenere che r Apologia da me in quel libro 
messa in luce, è una delle piti perfette scritture del Caro; 
tanto che io penso di avere, pubblicandola, assai bene provve- 
duto alla fama del Caro, alla dignità delle lettere e ai bisogni 
della nostra letteratura. Direte che io non me ne intendo: 
non ho di che replicare. Solo dirò che voi. Monsignore, non 
siete il mio Platone, il cui giudìzio io invochi coir adagio 
„Safficit mihi unus Plato,^ Che poi nel bisogno che noi ab- 
biamo di cose, quel mio libro non dia che parole; a niun 
altro meno di voi, o Monsignore, conveniva afifèrmarlo; di voi, 
dico, che da quella Apologia potevate ritrarre molti avvisi 
opportuni al Santo Romano Impero, che qualche anno fa v'in- 
gegnavate di risuscitare. 

Credetemi, Monsignore, è assai agevole l'affibbiarsi la giornea; 
ma Tabito non fa il monaco, come pure il paonazzo non accre- 
dita i giudizi a vanvera, né scusa la poca urbanità in profferirli. 


XXXV 


Allegato B. 

Gli altri Manoscritti inediti di Giacomo Leopardi , che si 
conservano nella BiUioteca della sua famiglia in Recanati sono 
i seguenti 

L 

1809. La Can^agna, ossia Canzonette sopra la Campagna, 
di Giacomo Leopardi, Becanali 1809 (sono n^. 5. Canzonette). 

II. 

1 809. Odi di Orazio tradotte da Giacomo Leopardi nelt 
atow decimo dell' età stia essendo precettore D. Sebastiano 
Sanchini, Libro primo (comprende le od! 1. 2. ') 3. 4. 6. 7. 8. 
9. 10. 12. 14. 15. 16. 17. 18. 20. 21. 22. 24. 26. 27. 28. 29. 
31. 34. 35. 36, 37. 38.) 1809. 

Odi di Orazio tradotte da Giacomo Leopardi nelf anno 
undecimo dell* età stia essendo precettore D, Sebastiano San- 
chini, Libro IL (comprende le Odi 1. 2. 3. 6. 7. 9. 10. 13. 
14. 15. 16. 17. 18. 19. 20.) 1809. 

IIL 

Scritti latini dal 1810 — 17. Haec de meo ingenio pri- 
mordio dicendi Jacobus Leopardi exaravi — Tempestatis nar- 
ratio — B. Mariae Virgini in periculis deprecatio — Leoena, 
Leo et Pnstor , Fabula mixta — ^Nobiiitas sola est^ atqne 
unica ▼irtus'^ Itwenalis sententia — Dtilitates per sapientiam 
partae — In mortem sodalis diletti, guestus per verba meta- 
phorica — Ictus adversi fati minime lugendi sunt, Ampli fi- 
catto — In lezabellis morie, Amplificatio — „Qui stndet optatam 
cuna contingere metam, Multa tulit fecitque pner, sudavit et 
alait^ Quantum merito hoc a Venusino Poeta dictum sit haec 
brevis narratio fidem facU — In perfidum Sinonem, Imprecano 


>) La 2*. fa pubblicata da G. B. Dalla-Vecchia (Becanad 1867) 
per le nozie del Conte Giacomo Leopardi con la Contessa Sofia Bru- 
schettì. 

e* 


XXXVI 

— Adversus Càtilmam, Ironia — Sennacherih exercitus clades, 
Amplificatió — Questm lesu Parenlum oh ejtis amissionem, 
Ampli/icatio — Hyemalis Descriptio — Agar ad Ismaelem 
inle? dumos paene morientem — Divo fraiicisco Salesio ut ani- 
mam ab illecebris iuealur , - Ohsecratio — Adami creatio — 
Ultima Mundi aetas jami jam decedens, Descriptio oratoria. 

IV. 

1810. Carmina varia — In Nativitate lesu — Un pastore 
disgraziato va al colle di S, Luca in Bologna, Canzonetta di 
G. B. Roberti tradotta in latino — Morte di Cristo^ Sonetto di 
Onofrio Minzoni tradotto in latino — Cesare al Rubicone, 
sonetto di Domenico Michelacci tradotto, in latino — In Caesaris 
sepulchrum. Epigramma — In mortem Pompeji, Epigraimna, 

V. 

Composizioni di Giacomo Leopardi per il saggio 1810. 

— Hannihal Romanis aeternum odium indicens, Prosa latina — 
Il Sacrificio di Laocoonte, Prosa italiana — La Tempesta, 
Anacreontica — 7 Filosofi e il Cane, Favola, Terzine — La 
morte di Cesare, Sonetto — // mese di Decembre, Quadro, 
Prosa italiana — In lezabellis morte. Prosa latina — Morte 
di Cristo^ Prosa italiana — In perfidum Sinonem imprecatio, 
Prosa latina — Agrippina a Nerone, Prosopopeja, Prosa ita- 
liana — Sennacherib exercitus clades. Prosa latina — Clelia 
che passa il Tevere, Endecassillabi (italiani) — La morte di 
Abele, quartine — La morte di Saulle, Canzone — Sonetti 
pastorali (d®. 5) — La Fortuna, Anacreontica — Im. Rosa, il 
Giglio e il Serpillo, Favola (in versi) — / Fringuelli, Favola 
in versi — Ai lettori. Madrigale, 


*) 11 Conte Monaldo Leopardi, che attendeva con singolare 
sollecitadine alla istituzione letteraria de' suoi figliuoli, usava ogni 
anno cimentarne il profitto con pubblici Saggi, mandandone attorno 
i Manifesti stampati, alcuni* de* quali sono tuttavia conservati nella 
domestica Biblioteca. Sotto tale riguardo certo Monaldo non fu indegno 
di tanto figlio, secondo che troppo generalmente afferma Aristide 
Baragiola nei libro cit G. X. Filosofo poeta ecc. p. 19. 


XXXVIl 

VI. 

1810. Il BaJaamo (Poemetto in sestine, di tre Canti. 
Canto L sestine 30., Canto IL sestine 20, Canto IlL sestine 20). 

VIL 
1810. Le Notti Puniche (Canti tre in versi seiolti). 

vm. 

1810. Catone in Affrica, Poesie di Giacomo' Leopardi — 
Prefazione — Descrizione del campo di Farsaglia, Sestina — 
Viaggio di Catone, Anacreontica — Viaggio di Cesare, Quar- 
lille — Incursione fatta nel regno di Giuba, Anacreoìitica — 
Tempesta notturna, Canzone — Ritomo di Giuba, Anacreontica 

— Sacrifizio offerto dal Console Scipione, Canzone — Bat- 
taglia e Vittoria di Cescere., Sciolti — Morte di Catone, Ter- 
zine — Cesare vincitore. Sonetto. 

IX. 
1810. // Diluoio Universale, Sciolti. 

X. 

1810. Dissertazioni Accademiche di Tirso Licedio Arcade 

— Dissertazione prima sul quesito, se sia piti nocevole a 
l'uomo Tozio la fatica — Dissertano secunda, Caesarem 
Tyramnum fuisse, rationibus probatur — Dissertazione sul 
quesito, se la Logica sia necessaria allo studio della Filosofia. 

XI. 

1811. La Dimenticanza (settenari). 

Xll. 
ISll. Elogio di S. Francesco Salesio (Non autografo). 

XIII. 

1812. Pompeo in Egitto, Tragedia di Giacomo Leopardi 
(in tre atti con Prefazione e note). 


xxxvm 

« 

XIV. 

1812. Gesù Cristo s'avvia ai Golgota colla Croce (Non 
autografo). 

XV. 

1812. Dialogo filoso fico sopra un moderno libro intitolato 
,,ÀDalÌ8Ì delle idee ad uso della Gioventù dì G. C.^^ 

XVI. 

1813. Crocifissione e morte di Cristo, Discorsi di Giacomo 
Leopardi. 

XVII. 

1813. Caronazione di spine, 

XVill. 

1814. Flagellazione, Recitato il di 10, Marzo 1814. 

XIX. 

1814. Condanna e viaggio del Redentore al Calvario, 
Ragionamento di Giacomo Leopardi Confallonieri recitato nella 
Congregazione dei nobili di Recanati la sera del quinto Gio- 
vedì di Quaresima, 24, Marzo 1814, 

XX. 1) 

Componimenti poetici di Giacomo Leopardi Parti V. 

Parte L (manca). 

Parte IL Cesare vincitore. Sonetto — À favore del GcUto 
e del Cane. (Endecassillabi rimati a due) — Il Sole e la 
Luna, Favola, (Terzine) — L'Asino e la Pecora, (Ottonari ri- 
mati a due) — L'uccello, Favola — La spelonca. Idillio, 

Parte III. UAmiciziay Idillio — La Liberta Latina difesa 
sulle mura del Campidoglio (Ottave). 

Parte IV. / Re Magi, Poemetto (in versi sciolti). 

Parte V. Seguito dei Re Magi — Traduzione delV Elegia 
settima del Libro P dei Tristi di P. Ovidio Nasone (in metro 
Petrarchesco) — Traduzione di un Epigramma francese in 
morte di Federico II. Re di Prussia, 


') Questo e ^11 altri mss. che seguono non hanno data. 


XXX IX 

XXI. 

Dissertazioìie sul quesito, se sia più utile all' uomo la 
ricchezza o la povertà. 

XXII. 
Descrizione di un incendio. 

XXUL 
V Amicizia, . 

XXIV. 
Morte di Cristo, 

XXV. 

Agrippiìia a Nerone, Prosopopeja. 

XXVL 

Quanto la buona educazione sia da preferirsi ad ogni 
altro studio. 

XXVIL 

/ pastori che scambiévolmente s'invitano per adorare il 
mto Bambino. 

XXVIII. 

Descrizione del Sole per i suoi eletti. 

XXIX. 

// Trionfo della verità veduto in Samaria e sul Carmelo, 
dedicato alla Signora Contessa Virginia Mosca Leopardi. 

XXX. 

Sansone (Sciolti), 

XXXL 

La Libertà Latina difesa sulle mura del Campidoglio 
(Sciolti). 

xx:xiL 

),Crucifixernnt eoa in Monte coram Domino*' (Reg. lib. II, 
i cap. 21). 


XL 

XXXIIL 

Compendio di Storia Naturale (Trattati 12). 

XXXIV. 

Disseriazioni Filosofiche di Giacomo Leopardi, 

Parte prima. Dissertazione Logica — Dissertazioni meta- 
fisiche. Sopra Venie in generale — sopra i sogni — sopra 
Tanima delle bestie — sopra resistenza di un Ente supremo. 

Parte seconda. Dissertazioni Fisiche. Sopra il moto — 
sopra V attrazione — sopra la gravità — sopra l'urto de^ corpi 

— sopra t estensione. 

Parte terza. Dissertazioni Fisiche, Sopra l'Idrodinamica 

— Sopra i fluidi elastici — Sopra la luce — Sopra f Astro- 
nomia — Sopra r elettricismo. 

Parte quarta. Dissertazioni Morali. Sopra la felicità — 
Sopra la virtù morale in generale — Sopra le virtù morali 
in particolare — Sopra le virtù intellettuali — Sopra alcune 
qualità deir animo umano, che non sono ne vizj né virtù. 

Parte quinta. Dissertazioni aggiunte. Logica — Disser- 
tazione sopra la percezione, il giudizio e il raziocino — Me^ 
tafisica. Dissertazione sopra le doti dell' anima umana — 
Sopra gli attributi e la provvidenza delV Essere Supremo, 

XXXV. 

Gneo Pompeo, Giulio Cesare (Cenni biografici). 

Cotesti manoscritti del Leopardi sono di poca o ninna 
importanza y riferendosi i più alla età puerile dì lui; ed io per 
la sola ragione di soddisfare alla curiosità di un certo genere 
di lettori, ne ho trascrìtto i titoli. La parte migliore degli 
scritti inediti di Giacomo arricchisce al presente, come è noto, 
la insigne Biblioteca Nazionale di Firenze, incorporata, alquanti 
anni or sono, con la Palatina, ove già Leopoldo II. (fattone 
acquisto, con contratto vitalizio, da Luigi De Sinner) aveali 
collocati. Il Leopardi, nel 18B0, affidò in deposito al De 
Sinner la maggior parte de' suoi scritti, sotto condizione che 
questi li pubblicasse per le stampe. Tanto si ritrae dalla 


XLI 

seguente lettera di Giacomo alla sorella Paolina 0** ^^Quel 
forestiero che ha voluto V Eusebio , è un filologo tedesco , al 
quale, dopo molte sedute, ho fatto consegna formale di tutti 1 
miei Mas. filologici, appunti, note ec, cominciando dal Porphy- 
rhis. Egli, se piacerà a Dio, li redigerà e completerà e li 
&rà pubblicare in Germania; e me ne promette danari e un 
gran nome. Non potete credere quanto mi abbia consobato 
qnest' avvenimento, che per più giorni mi ha richiamato alle 
idee della mia prima gioventù, e che, piacendo a Dio, darà 
vita ed utilità a lavori immensi , eh' io già da molti anni con- 
siderava come perduti affatto, per Timpossibilità di perfezionare 
tali lavori in Italia, pel dispregio in cui sono tali studi tra noi, 
e peggio pel mìo stato fisico. Quel forestiero mi ha trombettato 
in Firenze per tesoro nascosto, per filologo superiore a tutti i 
filologi francesi (degl' italiani non si parla, ed egli vive a 
Parigi) e cosi dice di volermi trombettare per tutta Europa''. 

La condizione pertanto, che dopo lunghe sedute (cioè con 
molta prudenza e maturiti di giudizio) il Leopardi pose al De 
Sinner nel consegnargli („ho fatto formale consegna'^) i suoi 
Mss., fu che egli li dovesse pubblicare, perchè Fautore ne 
ricavasse d(Xìiari e gran nome. Ora se il De Sinner non 
osservò questa condizione (che ninno potrebbe mai pensare 
eh' ei r adempiesse con gli Excerpta ex schedis critìcis lacobi 
Leopardii comitis, inseriti da lui nel tomo terzo del Museo 
Renano^); appena 14 pagine di stampato in 8^, non sembra 
certo che a buon diritto potesse egli ritenere come cosa pro- 
pria quei Mss., non pure rifiutandosi di comunicarli al Giordani 
e al Pellegrini, i quali ne lo pregarono allorché tolsero a 
pubblicare gli Studi filologici di Giacomo^); ma pur anco 

Epistolario II. 151. 

*) Rheinisches Museum f&r phitologie herausgegében von F, G, 
Welcker nnd A. J, Piake, Bonn, 1835. Dritter Jjihrgaug, p. 1—14. 

*) y. il Proemio al terzo voi. della cit. ediz. fiorentina delle 
opere di G. L., p. IX. — Francesco De Sanctis (nel Giornale U Diritto, 
anno XXIII, vfi. 18, 19. Gennaio 1876) scusa il De Sinner di questo 
rifiuto a tal modo. ^1^ mi spiego la condotta del De Sinner, che 
gV Italiani biasimarono con troppa fretta. Egli ebbe in deposito dei 
manoBcritti di Leopardi, ma ne pubblicò appena un sunto, e quando 
Pietro Giordani pubblicò gli Studi giovanili e gli chiese copia di quei 


XLII 

vendendoli ed appropriandoBene il prezzo: che è T estremo 
segno del più sconfinato ed assoluto dominio. Cei*to da queste 
ragioni Prospero Vianì^ nel toccare delle inadempiute promesse- 
dei De Sinner, fu mosso a scrivere 0* y>Qui sopprimo nna lunga 
nota, dove entrava anche un pò* di giurisprudenza^'; alludendo 
alla differente natura giuridica del deposito e della proprietà. 

Se non che per due lettere del Leopardi al De Sinuer, le 
quali conservansi nella biblioteca. Nazionale di Firenze, e che 
testé mise a stampa T Aulurd ^) , potrebbe altri pretendere di 
scusare questo procedere del filologo tedesco. Nella prima 
di esse, che è del Decembre 1831, si legge: „Io non potrò 
mai ringraziarvi abbastanza, mio carissimo ed eccellente amico, 
di tante e tante pene, che voi vi siete date per far conoscere 
in questi infelici tempi le mie povere cose. Sarebbe impossìbile 


manoscritti, il De Sinner non volle. Parecchi dissero: è per invidia 
per appropriarsi i lavori dì Leo|)ardi; giudizio temerario che dobbiamo 
biasimare. De Sinuer non volle e disse: Non capisco la vostra 
premura, avete un grande scrittore italiano in Leopardi, e volete 
farne uno scolaro di filologia". Ma come il De Sinner poefci dire, a 
questa maniera, egli che, ricevendo già in consegna dal Leopardi tutti 
i suoi mss. filolof^ici, si era obbligato di pubblicarli in Germania, 
promettendogliene danari s un gran nome; e che avea trombettato 
Giacomo m Firenze per tesoro nascosto, per filologo superiore a 
tutti i filologi francesi, e cosi dicea di volerlo trombettare per tutta 
r Europa? Notisi in oltre che il Giordani e il Pellegrini intcndeano 
alla pubblicazione degli SUuH giovanili ìM Leopardi, degli studi, cioè, 
di uno scolaro di filologia ; tanfo che la ragione per cui il De Sinner 
ai rifiutò,- dovea anzi essere motivo a concedere, (yonsiderazionì non 
dissimili su tale proposito fece pure Bonaventura Zumbini nel suo 
'scritto critico ^Giacomo Leopardi presso i Tedeschi'^ ma poi, listam- 
patolo nei Saggi critici (Napoli IS76, p. 4> a 77), v'aggiunse nna 
lunga nota (p. 46), nella quale, disdicendo quanto prima avea detto, 
scusò, anzi lodò la condotta del De Sinner. Io non voglio discutere 
il valore di quella nota; supporrò anche che il filologo tedesco, non 
pubblicando quei mss., provvedesse alla fama del Leopardi: ma non 
concederò mai che egli potesse appropriarsi e vendere un deposito, 

') Epistolario II. 152. nota. V. pure Bouchè — Lecrercq, op 
cit, p. 231. 

') Op. cit V. il già ricordato articolo di A. De GubematÌB nella 
Nuova Antologia ecc. anno XII, seconda serie, voi. V, fase. Vili, 
Agosto 1877, pp. 94L 946. 


XLllI 

troTar peraona più zelante della mia rìpatadone, come la 
?08tra cordialità vi fa essere. Credo che sia scherzo ciò che 
?oi mi dite del testamento che avete intenzione di fare in caso 
che il Cholera invada la Francia; in ogni modo i miei mano- 
scritti a me sarebbero inutili non potendo io applicare più che 
per lo passato; e voi, se voleste morire, dovreste farne un 
legato a qualche vostro amico, dotto ed intelligente, che ne 
disponesse come credesse meglio*'. Nella seconda, che è del- 
l' Ottobre 1835, sta scritto: ,,Nella vostra amabilissima lettera 
ana cosa mi è dispiaciuta, ed è che voi desiderate eh' io 
riprenda i miei scartafacci. Prima i fiumi torneranno alle fonti, 
che io ricuperi il vigore necessario per gU studi filologici; e 
quando quest' impossibile av^venisse, le mie carte tornando 
dalie vostre nelle mie mani non farebbero che perdere". È 
dunque chiaro, affermeranno i difensorì del De Sinner, che il 
Leopardi non ne volle mai punto sapere di riprendersi i suoi 
manoscritti. Sì certo; ma non è egualmente chiaro eh' ei glieli 
donasse in proprietà: anzi è evidente il contrario. In fatti 
egli dice: „dovreste fame un legato a qualche vostro amico, 
dotto ed intelligente, che ne disponesse come credesse meglio"] 
propone cioè una sostituzione, affinchè altri possa adempiere 
le promesse non attenute dal De Sinner. Né quelle altre 
parole: ,M ^^ carte tornando dalle vostre nelle mie mani noti 
farebbero che perdere'* possono trarsi ad un significato diverso 
da quello delle precedenti; se è vero che la frase „le mie 
carte non farebbero che perdere" equivale a quest' altra, le 
mie carte non potrebbero' essere così bene da me pubblicate, 
come da voi. Ecco dunque che il Leopardi non ha mai ceduto 
m proprietà al De Sinner i suoi manoscritti; ì quali, per con- 
seguenza, egli non potea a buon diritto vendere, come fece, 
appropriandosene il prezzo. 


Allegato C. 

La seguente lettera inedita del Leopardi, ritrovata da me 
fra le earte del mio carissimo maestro D. Luigi Maria Bezzi, 
si riferisce alla onorevol menzione fatta dal Cancellieri, nella 


XLIV 

sua Dissertazione intorno agli nomini di gran memoria , dei 
Commentarii de vita et scriptis Rhetorvm quarumdam etc e 
degli attrì scritti giovanili del nostro Giacomo. 

^AU' lUmo Sig Prone Ooln|o 

n Sig'. Abate Francesco Cancellieri Roma'' 

Stimatissimo Signore. 

„Àvendò inteso, che ella si era compiaciuta di destinarmi 
in dono una sna nuovissima opera, io mi disponeva a renderle 
somme grazie di questo inaspettato favore, ed attendea con 
impazienza il libro, per gustare il piacere della sua lettura. 
Io non avrei mai osato d' imaginarmi di vedei*e in esso pai*oIa 
di me. Di gratissima sorpresa mi fu il ricevere la desiderata 
opera, ma nel trovarla accompagnata da una obbligantissima 
lettera, e nel ravvisarvi entro il mio nome, io fui confuso e 
sopraffatto di riconoscenza. Un uomo affatto sconosciuto, e 
che non può attendere una miglior sorte, vedendosi onore- 
volmente rammemorato in un* egregia opera , non può non 
concepire sentimenti di gratitudine verso il benevolo autore. 
Egli ha diritto di sperare, che il suo nome giunga alla posterità 
con quello dell' insigne scrittore che ne ha fatta menzione. 
Noi non conosceremmo Achille, se Omero non ne avesse par- 
lato; ma la immortalità del poeta garantisce quella dell' Eroe. 
Io mi veggo cosi assicurato dì vivere alla posterità nei suoi 
scritti, come i grandi uomini vivono nei propri. Ma io nomino 
Achille, e dovrei piuttosto rammentare Tersite. Non altro in 
fatti che il luogo di questo infimo Greco mi conviene nella 
sua opera, in cui infiniti esempi di prodigiosa dottrina ricercati 
con ammirabile diligenza, e verificati con esattezza geometrica 
s' incontrano ad ogni tratto. Io mi anniento nel vedermi 
innanzi a quei grandi personaggi, che abbracciavano tutto lo 
scibile colla estensione del loro sapere, e che la natura suol 
lasciare nel loro secolo senza competitore, in quella guisa che 
tolse Lucrezio dal mondo nel giorno, in cui Virgilio depose la 
pretesta , e Galilei nell' anno della nascita di Newton. Io ho 
divorato il suo libro, che non può esser letto altrjmenti, come 
il librorum heìhio, di cui ella parla. Ogni linea mi è sembrata 
preziosa, ad eccezione di quelle, in cui è fatta menzione di me. 


VL 

Non altri che il suo buon cnore potè farle dar qualche prezzo 
alle oiie tenui fatiche, che non poteano atteudere bc non di 
edser sepolte nelF obblivioue, e non altri che un insensato 
potrebbe dimenticare la gratitudine che le debbo. Frattanto 
poiché si è compiaciuta già di farmene V apertura^ desidero 
che ella mi accordi il diritto d* incommodaria ancora qualche 
rolta. Il commercio co' dotti non mi è solamente utile, ma 
necessario, ed io cercherò con ogni studio di profittare delle 
istruzioni che ne riceverò. Sommo favore mi farà ella, se 
vorrà significare ali* illustre Sig'. Cav. Akerblad i miei più vivi 
ringraziamenti per 1 esame, che ha proso cul*a di fare del mio 
librO; e .per il giudizio veramente giusto e sensato^ che non ha 
sdegnato di pronunziarne. Ella mi creda, che conserverò verso 
di lui, egualmente che verso la sua persona una gratitudine 
immortale, e desidero che la mia età possa garantirmi dal 
sospetto di simulato. Spero che ella, e Tegregio Sig^. Cav. non 
avranno a noja di esaminare similmente qualche altra debole 
produzione, che sarei in grado d' inviar loro. Il mio Sig. 
Padre, eh' ella m' impose di salutare nella sua compitissima, le 
ritorna i suoi piti distinti ossequi, e si unisce meco a renderle 
graue di ciò che ella ha voluto fare in mio favore. Se vorrà 
onorarmi dei suoi comandi, io profitterò con trasporto della 
occasione per accertarla della verità delle mie espressioni, e 
della profonda stima, con cui mi dichiaro 
Di lei stimatissimo Signore 

Recanati 15. Aprile 1815. 

Devmo Obblmo 'Servitore 
Giacomo Leopaj^i^. 


Allegato D. 

Giuseppe Antonio Vogel, nato in Altkire nelF Alsazia il 
25. Apiile 1756, resosi sacerdote, fu, nel 1789, nominato par- 
roco nel piccolo villaggio di Bber-Morchevviller. Costretto dalla 
rivoluzione francese ad abbandonare la terra natia, rifuggiossi 


IVL 

nella Svizzera, donde poi tramutatoBÌ in Italia, pose stanza in 
Fermo. Nel 1809 fa fatto canonico della Chiesa cattedrale di 
liecanati, e nel 1814 di quella di Loreto, nella quale città cessò 
di vivere il 26. Agosto 1817. Fu singolarmente amato dai 
Conte Monaldo Leopardi padre «li Giacomo, e da questo 
avuto in conto di maestro, come dimostrano alcuni accenni, 
che qua e là s'incontrano ne' suoi manoscritti, quali, per esem- 
pio, questi due „Notizìe di Vogel** (Esich. Miles. p. 71), „s'intcr- 
roghi Vogel" (ivi p. 75). Il Marchese Filippo Solari di Loreto, 
diemmì nel 1850 una lettera autografa di Giacomo al Vogel, 
la quale era tutta di materie erudite, e che duolmi non potere 
qui pubblicare, per averne smarrito la copia, che ne feci nel 
1866, quando donai l'originale ad Agostino Fischer, Inviato 
straordinario in Roma dell' infelice Massimiliano, imperatore 
del Messico. Chi desiderasse conoscere i tìtoli delle molte 
opere del Vogel, in parte stampate e in parte no, legga il 
Conieiitario storico del Marchese Filippo Raffaeli su la vita 
e su gli scritti del Cof ionico Giuseppe Antonio Vogel, pubbli- 
cato in Recanati nel 1857 in 4®. Frattanto io per dare al lettore 
un saggio della vosta dottrina e della «variata erudizione di 
Ini, pongo qni appresso alcuni brani di lettere da esso scritte 
al suddetto Marchese Filippo Solari, i quali io nel 1850 tra- 
scrissi dagli- aniografi. 


\-y 


Sig. Harchese, padrone stimo. 

„Non è dunque un gusto passeggiero quello che Ella 
esternò giorni sono per gli scavi di antichità! Quel di Valdi- 


Monaldo nella sua opera La S, Casa di Loreto, Lugano, 
V eladini, 1841, a p. 271 scrisse la seguente nota in lode del Vogel. 
„11 dottisHÌmo e religiosissimo sacerdote Giuseppe Wogel (sic) nativo 
di Altkirk nelT Alsazia e parroco nella saa patria, dovè fìiggirne per 
la rivoluzione francese, e dopo diverse vicende si rifuggiò in Recanatì. 
Qui gli fu dato nn canonicato nella Cattedrale, ma qnasi di solo onore, 
senta provvedimento di rendite, e fu con poca lode dei recanatesi, 
che un tant' uomo, cosi benevolo e benemerito delia nostra città, 
dovesse abbandonarla per non vivere di elemosina, accettando un 
canonicato con giusta provvisione nella Basilica di Loreto". 


lUL 

e^rro l'ha invogliato dì intraprenderne uno traile mine di 

Umana L'antiqaaria è uno degli atudil più 

degni delV' uomo colto. Suppongo che non vogliamo, ritor- 
nando ali' antica barbarie, limitarci alle sole arti lucrose e di 
necessità, e che quelle di diletto entrano pure nella classe de^ 
bisogni della società. Questi diletti sono essenzialmente vari!, 
secondo la diversità de^ g^nii; e conseguentemente meritano 
preferenza quelli, che maggior varietà ci offrono. La musica, 
la pittura, la poesìa sono ciascuna una specie, ristretta ad una 
sola sensezione. Ma si dia ella il piacere di entrare in un 
*naseo di antichità. Vi troverà un complesso di infinite cose, 
ciascuna delle quali può somministrare pascolo dilettevole all' 
nomo istruito. Le pitture, le statue, che vi sono, fanno di piiL 
Creano pittori e. statuarii; ed a loro dobbiamo i nostri Raffaeli, 
Michelangioli, Bramanti ecc. Cogli scavi si è disotterrata, - Tar- 
chitettura, la statuaria, la glyptica, Parte dei disegno, la mito- 
logia, Tintelligenza degli scrittori antichi. Gli scavi ci traspor- 
tano in mezzo de* Siculi, de' Piceni, de' Greci, Romani, Goti, 
Longobardi, e di quanti prima di noi vegetarono sul suolo, che 
ci alimenta: ci fan conoscere la loro industria, le loro aiiii, i 
loro divertimenti, il loro lusso. Gli scavi ci mettono sott' 
occhio la topografia tutta dell' antico e medio evo, e cosi ci 
spiegano i diplomi, e la storia sacra e profana. Anche le arti 
meccaniche guadagnano negli scavi, e si risuscitano le inven- 
zioni utili de' nostri maggiori. La morale poi e la vera asce- 
tica, dove mai parlano piÌL alto, che in mezzo ai miserabili 
resti, che per migliara di anni inosservati sotto terra giacquero ? 
Ecco il fine de' nostri immensi sforzi per la coltura degli 
spiriti, per la perfezione delle arti, per l'aumento de' nostri 
eommodi e diletti, delle nostre guerre ecc. Il Monachismo 
nacque sulle mine di Tebe. 

Ma ella non mi domanda una dissertazione sulla utilità 

degli scavi. Ella vuole una lettera didascalica sugli 

Msavi Veramente la materia è nuova, e non credo che 

sia uscito in alcuna parte del mondo un trattato scientìfico 
sogli soavi, in grazia della novità .... mi sono sforzato di 
meditare alquanto sull' oggetto. In primo luogo si vuole un 
aome all' arte, e, secondo lo stile, un nome greco. Benel la 


IIL 

chiamerò Oryttica, e la mia lettera sarà una lettera orittica. 
E siccome non si tratta dì scavare uè tesori, uè miuiere, ma 
cocci e mai*mi e mari ecc.; si vuole un' aggiunta, e Tarte sarà 
P Oryttica antiquaria, Euge! Euge! 

L' ordine esìgerebbe che qui trascrivessi la notizia di tutti 
gli scavi antiquarii, e di tutte le antichità venute di nuovo alla 
luce, cominciando dalle colonne antidiluviane, di cui parla Fla- 
vio Giuseppe, fino allo scavo di Valdicerro. Ella uou mi può 
negare, che Timpresa sarebbe molto a proposito per poter di- 
videre la lettera didascalica in più volumi, e che con un po' 
di pazienza, e coli* ajuto di molti libri giungerei a fare un' 
opera assai erudita ed interessante. Rinunziò mal volentieri 
al vantaggio, che potrei ritrarre da un ragguaglio istorìco - cri- 
tico degli scavi 

Andiamo innanzi. Parte terza. De requisiti fisici, morali 
e intellettuali, che deve avere lo scavatore. Anche questa 
parte dovrebbe empire qualche volume. 1 requisiti fisici sono 
senz' altro alcuni uomini robusti, molte pale, picconi, leve ecc.; 
i morali, l'onestà, la laboriosità ecc. Di questi in pochi capitoli 
mi spiccerei; ma i requisiti intellettuali me llercle! qui c*è da 
fare. Gli oggetti, che si propone lo scavatore sono moltiplici 
assai: fabbriche statue, pitture, gemme, medaglie, vasi ed istru- 
menti di ogni genere. Non basta di indicare gli autori, che 
trattano dì queste cose. La mia lettera didascalica deve conte- 
nere almenp le notizie indispensabili per uno scavatore, che 
voglia fare la sua figura. Dunque un ristretto di Architettura, 
un compendio di Vitruvio con alcune figure, e con molte spie- 
gazioni ed osservazioni. Per intendere le pitture e le statue, 
oltre i principj di queste arti, si richiede una cognizione della 
storia Greca e Romana, e sopra tutto della mitologia e dei riti 
sacri e profani. 1 nomi delle gemme slmparano nella minera- 
logia. Ella ben vede fin dove pai condurrà l'obbligo preciso 
di spiegare la numismatica, le figuline, e gli stromenti, sigilli, 
armi, e che so io, che si potran trovare sotto terra. Un po' 
di anatomia è indispensabile per discernere le ossa. Ma io per 
brevità mi contento di indicarle sommariamente i requisiti, e 
passo alla Parte quarta, che tratta del sito, dove si deve sca- 
vare. Qui avrebbe luogo la geogfrafia antica con tutte le disser- 


IL 

tuioni crìtiche opportune. Siamo, per esempio ; nelU Marca. 
Si guardi bene di non sbagliare^ se dovesse scavare a Capra 
montana e marìtìma, a Beregra, Novana ecc. Fissato il nome 
del InOgOy conviene osservare se si scava in città, o in cam- 
pagna. Bisogna consnltare i diplomi e i catasti antichi, perchè 
qaestì spesse volte servono di guida a ritrovare teatri, arene, 
circhi, tempi, chiese, tombe, sepolcri, bagni, strade ecc. Di cia- 
scuno poi di tali siti, e delle cose ad essi spettanti dovrei darle 
una snccinta idea. Scavandosi nelle città, si osservi che 1 
muratori nostri (che sono quasi tutti svizzeri tirolesi, o almeno 
iomCardi) hanno la maledetta usanza di gittare le più belle 
iscriùoni, statue di marmo, colonne ecc. nelle fondamenta. Da 
questa proposizione, dimostrata dalla esperienza, il savio scava- 
tore rileverà la necessità di impedire che non si fabbrichi mai 
sali' antico, e di promuovere la costruzione de' sotterranei, 
cantine, grotte ecc. In campagna aperta bisogna proporre degli 
scassi per canneto, scavi di pozzi ecc. TuttQ ciò quando il 
sito, dove si trovano le cose antiche, è indicato o da ruderi, 
ovvero da altri indizìi chiarì e certi; altrimenti bisognerebbe 
rintracciare alcuno di quegli uomini di vista acuta, i quali 
veggono gli oggetti, che sono sotto terra, nella profondità di 
sd a dodici piedi.^ Qualche autore di Fisica le potrà dare 
contezza di viste di tal fatta. Ovvero conviene procacciarsi 
un cavallo della razza di quello di Mons. Rafiaelle Fabretti, il 
quale avea Tammlrabile istinto di fermarsi in que' luoghi, dove 
eùsteva qualche anticaglia degna di osservazione. 

Segue U quinto tomo, in cui si spiega il metodo e le re- 
gole dello scavamento, perchè riesca bene. Questa ^arte sarà 
breve assai, perchè penso di dirìgerla a qualche scoprìtore di 
tesori, ai quali il metodo di scavare con buona rìuscita è assai 
Cuniliare. 

Finalmente, quando, seguendo i miei precetti, avrà scoperto 
qualche rarità, fosse un pezzo di gamba di qualche idoletto, 
una moneta intonacata di quella ruggine inimitabile, opera di 
quindici e più secoli, sebbene avesse cancellate le tracce delle 
lettere e delle figure; quando avrà raccolto qualche rottame 
di tegolo, di ferro, o di piombo. Ella da bravo antiquario dopo 
aver baciato, complimentato e ammirato abbastanza sul suo 

d 


ritorno in vita il monumento ritrovato, pensi a conservario, 
come merita y in decoroso museo. Di musei dunque sì discor- 
rerebbe nel sesto ed ultimo tomo didascalico: e questo non 
sarebbe il men curioso, perchè conterrebbe un catalogo esatto 
di tutti i musei di antichità che mai furono, ed insieme molti 
rari annedoti su i loro padroni, e le rarità in essi asservate. 
Aggiungerei un piano per la distribuzione ed ordinazione dei 
diversi pezzi, secondo la classe, a cui appartengono, ed in fine 
una tavola di approssimazione del valore dei medesimi, per 
sapersi regolare in occorrenza di acquisti, ovvero di regali da 
farsi ai contadini, muratori, ebrei ecc. 

Umana è stata fondata da queir antico popolo, di cui 
altra memoria non ci è rimasta, se non del solo nome in alcuni 
scrittori antichi '' 

Recanati 10. Novembre 1806. 

VogeL 

IL 

„. . . . Veramente pochi libri metafiscì mi piacciono, perchè 
superano Tintelligenza mia, o perchè io ho preso in avversione 
la maggior parte degli autori, i quali nel secolo decimo ottavo 
hanno fatto più strepito. In genere di metafisica, si è voluto 
fondare sopra raziocinii metafisici e la morale, e Ui legge di 
natura, e la politica; e quanti assurdi non sono stati spacciati? 
e quanti mali ... ne sono derivati alla misera umanità? Chi 
fu mai quel metafisico, che abbia fatti progressi in questo 
studio, e diretti passi nuovi verso del vero? Cosi riflette Fau- 
tore stesso delUi Dissertazione: „se in ciascuna scienza vuoisi 
una mente disciplinata e severa, un giudizio fino, un pensar 
sobrio, un definir cauto, nn intelletto sano; dalla metafiscia ciò 
ricercasi in un grado eccellente e perfetto. Qui Terrore è più 
facile, rillusion più durevole, la propugnazion più pronta, e il 
disinganno più tardo.'' Elvezius, o Rousseau, o Mably, o 
cento altri sofisti! i successi vostri han dimostrata la verità di 
queste parole d'oro. Principi! storti, definizioni oscure, conse- 
guenze contrarie alle dottrine degli uomini savii di tutti i secoli 
han trovato ingresso da per tutto, perchè inorpellate con elo- 
quenza seducente, e con un gergo filosofico nuovo, e adattato 


LI 

alle pasBÌonì domiDanti. Oli spiriti traviati, infelicemente non 
hanno il giudizio fino, la mente severa ecc., che si richiedono 
per non lasciarsi abbagliare da' sofismi Si lasciassero almeno 
ammaestrare dall' esperienza, benché congiunta con incalcola- 
bili danni della società! Ma l'esperienza illumina soltanto gli 
nomini buoni, strascinati nell' errore. Il gran numero, quel dei 
viziosi, chiude gli occhi a qual si sia lume, e si precipita, e 
trae con se il mondo, d'abisso in abisso. Questo è il frutto de' 
lavori de' nostri falsi metafisici. Il vizio prima era rozzo, e 
abbomlnevole per la sua nudità; ora si è rivestito di sofismi, 
indissolubili per 1 più. 

La vera filosofia mi sembra consistere in una logica esatta, 
nella morale la più popolare, e fondata sopra principii sempli- 
cissimi, in una fisica senza sistemi, che non contenga altro che 
osservazioni ed esperienze: si è riconosciuto che dovunque sono 
entrate le idée metafisiche, v'è entrato l'errore. Questo si veri- 
fica anche nelle matematiche miste. Si abbandonano poco a 
poco razìocinii meccanici, dinamici, idrostatici ecc., perchè por- 
tano al falso. Verità riconosciuta dal Deschales, dal Wolfio, e 
dimostrata ora dal luan ecc. 

Cosa dunque le dirò in lode della Dissertazione sulla rapi- 
dità delle idee? .... Egli (fautore della \Dissertazione) scrive 
deUa rapidità delle idee: un' idea rapida non ha senso, ma 
bensì una successione rapida d'idee, che da altri autori si chia- 
mava ricchezza, abbondanza, affluenza d'idee. Osservo ancora 
che l'autore non definisce l'idea. Ora la prende nel senso filo- 
sofico, ora, e per lo più, nel senso volgare. Una successione 
rapida d'idee nel senso filosofico costituisce quel che noi chia- , 
miamo un matto, un pazzo; ma una successione di idee nel 
senso volgare si dovrebbe chiamare piuttosto una successione 
di pensieri, di giudizii, di raziocinii. Tali sono le idee de' 
pittori, i ripieghi delle arti e delle scienze, gli espedienti e le 
pronte risoluzioni de' ministri di stato, e de' generali. A questi 
penaierì, e non alle idee, attribuisce il Wolfio, citato dall' autore 
a e® 74. la celerità • . . „celeritatem cogitationibus ecc^ Anche 
in altro luogo a e® 37. l'autore non capiva bene il Wolfio, e 
non era a giorno delle diverse specie d'idee che distingue quel 
filosofo. Le idee oscure son quelle che possiamo avere anche 

d* 


LII 

dormendo, le chiare non le abbiamo dormendo, ma le possiamo 
avere sognando: le distìnte poi non hanno luogo fuor che nella 
piena veglia. Chi dorme non ha altre idee, che oscure: chi 
sogna ne ha oscure e chiare: chi veglia ne ha delle oscure, 
delle chiare, e delle distinte, ed anche delle volte adeguate. 

La rapidità delle idee presa nel senso volgare, non è un 
soggetto nuovo, ma è noto sotto diversi nomi. Nelle lettere 
belle si chiama ingegno: nella arti liberali, abilità: nella vita 
sociale e politica, prudenza e astuzia. 

Per acquistarle si richiede un naturale felice, cioè un giu- 
dizio naturalmente retto, e di sensi ben organizzati: vi contri- 
buisce poi l'educazione e la situazione, per esempio la vita con 
uomini colti, scienziati, la vita nelle città grandi, una curiosità 
innata, una lettura vasta, un' esperienza lunga ecc. 

Dipende molto dall' associazione delle idee, che ha fornito 
materia di scrivere sopra parecchi filosofi; talmente che un 
letterato alemanno. Michele Hissmann, ci ha potuto dare una 
storia compita delle teorie sull' associazion delle idee. Dipende 
molto dalla fantasia e dall' immaginazione, materia pure ti*attata 
da molti valent* uomini in Italia ed extra. 

Molto ho ammirato le riflessioni dell' autore, che fa a 
e" 64. suir eternità beata, e sulla nullità del tempo in quello 
stato felice. Egli scrìve certamente da pensatore profondo; e 
cosi pure a c° 68., dove pruova che anche il sommo male di- 
strugge l'idea del tempo. 

Mi sarebbe permesso di dire con tutto ciò, che in que' 
raziocinii non vi è tutta la sodezza desiderabile? L'infinito 
beato, secondo l'autore, consiste in infinite cognizioni, godimenti 
ecc. Ma queste cognizioni infinite non sono coesistenti fuorché 
in Dio, e non sono infinite in se stesse, ma limitate, secondo 
la capacità del Beato. Onde tra loro si posson distinguere e 
limiti di sapere e di godimenti, e periodi, e successione, e con- 
seguentemente vi ha luogo il tempo. U raziocinio dell' autore 
non ha luogo, che in riguardo dell' eternità di Dio, il quale 
non ammettendo limiti di idee, né successione, non dà luogo 
al tempo. Cosi pure conviene ragionare del sommo male, il 
quale in se stesso non è mai infinito, perché la creatura non 
n'è capace* Tutta l'infinità de' mali, che avranno a soffrire, 


Lin 

per esempio, i dannati, consigte nella certezza, che non finiranno 
mai. Del resto quel sommo male è suscettibile di gradi, di 
?ariazione ecc.; e conseguentemente ammette il tempo. Se 
Taotore intende parlare di un male assolutamente sovrano, egli 
parla di un irco-cei-vo, di una cosa impossibile. 

Un ragionamento incauto e non logico mi pare esser quello 
della pag. 26, dove la successione delle idee si deriva dalle 
fibre del celabro mal tese ecc. Tutto quel discorso di fibre 
riguarda i sensi e le sensazioni, non già le idee, benché queste 
provenissero dai sensi. L'idea è un atto intellettuale, e perciò, 
se non vogliamo essere materialisti, la tensione delle fibre non 
ci entra. Il fatto si è, che il sistema deir anima è un paese, 
dove ogni filosofia si perde. Anche gli spiriti separati da* corpi, 
come gli angeli per esempio, debbono avere una successione 
rapidissima di idee. Eppure non han né celabro uè fibre. I 
filosofi nostri non son giunti ancora alla scienza di Socrate: 
„8cio me sentire.^ In quanti casi è questa la vera e Tunica 
scienza ! 

Aggiungerò, non per altro-, che per farle vedere che ho 
letto il suo libro attentamente, che non è giusta l'espressione 
che si truova a e®. 80: „un valentuomo che ha sulle dita le 
invenzioni di tutti 1 calcolatori, come il grand* Ortensio vi aveva 
le cause de* suoi clienti ecc^; Tespressione italiana (wer sulle 
dita indica una perfetta cognizione di qualche materia: ma 
Tespressione, che riguarda Ortensio alludeva non air intrinseco 
delle cause; ma ai gesti deir oratore, i quali consistevano in 
un giuoco incessante delle mani, e particolarmente delle dita. 

Qualche altra inesattezza si rincontra; ma ^iion ego paucis 
offendar macub's, quas humana parum cavit natura.** La Disser- 
tazione, considerata come un discorso accademico è bella, e 
merita ogni lode. Come parto filosofico, non ha Tistesso me- 
rito; le manca Tinteresse, la novità, Tordine, la chiarezza, e la 
mente disciplinata, che non ammette niente d'inesatto. L'autore, 
al parer mio, avrebbe dovuto trattare anche dei limiti della 
rapidità delle idee, perchè o non si scancellino dalla memoria, 
non ci producano confusione. Cosi avrebbe avuto occasione 
di esaminare Tattenzìone, ossia la fissazione delle idee, per con- 
ttderare e determinare i diversi rapporti, ed avrebbe resa piii 


LIV 

ntile assai la sua Dissertazione. Ci avrebbe fatto conoscere la 
stupidità, l'assorbimento, Testasi, ciò che si chiama flemma , i 
cervelli piccoli e deboli ecc.; come, dall' altra parte, la viva- 
cità dello spirito- Tingegno, la storditezza, perchè tutte queste 
cose sono connesse colla maggiore, o minore rapidità delle idee/' 
Recanati 24. Novembre 1806. 

Vogel. 

m. 

^Avea risposto alla di lei ultima una lunga invettiva contro 

i metafisici Dalle sottigliezze metafisiche io derivava i 

ridicoli sistemi de' sofisti e filosofi antichi; ne derivava quasi 
tutte le eresie antiche e moderne, gnosticismo, manicheismo, 
arianismo ecc. Sottigliezze metafisiche io appello tutti i ragio- 
namenti sopra materie astratte e spirituali, e non conosco vero 
sapere, altro che quello, che deriva dai fatti e dai risultati 
immediati dell' osservazione e dell' esperienza. I sistemi di 
Cartesio, di Wolfio, di Spinoza, di Loke, di Kant, in ultima 
analisi sono fondati sopra definizioni nuove ed arbitrarie, tolte 
le quali, i sistemi cadono: e conseguentemente tutte quelle 
contese eran guerre di parole. Così son caduti i sistemi medici 
e chimici. Cosi, appena nato e propagato con vero fanatismo, 
giù cade il Brovvnianismo , e la nuova chimica; appunto per- 
chè si vuole andare avanti con nuove definizioni e con nuove 
sottigliezze. Finalmente, come già è succeduto altre volte, sì 
ritornerà allo schietto senso comune ed alla esperienza .** 

Recanàti 12. del 1806. 

Vogel. 

IV. 

„. . . . mi faccio un dovere di rimandarlo (il libro) subito, 
rendendole mille grazie di avermi procurato col mezzo di esso 
tanti bei lumi sul Dante. Il codice di Montecassino è caduto 
in ottime mani. Siccome il medesimo somministra delle lezioni 
varianti preziose; cosi Tannotatore Enstazio Dicearcheo ce le 
communica corredate con osservazioni erudite e scritte con buon 


*) La Divina Commedia, nuovamente corretta e spiegata, Roma, 
PoggioU 1806, con una giunta di varianti tratte dal Codice di Monte 
Cassino da Eustazio Dicearcheo (Ab. Giuseppe Giustino di Costanzo). 


LV 

crìterìo. Me ne rallegro con Lei, coli' Italia e col Dante. 
Qaesti BÌ dirozza sempre più, e si rende più intelligibile. Il 
dÌYÌn Poeta merita certamente che gli antiquarii s'affatichino 
per luì. Sarebbe por giusto, che anche i poeti trattassero un 
po' meglio gli antiquarii. Aggiungo alcune osscrvazioncelle. ' 

Nei verso 16. del Canto VII. dell' Inferno si legge: t,coBi 
scendemmo nella quarta lacca.^ Eustazio nota che la voce 
lacca, di cui si controverte il significato, e la Crusca non lo 
decìde, viene spiegata dal suo postillatore circolo. Io penso 
fhe lacca significa lacuna. Il Dante descrìve le diverse lacune 
dell' Inferno, e nell' ultimo Canto ancora del Paradiso, recapi- 
tolando il suo memorabile viaggio, dice, v. 22: „ 

che dall' infima lacuna ecc.^ La parola lacca è passata nella 
lingua germanica (Lache), in cui significa pure lacuna. Veda 
Ella come col tedesco s'illustra il Dante! 

Canto XXV, v. 68. Sopra il nome Agìiel osserva il P. 
Lombardi, che non può essere il nome di Angelo Brunelleschi, 
come credono gli espositori. Ma io posso assicurarla, che spesse 
Yolte ho incontrato il nome Angelo scrìtto Agnelo: per esempio, 
0^1 1477. vi fu a Recanatì un pretore Pisano, il di cui nome 
BÌ leggeva scritto: „Ioannes Bernardinus de Angelis'^ ora „de 
AgnelUs.'^ Questa singolare ortografia deriva dalla pronunzia 
del gè, gù Se non erro, anche i nostri contadini dicono Agnelo, 
io luogo di Angelo. I Tedeschi poi generalmente invece di 
angeli et arcangeli, pronunziano agnoli et arcagneli. Che belle 
erudlzioni ! 

Nella nota al verso 122. del Canto XXXII. invece di „Te- 
baldellns de cambraxiis^ si legga „TebaIdellus de zambratiìs.^' 
Questa piccola correzione si ricava dagli scrittori faventini e 
bolognesi. Dalla famiglia de' Zambrasii fermatisi in Bologna, 
usci Bartolomeo vescovo di Recanati, vissuto nel 1372. 

Canto XIV del Purgatorio verso 6., dove sì ha: parlare 
a cola, il Landino e il postillatore di Montecasìno interpetrano 
„ad colnm'' (perfecte) : vale a dire, aggiunge, il nostro Eustazio, 
a coppella. A me pare che quel parlare a colo, sia lo stesso 
che parlare a punto a punto. Colutn significa punto ^' 

Recanati 24. Dicembre 1806. 

VogeL 


LVI 

V. 

,,£cco il metodo con cui crederei potesse distribniFe i suoi 
libri, metodo quanto ordinario, taoto semplice e natarale. La 
prima classe conterrebbe le belle lettere, cioè i libri spettanti 
all' educazione in generale, libri elementari di lettura, di calli- 
grafia, di pietà, grammatiche e dizionarìi in lingua volgare, 
grammatiche e dizionarìi delle lingue viventi, quelli delle lingue 
morte, latina, greca ed orientali, la grammatica esegetica cioè 
sull' arte di tradurre. Poi gli autori classici latini e greci pro- 
saici, colle loro traduzioni Indi le teorie dello stile e del 
buon gusto, i retori, gli oratori, epistolografi, dialogisti, gli 
elementi di poesia, i poeti greci, latini, italiani ecc., ed a parte 
i drammatici. Seguono i romanzi e novellieri, e finalmente, sotto 
la classe delle belle lettere, si possono mettere i libri di belle arti. 

La seconda classe contiene le scienze in due divisioni, 
cioè le scienze ed arti naturali, le scienze ed arti morali 
Nella prima divisione metto come parte preliminare i libri di 
logica, ontologìa, cosmografia e matematica pura. Siegue storia 
naturale, fisica generale, e chimica e fisica particolare; poi 
l'antrpoologia, la notomìa, fisiologìa e medicina: le arti, agricol- 
tura, economia, tecnologia, architettura, commercio, navigazione, 
arti ginnastiche e militari. 

Nella seconda divisione, come parte preliminare, psicologia, 
teologia naturale ;, poi etica, ius naturae, ius genti um, politica, 
ius civile, ius criminale. « 

La terza classe dovrebbe contenere libri teologici. 

La quarta i libri storici 

Quando non vi sono molti libri di ciascuna classe, non 
occorre di fare delle sottodivisioni, le quali diventano necessarie 
soltanto per la gran quantità di libri appartenenti al medesimo 
genere". 

Becanatì 11. Novembre 1807. 

VogeL 

YL 

„. . • . Quanto mi dispiace di non avere il Menagio, il Du 
Cangc, il Ferrari, il Martinio, il Muratori, il glossario di Spencer, 
il dizionario della lingua etrusca del Passeri, o del Lanzi ecc., 


LVII 

per rintracciare rorìgine ed il vero significato della parola 
Zibaldone! Sarebbe questo il bel mezzo di cominciare con- 
venevolmente V erudita dissertazione sopra i Zibaldoni, che ella 
da me si prometteva. Azzarderò solamente la conjettura, che 
pofsa essere nn sinonimo di Cctos scritto] e così tatto ad an 
tratto mi truovo al fine dell' opera, imperocché cosa vaole, che 
ai dica di un Caos? Veda la pittura, che ne fa Ovidio nelle 
Metamorfosi, e non mi richiegga poi né definizioni, nò coroUarii, 
né regole di un essere simile. Alcuni, invece di Zibaldone, 
dicono Taccuino, che fu il nome di un onesto stampatore veneto, 
che ci diede la bella edizione delle prose del Bembo del 1525. 
Non so perché il medesimo significhi oggi un libro di ricordi, 
di estraltì, o di pensieri sconnessi. Voltaire chiamava il suo 
Taccuino suo sotiisier, perché vi scriveva les sottises , di cui 
di tempo in tempo si occupava la sua gran mente. Sbagliò di 
dare al Taccuino un tal nome, che meglio conveniva dare aUa 
collezione delle sue opere, alia immortale- Enciclopedia, e, se 
Ella pur vuole co^ a qualunque siasi libreria. 

Or per dire qualche cosa a proposito, lo stile vuole che 
ogni letterato abbia di questi caos scritti, taccuini e sottisiers, 
ad versarla, excerpta, pugillares, comentaria ecc.; e Dio sa se 
tatti siano scritti di proprio pugno. Questi sono i magazzeni, 
da cui escono alla giornata tante belle opere in ogni genere 
dì letteratura; come dal caos sortirono tempo fa il sole la luna 
e le stelle. Quindi tutti gli autori, che hanno insegnato il 
metodo di studiare e di coropor libri, han trattato di un ar- 
ticolo tanto necessario, e si sono affaticati di inventare la 
maniera di mettere qualche ordine all' immenso magazzeno, che 
sembra non ammetterne veruno. Ho letto in patria una bella 
operetta del pio e dotto gesuita Drexelio, intitolata „Auri fedina, 
sive libellus de arte excerpendi^'. Un certo Vincenzo Piaccio, 
nomo eruditissimo , fece un grosso tomo sopra 1' arte di fare 
estratti, ed esamina criticamente tutti i sistemi e metodi pro- 
posti da altri sino all' età sua. Il gran Loke, principe de' meta- 
fisici, inventò anch' egli un metodo, che consisteva a scrivere 
dentro un libro, dal principio al fine, senz^ ordine né sistema, 
quanto pare e piace, coli' avvertenza di mettere alla testa del 
tomo un indice alfabetico del contenuto, costruito in una 


LVin 

maniera particolare, che io chiamerei puerile, se non fosse il 
metodo del gran Loke, di cui egli attesta d' essersi servito 
con gran vantaggio pel corso di venti anni. Questo metodo . . . 
potrà leggerlo nel Dizionario di Chambres, artìcolo Ricordi: 
ed un certo P. Benincasa, per benefizio de' letterati italiani, lo 
fece stampare separatamente in Pesaro. Il Zibaldone di Loke, 
secondo me, era tutto metafìsico, ed appunto perchè 1' articolo 
Materia era ivi scritto vicino ali* articolo Pensiere, io credo che 
1' uomo immortale abbia trovata la maniera di far pensare la 
materia; pruova più che' sufficiente dell'eccellenza del metodo 
da lui proposto per fare i Zibaldoni. Oli autorì tedeschi 
vogliono, che per ogni scienza si faccia un Zibaldone a parte, 
come sarebbe, ex. 'gratìa, V Enciclopedia di Padova. Un celebre 
uomo. Martino Vogelio, amburgese inventò per ciò uno sgrigno 
zìbaìdonico assai comodo. Esso era diviso in molti tiratori, 
filologico, filosofico, matematico ecc., ed in ciascun tiratore vi 
erano molte cassette e sotto divisioni. Scrivendo dunque ì 
suoi pensieri, estratti ecc. sopra tante cedolette separate, coperte 
dì lettere ecc., metteva poi ogni cosa al luogo suo, e così 
senza la minima difficoltà, e senza indice ritrovava le sue idee 
ottimamente classificate. Da questo Vogelio imparò il nostro 
Leibnizio a far zibaldoni, e scrisse le sue meditazioni e an- 
notazioni sopra cartucce volanti, delle quali, si pretende, 
esistono ancora alcuni millionì nella biblioteca, non mi ricordo 
se dì Gottinga, o di WolfenbutteL Per una fatalità deplorevole 
non usò lo sgrigno, ovvero questo si è smarrito; e i 
pensieri dell' uomo impareggiabile son ricaduti nel caos. Am- 
maestrato così dall' esperienza d' altrui. Ella adoperi lo sgrigno 
con più precauzione, perchè i posteri non abbiano a lagnarsi 
d' un caso cosi funesto . . . Quanto a me , io non faccio tante 
formalità. Imbratto i margini dei libri, quando sono miei, e gli 
ìnterstizìi delle linee e de', paragrafi colle mie annotazioni; e 
così ogni cosa sta al suo luogo. Gli estratti poi li scrivo 
senz' alcun metodo né indice, e perciò bene spesso, per ritrovare 
qualche notarella, debbo perdere giornate intere, mettendo 
sotto sopra tutto quanto il mio apparato. Ella ben vede che 
il mio metodo non può esigere la preferenza a confronto di 
quelli altri citati da me. Le confesso che dopo avermi il vento 


LIX 

portato via il magazzeno di carte, da me coetmito con fatica 
di tanti anni, non mi è bastato V animo di fabbricarne un altro 
con nuovi materiali, e dietro un nuovo disegno. Venendo 
dunque alla conclusione, se vuole che io le suggerisca un' 
metodo y che possa seguire da questi suoi verdi anni fino al 
termine della carriera, desidererei che si tenesse in ogni 
materia, che sarà per abbracciare, qualche compendio ben 
metodico, il quale poi, dopo averlo studiato, le servisse per 
sempre di guida. Si fanno legare questi libri elementari con 
carta bianca tra ogni due pagine. I suoi estratti poi, ò zi- 
baldoni, consistano in tanti codici numerati e cartolati, senza 
osservare altrimenti alcun sistema, se non in quanto a lei pare 
senza grande attenzione^ purché segui nel libro elementare 
sulla carta bianca di contro al luogo, dove si parla della stessa 
materia, il numero del zibaldone, che vi abbia relazione: per 
esempio, Cod. XV. pag. 83, ovvero il giornale, la raccolta, o 
l' autore , dove quella tal materia sia trattata più ampiamente, 
dilucidata, ovvero accresciuta di nuove osservazioni. Negli 
zibaldoni noii trascriva mai niente dai libri della propria libre- 
ria, che questo è perdita di tempo. Ella osserverà, che con 
questo metodo nissun altro potrà far uso de' suoi lavori, se 
non possiede e il libro elementare ed i zibaldoni; e che volendo 
(ar uso Ella o di altro esemplare del compendio, ovvero di 
altro autore, sarà facilissimo di tr<asGrivere in esso al luogo 
convenevole quanto avrà segnato sulle parte bianche. Questo 
metodo, seguitato da molti uomini dotti, mi pare preferibile 
assai all' indice B, a, e, i, o, u, 6, a, e, i, o, u, del Loke, e 
rappresenterà in qualche modo lo scrigno zibaldonico, talmente 
che, volendo scrivere di qualche materia, troverà al posto suo 
gli autori e i codici suoi indicati con brevi note, onde non 
aver lungo tempo a cercare. Quanto materiale potrà raccogliere 
se Dio, come Le auguro, le concede una lunga vita, una 
durevole salute, e abbondanza di buoni libri! 1 Bollandisti 
aveano distribuito tante cassette, quanti sono i giorni dell' anno, 
tatto air intorno della vassistima loro libreria, ed in queste 
cassette riponevano delle note de' libri , manoscritti ecc. , dove 
di dascun dei santi si trattava; vi riponevano le osservazioni, 
dissertazioni, che di tempo in tempo andavano facendo. Così 


LX 

da 150. e più anni avevano continuato a Bpogliare la loro 
biblioteca e i libri , che venivano alla Ince. Onde in quelle 
cassette ai trovava poi preparato un' abbondantiBsimo materiale 
non solamente per continuare quell' erculea impresa, ma per 
supplire i tomi usciti nel principio , quando le cassette non 
erano ancora ben fornite. Il metodo accennato^ tenuto costan- 
temente e per molti anni, ci spiega come alcuni eruditi han 
potuto in breve tempo dare alla luce molti volumi sopr^ 
materie anche disparate. Quando la dispensa non manca dì 
niente, il cuoco non mai è imbarazzato .....'' 
Becanatì 7. Novembre 1807. 

VogeL 

VIL 

„Nella di Lei ultima mi dimandò un metodo di studiare 
la geografia. L' abate Lenglet di Fresnoy ne stampò uno in 
non so quanti volumi Ma io suppongo che Ella ne sappia 
quanto basta. Se volesse avere una ripetizione de* principii, 
potrà leggere il Trattato del globo di Maclot, e la Grammatica 
geografica del Gordon, oppure il primo tomo del Busching; e 
non si vuole altro di più, se non che leggendo l' istoria e gli 
avvisi pubblici, si dia la pena di cercare sulla carta i paesi, 
di cui si parla. La geografia è una di quelle scienze, di eui 
poche persone fan professione, ma che non debbono essere del 
tutto straniere a chiunque si diletta di letteratura^. 

Recanatì 24. Dicembre 1807. 

VogeL 

vm. 

„. . • Verrò immediatamente a godere con Lei del Cid e 
di Zaira, e dire un poco di bene e molte male de* sofisti, e 
sopra tutto dell' economista Genovesi , autore infiammato del 
desiderio di farsi nome, e datosi in preda^ a tutte le mode e 
novità del tempo, motivo per cui la sua filosofia, che è quel 
che fece di meglio, non è altro, che una copia de* nostri Wol- 
fiani, Baumgarten, Bauroaissero, e di alcuni gesuiti tedeschi, uè 
presentemente, né allora conosciuti in Italia. 

La Teologia del Genovesi è miserabile, non avendo le 


LXI 

medesime guide. Venne poi a fare delle lezioni di economia 
civile, di eommercio e di finanze, caminando sulle tracce degli 
infiniti libri di tal genere, che hanno messo sossopra prima i 
eervelli, poi il mondo. Non vi è più dubbio, che il sistema 
de' così detti economisti, cioè la setta di Tourgot sia stato la 
causa principale delle gran disgrazie. Miseri filosofelli, vollero 
trattare il genere umano da marionette, ingerirsi a regolare 
l'educazione, e l'uomo intero sin dopo la morte; e sempre 
secondo i loro capricci e spirito di novità e^ di contradizione 
alle cose sussistenti^. 

Recanati 13. Gennaro 1808. 

Vogel. 

* - 

IX. 

n* ... Si propone di fare uno studio profondo della giuris 
prudenza generale. Io poi non posso dissimularle, che non mi 
piace^ eh' EUa s ingolfi di nuovo nelle sottigliezze interminabili 
di quello studio. Che importa quali siano i principii del gius, 
le basi de' governi, i diritti del sovrano e dei popoli? Il ma- 
tematico fa i suoi calcoli, senza definire uno, due, tre ecc. 
Noi non abbiamo a creare nuovi corpi politici; dobbiamo servire 
quello, di cui siamo membri. Inutili sono dunque per la prattìca 
tutte quelle speculazioni Non fossero esse anche pericolose! 
Dacché gli studii di gius naturale e publico sono stati introdotti 
nelle scuole, han fatto che ognuno ormai si costituisce censore 
e giudice sovrano della legislazione, lusingando l' amor proprio, 
la superbia e la curiosità; laddove per i nostri maggiori lo 
spirito delle leggi era un santuario^ inaccessibile, come di fatti 
lo dovrebbe essere per uno stuolo di gente leggiera, imprudente, 
temeraria, appassionata e ignorante. Ora quelli, che aveano 
da esser notari, avvocati e giudici ed amministratori, escono 
dalle scuole tanti Soloni, quanto periti nella legislazione del* 
l'universo; altrettanto ignoranti nelle leggi della patria, nella 
prattica e consuetudine e nello stile degli affari, disprezzatori 
arroganti delle medesime, e novatori di professione. Questa 
disposizione degli animi è stata osservata sin da principio ne' dis- 
cepoli dì Puffendorfio e di Cristiano Thommasio, e poi de' loro 
successori sino a Ifirabean, Mauvillien, Boehmer e compagni. 


LXII 

Siamo sul bel principio, mi dirà Ella, alla solita cantilena, 
alle declamazioni contro T abuso che si è fatto di una scienza 
nobilissima e pregievolìssima. Ma non si può troppo screditare 
gli scogli, che han fatto naufragare tanti miserabili 

Il fatto si è, che i prlncipii del Puffendorfio e le sue 
definizioni sono per lo più oscure, e sofistici i raziocinii. il 
fine primario di lui e de' suoi seguaci, che per un secolo in 
circa, non sono stati altri che protestanti, è stato di introdurre 
nel gius i loro dommì particolari sulla Chiesa^ la tolleranza, il 
celibato, V usura' ecc.; e non potendo confatare i cattolici col- 
r autorità della sérìttura e de' Padri, hanno immaginato di 
opporre ai decreti de' Pontefici ed all' insegnamento de' Dottori 
della Chiesa l' insuperabile jus naturae. Dopo tante dispute e 
tanti voluminosi libri sopra questo gius, siamo giunti finalmente 
a riconoscere Dio per il necessario legislatore, e i doveri verso 
Dio, noi stessi ed il prossimo per i capi di tutta quella dottrina. 
Tantae tnolis crai tornare al catechismo ed alla dottrina del 
Decalogo. In quanto allo sviluppo, lo troviamo nei nostri 
teologi e moralisti Se si levasse al Suarez, al Molina ^ al 
Lessio la ruggine del loro secolo, vestiti alla moda, quante 
migliara di miglio lascerebbero indietro tutti que' sapienti 
, giusnaturalisti. 

Mi sono sfogato abbastanze. Passo a dire, che bisognandosi 
dare qualche cosa al genio del secolo , io son di sentimento, 
che Ella si contenti del suo Genovesi. La sua opera De officiu 
mi sembra il migliore de' suoi libri. Legga poi 1' Heinneccio 
ed il Burlamaqui, e, se vuole, Spedalieri. Ho sott' occhi 
r Heinneccio ed il Genovesi; ebbi altre volte il Burlamaqui 
colla continuazione ed i supplementi del De felice. 

Quel che e' è in oggi di meglio è il jus naturae publicum 
di Zallìnger ex gesuita di Augusta, il quale ultimamente è stato 
chiamato a Roma a cagione degli affari ecclesiastici di Germania. 
Gli stessi protestanti riconoscono la dì lui superiorità in queste 
materie, le quali per altro sono oramai una carne rmìlies 
recocta. 

Io non so che dirle altro su questa materia. Non conosco 
il di Lei scopo. Dirò bene che la solidità della scienza consiste 
nel possesso, che si ha delie parti più particolari, che giammai 


LXIII 

• 
oe* sistemi generali si truovano trattate coir ampiessza suffi- 
ciente. Ma questo stadio così profondo richiede tutto Tuomo, 
e quasi tutta la vita. Io piuttosto m'imagino ch^EUa voglia 
rendersi abile a servire il principato. Scorrendo dunque legger- 
mente, come si è detto sopra, i principii generali, e lasciando 
da parte tutti i sognatori politici, cioè non solamente i Fiatoni, 
Tommasi Mori, gli Haller ed i Mercier, ma 1 Rousseau ancora, 

• 

i Mably ecc.; studierei la politica speciale, o per meglio dire, 
qualche parte di essa. Qualunque sia il sistema, che deriva 
dal gius universale, e qualunque sia la forma del governo, si 
vuole per la società giustizia, polizia e finanze. I ministeri di 
guerre e degli affari esteri non richiedono altro che l'abilità 
dello stile, gran quadratura di mente e Tesperienza. Uno spi- 
rito metodico, applicazione, gran desiderio di fare il bene, la 
conoscenza delle diverse classi della società, dello stato, in cui 
viviamo, e degli stati vicini, e della loro storia sono essenziali 
in ogni dipartimento. Rispetto per li stabilimenti ricevuti, e 
per i diritti altrui, prudenza nel riformare, e gran maturità di 
riflesaioni neU' innovare. Ciascun dipartimento rinchiude un' 
infinità di oggetti; ciascuno esige grandissimi 4umi. Felice il 
nfinistro, che sa classificare le materie di sua ispezione, affidarsi 
a' subalterni, che le posseggono, ciascuno Ja parte sua, per- 
fettamente, e che sa seguire poi ed esaminare la loro condotta! 

Parliamo della giustizia („rìsum teneatìs, amici !'0 e Par- 
tiamo di quella dello stato pontificio. Vediamo che tanto la 
legislazione, come la giusdipenza sono sistemi antichi, rivonosi 
in parte, e che uniscono la sodezza de' fondamenti e la maestà, 
co' danni, che reca il tempo. 

Le leggi Romane e Canoniche in molti punti non sono 
più applicabili; in altri punti tacciono. Che fare allora? Si 
litiga, e poi la Rota decide ad arbitrio suo. La sua decisione 
serve di norma, sinché esca una decisione contraria. Ma e 
perchè condannare le partì a rovinarsi, e a tormentarsi per 
molti anni, per un gius equivoco? Perchè, formatosi il caso 
teorico, e trovandosi /che la legge non lo decide, perchè il re- 
gnante allora non fa un decreto normale, come fecero gl'impe- 
ratori e pontefici romani antichi? Con queste decisioni, uscite 
occasionalmente, si son formate le Pandette, il Codice ecc. e le 


Decretati. Di tempo in tempo de' nuovi Trebonianì possono 
formare, sui metodo dì Domat ecc., dei corpi di leggi emanate 
cosi da' sovrani, omettendo le invecchiate, le contradittorie. 
Così si praticava in riguardo degli Statuti, alcuni de' quali 
contengono una legislazione assai sistematica e buona. Così 
non si adatterebbe uu Codice Napolioneo come una medesima 
scarpa a tutti i piedi: ma ogni popolo, ogni secolo avrebbe le 
leggi le più adattate. 

Vi sarebbe piuttosto a temere la moltiplicità, o, per meglio 
dire, la minuziosità delle leggi. Giuseppe U. con leggi rego- 
lava sino alla maniera d'insegnare l'a. b. e 

l legislatori presenti francesi ed italiani presentano lo 
stesso spettacolo. Ne nascerà o una vera schiavitù, o l'anar- 
chia. 11 Barone di Dusberg, in oggi prìncipe primate, stampò 
nel 1794. un' operetta, in cui disamina: quali esser debbano i 
limiti , dentro i quali lo stato debba agire su i suoi membri. 
Sarebbe bene, che un figliuolo non cadesse mai, ma qnal è il 
padre, o madre, che lo tengano sempre per la manica? Vi 
deve dunque essere una questUm precdable sopra ogni editto, 
ed articolo di editti; e se non sono necessarii, sono dannosi. 

Passo ai corpi giudiciarii. All' esecuzion delle leggi vi sono 
i governatori, le Rote, le Segnature, l'Uditor Santissimo. Io non 
sono pratico di tali cose, ed ho presente la regola di Cicerone: 
„Noli esse curiosns in aliena Republica^; mi pare però di avere 
osservato e inteso dire, che si può tornare non so quante volte in 
Rota, e poi in altri tribunali, che 1®. si agisce, V. gr., caram tribus, 
poi coram quatuor, poi audiani omnes, E questi non assistono 
mai tutti, e sono troppo pochi Forse alcuni si fidano troppo 
agli ajutanti di studio. Una Rota è necessaria , o Rota si 
chiami, o Camera di appello, o Tribunal di cassazione, o altro; 
ma sembrami che deve essere sistemata alla meglio, e che 
l'istesso tribunale, che deve procedere fin dal principio che la 
^causa viene devoluta ad esso, con sufficiente numero di giudici, 
non debba pronunciare, che una sola sentenza. esiste la 
legge, e sicuramente la riconosceranno due tribunali, 1' uno 
dopo 1' altro; o non esiste, ed allora s' implora la decisione del 
principe. La Segnatura potrebbe benissimo convertirsi in tribu- 
nale di cassazione, cioè di esame delle forme osservate ne' giudizii 


LXV 

Non dirò niente sn' requisiti per esser giudice, avvoeato^ 
procuratore. Tutta Italia conosce lo stile delle presenti uni- 
venite. Da un calzolaro si richiede almeno che sappia rap- 
pescare le scarpe. 

Ma non posso, in qualità di antiquario, lasciar passare 
Bensa censura i notari, che non sanno scrivere. vergognai 
Doo troviamo protocollo, o pergamena àel secolo XIV, che non 
aia scrìtto con caratteri, per lo più, belli, o leggibili almeno, in 
eirta bella e scelta. Ed era un secolo barbaro. Se fossi 
prìncipe, i miei notarì avrebbero a scrìvere sopra una specie 
di carta prescrìtta, forte e pulita, e non eserciterebbero il 
mestiere senza averlo imparato ben bene. Vi sarebbero per 
dò delle scuole di caratterì^^ 

28. Aprile 1808. 

VogeL 

X. 

...... Legga, studi, rumini 1' ammirabil Codice Napolione, 

risultato delle meditazioni de' sapienti di tutti quanti i secoU 
trasandati. A suo tempo £Ua vedrà che le operazioni del 
Massimo, in genere di finanze, sono ugualmente la quint' essenza 
de' ritrovati di Pericle, Giulio Cesare, Augusto, Vespasiano, 
Diocleziano, Giuliano, Filippo il bello, Enrico Vili., SuUy, 
Mausfeld, Law, Necker e Calonne, ed altri bravi finanzieri. 
Non dico nulla della polizia, che non conosciamo ancora ab- 
bastanza. Io non ho 1' ardire di gracchiare dove cantano gli 
Qsignuoli'^* 

Recanati 5. Agosto 1808. 

VogeL 

XL 

„Mi piace assai, ch6 Ella voglia classificare i suoi estratti, 
e formarsi una piccola libreria zibaldonica. È questo^ il mezzo 
di cavare col tempo del profitto dalle sue letture e riflessioni, 
ehe altrimenti formeranno un vasto caos. Non si dia fastidio 
per un' esatta distribuzione de' diversi rami di erudizione. 
Queita ò cosa arbitraria; e la più semplice è la migliore. 
Onde vorr^ ohe si distaccasse dal metodo solito, sul principio. 

e 


liXVI 

Basta che non accumuli molte materie sul medesimo quinterno. 
Prenderei per regola un autore, che si sarà reso famìgliarissimo, 
come^ per esempio, nel gius di natura il Genovesi, ovvero 
l' Heinneccio; e cosi nascerebbero le rubriche: prolegomeni, 
suddivisi in istorie del gius di natura ; catalogo di autori ; 
utilità dello studiò del medesimo, e abusi, e metodo di studiare 
insegnarlo con frutto: principii, dove si metterebbe tutta la 
metafisica di questa scienza ^ i sistemi diversi, dell' obligasione, 
della coscienza ecc.; doveri verso Dio, verso se stesso , verso 
gli altri, in genere ed in ispecie; dominio, patti, et sic de 
caeteris. Accrescendosi il materiale, si possono moltiplicare le 
suddivisioni. Con questo metodo, credo che non avrà bisogno 
del quaderno pensieri diversi; perchè a ciascuno avrà trovato 
la sua nicchia propria. 

Eccole il mio albero delle scienze: tutto lo studio umano 
tende 1^ a formare la mente (pedagogia, grammatica, rettorica, 
poetica, logica, ontologia ecc.); 2^. a formare i costumi ed a 
regolare le nostre azioni (morale naturale e rivelata, giuris- 
prudenza generale e particolare, politica); 3®. a conoscere la 
natura (matematica, storia naturale, fìsica generale e chimica^ 
fisica particolare, anatomia ecc., arti, psicologia e teologia). 

La storia, ossia 1' esperienza, si divide nello stesso modo, 
la storia della mente, ossia letteraria; quella della natura: 
quella delie azioni umane; costumi politica ecc. 

Becanati 11. Febbraro 1809''. 

VogeL 

xn. 

„• . . Le rispedisco il Denina con alcune noterelle, che 
appunto ieri cominciai a fare sopra quest' autore. Già la dì 
lui Storia greca non mi avaa lasciato un gran concetto della 
sua erudizione. Egli ha una gran facilità di scrivere: ecco 
tutto il suo merito, che ha comune col rinomato autore della 
storia dell'anno. ^ Egli si approfitta della mancanza, che vi è 
in Italia, di storie moderne, prende tre, o quattro autori oltra- 
montani, ed anche italiani, scrive, scrive, e cosi escono a 
dozsena Rivoluzioni d- Italia, di Germania, di Grecia, della 
Letteratura, e che so io. Altri scrittori impiegarono trenta. 


LXVII 

quaranta anni per una sola storia; ma si lavorava per V im- 
mortalità. Nel tomo, che rimando, non saprei dire abbastanza 
quanta superficialità, quanti errori, istorici, geografici ecc. 
vi sieno, quante omissioni essenziali quante scipitezze. Questo 
però lo dico a lei, sicuro che non mi farà iapidare^^ 

VogeL 

XIII. 

„ La prego di unirvi V ultimo tomo della storia ger- 
manica del Denina; questo forse sarà piti corretto e più esatto 
delle altre sue opere, le quali, come gli altri storici del secolo 
XVUL cadente, rassomigliano assai a Floro, e niente a Polibio, 
n Denina, lettore del Re di Prussia, e poi di Bonaparte, non 
mi promette molta imparzialità^. 

1. del 1810. 

Vogel. 

XIV. 

„Con mio sommo contento ricevo la Vita dell' Alfieri; la 
sbrigherò volando, ed aspetterò il primo tomo, perchè possa 
essere a giorno di quanto riguarda questo autore originale e 
giudizioso. Le sue tragedie non mi piacquero. Per dire il 
vero, non so se ne abbia letta una sola dal principio al fine; 
ma dopo averne cominciato più volte la lettura, ributtato dal 
suo stile aspro, non ebbi V animo di continuare. Non è molto 
però, che ne lessi le Satire, e mi riconciliai coli' autore, e ne 
concepii anche grandissima stima. Egli è avaro di parole; 
prodigo di sensL Nella immensa quantità di libri, che ci op- 
prime, mi pare che il laconismo è di un gran merito. L' Alfieri 
è il Davanzatì del secol nostro : e Davaazati , . secondo me, 
sopravivrà ai Giovi, ai Guicciardini, come Giustino e Trogo 
Pompeo e Sallustio a tanti altri^ 

XV. 

„.«..£«ra poi io in istato di giudicare dell' Alfieri? penso 
ebe no. Il vero genio di un autore è dipinto più fedelmente 
selle sue opere, che non può essere in una biografia, scritta 
anche colla massima ingenuità dallo stesso autore. Io non ho 


e* 


LXVIil 

letto te Tragedie dell' Alfieri. Quanti nomini conoscono se 
stessi? e quanti hanno il coraggio di mafestarsi quali sono?* 
La nostra più grande sincerità è tìnta d' inganno, di errore e 
di ipocrisia. Ma i più incapaci di tutti di una vera cognizione 
di se stessi, dopo gV ignoranti sensuali, debbono essere (e lo 
riconosce lo stesso Alfieri) li poeti d^ immaginazioue fervida e 
di passioni più accese. Si figuri come avrebbe scritto un Tasso 
sul punto della sua donna, o il Marinf su quello de' rivali. 
11 biografo anche non volendo, si veste in gala. In altre opere 
r autore, mettendo tutti i suoi sforzi a ben vestire il suo 
lavoro, presenta se stesso en neglige, e mostra così, e senza 
avvedersene, all' osservatore le sue vere forme. Le Satire del- 
l' Alfieri, r unico di lui parto poetico da me letto, me ne sono 
una pruova. 

Alfieri, biografo, dice in ogni pagina: io sono nn gran 
poeta, e se le leggi della modestia lo permettevano, diceva in 
chiare note: sono il più gran poeta che fu mai. Tutta la mia 
gioventù, i miei amori, ì trasporti fanno vedere il mio entusiasmo 
irresistibile, il cuore indomito della sibilla virgiliana. Non 
ostante F educazione la più negletta, un' ignoranza totale della 
propria lingua e della letteratura nazionale e straniera, antica 
e moderna, la natura in un attimo mi fece poeta: fin dal 1776 
feci il Capitolo per i liberi muratori: abbozzai la Cleopatra: 
tradussi in prosa la Poetica di Orazio, ed in versi sciolti le 
Tragedie di Seneca. Questo si chiama un esser veramente 
ispirato da Apolline, ed aver bevuto nel fonte Castalio. 

Si mostrò poi T Alfieri curioso di saper la ragione della 
ruvidezza, che si rimproverava al suo stile. Ei non si ricordava 
che r oracolo Delfico dettava isuoi versi alla profetessa, seduta 
sul tripode, nel dialetto Eolico, ruvido e mezzo barbaro, e non 
già nell' armoniosa lingua attica, e meno ancora nella più 
armoniosa italica moderna, nemica giurata del concorso delle 
vocali e delle consonanti. Il Pegaso, che vola, non si cura 
de' sassi e punte di licenze poetiche, di violenti trasposizioni, 
di parole tronche ed antiquate troppo frequenti, che ad ogni 
passo insanguinano i poveri pedoni. Ma questi si desiderano 
sensi piani, che si penetrano senza studio, espressi in maniera 
non asiatica, non laconica, non enigmatica; ma elegante e no- 


LXIX 


/ • 


bile Dataralmente y e che li conducano insensibilmente ad altri 
sensi simili y il di cui bello si rilevi vie più da' dolci affetti e 
eonvenevoli al soggetto, che interessino, senza troppo comparire, 
il nostro onore. Desiderano che V autore si esprima con 
snoni, che non offendano l'orecchia coli' hiato e coli' aspro 
concorso di consonanti. Il sommo dell' arte presso gli antichi 
era nel numero, sopra di cui tanto scrìssero, e tanto si affati- 
carono. Questo credo sia tutto il segreto, che un Parinl, un 
Cesarotti seppero , ma non volbro aprire all' Alfieri Di fatti 
ana yia aspra meglio si sente, che si definisca, come avviene 
anche al suono ingrato, ed al colore, che non piace. Non 
voleano essi insegnare musica a chi co' stessi suoi dubbii e 
questioni mostrava di non aver' orecchio, e che evidentemente 
era risoluto di cantare a modo suo. 

Avrei avuto occasione di diffondermi nella mia lettera 
sul metodo seguito ne' suoi studiì nell' età più matura dall' Al- 
fieri: avrei potuto parlar di politica con lui, inveire contro il 
suo misogalatismo niente filosofico, contro altri suoi errori, 
lodare i bei tratti e ben espressi contro lo spirito di rivo- 
lozione ecc. ecc. 

Mi truovo sul tavoUno un poeta latino secentista, Odorico 
Valmarana, stampato in Bologna nel 1623., il quale scrisse in 
quindici libri una Demonamachia, piena di versi felici, e di 
idee poetiche. I sei primi libri riguardano la perdita del 
paradiso. Mi ricordai a questo proposito, che il Tiraboschi ed 
altri hanno ricercato l' origine del Paradiso perduto di Milton, 
chi nell' Angeleide, chi in un'opera drammatica dell' istesso 
tempo, veduta da Milton nel tempo, che viaggiò in Italia; 
come se un genio oltramontano fosse incapace di concepire un 
piano cosi semplice, come è quello del Pa^judiselostf senza 
aver' attinto ne' fonti del bel paese, che il mar circonda e 
r alpe. Nissuno però di questi zelanti dell' onore italico han 
conoscinto, o parlato del Valmarana. Toccherà a Lei, se di 
tal' impresa è voglioso , di mettere in chiaro giorno i furti 
felici dell' Inglese , di far conoscere il poeta Trevisano, e di 
rivendicare contro il plagiario britanno il primato patrio... 
. . . Ecco come comincia la Demonamachia 

,^ufla manus superum summo certare parenti 


LXX 

Carmen erit, totamqae genas mortale coaetam 

In caedes etc. 

Tu mihi tantarum, Michael, pars maxima rerum 

(Qnandoqnidem Phoebum etc.'' 
Non la sgomenti la barbarie di molti versi, per cui credo 
r autore sia stato consigliato di non terminare il suo poema, il 
quale non dovea finire, se non colla fine del mondo e giudizio 
estremo ; e per cui è rimasto ignoto a molti storiografi letterarii. 
Basta che possiamo scoprire che il medesimo non ta ignoto al 
Milton. L' istesso filo forse ci porterebbe a Klopstok ed a 
Gesner. Egli projettò soltanto il combattimento del Messia 
coli' Inferno, ma descrisse in libri intieri e la morte di Adamo, 
e quella di Abele. Potrà dire con verità ^in tenui labor^, ma 
poi ^at tennis non gloria'', purché' ci riesca di trovare nel 
Milton delle tracce del Valmaranir''. 

Vogel. 

XVL 

„ Traduce bene chi, accoppiando ad una perfetta 

intelligenza della lingua straniera 1' arte di scrivere eccellente- 
mente nella lingua propria, ci rende il senso dell' originale con 
tutta la precisione dell' autore, e con tutta la purità, proprietà 
ed eleganza, di cui è suscettibile la traduzione ''• 

VogeL 

XVIL 

„. . . . abbondiamo di classici maestri dell' arte poetica. 
Aristotile, Orazio, Vida, La Fontaine, Boelau ed il nostro 
Menzini, p<$r non dire dei prosaibi moderni ; ma ninno è giunto 
al grado di celebrità, che si è acquistato Orazio. Egli signo- 
reggia sul Parnaso. Ogni suo verso è legge ed assioma di 
gusto. Essi non son scolpiti in tavole di bronzo, ma non vi 
è chi non li sappia a mente, e non gli abbia in bocca quante 
volte di belle lettere si tratta. L' Arte dunque di Orazio deve 
essere studiata dalla gioventù. 

E quale è questo capo d' opera così generalmente utile, 
così universalmente applaudito? Si disputa da secoli, se abbia 
capo e piede, se sia un lavoro informe, una congerie disordinata 


LXXI 

di precetti; oppure un tutto maestrevolmente compaginato: „et 
adirne eab jadice li8 est*'. 

Certo è che ordine sistematico non vi si scorge facilmente. 
Ma pnoesi esigere da Orazio una simil pedanteria, da lui, che 
proibisce agli antori di Iliadi fatare di cominciare dagli novi 
di Leda?, da lai assaeCatto ai voli Pindarici ed alla non 
cnranza Epicurea? 

Orazio insegna ai suoi Pisoni i secreti dell'arte nell'ordine 
più opportuno per i soggetti a cui gli dirige, e per se stesso, 
cui ogni Buggezione pesa, e così con disinvoltura passa d' una 
materia all' altra; ^ars sino arte'' dice Scalìgero; e dello stasso 
sentimento è Batteux. 

Ma Orazio è un pensatore cosi fino; in tutte le sue poesie 
vi è tanta filosofia! noi disordine non entra in una mente sì 
chiara. E di fatti il celebre Hamlet, che avea molto sttidiato 
Orazio, e la di cui traduzione tedesca, come le sue lezioni 
Oraziane, sono assai rinomate di là; vi scorse un mirabile 
ordine. 

Altri con alcune trasposizioni han creduto rimediare all' im- 
maginata confustone de' versi dell' Arte poetica. Consistendo 
essa in . precetti concisi e, come appare, anche disparati, è 
suscettibile di molte e molto diverse combinazioni, conformi 
tutte a qualche sistema. Una ne immaginò Heinsio, un' altra 
fa stampata nel 1659. da un certo Gascales. Inedita è quella 
del presidente Bonhier, tanto bella e tanto naturale, secondo il 
parer dell'autore, che Orazio non potea averne immaginata 
an' altra. Abbiamo sott' occhi quella, che nel 1777. fece stam- 
pare in Roma T avr. Pietrantonio Petrìni, coiTedata di traduzione 
in rime, e di note; ed un' altra del Sig. Sautier, professore di 
belle lettere nell' università di Friburgo. La prima è più 
adattata al genio Oraziano: la seconda, ridotta in forma di un 
eompendio regolare e sistematico dell' arte poetica, sembra più 
per la gioventù; ed in questo riguardo merita la preferenza. 
Orazio scrìsse la sua Arte, qual noi V abbiamo nelle edizioni 
comuni. Non vi è autore, non vi è codice, che ci autorizzi a 
pensare diversamente. Perchè dunque sbranarlo? perchè 
travestirlo alla Gascales, alla Bonhier, alla Petrini? lo la pre- 
sento alla gioventù nella sua naturai forma; e soltanto ne 


LXXII 

Indico le varianti di qualche importanza rilevate dagli antichi 
ìsemplarì da Fea. 

Vi ho aggiunto nna tradazione prosaica: a che servirebbe 
una metrica? L' allievo deve capire il testo; e tanto conseguirà 
viemmeglio col mezzo di una versione in prosa, che unisca in 
so i pregi dell'esattezza, della brevità, della chiarezza e di 
una sufficiente eleganza. 

Alcune noterelle ed il comentario di Ramlet, da noi 
aggiustato al genio d' Italia , rischiareranno i passi più oscuri, 
e faranno osservare V ordine, che siegue Orazio, e la connessione 
de'^uoi precetti 

Verranno da noi tradotti gli elementi poetici di Sautier, 

il quale analizza Orazio, e lo riduce in sistema; o piuttosto 
daremo degli elementi nuovi, dove spiegheremo, col metodo il 
più opportuno, i principi! del bello poetico, e faremo conoscere 
le regole di ciascuna specie di componimenti, colle notizie 
letterarie de' modelli più insigni lasciatici dalla antica e dalla 
moderna età: ^Tros Rntnlusve fuit^. 

Se ritalia nostra va superba delle sue ricchezze, e se i 
giovani nostri devono conoscere, valutare ed accrescerle, sarà 
pur cosa utile assai e doverosa di non ignorare i poeti grandi 
e molti di altre coltissime nazioni 

La Republica letteraria è una ed indivisibile. L'egoismo 
nazionale, quanto è ingiusto e ridicolo, altrettanto poi nuoce a 
se stesso e si priva del tesoro comune. Amico lector vale.^ 

Vogel. 

XVUL 
,^ ...... • velut aegri somnia vanae — Fingentur species 


« 


„A Roma dunque si pensa seriamente di creare negli stati 
pontificii un nuovo sistema di cultura delle lettere, arti e scienze; 
una nuova costituzione della Republica letteraria! Voi me ne 
assicurate, e di più mi fate sperare, che questo cangiamento 
sarà degno della città madre di ogni moderna dvilizazione, 
cioè non copia delle istituzioni francesi e germaniche; ma che 
sarà fatto secondo un piano grande e nobile, e adattato ai 
bisogni ed al genio ed ai mezzi di questi popoli Io desidero 


Lxxm 

che non muichioo persone veramente illaminate, capaci di con- 
cepirlo e di esegnirio. 

Ha voi non vi contentate di aspettare^ che frutto così de- 
siderato giunga a maturità, e si produca al pnblico uso. La 
ikntaaia vostra vuol pascersi preventivamente dell' imagine, che, 
sognando, o indovinando, ve ne formate, e pretendete ancora 
di pascervi dei sogni altrui, e, quel che è più singolare, di 
quei d'un febricitante. £bbene proverò di parteciparvi i miei 
per ubbidirvi. . . . 

Morfeo dunque in una bella e lunga notte mi trasformò 
in legislatore. Dapprima egli mi comparve, come si dipinge 
nella mitologia, -figli mi fece conoscere Timperfezione, anzi la 
oallità, degli istituti letterari! dello stato Romano, e pieno di 
sdegno: È questo, esclamò, il popolo destinato a reggere „im- 
perio populoB?'' a dettare le leggi della sapienza air universo? 
ahi! ^quantum mntatus ab illo^'! Voleva dir di più, ed entrare 
nei dettagli; ma impaziente io, giacché oggi sono Numa, dissi: 
rimedierò a tanto male, e ne scancellerò la macchia infame. 

Bada bene, replicò Morfeo, che usi prudenza. Il riformare 
è un' impresa molto dilicata, e gli abusi sono talmente radicati 
per lo più, che impossibil cosa è il toglierU. U Pontefice non 
è despota, i suoi stati altro non sono, in gran parte, che il 
800 patrimonio ; ed altri un rimasuglio della republica e imperio 
Romano. Del resto han goduto sempre e godono una certa 
libertà, e fieramente più volte han difeso i così detti loro privi- 
legi. Che farai di questa nazione ambiziosa ed arrogante, se 
le tue riforme si trovassero in contradizione coi loro interessi 
privati? Vedi le università di Bologna, Perugia, Fermo, Mace- 
rata, Camerino, Urbino. Che meschinità! che degenerazione! 
1 posti dei professori altro non vi sono, che Feredità di paesani 
filiti, mezzo rovinati; e i loro laureati, gente, che ha pagata 
QDS eerta e vile finanza. I dottori stessi dell' alma Roma si 
mettono in ridicolo dovunque. 

Ma questi laureati son creati vescovi e prelati e dignità 
de' Capitoli (giacché i Canoni, che per questi posti esigono 
dottrina, ne han voluto simili testimonianze). Questi laureati 
arrivano ai posti di governatori di provincie, di presidi di tri- 
banali, di giudici, e decidono della nostra fortuna; altri dispon- 


LXXTV 

gono della nostra vita. E questi vantaggi si godono per pochi 
bajocchi. Va riforniare questo abuso. Ti provvocberai contro 
e Roma e le Repnbliche di Bologna, Perugia, Fermo ecc. e 
tutta l'imensa truppa degli interessati e degli ignoranti. 

10 non seppi replicare a Morfeo, ma, impegnato a ùlt da 
legislatore: Rispetterò, dissi, i pregiudizii, e le repnbliche con- 
serveranno le loro università; ma ti giuro pe' tuoi papaveri, 
che cesserà l'opprobrioso comercio dei Dottorati. Mi scosse al- 
quanto l'orribile giuramento, e stava per svegliarmi; ma ben 
presto mi riebbi, e continuai a sognare. 

11 nome di Dottore, dissi a Morfeo, non conviene a un 
semplice teologo, legale, medico, ovvero filosofo. Egli suppone 
un' eccellenza di sapere non comune, una cognizione profonda 
di tutte e singole le parti della rispettiva facoltà, che renda 
capace chi la possiede di servire di guida e di maestro, e di 
trasfonderla in altri. Distinguiamo dunque dall' avvocato, il 
dottore di leggi; dal medico, il dottore di medicina: e fatta 
questa distinzione passiamo a collocare la pietra fondamentale 
della nostra legislazione letteraria. Fonderemo in primo luogo 
il seminario di Dottori. 

I. Vi sarà nello stato pontificio un solo istituto universale, 
ovvero centrale, di lettere, scienze ed arti: e tale, quale, forse, 
in altro luogo non ha esistito. Vi saranno maestri, quanti 
chiede Faffiuenza de' scolari, di tutte le lingue e morte e vi- 
venti di Europa e di Asia; lettori delle opero classiche antiche 
e moderne; professori di eloquenza italiana e latina, di poesia, 
di storia universale, sacra e patria, di geografia, statistica, ar- 
cheologia, diplomatica, numismatica, matematica generale, geo- 
metria pratica, geometria sublime, mecanica, delle scienze delle 
acque, astronomia, ottica ecc., e così discorrendo, di tutte le 
parti costituenti le facoltà filosofica, medica, legale e sacra. E 
tutte queste cose s'insegneranno in tutta la estenzione, di cai 
sono suscettibili, cioè non per istradare dei tironi, ma per for- 
mare dei maestri. 

IL Questo istituto comprenderà quanto ordinariamente 
s'intende per Accademia, e per studio generale. Vi saranno 
Accademici o Dottori corrispondenti (uomini eccellenti in qual- 
siasi genere di scibile, di qualunque nazione), che eomuniohe- 


LXXV 

nnno i loro lumi e lavori; Dottori leggenti, ossia stipendiati, 
e Dottori eonscritti, i qaali con saggi non equivoci, con opere 
stampate, e per la via ordinaria, cioè di esami regolari e Innghi 
stadi!, saruino stati giudicati degni di tal titolo. 

III. Siccome ogni nomo veramente dotto potrà ottenere 
nello stadio generale il titolo di dottore, sottomettendosi alle 
prescritte pruove; così non sarà permesso in tutto lo stato pon- 
tificio, a chiunque sia, d^nsegnare publicamente , fuorché ai 
dottori accademici. 

Ed ecco tagliata la strada a non pochi patrizi Permani, 
Perugini ecc. per occupar cattedre nou proporzionate al loro 
sapere, e piuttosto botteghini. 

IV. L'istituto generale sarà diviso in facoltà, ciascuna 
delle quali avrà il suo presidente, e i suoi segretarii, e le sue 
conferenze, di cui si stamperanno gli atti. Ciascuna, per mag- 
gior comodo, avr& la sua biblioteca separata; il numero dei 
libri essendo ormai cresciuto a un segno, che necessita la se- 
parazione in classi. Llstìtuto avrà inoltre, secondo il bisogno 
di ciascuna facoltà, e teatro anatomico, e orto botanico, e museo 
di storia naturale, e museo di medaglie, iscrizioni, istromenti 
fisici ecc. Avrà una stamperia ben fornita di caratteri, anche 
esotici, che continuamente si occupi a stampare o ristampare 
i classici antichi e moderni, le opere degli accademici, un gior- 
nale letterario, e sopra tutto 1 miglior corpi di ciascuna scienza, 
per gli autori de' quali vi saranno destinati de' distinti premii. 
Questa stamperia dunque sarà Tofficlna de' libri si può dire 
proprii di questo stato, e termometro della sua coltura. 

y. L^istituto generale non è attaccato ad una sola città; 
ansi, per scansare ogni confusione e contesa, sarebbe a propo- 
sito di dividerlo. Convenienza e ragion politica esige che a 
Roma si concentri la facoltà Teologica e Politica. Ivi dunque 
ne sarà la biblioteca ad esse appartenente, e le congregazioni 
de' rispettivi dottori. In Roma saranno professori polemici di 
teologia giudaica, maomettana, delle sette orientali ed occiden- 
tali; professori delle varie parti della Scrittura sacra e della 
storia e geografia sacra antica e moderna, di liturgia e di elo- 
quenza sacra; professori di dommatica, morale e del diritto 


LXXVI 

canonico pnblico e privato : profesBori, quali li dipinsi di sopra, 
non per giovani ignoranti, ma per uomini fatti ed istruiti. 

In Roma solo s'insegneranno, oltre la giurisprudenza ordi- 
naria antica e moderna, i prìncipii generali di legislasione, Teco- 
nomia pubblica, e quanto spetta a finanze, a comercio e polizia. 

E così verrà compita, o Morfeo, una altra parte de' miei 
desiderii. A studiare il gius canonico pubblico e le scienze 
politiche non si ammetteranno se non soggetti scelti, che siano 
già dottori di una facoltà analoga, e questi si chiameranno 
aspiranti alla Prelatura. Dopo compito il corso degli studìi col 
dovuto successo, e dopo aver fatto un noviziato di due anni 
in seguito delle rispettive Congregazioni di stato, e non prima, 
e non in altro modo, saranno Prelati. Agli altri monsignori 
basterà Tonorifico titolo di chierici, accoliti, suddiaconi della 
S. R. Chiesa; ma non aspireranno uè a governi né al Cardi- 
nalato, il quale ai soli Prelati e ai soli Dottori accademici più 
insigni (quali furono un Bellarmino, un Toledo, un Tolomei, 
un Gerdil) sarà conferito de jure. 

VI. La sede delle scienze fisiche sarà Bologna. 

VII. Le lìngue e le arti belle, filosofia ed istoria s'inse- 
gneranno nell' una e nell' altra città; ed in ambedue si cree- 
ranno maestri, o dottori, delle lingue, di eloquenza e poesia, 
e disegno, architettura ecc., e di filosofia. 

VIIL Chiunque sarà eccellente in qualunque arte o scienza, 
di essa, nello studio gi*ande pontificio, sarà creato dottore, e 
potrà insegnarla o straordinariamente nello studio generale O9 o 
come professore ordinario nelle università; e godrà le premi- 
nenze, che ai rispettivi dottori verranno annesse. 

IX. Saranno esclusi dagli studii generalil soggetti immorali. 

X. Ne saranno esclusi, in riguardo delle facoltà superiori, 
quelli, che non avranno fatto con lode nelle università il corso 
ordinario degli studii, di cui ambiscono il dottorato; eccettuato 
il caso, che nello studio generalo avessero conseguita la laurea 
degli studii preliminari, che ricchi abbastanza, fossero 
provveduti di assegnamenti. 


*) In questo pérrìodo e nei susseguenti, fino a tutto il N^ X. 
non bi comprende bone la niente dello scrittore. 


Lxxvn 

XI. Non vi si prescrìve nissan tempo per consegnire la 
Iinret. Chiunque potrà dare le prescritte pmove dell' eccellenza 
del saper suo, verrà ammesso, dopo gli esami privati, agli esami 
pabblici, ed ìndi agli onori, anche non avendo studiato nell' 
aeeademia; imperciocché questa non è istituita per scoràggire 
nadustrìa privata, ma per onorare e promuovere ogni vero 
talento. 

XIL Corà non avranno a lagnarsi quelli, che, per man- 
cansa di patrimonio, non potranno frequentare le scuole pub- 
bliche, i Religiosi ecc.: giunti essi in qualunque modo alla 
perfezione del sapere, ne potranno conseguire gli onori. 

XIIL Per incoraggiare i talenti, mi dice il cuore, che 
S. S. Pio VIL accorderà dall' erario un proporzionato numero 
di stipendii, ossia assegnamenti, che si accorderanno, per con,- 
eorso, a chi vuol conseguire il dottorato in qualche scienza, o 
ebe dopo averlo conseguito lavorerà all' avanzamento della 
medesima nell' accademia. 

Le scienze sacre e di governo dovranno esser promosse 
anche con benefizii, che son fondati per il servizio della Chiesa, 
e non per servitori di chiccessia, sprovveduti di merito per lo 
più, se non affatto indegni. > 

Sarebbe impresa gloriosa del nuovo Ercole domatore de' 
mostri, se potesse estirpare gli abusi, che si rimproverano alla 
Daterìa, applicando meglio una parte de' benefizii, e conferen- 
dogli tutti con cognizione perfetta tanto delle fondazioni, che 
del merìto de' competenti. ^PlnrA parantem dicere et decla- 
mare** sulle pensioni ecc., m'interruppe Morfeo, e scotendo sde- 
gnosamente la testa, mi avverti di non divagarmi troppo ne' 
miei sogni. Hai stabilito, mi disse, uno studio generale per lo 
Btato ecclesiastico, resta che organizzi le università. 

Ohi questo oramai è facile, risposi; abbiamo provveduto 
dei dottori, ai soggetti eccellenti abbìam fornito mezzi di colti- 
rare e perfezionare ogni ramo di lettere, scienze e ai*ti, e loro 
abbiamo aperta la strada per conseguire il premio dei loro 
lavorL 

Ora pensiamo a' soggetti ordinaria Lo stato ha bisogno 
di teologi, avvocati; notarì, medici e chirurgi comuni. Non 


Lxxvin 

poBBÌamo condanDare qaeata gente a fornire dei lunghi corsi^ 
quali sono quelli dell' accademia. 

I. Vi Saranno università dovunque ora eatiatono^ a Roma 
e Bologna (oltre Taccademia), a Perugia ecc. 

II. Vi insegneranno i soli dottori accademici le facoltà 
superiori. 

III. Vi s'insegneranno le scienze senza apparato, non ne- 
cessario, di erudizieni, relativamente all' uso e pratica: per 
esempio, in teologia, la sola dommatica, ovvero catechismo 
Tridentino, una buona morale e pastorale, ed il gius canonico 
ordinario, ossia privato. 

In giurisprudenza, le sole istituzione, il codice criminale, 
e l'eloquenza, ossia stile forense per notari, procuratori ecc. 

In medicina, l'anatomia unita con una fisiologia puramente 
esperimentale e senza sistemi, e la medicina pratica seguita da 
una. clinica di alcuni anni. 

In filosofia, la logica pratica, una breve metafisica, gli ele- 
menti matematici, la fisica particolare senza sistemi, teologia 
naturale ed etica. 

Voi vi meraviglierete, Morfeo, della semplicità, alla quale 
riduco le università; ma credetemi lo faccio dietro ben mature 
riflessioni. Andate all' accademia , se volete penetrare nella 
matematica sublime, nelle teorie chimiche, nei sistemi di fisica 
generale, nei principii delle leggi e de' governi, nelle ipotesi 
medicinali, e nelle profondità della Scrittura sacra, e nelle 
sottigliezze teologiche tutte; ovvero siano queste T oggetto della 
vostra diligenza particolare, e del vostro genio. 

L'università deve formare filosofi, cioè soggetti fomiti 
delle cognizioni preliminari necessarie ad ogni letterato di 
qualunque facoltà. La filosofia ordinaria non è, come la teologia, 
la medicina ecc., il termine de' nostri studii; ella è come una 
semplice disposizione, un passaggio, nel quale non conviene 
fermarsi ad impiegare troppo tempo. 

L' università deve formare avvocati e giudici, i quali ab- 
biano a giudicare secondo le leggi, e non legislatori per crearle. 
Importa che di quelle siano informatissimi, ed abbiano 1' .abilità 
di applicarle ai casi singolari, di riferire e sviluppare le difficoltà, 
e di stendere con chiarezza, precisione e fona le ragioni dei 


LXXIX 

prò e contro. Ecco l' oggetto dell' aniversità; non il jub naturae 
et gentium, la gìurìspradenza universale, e simili teorie, in gran 
parte incerte, colie quali nelle università di Germania e Francia 
ne^li anni addietro si occupava tanto la gioventù legale, che 
ad altro non pensava sin dal primo ingresso nelle scuole giu- 
rìdiche, che a riformare le leggi esistenti, sul dettame di ima- 
gìnarii sistemi di diritto naturale, a far costituzioni di stati, 
eodìcl ecc. Morfeo, quanto male ha prodotto questa turba di 
avvocati sbarbatelli, quanto ignoranti nelle leggi che doveano 
studiare, tanto prosnntnosi ed arroganti per le sofisticherie 
filosofiche e leggi ideali? 

L' università debbono formare bravi medici pratici, i quali 
eaegniaeano nelle loro cure quanto V esperienza ci ha sinora 
inaegnato di meglio. Resterem così liberati dalli insipidi dis- 
sertatori, o, per meglio dire, ciarlatani, che ammazzano e sani 
e ammalati, e col loro gergo greco -latino- arabico -italiano, e 
colle teorie Browniane, Rasoriane, e cogli ossigeni, idrogeni, 
ed altre frascherie chimiche, che già da più dotti si disprezzano. 

lY. Si procurerà dunque che di tempo in tempo vengano 
iD luce delle istituzioni di ciascuna scienza, adattate alle 
aniversità. 

V. Proibisco severamente i cosi detti saggi, quali in un 
certo tempo erano in voga: vera peste degli studii, ne' quali 
ai prodigavano applausi a' giovani , che recitavano due o tre 
argomenti filosofici, o teologici, imparati a memoria, colle ris- 
poste a delle obbiezioni, pure concertate. Queste puerilità non 
debbono aver luogo neppure nelle infime scuole; molto meno 
in cosi dotte accademie, che si onorano coli' intervento del 
CSapo e dei principi della Chiesa. 

\L Gli esami verseranno sopra tutta quella parte delle 
istituzioni, che sarà stata spiegata nell' annuo corso, ed in fine 
sopra tutto il complesso delle medesime. 

VIL Chi soddisfarà pienamente in questi esami a giudizio 
degli esaminatori giurati, scelti dal capo della facoltà rispettiva 
secondo le regole da. stabilirsi, in numero pure da regolarsi; 
sarà regalato dei grado di Licenziato della medesima facoltà 
al fine dei corso, per cui pure si determinerà il numero degli 
anni; e dopo una pràtica di due anni subordinata ad un prò- 


LXXX 

fessore approvato ed aggregato alla facoltà, riceverà la patente, 
per cui verrà ammesso ai concorsi, dignità, onori e preminenze, 
che appartengono, secondo le antiche leggi, ai maestri e iiceu- 
zìati in teologia, legge civile e canonica, medicina, filosofia 
ed arti. 

VIIL In ogni città maggiore, in quelle dove vi è univer- 
sità, o studio generale, vi saranno uno o più ginnasi! per 
1' inseguamento delle lettere ed arti umaniori. 

IX. I ginnasii saranno divisi in sei classi, ovvero corsi 
annui, tre dei quali apparterranno ai studi grammaticali, uno a 
poesia, e due ad eloquenza e logica pratica. Vi sarà nn 
maestro di disegno, ed uno di violino e di organo. 

Le lezioni di matematica elementare saranno divise in modo 
nelle diverse classi, che in fine della rèttorìca si abbia una 
cognizione sufficientissima di aritmetica, geometria ed algebra 
comune. In ciascuna classe si farà ogni anno un corso dì 
catechismo, il quale sarà minore per le più basse, e maggiore 
per le più alte classi. 

Nelle sei classi si divideranno parimente le istituzioni 
isteriche, di geografia elementare, di geografia e storia greca 
e romana, di storia e geografia patria e di sfera. 

X. Nissun soggetto passerà da una classe all' altra, se 
non possiede interamente l'oggetto dello studio dell' anno cor- 
rente; ed in ciò non si usi nissuna misericordia dagli esami- 
natori, stabiliti come di sopra si è detto. . 

XI. Lo studio della lingua italiana preceda ed accompagni 
sempre per tutte le classi qualunque altro studio. In ogni classe 
s'impareranno a mente pezzi scelti de' nostri scrittori classici 
prosaici, e poi anche de' poeti, e nell' anno 4®, 5^, e 6^ del 
corso ginnasiale si attenderà particolarmente ad imparare a 
stendere con eleganza, proprietà e precisione nella lingua volgare. 

XIL Vi sarrano dei premi! non solamente per ogni classe 
per chi avrà fatto progressi maggiori; ma in ciascuna classe 
per ogni genere di esercizii e studi!, e per alcuni generi, che 
meritano maggiori eccitamenti, anche due o tre ; il tutto a spese 
pnbUche, che saranno cosi ottimamente impiegate. 

1 premi! consisteranno in libri di ottime edizioni, e utili 
per 11 prossimo corso annuo, elegantemente legati, e muniti 


LXXXI 

della testimonianza pubblica del dono e del merito, per cui fu 
MecHrdato: in libri che dovranno essere un ornamento perpetuo 
delta biblioteca domestica, un monumento eretto agii anni gìo> 
tuuli onorevolmente spesi, ed una spinta alla imitasione per i 
cari nipotL 

Ti sei diffuso anche troppo sopra i ginnasii; ma che dici 
della classe più numerosa del popolo? quale istruzione le de- 
stilli? Ed io, impasiente di terminare la mia legislazione, ri- 
sposi : proibisco le scuole latine ne' piccoli castelli, e le permetto 
per convenienza alla carità de' parrochi, preti e religiosi. Vi 
stabiliseo all' incontro, e ne' castelli e nelle parrocchie rurali 
più grandi, delle scuole triviali, dove altro non si ha da in- 
segnare, che a leggere, a scrivere pulitamente e correttamente, 
un po' di aritmetica, un po' di canto fermo per la parrocchia, 
e ^ dementi della Religione. 

Non sarà molto difficile di trovare dei maestri, obbligando 
a tenere queste scuole pubbliche qualche ozioso benefiziato 
rurale, scaricandolo di un numero di messe, trovandosi dovunque 
di tali benefizii. Saranno incaricati questi maestri della con- 
dotta deeente della gioventù nelle chiese, e di tutto il loro 
comportamento morale. 

Sei poco favorevole, replicò Morfeo, alla coltura del basso 
popolo, cosa che assai mi dispiace. Di £Bd;ti, risposi io, sono 
di sentimento, che il basso popolo debba avere i mezzi d' istruirsi 
per i suoi bisogni e per la sua edificazione; ma, te lo confesso, 
io desidero che la massima parte di esso non se ne approfitti, 
e non sappia né leggere né scrivere, e mi accingeva a svilup- 
pare il mio asserto; ma il Dio del sonno ne restò talmente 
incollerito, che spalancò nell'istesso momento le sue porte, e 
andarono in aria le mie leggi, la mia accademia, le mie uni- 
venuta, ginnasii e scuole triviali^. 

VogeL 

XIX. 

«....Il fondamento del progetto degli studii è di prov- 
vedere ai bisogni dello stato nella manieia più semplice, più 
eeonomica e più ragionerole. 

U popolo basso deve avere i mezzi di imparare a leggere, 

1 


Lxxxn 

scrivere e fare i conti; non 8i deve desiderare che la sua 
coltura in Italia sia così generale^ come lo fu in Francia, Ger- 
mania ecc.; molto meno, che il popolo venga forzato con mezzi 
artificiali ad istruirsi, come fece Ginseppe 11. ed altri. L'Italiano, 
sottile e sofistico, abusa più facilmente della coltura, che non 
fanno i popoli settentrionali, più flemmatici, o più ottusi; e 
perciò nella vita sociale e nel commercio generalmente nemici 
della doppiezza, del minchionare, soverchiare ed ingannare. 
L' Italiano ancora è di un carattere meno servile, e non 
vuol' essere costretto né meno ad operare per il proprio bene. 

À questo primo bisogno del popolo si provvede dunque 
con scuole elementari, nelle parrocchie, aperte a tutti, ma Ubere, 
e governate, in riguardo de' maschi, da preti; ed, in riguardo 
delle femmine, dalle maestre pie. Tutti i maestri deverebbero 
esser' incaricati della invigilanza sulla condotta morale della 
gioventù di tutta la parrocchia, tanto scolastica, che non 
scolastica, per esercitare sopra di essi la polizia correzionale, 
regolata da una specie di codice per la gioventù. 

I preti potrebbero essere benefiziati amovibili, finché abbiano 
servito almeno venti anni: saranno eletti, per concorso, da 
esaminatori nominati dal Vescovo. 

ÀI secondo bisogno del popolo, che è lo. studio delie belle 
lettere, filosofia, istoria e matematica, per prepararsi alle pro- 
fessioni letterarie di ecclesiastico, medico, notare ecc.; si prov- 
vede con ginnasii^. 

19. Ottobre 1815. VogeL 

XX, 

„. ..La ringrazio del Lanzi, ne ho letto il 2^ tomo con 
piacere, dove T autore unisce all' eiaidizione il giudizio. U 
terzo tomo poi è pieno di delirii, come il primo. La lingua 
Umbra ed Etrusca son perite per noi, se non si scuoprono 
altre tavole, altri libri; e non basta che vi si truovino alcune 
parole latine. Queste somministrano delle congetture sul con- 
tenuto, ma non l' interpretazione. Il greco poi non ci ha che 
fare, e si deve credere in questo punto a Dionisio Alicarnas- 
scuse, autor greco e buon critico, che scrìve, che gli Etruschi 
aveano una lingua propria. Egli avea ravvisato il greco nel 


LXXXIII 

latino; e perchè non V avrebbe ravvisato aoco neir Btruaco, 
se vi fosse? Ma Y autorità di Dioniso mi convince ancora 
meno, che la considerazione del testo etrusco, e delle versioni 
deU'ab. Lanzi''. - 

VogeL 

XXL 

, Cosa posso dirle a proposito dell' etrusco Vermi- 

gliolì? Io aveva un concetto più favorevole della scienza 
grammaticale etnisca de' tempi nostri. Or vedo che i lavori 
di un Lanzi non giungono a farci conoscere né meno V alfabeto 
intiero (in questo punto egli non è andato più oltre del Gori), 
e non ci danno il significato certo di una sola parola. Che 
r etimologie ebraiche , celtiche ecc. del Mazzocchi, Passeri, 
Duxandi ecc. siano inutili {difficile^ nugae)j è gran tempo che 
gli eruditi ne sono persuasi. Cosa dunque ci han giovato le 

I 

fatiche degli etruscanti moderni? A mio parere, il Sig. Vermi* 
gUolì, e cosi altri, invece di darci spiegazioni aeree e manifesta- 
mente forzate, anzi spesse volte contradittorie ; farebbero meglio 
di darci una semplice raccolta delle iscrizioni, che si van 
scoprendo; lasciando ai posteri il pensiero di capirle, quando 
eoo maggiore copia d' iscrizioni, che usciranno col tempo alU 
luce, r impresa sarà più facile. Non è che io disapprovi 
assolutamente gli sforzi de' Vermiglioli ecc.; ma vorrei che se 
li tenessero per loro, e non volessero moltiplicare, colle loro 
conjetture e dicerie, le seccature al mondo letterato. Tanto 
cosà in generale. In particolare poi le dirò soltanto che 1' au- 
tore non è costante nemmeno nel leggere 1' etrusco: per esempio 
la lettera M, che egli le mille volte legge M, egli vuole, dove 
così gli viene in acconcio, che si debba leggere S: variazione 
opposta al senso comune, secondo il quale le lettere debbono 
avere ciascuna un determinato suono, per cui esprimere sono 
state inventate. 

Il Sig. Abb. Preda, meglio di me. Le dirà, che i testi greci 
sono stampati pessimamente dal Baudel. L' istesso si può dire 
de' latini; e poi possiam fidarci della sua esattezza nell'etrusco? 

Nel ragionamento suU' origine di Perugia, e venuta degli 
Etruschi in Italia» ella riconoscerà fertilmente de' raziocinii falsi, 

f 


LXXXIV 

prodotti dair autore per spalleggiare la sua nnova ipotesi ^el- 
i' origine greea di quella lingua. Veda la storta interpretazione 
di un passo di Appiano, pag. 42, con cui vuol provare che 
Perugia sia stata fabbricata dopo la guerra di Troia da eerti 
Tirreni venuti in Italia la seconda volta; laddove il citato 
autore chiaramente dice che Perusia èv tatg JCQcircug óvcióexa 
otóXsCtv Iv ìtaXla yevécd'ai. Or tutti gli autori son d* accordo 
che quelle prime 12 città furono fabbricate dai Lidii, popoli 
barbari, e non da' Pelasghi. 

Convengo che i monumenti etruschi hanno del greco. Ma 
chi poi saprà ridirci di qual' antichità essi siano ? Quanto a me, 
son persuaso che i vasi etruschi, le iscrizioni etrusche sepolcrali, 
quali sono quasi tutte quelle, che ci dà il Vermiglioli, siano di 
tempi bassi, cioè del secolo cristiano 2^, 3® e 4^, e piene di 
spropositi etruschi, come le iscrizioni sepolcrali latine dello 
stesso tempo son pieno di solecismi e di barbarismi latini. 
' Appunto nel tempo degli Antonini ecc. regnava la manìa delle 
iscrizioni, con cui volevano immoilalarsi quelle popolazioni di 
schiavi e libertini, succeduti agli italiani antichi ed ai romani 
nel possesso di queste contrade. Potrei diffondermi sopra 
questo oggetto, ed allora le direi ancora il mio sospetto, che 
anche le celebri tavole Eugubine possano essere del 4®, 5^, 
ed anche 6^ secolo cristiano. Ma questa eresia sia detta cosi 
di volo. 

Più del 1® tomo del Vermiglioli, mi piace il 2^, dove ho 
trovato un' erudizione più soda e più ragionevole. Non vi 
farò altra critica, se non che a pag. 272. V autore spiega tanto 
male una iscrizione, per altro chiarissima ed ovvia; che mi 
pare abbia scritto la sua spiegazione sonnacchiando, o che non 
sia di Vermiglioli. Le parole afillo nepoti" vanno coi nomi 
immediatamente precedenti , e non con quelli che seguono .... 
nelle linee abrase dovea stare il nome di Settimio Gota, ucciso 
dal fratello Caracalla, il qual poi anche ne fece abolire la 
memoria, e cancellare il nome nelle iscrizioni. Alla pag. 293 
vi è questo strafalcione, di leggere IMP . SOCIO . GETA. 

Ecco quanto in fretta le posso dire sul Vermiglioli, per 
cui le ripeto i miei ringraziamenti di avermene procurata T oc- 
casione di poterlo leggere. Non dubito che queir autore, con 


LXXXV 

qaelU sua vasta ern^izione, col ano entusiasmo per le antichità, 
e coU^ indefessa saa applicazione , unita a quelli inapprezzabili 
ajatì di una fortuna sufficiente, di amici letterati e di biblioteche 
e musei; non arrivi assai vicino al non plus ultra di questi 
stadii**. 

• Vogel. 

XXIL 

„ Quanto all' opinione del Sig. Ciampi circa 1' antichità 
della lingua italiana, non è punto nuova. Chiunque ha letto 
carte e diplomi antichi, vi ha ravvisato in primo luogo un 
latino barbaro e bene spesso delle frasi intiere di italiano 
moderno. Ella si compiaccia di leggere i Documenti Farfensi, 
pabblicati dai PP. Galletti e Fatteschi, del secolo 8 S 9 <>, 10 ecc., 
molte carte di que' tempi date in luce dall' Ughelli , Muratori, 
conte Fantuzzi e dagli autori di storie municipali. Apro il 
libro del canonico Catalani „De Ecclesia Firmana*', e trovo a 
pag. 319., in earte del 995 i confini della coi*te o distretto di 
Posole: ftM, campo de mezo, da pede, ipso, mimsterio, de valle^ 
e pia sotto: da capo rigo, qui dicitur ftuvio..,ab uno lato 
rivo Tronta, ab alio lato rigo qui dicitur r agnolo] e cosi in- 
finite altre carte, il di cui contesto è latino con frasi italiane 
intersiato. Ciò che pruova, che già esisteva la lingua volgare. 
I solecismi e barbarismi, di cui son pieni gli atti degli antichi 
notar! , han fatto credere a italiani ignoranti, che tal fosse il 
linguaggio usuale di quei tempi. Ma tal fu lo stile dei notarì 
anche in Germania, Inghiltera, Daniiìiarca, Svizzera ecc., senza 
che nissuno si sìa immaginato presso gli antichi germani, in- 
glesi ecc., che tal latino barbaro sia stato usuale. Essi erano 
costretti dair uso del foro a stendere i loro istromenti in latino, 
e, poveretti, non vi furono a tempi loro maestri per insegnarlo. 
Lo impararono dunque per la pratica, e imitando bene e male 
i modelli dei loro predecessori immediati, ignoranti a poco di 
presso quanto lo erano 'essi medesimi. Che diranno i nostri 
posteri delle formolo e stile latino dei notari del tempo nostro? 
Sono essi contemporanei dei Sadoleti, Mureti, Facciolati ecc.? 
3ono essi italiani? 

Ma per indagare Y origine del volgare italiano non abbiam 


LXXXVI 

« 

bisogno di archiyii e di ricerche diplomatiche: basta di studiare 
la grammatica e di osservare la forma e la particolar costruzione; 
ed il primo colpo d' occhio ci scoprirà che è figlia di genitori, 
l' uno italiano per la sostanza delle parole, e 1' altro oltra- 
montano, da cui prese la forma e per così dire il genio e 
r anima. L' uso che fa degli articoli, e specialmente dell'artì- 
colo indefinito uno, ein, mann, cine, frau; le perifrasi de' pre- 
teriti per mezzo de' verbi ausiliari; alcuni preteriti che il 
Romano non conosceva {io scrissi, ho scritto); la mancanza 
dell' infinitivo passivo {amari, docert) e de' supini {dulce visu) ; 
il non avere participii che l' assoluto preterito {detto, fatto); 
l' ordine finalmente e la collocazione delle parole e delle frasi: 
non convincono essi chiunque, che il volgare nostro discende 
dai Goti e Longobardi, cioè rimonta al 5 ® e 6 ® secolo? Avvenne 
a noi qael che avvenne ai Romani in Francia ed in Ispagna: 
ivi il latino si corruppe per il commercio cogF indigeni celti ed 
Ispani, e degenerò in francese e spagnuolo. Per opera 
de' franchi, borgognoni, vandali, goti, svevi ecc. in Italia diventò 
dialetto furiano, veneto, romagnuolo, toscano, genovese, siciliano 
ecc., che si possono considerare come tante lingue a pai*te, 
sorelle del provenzale, dei patois francesi, del catalano, walaccoy 
latino de' grigioni , del romanzo castiliano e francese. È pro- 
blema insolubile, che merita gli onori della primogenitura q 
della preferenza. 

Ella avrà letto la dissertazione del Muratori sopra tal 
materia, ed anche la prefazione del Tiraboschi al Tomo terzo. 
Ma questi e gli altri loro predecessori trattarono la materia da 
antiquari. Sarebbe pregio dell' opera, se qualche filologo s' im- 
pegnasse a rintracciare nel volgare i germanismi, gotismi ecc. 
„Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor". Figli ingrati, voi 
tuttora arrossite di riconoscere i vostri maggiori, di cui, non 
dei romani, scorre in voi il sangue. 

Come il Tiraboschi dà un saggio dell' italiano , qual fu in 
uso nel secolo 13% quando nacque Dante; cosi mi cade molto 
a proposito sott' occhio un frammento di quel tempo, che 
trovai a Matelica al rovescio di una pergamena del 1256. È 
un dialogo tra Cristo e Maria. Eccolo: 


LXXXVII 


Oristo nKia per la primu peecata 
Men padre fo ordenata 
Kio fosse morta e giudicata 
Per lu prima peccatore^. 
Maria nQaesta peccata bea me costa 

Nocte di a legere qaesta emposta 
Kio vedesse la tua costa ferire 
De lanza et de bastore ecc.*' 


VogeL 


Allegato E. 


/ 


Iiettera di Giacomo Iieopardi 
Al eh. Pietro Giordani 
Sopra il Dionigi del Mai^) . 

Signore mio carissimo 

nHo ricevato il vostro libro ^\ del quale non vi ringrazierò 
adesso (perchè tutta questa «ara per ringrazìarvene) ; ma si del 
non esservi indugiato un attimo a farmelo avere, non m'avendo, 
anche nella fretta di spedirne copie qua e là, non pure dimen- 
ticato, ma avuto per da meno di nessun altro amico yostro; la 
qnal cosa m'ò argomento che non abbiate l'amicizia, mia per 
Tnltima delle vostre, e manco per la penultima. Ma per isbri- 
garmì presto, e venire a' ferri senza preamboli (perchè già 
conoscete l'animo mio), vi dirò subito le osservazioni, che mi 
8on venute fatte sopra il vostro libro; e n'ho dovuto fare age- 
volmente, perchè saprete che io era, si può dire, in assetto 
per trattare quella materia; la quale non che m'abbia dispiaciuto, 
m'è anzi grandissimamente piaciuto di vedermi levata da voi di 

Questa copia fìi tratta dalP esemplare , che conservasi nella 
biblioteea Nazionale di Firenze. 

*) Lettera di P. Giordani al Ch. Ab. G. Canova sopra il Dionigi 
trovato dal ttat- Milano 1817. 


Lxxxvin 

sotto la penna, sì per lo meglio degli altri, e sì masamamente 
per un esqaisitissimo diletto, che ho provato io confrontando 
i pensieri vostri coi pensieri miei srpra la stessa cosa, e tro- 
vandone di conformi e di simili tratto tratto. Io dunque nel 
considerare il Dionigi, noii avendo ancora vedute le osserva- 
zioni del Ciampi, uè anche sapendo ch'ei le avesse fatte, entrai 
in fortissimo sospetto che questo Compendio non fosse poi tutt' 
altro dal veduto da Fozio, e voglio dire quello, in cui lo stesso 
Dionigi ristrinse la sua istoria: perchè in verità quella maniera 
di compendiare non mi parca né degna di Dionigi, né punto 
punto tale da poterla metter d'accordo colle parole di Fosio. 
E questo sospetto prese piede e mi si radicò in mente, ma io 
non ce lo volevo, e considerando le magagnature e lagune dei 
codici, mi risolvevo che da questi non si potesse cavare idea 
netta dell' Opera. Poi lessi il libretto del Ciampi ^) , dove 
niente mi parve senza risposta, salvo una mezza faccia nel fine, 
dove si tocca quel mio sospetto, che vi sta come per di piii, 
quando tutto il resto senza troppa difficoltà si dilegua, e questa, 
secondo me, è cosa soda pur assai. Il vostro libro potete cre- 
dere che l'ho letto e riletto attentissimamente, e perchè ivi la 
questione è con infinita diligenza svolta e messa in chiarissimo 
lume, ho cominciato a considerarla più addentro che non avea 
fatto, e dopo molto pensare vi dico candidamente, perchè né 
voi siete uomo da volere che il vero vi si dissimuli, né io da 
dissimularlo, che quel maladetto sospetto m'ha pigliato più che 
mai corpo. Perocché ponete mente. Giordani mio, alle parole 
di Fozio dove descrìve il Compendio fatto da Dionigi. ^Nel 
quale (compendio) appare più di se stesso ornato, ma tolta 
via la dolcezza; e non pertanto è più utile, come quegli che 
al puro necessario si sta contento. Pare che detti leggi dal 
trono, sobrio* e conciso, e di composizione e dicitura tale, che 
manda un suono, il quale tiene piuttosto dell' aspro, se non 
ohe questo stile, che non istà male in un compendio, per un' 
intera e perfetta storia non farebbe.^ Lascio stare che se nel 


Estratto delle Osservazioni sopra la Epitome di Dionisio 
d* Alicarnasso lette in Firenze dal Prof, Ab. Sebastiano Ciampi 
Pisa 1816. 


LXXXTX 

nostro compendio non è doleesza, non è manco nell' ÌBtorìa, 
dove Fozio la trova , perchè tra questa e quella io non ci so 
▼edere differenza di stile, e voi medesimo traducendo langhi 
pesai del compendio , per provare che sono di Dionigi , avete 
inteso a mostrare la conformità dello stile, non già delle parole 
sole, che nella tradazione non si ravvisano. Questo, dico, lascio 
stare, perchè non presumo d'esser da tanto, che mi s'abbia da 
credere quando parlo di stili greci. Ma quelle parole di Fozio 
«eome quegli che al puro necessario si sta contento^, o più 
letteralmente ^che dal necessario in fuori niente tocca^, come 
si ponno salvare? 

— 0, ma non bisogna già intenderle a rigore. ^- Vera- 
mente parrebbe che si, perchè favellano molto chiaro. Pur 
voglio farvela grassa; ma non così, che se le cose non neces- 
sarie nel nostro Compendio sieno troppe, vi s'abbiano da passar 
tutte. Ora io nella sola parte stampata, fra dicerìe e fatti 
staccati e secondari, e descrizioni e digressioni, trovo tante cose 
non necessarie e fìior d'uso, anzi disdicevoli, ne' compendi, e 
alle prese col detto di Fozio; che mi par che questi avria do- 
vuto essere o cieco a non se n'accorgere, o più che negligente 
a non tenerne conto: perchè in somma, a parer mio, il neces- 
sario al filo dell' istoria nel nostro Compendio è il meno, e il 
più serve alla curiosità, e non all' utilità (alla quale sola, dice 
Fozio, che serviva il Compendìo fatto da Dionigi). Segno, se- 
condo me, evidentissimo dì quello che dirò poi. Ma il peggio 
è, che nel nostro Compendio (perchè seguirò pure a chiamarlo 
co^) tanto è lungi che v'abbia concatenazione e intreccio, e 
eontìnuata e bella progressione ne^ racconti e in tutto il resto, 
che anzi non vi si vede altro che salti, e un perpetuo balzare 
alla disperata, invece di trapassare. Risponderete subito, che 
i Codici son pieni di lagune. Dirò poi che cosa io pensi di 
qoeste lagune: ma ad ogni modo, lagune non sempre ci sono, 
salti si, perchè una cosa uè per una balza né per un lembo 
né per un filo è raccomandata a un' altra mai: e insomma si 
vede chiarissimo che allo scrittore non è pur caduto in mente 
di far che l'un capo dipendesse dall' altro. Tanto che anche 
il nostro Mai, al quale è paruto questo il compendio fatto da 
Dionigi, confessa (Disser praev. e 16. p. XKI.) che ^in tran- 


xo 

sitibns et nexibas, quam intermedia pleramqae demat, sii ali- 
quando darior Dionysias; neque magnopere laborare vìdetar, 
si quid hiulcum et quasi abruptnm relinquitur.^ Voi dite ele- 
gantissimamente (f. 118) che la nostra opera somiglia ^a corpo 
umano, che fosse passato sotto le ruote d'una gualchiera; e 
nondimeno ne' rottami delle membra stritolate rimanesse cer- 
tissimo argomento del corpo che fu, e della natura e delie 
proporzioni, che ebbe.^ Si, ma quelle membra stritolate appaiono 
manifestamente di persona grande, e non di piccola, e se ci 
ha qualche membro piccolo, è, ch'è storpiato e sformato; e non 
che sia di piccolo corpo. E voglio inferire, che i pezzi, che 
si leggono nel nostri Codici, paiono avanzi non del Compendio, 
ma dell' istoria, perchè come sono in perfetta proporzione coi 
libri di questa che sopravvivono; così non è verisimile che 
potessero capire, e non parere smisurati, ne' cinque libri, nei 
quali Dionigi ne ristrinse venti: e che i pezzi compendiati figu- 
rano malissimo tra gli altri, e sono fuori di proporzione, o com- 
pendiati rozzissimamente senz' ombra d'artifizio né di fatica; 
perchè per adocchiare il mezzo di un periodo o di un para- 
grafo di un capo, staccarne netta la posta, e questa intera 
intera trasportare nel suo scartabello come un contorno (non 
mai appiccagnolo) di quattro parole da capo e da pie, tanto 
che la s'intenda; non ci vuol arte né fatica, altro che materiale 
da scrivano. £ che quello, che c'è di compendiato, -nei nostri 
Codici, sia compendiato appunto in questa maniera alla grossa, 
voi col confronto della istoria colla parte inedita del compendio, 
e di due pezzi stampati di questo con due frammenti, l'uno 
Peiresciano e l'altro Orsiniamo, ce n'avete chiariti pienamente. 
Ora se io parlassi con uno di que' che chiamano eruditi, poco 
spererei di farmi intendere, ma parlando con un letterato, e 
di que' pochissimi, e in una parola con voi, mi bisogna poco 
più che aprir la bocca. Io dunque non so che nessuno abbia 
stabilito le regole del compendiare, fatica per lo più di scio- 
perati d'ignoranti. Ma la ragione dice da sé, che chi vuole 
per giusto motivo mettersi a questo lavoro, per ordinario odioso 
e dannoso, dee prima di tutto impadronirsi affatto della materia, 
che ha da ristringere, poi da questa tirare il succo, e fare di 
d r molto con poco (non già poco con poco), esprimere colle 


XCI 

parole proprie i detti dell' autor frao più breyemente che questi 
non fece, levar via il non necessario, correr diritto al segno, 
e soprattutto avere Tocchio che dov' e; tronca il superfluo, non 
apparisca la piaga; e però questa saldar subito con parole 
adattate, che rappicchino insieme le membra dell' opera: por 
mente che nel suo compendio non sia parte di tanta mole, che 
risalti e dia negli occhi, e si conosca trasportata da edifisio 
più vasto; e come il traduttore dee fare ogni opera di parere 
originale, così anch' egli ingegnarsi a più potere di comparire 
autore, e non compendiatore, almeno a prima giunta, e però 
sfuggir di copiare a parola a parola l'autor suo, o farlo di ra- 
rissimo, e non mai a lungo, perchè è impossibile che i pezzi 
dell' opera grande stiano in giusta proporzione nella piccola, 
come non può, chi copia un gran quadro in piccola tela, ri- 
trarre senza assurdità qualche figura della grandezza che questa 
è nell' originale. Così l'istorie di Trogo furono compendiate 
da Giustino, il cui scritto chi leggesse senza sapere che fosse 
un compendio, non così di leggieri se n'avved crebbe; così 
Lattanzio compendiò le sue Istituzioni non già copiandosi per- 
petuamente, ma ristringendo le molte parole in poche, e omet- 
tendo il non necessario. Questi si chiamano e sono compendi. 
Ma copiar sempre sempre Topera; riportarne puntualmente 
moltissimi e lunghissimi pezzi; qualcun altro tagliuzzarne; git- 
tate via il rimanente, serbarne un bocconcino ; a questo, perchè 
si capisca che cosa dica così mozzo, appiccar del proprio una 
riga di capo o di coda o dì ventre; non far differenza dal 
necessario all' inutile; andar sempre a caccia di cose in qualclie 
modo singolari, e delle principali e necessarie a mantenere il 
filo della trattazione non curarsi straccio; saltare eternamente 
di palo in frasca senza darsi un pensiero al mondo d'incollare 
un capo coir altro; questo mi par che sia storpiare e trinciare 
e smoszicare, non compendiare. E ricordandomi adesso delle 
parole di Fozio, pare a voi che si possa credere che il com- 
pendio fatto da Dionigi fosse di questa lega? vi pare che questo 
sia aver sempre Tocchio air utile, non curarsi d'altro che del 
necessario, padroneggiar la materia in guisa da somigliare ad 
un prìncipe che detti leggi ? Ma, secondo me, questo si chiama 
riceverle sempre, è voler fare tutt' altro che un compendio, è 


xcn 

insomma voler fare un Estratto, perchè già vengo a proporvi 
la mia opinione. 

Voi dite che tre differenze corrono dair Estratto al Com- 
pendio, cioè, che quello non fa conto deir ordine, e questo si; 
che quello va in cerca di qualche genere di cose solamente, 
e questo ne abbraccia tante quante l'opera principale; che 
quello copia sempre distesamente a motto a motto, e questo 
cangia, tralascia, raccorcia; ed essendo chiaro per sé che i 
nostri avanzi serbano l'ordine de' tempi e si distendono ad ogni 
materia, voi spendete la prima parte del vostro libro a provare 
che (nel modo però che sopra ho detto) cangiano, tralasciano 
e raccorciano. Ma tutto questo. Giordani mio, non fa. Voi 
sapete quanto fossero in uso presso gli antichi quelle, che i 
Greci ^Egloghe" o ^Parecbole'* o «Crcstomatie", i Latini „Ex- 
cerpta^', e noi chiamiamo „Spogli*% o con moderno yocabolo 
„EBtratti^, come più ordinariamente s'usa. E vi è pure notissimo 
che questi estratti forse più spesso che in altra guisa si faceano 
così. Qualche studioso leggendo qualche opera si facea dal 
principio a notare, per uso suo, o anche d'altrui, i passi che 
gli pareano più osservabili, talora copiando per disteso, talora 
grossamente ristringendo, o per iscausar la fatica inutile di 
cercar nuove parole, ritenendo il più che potea di quelle dell' 
autore; e cosi di mano in mano senza curarsi mai, com' è na- 
turale, di connettere insieme i pezzi, interrompendo e ripigliando 
la Bcrittarn proseguia sino al fine, lisciane un libro per ordine 
varietà di materie non dissimile all' opera intera, con infinite 
omissioni e moltissime mutazioni di parole e accorciamenti. Di 
qaesta sorta Estratti fecero un ignoto dalla Geografia di Stra- 
bene, Fozio dall' istoria ecclesiastica di Filostorgio, Niceforo 
Callisto da quella di Teodoro Lettore. Ed ecco come le tre 
proprietà, che voi dite, ordine, varietà e accorciamento, non 
sono meno dell' Estratto, che del Compendio. Questo si vede 
chiaro nei tre Estratti, che ho detto, e che sopravvivono tutti 
e tre, ma molto più in quello die un anonimo fece delle Cene 
dei Savi di Ateneo, del quale abbiamo stampati i due primi 
libri e parte del terzo per supplire al difetto dell' opera grande. 
A questo avrei caro che voi deste un' occhiata, perchè spererei 
che vi dovesse parere, come ha fatto a me, un fratello del 


xcm 

nostro libro. ^ Udite come io descriya il Casaubono, che l'ebbe 
qaaai intero in an Codice a penna, e ne fece molto nso (Ani- 
madv. in Athen. L. 2. C. 8.) ;,Epitomae auctor cam haec 8ibi 
excerperot, omnium sermonam serìem et operis totiuB faciem 
ita eoimpity ut quid a quo et quorsam dicatur in illis excerpta 
nulla eonìeetnra possia asseqni. Omisit euim quaecumqae fere 
deeorìs et nexns gratia, ut fieri amat in dialogornm textnra, 
erant addita, tamqaam vesti praetexta. Si quid einsmodi non 
non eat omisBum, scias ant verbi alicnins vennstatem ant dicti 
novitatem fecisse ut id excerperetnr; quod nos cum aliie non 
pancia observavimns locis; tam in bisce etc/' Cosi egli, e al- 
quanto dopo (L. 24. C. 2.) „Meminerit lector eius quod iam 
ante adnionuimns; non res solum d^iofiVfifioveórovg et dìgnas 
observatu, verum etiam locntiones interdam elegantiores ex- 
eerptas esse ab Epitomae huins auctore. Biusmodi enim est, 
in ipso libri hnins principio, verbum jrQoOejcifiSTQelv. Dele- 
ctatus siquidem hic grammatìcus vocis eins elegantia, adnotavit 
banc phrasim.'^ Da queste parole e dalla considerazione della 
parte stampata piglio 8icui*tà di credere che ne' nostri Codici 
non ci abbia altro legame, che quello che ci lasciò Tautor dell' 
Estratto, e che quelle spezzature e que troncamenti improvvisi 
e quei membretti staccati di tre o quattro parole o poco più, 
fossero tntti nell' Estratto, il quale, secondo me, ci rimane ap- 
presso a poco intero. E tanto più mi confermo in questa opi- 
nione perocché in tutti quei ritagli di perìodi mi par di vedere 
qualche o sentenza o nome o vocabolo o frase alquanto singo- 
lare, insomma cosa che all' autor dell' Estratto potè parer 
degna di esser segnata. E chi vorrà negare che questa mia 
sentensa non sia vera, non potrà negare che non possa essere, 
né che non sia probabilissima, perchè di quello ch'io conghiet- 
turo del nostro libro;* ci ha nn esempio reale nell' Estratto da 
Ateneo, il quale, benché non se n'abbia a stampa la parte che 
risponde ai libri che restano dell' opera maggiore, nientedimeno 
e dalla parte stampata e dalle note del Casaubono si vede che 
somiglia quanto pnò mai la nostra Scrittura. Quivi ordine, 
quivi varietà di materia come nel testo, quivi pezzi fedelmente 
riportati, quivi tralasciamenti , quivi mutazioni, quivi accorcia- 
menti, quivi smembramenti, quivi fatti e tutto in modo che se 


XCIV 

il nostro Libro è compendio, anche questo debba esser compen- 
dio, e se qnesto è Estratto , anche il nostro dì necessità debba 
essere Estratto. A quando a quando vi s'incontra qualche ori 
sparso qua e là , la qual particella sapete essere il distintivo 
massimo degli Estratti , non già che questi non possano essere 
senza quella, perchè l'Estratto, ch'io dico, spessissimo ne manca, 
e quello di I^iceforo Callisto, che ho detto di sopra, ne manca 
sempre; ma che quelli senz' altro sieno Estratti dove T ore ai 
fa avanti nel principio de' periodi. E un ori di questa sorte 
io trovo a facce 104 del nostro libro. So che (almeno nella 
parte stampata) non ha compagno, so che esso pure non ai 
legge neir uno dei due Codici, ma ei non è sdrucciolato nell' 
altro Codice (che è il più antico e il meno scorretto) senza un 
perchè, ed è tal contrassegno, che vuol essere un mal passo 
pel nostro libro nel processo che 1 Crìtici ne faranno. 

La seconda parte del vostro scritto, dove provate che nei 
nostri avanzi, e parole e modi e stile tutto è di Dionigi, non 
accade che vi dica che non fa caso contro la mia opinione, 
perchè essendo questo Estratto, secondo me, tutto composto 
di pezzi copiati parola per parola dall' istoria; e vedendosi 
per alcuni esempi portati da voi che anche queste pochissime 
parole, che io dico aggiunte dall' Autor dell' Estratto, sono 
accattate qua e là da varie parti dell' opera, non solo non è 
meraviglia che sia quello che voi dite, ma sarebbe meraviglia 
e argomento contrario alla mia sentenza se ciò non fosse; e 
ih vero quella tanta conformità e si può dire medesimezza 
di stile fa più tosto contro di voi, perchè alla fine abbiamo da 
Fozio che l'istoria e il compendio fatto da Dionigi differiano 
per lo stile non poco. Questa è la mia opinione, la quale io 
tengo perchè credo che a voi non sieno per anche venute in 
mente le ragioni che ho detto; ma se queste non vi parranno 
di quella forza che paiono ame, facilmente voi colla vostra 
autorità sola mi persuaderete a mutar parere. Intanto mi piace 
di riflettere che la mia opinione non iscema d'un punto il 
pregio vero della scoperta del Mai. Che questa ci desse rot- 
tami di un' opera, e non un' opera intera sapevancelo; che 
quest' opera più tosto da chi ne fece estratto, che dalle dis- 
grazie de' Codici sia stata cosi trattata, niente monta. Ed 


xcv 


eaMiido certo che questi sono frammenti, chi non vorrebbe che 
fosaer dell' istoria, più tosto che del Compendio? £ dell' isto- 
ria sono appunto, secondo il parer mio, ond' è che la scoperta 
del Mai n^avanza di prezzo, invece di scadérne. 

Vengo air ultima parte del vostro libro, dove avete bra- 
vamente combattuto e vinto il Ciampi, per altro erudito assai, 
e che in urbanità non poteva esser vinto. M'è paruto sempre 
grande stravaganza quel togliere un' opera a uno scrittore per 
qualche parola o frase che questi usò in essa opera, e altrove 
no; quasiché di questa cosa non si vedessero alla giornata 
milioni d'esempi ne' nostri scrittori. Ma cosi sempre accade 
ehe non sappiamo vedere la conformità che è tra le cose lon- 
tane e le vicine, e dove tutte sono di una misura, queste mi- 
Bariamo eolla spanna, e quelle colla pertica. Queir èjtiotcu; 
rag &vQag per ralg d^Qaiq è come sarebbe in italiano „in- 
Dsnzi lui'' per ^innanzi a lui,'' che per essere poco usato, 
avrebbe del duro, e non però sarebbe errore, e facilmente chi 
ama la stranezza ne' vocaboli e ne' modi anteporrà talvolta 
questo modo a queir altro, solamente perchè è meno comune. 
Cosi Dionigi incettatore di rarità di lingua volle qui più tosto 
Taecusativo, che il dativo. Sono contentissimo che m'abbiate 
rubato le mosse intorno al notare la proprietà del relativo 
greco, ehe salva a maraviglia il secondo de' luoghi accusati 
dal Ciampi; è quell' iavxov fàv xofiìl}ÓTeQO(; che si può dire 
che tagli il capo alla disputazione del Ciampi contro la testi- 
monianza di Fozio; e la contraddizione in pui dà il Ciampi 
attribuendo un libro con tre spropositi di greco a un secondo 
Dionigi Alicamasseo vissuto sotto Adriano, cioè, come voi ben 
dite, in tempo che la lingua greca si manteneva ancora sana 
e incorrotta, e potevate aggiungere, a uno che avendo scritto 
del parlare Attico, s'era guadagnato il nome d'Atticista; cosa 
anche più strana che un Atticìsta sia cascato in tre barbarismi 
£ poniamo che il Ciampi si tiri indietro e abbandoni la sua 
eoDghiettura; non potrà fare ehe, secondo lui, non abbia com- 
messo tre falli di lingua uno scrittore paruto «a Fozio più antico 
di Appiano e di Dione. E appunto all' opposizione che fa il 
Gampi intomo a quel passo di Fozio „È manifesta cosa come 
qtesto scrittore fu innanzi a Dione Cocceio e ad Appiano 


XCVl 

AlesBaiidrino istorici delle cose di Roma'' parmi che senza tatto 
il detto da voi, si possa risponder franco che Fozio parla quivi 
di Dionigi come scrittore ed è come se qualcuno dei nostri 
ragionando del Canzoniere del Petrarca dicesse ^manifestamente 
apparire che questo poeta scrisse dopo Dante'' o vero (per non 
dilungarci dagli storici) avendo parlato dell' istorie del Guic- 
ciardini soggiugnesse ;4"B^i^i^a apertamente si vede che costai 
fu più antico istorico che il Pallavicino." In verità a nessuno 
cadrebbe in mente che questo tale non sapesse di certo Tetà 
precisa del Petrarca o del Ouicciardinl. E per questo Fokìo 
dice: óijXov, è manifesto, e non (paiverai, o óoxbZ, come di- 
rebbe se mettesse fuori una conghiettura; e dice: ovxoq 6 Cvy- 
YQCLq>BVQ, questo scrittore , o istorico (che è notissimo e comu- 
nissimo significato di ovyyQafpbvq^ e non ovroq o Avovvcioq, 
come il Ciampi avrebbe voluto che dicesse. 

V ho parlato del vostro libro e del Dionigi in genere: 
vengo ora sopra questo a qualche particolare. Nel libro Xli 
Capo 4 le parole hvd-vfiovfxévotq ori Qad^vfila xal TQVfpt/ 
OyveióJtoQtveraL ralg jtóXsot fisrà rijg slQ7i%>7jq. Kaì cifia 
ratg JtoXirixalg oqqcoóovoi ragaxatg non vedo perchè il Mai 
le traduca „reputantibus cum pace ingredi urbes ignaviam at- 
que delicias, simulque civiles inhorrescere turbas*' imperocché 
non valendo o^Qtoótlv, che io sappia , altro che temere e do- 
mandando r accusativo, mi pare che ò^Qcoóovói sia dativo come 
iv&vfiovfiévoig, e che si debba leggere rò; Jtokirixàg ragagccj^àg 
e tradurre „simulque civiles turbas metuentibus". Forsechè 
(specialmente in Dionigi) si potrà lasciar passare o^^óetv col- 
r ablativo, di maniera che il luogo resti come sta, ma tanto 
venga a dire quello* stesso che dovrebbe coli' accusativo, e non 
quello che gli fa dire il Mai. Nello stesso Capo dove dice: 
al xal fifjóhv h:sQOV, ai yh toi xagà top d-eór iXxlóeg 
bene ha fatto il Mai a riportare V si che manca nei Godici. 
Io però 1' avrei messo più tosto avanti che dopo il xtà, De- 
mostene (In Midiam) ròv FEAH fisxQi rfg XQl6€a>q XQ^^^^ 
EI RAI MH narra. Appiano (BelL Hannibal.) EI RAI vbioi 
Jtralaag, ró FÉ iyxslQfìficc óloeiv. Comentatore d* Aristotele 
(Rhet l. 2.) EI RAI àt' OYAEN AAAO . àXXà FÉ óià xò 
OQXi viiójv óieo&xai. E cosi più frequentemente se la memoria 


xcvu 

non m' inganna. Pure non mancano eBempi dell' altro collo- 
camento. FÉ Toi qui vale „<ilmeno'\ o „certament€f' (bene ed 
elegantemente lo rende il Mai per „certe'^) come anche in casi 
Bimill ye6fi e yovv e più comunemente il semplice yk della 
qual greca eleganza recano esempi il Buddeo ed altri. E questo 
stesso significa quel yh cke alle volte pongono dopo il (itrà 
come Arriano (Exp. Alex. L. 7. C. 22) xaì UAEIUTHi: yijg 
tJtaQgai META FÉ avtòv kXk^avògov , e Filostrato: (Vita 
Hippodromi L. 2.) "IjtJtóÓQOfiog IlAEIUTA dvèyvtD META FÉ 
!4fi(iC9Piov TOP djtò Tov jtsQiJtarov: dove il yh non istà così 
ozioso come mostra. Kel capo 22. fiera rrjv evxfjv fitXXovra 
tov xccQadxevaOfièvov jtQOg tr[v d-vclav ligtlov xaroQyiBOd'ai 
è tradotto dal Mai „quumque precibus persolutis sacrifìcinm 
easet incboaturus^'. Propriamente rov ibqbIov xaraQXsod'CCt 
vuol dire y^victimam ferire'^ o „libare^ che ambedue questi 
significati può avere quel verbo, come prova il fiuddeo. Vedete 
se non par copiato da questo luogo di Dionigi quest' altro di 
Arriano (Exp. Alex. L. 2. C. 26.) xaì èv romeo d-vovrt 
kXe^oPÓQcp xal èors^vwfiévtp re xaì KATAPXESOAI 
MEAAONTl TOT 3tQokov lEPElOY xavà vóiiov x. r. X. 
Dove il Capo seguente dice: h:n:ófiepog ói rolq xarQixloig b 
KofuXXog vófioig è manifesto che il primo x in xargixloig si 
tiene il luogo del jr probabilmente per errore di stampa. Ma 
né anche JtarQixloig è il caso perchè narQlxiog vuol dire 
ptUrizio, e qui bisogna una parola che voglia dire patrio. 
Leggo: xoTQixolg, emendazione facile e sicura perchè [nel 
Libro XV Capo 13 medesimamente si legge: xaxà rovg legoig 
re xal IIATPIKOTi: NOMOYX Nel passo che viene 
del libro XIII C. 12. jieQÌ òe rcov Ixeivco reo róncp r^v 
fjfivXaxffP hcXixóvrcov xa^^ 8v àvs^rjóav ol KeXrol, credo 
eerto che il xad*' ov dipenda dall* kxelvep ró ròntp e non stia 
assoluto per „quo tempore^ come ha la versione. JSel capo 
18 del libro seguente io avrei voluto leggere óiaiQOiiéveov per 
SiaiQovfiévwv ma vedano i Critici se la frase óiaiQelodixi rag 
(ioicuQag che quivi occore (certo nuova o rara, e che però si 
lagna di non aver sito nell' ,,Index Graecitatis'' del Mai) si possa 
far buona al nostro Dionigi Nel libro XV. C. 3. dove il greco 
ha: Sor' èxixXvoai oh xXovrcp rif> ixaùrov xevlav^ al Mai 


xcvm 

non piace molto quel oh, m« ei non a' è voluto arrischiare di 
torlo via. Il Codice più antico pei èjrixkvóai Ce ha èjrixZvOaiócu, 
V altro èjtixXvoaioe, Questo, secondo me, dà a vedere che da 
prima con errore molto ordinario fu raddoppiorto il Ocu finale 
di èjtixXvóai, poi con errore ordinarissimo fu mutato il dittongo 
cu in a: %i che il oe va raso senz' aUro. Nel libro XYII a 2. 
trovo; è^ ^g (afiJteXov) róv sjtiTQajcov zig xa^alfi£Pog 
1JXT6T0 xfjq d-aXaxrrfq "ÉxlTQayog, secondo che scrive Polluce, 
è quella cotal malattia (,,Garbunculus" la chiamavano i latini), 
che la vite patisce quando accade che la brina in primavera 
le bruci gli occhi latteggianti de messiticci , come dice Plinio 
(L. 17. C. 24). Però il Mai ha voltato questa parola in ,;Car' 
bunculus'^ Ma io non vedo come un abbruciamento potesse 
pendere dalla vite e toccare V acqua. Stimo che èyclrQayog 
qui vaglia viticcio, la qual cosa anche in latino ha nome dal 
capro e si domanda „capreolns^^ Cosi il luogo è chiaro e 
facile, che altramente non s* intenderebbe. Poco dopo in quel 
passo xal avrai fiévovrag èjtoXéfiovv ìajtvyag, poiché il Mai 
traduce Jbì subsistentes, lapygibus bello victis'' mostra eh' egli 
abbia letto fiévovreg, la quale anche a me pare la vera lezione. 
Nel capo 5, xal tòv IxtZd^ev Qéovra jcóZafiov dvéxaiv, av^x^iv 
ha il greco. Io mettea jcotafiòv per nóXaiioVj e spiegava 
àvéxBiv non ,,sustinere'' come il Mai, ma „cohibere^ che è 
senso noto di questo verbo. Ora considero che il compilaior 
dell' Estratto ha segnato questo luogo appunto per la singolarità 
della frase, la qual singolarità va via, mutato il MXsfdov in 
xorafiòv, onde non ho dubbio che il codice di colui non dicesse 
veramente jcoXafiov, ma tuttavia non istò senza sospetto che quel 
Codice non dicesse male. Comechè sia, poco monta. Da quel 
luogo del Capo 14 óvXiafióvreg avròv xarà xsQaX^p è^w&oioiv 
ex rov d^eoTQov, il Mai cava la frase xarà xetpaXrjv l%a)d'elVj che 
riporta neir „Index Graecitatis". A me pare che xaxà xatpaXsiv 
stia oon OvXXa^óvrag non con l^od^ovotp e che ovXXafiffdveiv 
xarà xttpaXifP sia, per rendere tre parole con una, ciuffare. 
Nel capo che segue, dove si legge xal Jtagé^a) ravg èfiavrov 
g>lXovg ajtàoag rà$ ^Xàffag dxorivóvtccg ovg av airAv 
èycò xaxàyvm , è manifesto che che va letto ag av. Pari- 
mente è manifesto che nel libro XVIII Capo 3 per vbovivO' 


XCIX 

liavhfQV, e dcU' ,,Index Oraeoìtaiis^ per V£avi,vsc9-ai va letto 
VHzrievofiévov e vsavieveatì-at. Nel capo 3 del L XX in 
questo frammentaccio èXtjft^ovro rag xxrfieiq rdv jtoXitóv 
xrjv xatà xov ^aacU^siv alxlav, vedete il verbo BcufiU^siv 
del quale il Mai (Diss. praev. C. 16 p. XXII noi) ìncliDa a 
credere che prima d' ora non si trovasse altro che il medio e 
solamente in Appiano. In verità lo Stefani porta BaóiU^Ofiai 
aenaa più, e cita Appiano solo. Non per tanto anche 1' attivo 
se ne trovava come vedrete in questo passo di Gioseffo 
(Ant L. 1. C. 10. § 4. p. 33. ed Havercamp) ocal ysvoiisvrj 
i^Tcificov ri f^sgajtaivì^ è^v^QÌ^siv slg rìjv Ud^gav èrólfirìóe 
BA2IAIZ0T1A, wg zìjg fiysfiovlaq jcsQiórrjOOfièvrjg slg ròv 
vm' avTijg rex^oófiEvov, Questo, s* io non fallo ci varrà 
per intendere il frammentncdo. Perchè i Dizionari vecchi che 
hanno Bcustll^eiv, ma senza esempi, spiegano nudamente ,,regiis 
partibns favore^'. Onde il Mai tradusse ,,praedae habebant 
eivìnm facnltates, crimini dantes qnod regiìs partibns stnderent" 
a^nngendo in una postilla: ,,Loquitur Dionysius de urbe 
allqna partium Pyrrhi studiosa'^ Ma è da far più caso assai 
deir esempio di Gioseffo, dove BaCiXl^eiv manifestamente vale: 
pCercare, appropriarsi la maggioranza, la signoria''. Però "il 
frammento di Dionigi, secondo me, vuol dire: Mettano a sacco 
le facoUh de^ cittadini rei di cercata signoria, il qual senso 
quadra bene a questo luogo, dove si parla di Censori e di 
delitti e di gastighi. Ma di Pirro non si parla in tutto questo 
libro. £ l' imperfetto èXrjtQovro par che dinoti più tosto un 
costume, che un fatto particolare. Finalmente aggiungo alcune 
voci nuove, o rare, alle notate dal Mai nella prefuzione (C. 16. 
p. XXII) e nell' indice: dico voci, e non frasi; che non mi steste 
a dire, facilmente potersene ripescare di notabili in un libro 
tutto composto a bello studio di cose alquanto rare. E son 
queste: àvaYccycitaTog (L 17. C. 6), quando non vada letto 
dvayayywtarog, doxTj/ioOvtfrj per ignominia (1. 13. e 6. L 16. 
e. 5), èoTolxiog (L 16. e. 6), èjtltQayog (L 17. e 2), se regge 
qaello che più su ho detto dì questa voce, lóioyvcofiovetp (L 16. 
e. 7), del qnal verbo ha esempi in Dione (L 43. e 27. p. 360 
ed. Bueimar, L 45. e. 42. p. 417, 1. 53. e 24. p. 716), IsQa^Qla 
(L 16. e 7), xtQixavCxòg (1. 14. e. 5). Per s^tte che n' aggiungo. 


due ne vorrei levare, cioè PaóiXl^eiv, del qual verbo ho par- 
lato poco avanti, e oóaxrl^eiv, perchè avendo Apollonio nel- 
1' Àrgonautica òóaTcrd^eiv col divario d' una letteruzza e eolio 
BteBaiflBimo Bignificato, mi ai fa molto credibile che V una delle 
due lesioni sia falsa e il verbo uno Bolo. 

Vedete lettera sempiterna ch'è questa. Già non ispero 
che voi siate cobì lungo rispondendomi. Sì che per non 
attediar più voi senza vantaggio mio, la fo finita. Amatemi, 
caro Giordani, quanto io v' amo. Addio^^ 

Di Recanati ai 7. di Luglio 1817. 


Allegato F. 

In servigio de' futuri biografi di Giacomo, trascrìvo qui 
appresso, per ordine dì date, una serìe dì documenti da me 
raccolti nello svolgere, per ubo della presente ediziorne, le molte 
carte scritte della Biblioteca e dell* Archivio Leopardi in 
Recanati. 

I. 

Da un quaderno di memorie autografe del Conte Monaldo 
Leopardi 

„A di 29. Giugno 1798. Nacque alle ore 19. il mio primo 
figlio maschio, partorito da Adelaide mia moglie felicemente, 
sebbene dopo tre giorni interi di doglie. Si dette parte ai soli 
parenti, giacché distrutto il Reggimento nòbile, non eravi più 
alcun grado nel quale esso nascesse, tolto il generale di Citta- 
dino. A di 30. detto fu battezzato il dopo pranzo nella nostra 
parrocchia di Monte Morello dal P. Luigi Leopardi Filippino 
mio zio, e lo levarono al sacro foiite li allora Cittadini Filippo 
Antici mio suocero, e Virginia Mosca Leopardi mia Madre. 
Furono invitati i parenti al solito, e le lettere di parte furono 
scritte fuori di stato al solito nelle Repubbliche col tìtolo di 
Prone e Prone Veneratmo. 

Gli furono imposti i nomi di Giacomo, Aldegardo, Franceaco, 
Salesio, Saverto, Pietro. Il 28. Giugno 1805 il dieontro Giacomo 


CI 

fece la sua prima confessione, a di 29. Settembre 1805. fa 
ereaimato da M. Bellini Vescovo di Fossombrone e fu suo 
Padrino il M. Isidoro Roberti. A di 9. Aprile 1809 fece la 
prima eommnnione. A di 19. Agosto 1810. ricevette la prima 
tonsara da M. Bellini nella di Ini cappella'^. 

IL 

Di pngno del Conte Monaldo snlU camicia di nn involto 
contenente nn passaporto e sei lettere. 

^Giacomo desiderando di prodursi fuori di Patria, e vedendo 
che io non ero ancora di questo parere, pensò di facilitare il 
mio permesso con una astuzia. Domandò al Conte Broglio 
che gli ottenesse un passaporto per Milano, acciò che io venendo 
a saperlo mi allarmassi, e lo lasciassi partire colle buone. Lo 
seppi di fatti perchè Solari scrisse innocentemente ad Antici di 
«Qgnrai^U buon viaggio. Spedii subito a Broglio perchè man- 
dasse a me il passaporto, come fece, con lettera ostensibile, 
lo mostrai tutto al figlio, e collocai il Passaporto in un Can- 
terano aperto dicendogli che poteva prenderlo a suo comodo. 
Cosi tutto fini''. 

Ecco le sei lettere sopraccennate, che si riferiscono a questo 
argomento. 

Al Conte Monaldo Leopardi 
Cariaso. 8igT. Conte« 

,y3e non vi è equivoco di nome il passaporto pel C. Giacomo 
fa Begnato ieri appunto per Milano. Venne esibito da Broglio, 
e supponendo la cosa di suo pieno accordo non trovai difficoltà 
a rilasciarlo. La mia sorpresa è adunque eguale alla sua; ma 
cosi stando le cose sono contento di averne dato cenno ad 
Aotiei, nulla essendovi in questo mondo di più rispettabile del- 
l' autorità patema. Desidero tuttavia che si agisca con tutta 
prndenaa, e se occorre la mia mediazione per ritirarlo o per 
procedere ad altri passi non ha che a darmene un cenno; 
mentre fino a che 1' autorità governativa si trova in mia mano 
la impiegherò tutta per impedire qualunque sconsigliata riso- 
luzione. Tomo però a ripetere di agire con ogni riserva, 


cn 

poiché bì tratta di un Giovane, che non pnò conoscere il 
mondo che dai Libri, notizia sempre imperfetta, e manchevole. 

Per maggiore schiarimento della cosa mando adesso da 
Broglio, e se il passaporto non è spedito lo faccio subito 
ritirare, ed annullare. 

Riserbando quindi il restante ad un ascritto mi confermo 
al solito tutto suo senza riserva alcuna ^)'^ 

„I1 Passaporto fortunatamente non era stato spedito, ed 
ora si trova in mie mani. Broglio è venuto a riconsegnarmelo 
in persona, ed egli mi ha annunciato una somma sorpresa di 
tutto, recandomi la Lettera del figlio a propria giustificazione. 
Io r accludo sicuro, che ogni cosa procederà con ogni riguardo, 
ora specialmente che non può avere più alcun effetto. Anche 
Broglio la prega di non far conoscere nulla, ed approfittare di 
una scoperta tanto opportuna, e cosi casuale con quella prudenza 
che la distingue. Non aggiungo di più per non ritardarle 
ulteriormente la risposta, l' assicuro però del mio vivissimo 
rincrescimento del suo giusto rammarico, e del piacere di 
avervi rimediato'*. 

2\ 
Al Conte Monaldo Leopardi. 

0. A. 

ff 

Macerata 3. Agosto 1819. 

„Avrete tutto inteso da Solari, e come io sia stato anche 
in vostro nome (senza di che io non lo sarei stato) sorpreso. 
Ne sono afflittissimo, non per quello che possiate pensare di 
me giacché mi conoscete abbastanza, ma solo per vostro riguardo 
giacché io sono purtroppo sventurato padre, e conosco voi e 
il vostro modo di pensare. Sono poi stato giocato; pazienza; 

si gioca facilmente un vecchio di buona fede e però e 

Ma non ne parliamo più. Voi regolatevi con prudenza per 
non far peggio. Non avete bisogno di consigli 

Se credete, sigillate e fate correre 1' acclùsa; altrimenti 


Manca la Boscrìzione Filippo Solari, 11 Marchese Filippo 
Solari da Loreto, delegato di governo in Macerata. 


era 

bruciatela. Ho creduto meglio scriyergli così per non fargli 
una ricevuta. Addio ^'^ 

Al Conte Giacomo Leopardi 
Mio amatiaso Conte Giacomo^, 

Macerata 3. Agosto 1819. 

^1 desiderio e la prontezza di servirvi nel primo vostro 
comando mi ha in qualche modo compromesso col Governo, 
e non vorrei esserlo ancora coli' ottimo Conte Monaldo vostro 
Padre, che mi dispiacerebbe assai di più. Mentre questa mattina 
ricercavo una occasione di trasmettervi l'ottenuto passaporto, 
mi è giunto dalla superiorità un improvviso e pressante invito 
di riportarlo alla medesima. Ho creduto in quel momento 
che potesse mancar in esso qualche cosa onde o aggiungervi 
emendarlo. Non so però esprimevi la mia sorpresa al sentirmi 
richiedere se trattandosi di un giovinetto di non molta età vi 
fosse stato almeno il consenso del vostro Big. Padre. Io ho 
asserito di si sulla parola vostra, è non essendomene mostrata 
una piena fede, ho dovuto a giustificazione vostra e mia esibire 
le vostre lettere coUe quali me ne facevate conoscere non solo 
il consenso ma il gradimento che io ve ne servissi. Mi hanno 
detto di lasciar per ora li tutto a farvi meglio sopra mature 
riflessioni. Questo è il fatto; io non potevo rifiutarmi; e va 
bene, se realmente il vro sig. Padre era a notizia e consen* 
siente alla cosa: non so negarvi di esserne rimasto un poco 
sconcertato e in timore che avessa egli a lagnarsi di me come 
benché senza mia colpa ne avrebbe egli allora troppo motivo. 
Ma ritornato dalla mia sorpresa e conoscendo il vostro nobile 
ed ingenuo carattere non posso e non debbo farvi l'afifronto di 
credervi capace ad aver simulato con me e a dare una ferita 
nel paterno cuor; col pensare ad allontanarvi da lui, a voi 
più amico che Padre, senza rendernelo inteso. Voglio assolu- 
tamente sperare e credere a tutt' altro di voi che per tanti 


') Manca la soscrìzione Xaverio Broglio f£ Ajano. 
*) Sotto a queste parole, il Conte Monaldo scrisse: non data a 
Giacomo, 


CIV 

titoli vi siete reso e meritamente sì virtuoso e sì caro alla 
vostra famiglia ed a quanti hanno il bene di conoscervi. 

In ogni modo dovevo scrivervene onde possiate voi stesso 
dissipare ogni dubbio ed equivoco; di che sarò contentissimo 
anch' io, il quale non lascerò mai di esservi.^' 

Oblmo Ber*", ed Am"". 
Xaverio Broglio d'ajano. 

Al Conte Monaldo Iioopardi. 

C. A. 

^Accludo la Lettera di Broglio concepita nei termini desi- 
derati. Sono ben contento che il tutto sia finito, e senza l'in- 
tesa della Contessa, che se ne sarebbe rammaricata al sommo 
, grado, e che d'altronde, mi sia permesso il dirlo con franchezza, 
per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luoco a riso- 
luzioni cosi sconsigliate. 

„Del resto sia pur tranquillo sulla secretezza della cosa 
di cui non ne sarà fatta piii parola. 

„Io in attesa di altri suoi comandi pregandola di distinti 
saluti ai suoi e alla Msa Volunnia mi ripeto sempre e tatto 
suo senza misura alcuna.^' 


V>' V-/ 


Affmo ed Obblimo Amico e Servre 

F. Solari. 

Al Ckmte IConaldo LeopardL 

A. C. 

Macerata 5. Agosto 1819. 

„Trovomi in qualche angustia e ricorro alla vostra ami- 
cizia. Per privata scrittura vendei al Sig. Giuseppe Giostra ec. 

„A proposito e per mancanza di tempo a scrivere a lui 
salutatemi caramente l'ottimo vi*o figlio Conte Giacomo di cui 
e per cui qui compiego il passaporto richiestomi ed augurate 
al medesimo per mia parte un viaggio felice, come io per 
l'amore che gli porto gli auguro e salute e risultato onorevole 
de' suoi rari talenti ma con applicazione più moderata di quel 


cv 

che ha fatto finora onde meglio riuscire: nalla dico de' peri- 
coli ai quali oggigiorno nn viaggiatore, maseimamente Letterato, 
ò espone perchè le sne virtù e la educazione che voi gli avet^ 
data ben sapranno garantirnelo. Addio di nnovo ^J.^ 

6\ 
Al Ckmte Giaoomo Leopardi. 

Porto di Fermo 30. Xbre (1819). 

i^erchè ho assai graditi gli augurii che Voi Carissimo 
amico mi avespinti, ed acciò conosciate qaanto io vi corrisponda, 
scrivo dal letto e con mano tremante da che nn forte insulto 
nervoso che per due giorni minacciò la mia vita, mi obbliga 
ancora a somma cautela; sono perciò debolissimo di fisico, e 
di mente, né posso scrivervi quanto vorrei In mezzo a ciò, 
ed ni gravi dispiaceri che soffro, e che vostro Padre ha già 
dimenticati, procuro di rassegnarmi a ciò che non dipende da 
me, e vivo tranquillo quanto lo permette la misera condizione 
umana, e Tordine delle cose troppo moderne per chi ha pro- 
vato il mondo vecchio assai più conveniente all' uom d'onore, 
e di carattere. Voi siete assai giovine, ed io m'investo del 
vostro ardore per il ben pubblico, uè disapprovo la malinconia 
che soffrite per non potere esercitare quell' attività alla quale 
aspirate: dall' altra parte se considero le circostanze dei tempi, 
quelle della famigUa, e specialmente lo stato della vostra sa- 
lute, vi confesso che non vedo come potreste aspirare alle pub- 
bliche cose, senza esporvi a risultati molto più funesti della 
noja che vi divora. Un' anima come la vostra ha mille risorse 
in se stessa, né può, se vuole, annojarsi giammai, e dirò di 
più, che se anche vi trovaste in mezzo al vortice del mondo, 
oltre le fatiche i disgusti, e le spese, provereste noje maggiori 
nel commercio di egoisti, che col pretesto d'illuminare e rifor- 
mare, altro non cercano che l'ambizione di comandare, e di 
far fortuna a danno della Società, che turbano con mille illu- 
sorie chimere. D'altronde quali sono i Governi che possano 
compensare le fatiche secondo il vero merito? e quale poi sia 


Haoea la so soscrizione Xaverio Broglio <f Jjano. 


evi 

la misura di questo merito è un problema tale, che non 6 così 
facile a spiegarlo : vi dirò di più, che nel conflitto delle nuove 
idee colle massime dei Governi, vedo che li così detti zelanti 
per illuminare si sono resi giustamente odiosi, e se non sono 
puniti e raffrenati, sono però sospettissimi, e sorvegliati. No- 
minatemi un solo il quale coli' opinione di uomo di lettere, 
goda quella di uomo da bene, e la stima universale. Eppure 
questa è Tunica ambizione a cui Voi certamente aspirerete: e 
come vi trovereste in mezzo ad essi? non vedete dalle stesse 
loro produzioni quanto sieno nemici uno deli' altro ? Credetemi, 
amico mìo, e perdonate se azzardo consigli a chi mi apre il 
cuore. Il mondo d^oggi si risente troppo delle passate rivolu- 
zioni, e sinché siasi meglio sistemato, non v'è da sperare d'esser 
utile. E perchè stando in casa vostra non potete occuparvi 
meglio? Orazio nei tempi simili ai nostri, cosa faceva? E 
quanti sommi uomini hanno illustrato il loro nome vivendo a 
se stessi? leggete gli antichi, i Plutarchi, li Montesquieu, e 
tanti altri, e seguite i loro esempi: le loro opere hanno acqui- 
stata rimmortalità, e sono utilissimi. Al contrario li moderni 
Italiani come l'Alfieri, i Voltaire in Francia, ed altri, qual nome 
hanno lasciato unito alla celebrità de' loro scritti, in confronto 
del moralissìmo Metastasio, dei Racine, e simili? Clii assume 
qualunque cosa, deve prima calcolarne il fine che ne risulterà, 
altrimenti si troverà burlato. I pubblici affari sono sempre 
pericolosi, e turbano l'anima: al contrario il vivere a se pro- 
duce una certa tranquillità che lascia all' uomo pensatore mille 
risorse di occuparsi anche utilmente per il pubblico bene, 
perchè non essendo in ballo, vede il mondo e le cose senza 
passione, e prevenzioni, e può scrivere più utilmente. La Gio- 
ventù si forma dei ideali che la sola esperienza può smentire, 
ed io sono persuaso che se voi non aveste carteggiato con 
persone che adulandovi altro non cercavano che vittime del 

loro 0, sareste molto più tranquillo . li loro scritti 

illudono, e vi confesso che mi divertono qualche momento : ma 
qual è poi il bene che ne risulta ? Ho moralizzato abbastanza, 
e solo voglio parlarvi dell' amicizia. Il cuore di un giovine 


') Non s'intende io scritto. 


cvn 

m 

s'aeeende con questo dolce sentimento, ed io vi sono grato per 
credermene capace, siccome sono certo che mi amate. Mi ame- 
rete poi sempre? e non vi avrò forse alienato con queste mie 
ciarle? così, e peggio succede coi piti; Tamìcizia è un dono 
dell' anima riservato a pochissime combinazioni della vita, e 
se influisce al sollievo momentaneo, produce pentimenti luttuosi. 
Io ne ho molte prove, e vi confesso che dopo averne perduto 
uno, morto già da qualche anno, non trovo alcuno che s^investa 
delle cose mie, come io farei delle loro. Finisco salutando il 
Fratello a cui credo che renderete ostensibile questa diceria 
nella quale mi sono esteso più di quel che speravo dalle mie 
forze: cercate di distorlo dalle idee di fare il Militare in 
quest' epoca; egli deve occuparsi di affari domestici, e sarà 
assai meglio ricompensato. Se non trovate in patria sog- 
getti capaci di soddisfare il vostro spirito, non li troverete 
neppure altrove. Il Mondo è corrotto, e li divertimenti che 
somministra, sono assai inferiori al sollievo di coloro, che 
sanno trovarlo in se stessi. Vi abbraccio di cuore, e sono il 
Vostro GaddiO- 

P. 8. „Suppongo che la zia Ferdinanda vi abbia letta altra 
mia lettera direttale a Recanati, e desidero di sentirvi più 
calmo: talora succede che aprendo il cuore ad un amico col 
sfogarsi, passano le tormentose noje, ed esponendogli dei fatti, 
e dei proggetti si riceve conforto, e consiglio. Io benché de- 
bolissimo, mi offro volentierì, se mi credete capace: ma non 
parlate equivocamente, poiché io dovrei ripetere li stessi pensieri, 
che ed in Becanati, ed in questo foglio vi ho esternati. Ana- 
lizzando i fatti, e li desiderìi, e facendo confronti, cade spesso 
ogni proggetto, e lo spirito si tranquillizza.^ 


') Pietro Gaddi, nato a Forlì, fuggito della casa paterna a 15. anni, 
dopo alcun tempo andò in Austria, *ove arolatosi nell* esercito, da 
semplice soldato venne a mano a mano fino al grado di Maggiore. 
Morto il Generale papalino Colli, Pio VII. pregò l'Imperatore d'Austria 
di mandargli persona da collocare in queir ufficio. L' Imperatare gli 
mandò il GaddL D quale in appresso tolto congedo, si ridusse a 
vivere nel Porto di Fermo, ove fini i suoi giorni nel 1823. — V. 
Baìdassari, Relazione dette avversità e patimenii del glorioso Papa 
Pio VL ecc., YoL L p. 140. 


ovra 

Compiono la serie dei docnmentì, riferentisi alla macchinata 
fuga di Giacomo dalla casa paterna, le due seguenti lettere^ 
da lui apparecchiate per iscusarsi col padre e col fratello 
Carlo, tosto che quella fuga fosse seguita^). 

A mio firatello Carlo. 
,,Parto di qua senz' avertene detto niente, primo perchè 
tu non sia responsabile della mia partenza presso veruno; poi 
perchè il consiglio giova all' nomo irresoluto, ma al risoluto 
non può altro che nuocere, ed io sapeva che tu avresti disap- 
provata la mia risoluzione, e postomi in nuove angustie col 
cercare di distorroene. Sono stanco della prudenza che non 
ci poteva condurre se non a perdere la nostra gioventù ch'è 
un bene che più non si riacquista. Mi rivolgo all' ardire e 
vedrò se da lui potrò cavare maggior vantaggio. Tuttavia 
questa deliberazione non è repentina; benché fatta nel calore 
ho lasciato passare molti giorni per maturarla; e non ho avuto 
mai motivi di pentirmene. Però la eseguisco. Era troppq evi- 
dente che se non volevamo durar sempre quello stato che 
abborrivamo, ci conveniva prendere questo partito, e tutto il 
tempo che è scorso non è stato altro che mero indugio. Altro 
mezzo che questo non c'era, conveniva scegliere, e la scelta 
ben sapete che non poteva essere dubbiosa. Ora che la legge 
mi fa padrone di me stesso, non ho voluto più differire quello 
ch'era indispensabile secondo i nostri principii. Due cagioni 
m'hanno determinato immediatamente, la noa orribile derivata 
dall' impossibilità dello studio, sola occupazione che mi potesse 
trattenere in questo paese; ed un altro motivo che non voglio 
esprimere, ma tu potrai facilmente indovinare. E questo se- 
condo che per le mie qualità si mentali come fisiche, era ca- 
pace a condurmi alle ultime disperazioni, e mi fece compiacere 
sovranamente nell' idea del suicidio, pensa tu se non dovea 
potermi portare ad abbandonarmi a occhi, chiusi nelle mani 
della fortuna. Sta bene, mio caro, e a riguardo mio sta lieto, 
ch'io fo quello che dovea fare da molto tempo, e che solo mi 
può condurre ad una vita, se non contenta almeno più riposata. 


*) Di queste due lettere si fa cenno nel Baretti, nuovo Giornale 
(C istruzione. Anno IV tS72, Torino^ p. 29. 


CIX 

Laonde se mi ami ti devi rallegrare; e quando io non gnada- 
gnaflBì altro che d'essere pienamente infelice^ sarei soddisfatto, 
perchè sai ehe la mediocrìtà non è per noi. Porto con me le 
mìe carte, ma potendo avvenire che fossero esaminate, non 
voglio comprometter me e molto meno le persone che mi hanno 
scritto, col portarne qualcuna che sia sospettai. Ho separate 
tutte quelle di questo genere, si mie che altrui (cioè lettere 
scrìttemi) e postele tutte insieme sul comò della nostra stanza. 
Ve ne sono anche di quelle che non ho voluto poi-tare perchè 
non mi servivano. Te le raccomando: abbine cura e difendile: 
sai che non ho cosa più preziosa che i parti della mia mente 
e del mio cuore, unico bene che la natura m'abbia concesso. 
Se verranno lettere del mio Giordani, aprile e rispondi, e salu- 
talo per mio nome e informalo deUa mia risoluzione. Al Brì- 
ghentì si debbono paoli 8. per la Cronica del Compagni, paoli 3. 
per le prose dei Giordani, e bai. 16. di eiTore nella spod. del 
danaro per r£usebio. In tutto 1. e 36. Procura che sia sod- 
disfatto, e domanda perdono a Paolina se i 3 paoli che mi 
diede pel Giordani e i bah 16. per l'uso detto di sopra gli ho 
portati con me, sperando che ella non avrebbe negato quest' 
ultimo dono al suo fratello se glielo avessi chiesto. Oh quanto 
avrei caro che il mio esempio servisse a illuminare i nostri 
genitori intorno a te ed agli altri nostri fratelli! Certissima- 
mente ho speranza ohe tu sarai meno infelice di mei Addio, 
salutami Paolina e gli altri. Poco mi curo dell' opinione degli 
uomini, ma se ti si darà occasione, discolpami. Veglimi eter- 
namente bene, che di me puoi essere sicuro fino alla morte 
mia. Quando mi trovi adattato a darti mie nuove, ti scriverò. 
Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare non sarai 
tu cosL Oh quanto meriti più di mei Che sono io? Un 
uomo proprio da nuUa. Lo vedo e sento vivissimamente, e 
questo pure mi ha determinato a far quello che son per fare, 
affine di fugare la. considerazione di me stesso, che mi fa 
nausea. Finattantochè mi son stimato sono stato più cauto; 
ora che mi disprezzo, non trovo altro confoi*to che di gittarmi 
alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di niuu valore. 
Consegna l'inchiusa a mio padre. Domanda perdono a lui, 
domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore' 


ex 

che te ne prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (nola- 
namente parlando) per loro e per me, ch'io non fossi nato^ o 
fossi morto assai prima d'ora. Cosi ha voluto la nostra disgrava. 
Addio, caro, addio.^ 

Ifllo Signor padre. 

« 

„Sebbene dopo avere saputo quello ch'io avrò fatto, questo 
foglio le possa parere indegno di essere letto, a ogni modo 
spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le 
prime e ultime voci di un figlio che Fha sempre amata e l'ama, 
e si duole infinitamente di doverle dispiacere. Ella conosce 
me e conosce la condotta ch'io ho tenuta fino ad ora, e forse, 
quando voglia spogliarsi d'ogni considerazione locale, vedrà che 
in tutta l'Italia, e sto per dire in tutta l'Europa, non si troverà 
un altro giovine, che nella mia condizione, in età anche molto 
minore, forse anche con doni intelletuali competentemente in- 
feriori ai miei, abbia usato la metà di quella prudenza, astinenza 
da ogni piacer giovanile, ubbidienza e sommessione ai suoi 
geniiojri ch'ho usata io. Per quanto Ella possa aver cattiva 
opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha concedati. 
Ella non potea negar fede intieramente a quanti uomini stima- 
bili e famosi mi hanno conosciuto ed hanno portato di me quel 
giudizio ch'Ella sa, e ch'io non debbo ripetere. Ella non ignora 
che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che oom- 
binano perfettamente colle sue massime, hanno giudicato ch'io 
dovessi riuscire qualche cosa non affatto ordinaria, se mi si 
fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del 
mondo, e in tutti gli altri tempi sono stati indispensabili per 
fare riuscire nn giovine che desse anche mediocri speranze di 
BÒ. Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche 
momentanea cognizione di me. Immancabilmente si maravigliasse 
ch'io vivessi tuttavia in questa città, e com' Ella sola fra tutti, 
fosse di contraria opinione, e persistesse in quella irremovibil- 
mente. Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque 
città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi gio- 
vine di 17 anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, 
affine di collocarlo in quel modo che più gli conviene: e taccio 
poi della libertà ch'essi tutti hanno in quell' età nella mia 


CXI 

coodizione^ Hbertà di cui non era appena un terzo quella che 
a me s'accordava a 21. anno. Ma lasciando questo, benché io 
ayessì dati saggi di me, s'io non m'inganno, abbastanza vari, e 
precoci, nondimeno solamente molto dopo Tetà consueta io co- 
minciai a manifestare il mio desiderio ch'Ella provvedesse al 
mio destino e al bene della mia vita futura nel modo che le 
indicava la voce di tutti. Io vedeva parecchie famiglie di 
questa medesima città, molto, anzi senza paragone meno agiate 
della nostra e sapeva poi d'infinite altre straniere che per 
qualche leggero barlume d'ingegno veduto in qualche giovane 
loro individuo, non esitavano a far gravissimi sacrificii affine 
di collocarlo in maniera atta a farlo profittare de' suoi talenti* 
Contuttoché si vedesse da molti che il mio intelletto spargesse 
alquanto più che un barlume, Ella tuttavia giudicò indegno 
che un padre dovesse far sacrifizi per me, né le parve che il 
bene della mia vita presente e futura, valesse qualche altera- 
zione al suo piano di famiglia. — Io vedeva i miei parenti 
scherzare cogli impieghi, che ottenevano dal sovrano, e sperando 
che avrebbero potuto impegnarsi con effetto anche per me, 
domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mozzo 
di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che 
perciò fossi a carico della mia famiglia. — Fui accolto colle 
rìsa, ed Ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue 
cure si dovessero neppure esse impiegare per uno stabilimento 
competente di questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti 
ch'Ella formava di noi, e come per assicurare la felicità di uqa 
cosa ch'io non conosco, ma sento chiamar casa e famiglia, Ella 
esigeva da noi due il sacrifizio, non di roba, né di cure^ ma 
delle nostre inclinazioni, della gioventù e di tutta la nostra 
Tita. Il quale essendo io certo che Ella, né da Carlo, né da 
me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava nessuna con- 
ùderazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli 
per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la 
miserabilissima vita ch'io menava per le orribili malinconie ed 
i tormenti di nuovo genere che mi procurava la mia strana 
immaginazione, non poteva ignorare quello ch'era più ch'evi- 
dente cioè che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva 
▼isibilissimamente, e ne sofferse sino da quando mi si formò 


CXII 

questa misera complessione, Don v'era assolutamente altro ri- 
medio che distrazioni potenti e tutto quello che in Recanati 
non si poteva mai ritrovare. Contutto ciò Ella lasciava per 
tanti anni un uomo del mio carattere, o a consumarsi affatto 
in istudi micidiali, o a seppellirsi nella più terribile noia, e per 
conseguenza malinconia derivata dalla necessaria solitudine ^ e 
dalla vita affatto disoccupata come massimamente negli ultimi 
mesi. Non tardai molto ad avvedermi che qualunque possibile 
e immaginabile ragione era inutìlìssima a rimuoverla dal suo 
proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, 
coperta da una costantissima dissimulazione, e apparenza di 
cedere era tale da non lasciar la minima ombra dì speranza. 
Tutto questo, e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini, 
mi persuasero ch'io benché sprovveduto di tutto, non dovea 
confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge mi ha già 
fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi della 
mia sorte. Io so che la felicità dell' uomo consiste nell' esser 
contento, e perciò più facilmente potrò esser felice mendicando, 
che in mezzo a quanti agi corporali possa godere in questo 
luogo. Odio la vile prudenza che ci lega e rende incapaci 
d' ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono 
tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita 
senz' altro pensiero. So che sarò stimato pazzo, come so ancora 
che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo [nomel E perchè 
la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata 
dalla disperazione, perciò non mi sgomenta che la mia cominci 
cosi. Voglio piuttòsto essere infelice che piccolo, e soffrire 
piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me 
di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio 
del corpo. ' I padri sogliono giudicare dei loro figlinoli più 
favorevolmente degli altrh, ma Ella per lo contrario ne giudica 
più sfavorevolmente d' ogni altra persona, e quindi non ha mai 
creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche 
non conosce alti*a grandezza che quella che si misura coi cal- 
coli e colle norme geometriche! Ma quanto a ciò molti sono 
d' altra opinione; quanto a noi, siccome il disperare di se stessi 
non può altro che nuocere, cosi non mi sono mai creduto fatto 
per vivere e morire come i miei antenati 


CXIII 

Avendole reso quelle ragioni, che ho sapato, della mia 
rÌBolnzione, resta eh' io le domandi perdono del distorbo, che 
le Tengo a recare con questa medesima e con quello eh' io 
porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta, avrei 
voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare 
una spilla del suo. Ma essendo cosi debole come io sono, e 
Bon potendo sperare più nulla da lei per l'espressioni ch'Ella 
si è lasciato più volte a bella posta uscire disinvoltamente di 
boeca in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non 
espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero 
il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne 
duole sovranamente, e questa è la sola cosa che mi turba nella 
uria deliberazione, pensando di far dispiacere a lei, di cui 
conosco la somma bontà di cuore e le premure datesi per 
farci viver soddisfatti nella nostra situazione. Alle quali io 
son grato sino all' estremo deli' anima, e mi pesa infinitamente 
di parere infetto di quel vizio, che abborro quasi sopra tutti, 
cioè r ingi-atitudihe. La sola differenza di prìncipii, che non 
era in verun modo appianabile^ e che dovea necessariamente o 
condurmi a morir qui di disperazione, o a questo passo eh' io 
fo, è stata cagione delia mia disavventura. È piaciuto al cielo 
per nostro castigo che i soli giovani di questa città che avessero 
pensieri alquanto più che Recanatesi , toccassero a lei per 
esercizio di pazienza, e che il solo padre, che riguardasse 
questi figli come una disgrazia, toccasse a noi. Quello che mi 
consola è il pensare che questa è V ultima molestia eh' io le 
recoy e che serve a liberarla dal continuo fastidio della mia 
presenza e dai tanti altri disturbi, che la mia persona le ha 
recati, e molto più le recherebbe per l' avvenire. — Mio caro 
Signor Padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, 
io m' inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice 
per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicità 
fosse stata tutta mia e nessuno avesse dovuto risentirsene, e 
cosi spero che sarà d' ora innanzi. Se la fortuna mi farà mai 
padrone di nulla, il mio primo pensiero sarà di rendere quello 
di cui ora la necessità mi costringe a servirmi L^ ultimo 
favore eh' io le domando, è che se mai le si desterà la ricor- 
danza di questo figlio, che f ha sempre amata, non la rigetti 

h 


CXTV 

eome odios», né la maledica; e se la sorte non ha voluto 
oh' Ella 8i possa lodare di Ini, non rionsi di coneedergli quella 
eòmpaseione che non si nega neanche ai malfattori'^ 

m. 

Memoriale autografo di Giacomo Leopardi al Card. Giulio 
Marì«<i Della SomagUa, Segretario di stato del Ponteiioe Pio VII ^). 

,,Afiimato dalla fiducia che ispira la benignità dì V. E. R. 
da tanti e tante volte sperimentata, e mosso dalle insinuazioni 
del Sig. Ministro di Prussia 2), ardii nel passato Marzo di umi- 
liare air Em. V. per mezzo del Sig. Ab. Capaccini una mia 
supplica, alla quale lo stesso Sig. Ministro si compiacque di 
soggiungere In mio favore una Memoria di suo pugno. Mi 
feci animo dì rappresentare in quei foglio air Em. V. i deboli 
studi da me fatti nelle lingue antiche e negli antichi classici, 
le ristreMezze della mia famiglia e T impossibilità in cui essa 
si trova di mantenermi fuori di questa mia patria, la quale 
sprovveduta d' ogni sussidio letterario, rende infruttuoso 
qualunque specie di studio. E mirando all' alta generosità 
deir Em. V. più che alla mia insufficienza e piccolezza, passai 
a supplicarla umilmente di volere stendere in qualche parte 
anche sopra di me gli effetti del suo clemente e benefico animo. 
Il nominato Sig. Ministro di Prussia confermò e portò al colmo 
la speranza, che io aveva nella magnanimità di V. R, facendomi 
noto che V E. V. nell' ultimo abboccamento avuto con lui prima 
della sua partenza per Napoli, si era spontaneamente degnata 
di assicurarlo che i benevoli uffici da lui fatti in mio favore 
appresse V. £. non sarebbero restati inefficaci Prendo dunque 
coraggio di ricordare all' E. V. i miei bisogni, e di dimenticare 
un' altra volta il mio demerito, per non mirare che alla sola 
benignità di V. E. E ciò faccio con tanto maggior fiducia, 
quanto che la generosa disposizione d' animo, che V E. V. si è 
degnata di significare a mio riguardo, esige da me, non solo 
una viva speranza, ma la più intima e la più devota e fedele 


*) V. la 2a delle lettere di Giacomo a Carlo Giosia Bunsen pub- 
blicate dal Tobler, Jahrbuch fùr romanische und englische. Sprache 
und Literatur^ Leipzig 1874. Marz 1874. p. 244. 
^ M. R. G. Nlebnhr. 


GXV 

ricoBoseeDza. Ài quali aentimenti aggiuogendo quello della più 
afflile e profooda venerazione, e sommesBamente BuppUcando 
r Eii\. V. a perdonare questo mio nuovo ardire colla stessa 
elemenza colla quale si degnò di tollerare V antecedente , passo 
col bacio della sacra Porpora a protestarmi"'. 
Recanati 15. Agosto 1823. 

IV. 

mAI Kobil Uomo 

Sig. Mae Cave. Carlo Antioi Boma^). 

Recanatì 15 Gennaro 1825. 
Sig. Zio. 

Debbo fare avere al mio Cugino Melchìorri scudi 12. 50^ 
e prima di spedirglieli per la posta ^ prendo la libertà d' in- 
comodarla colla presente per sapere se Ella potrebbe senza 
ano disturbo farli pagare a. Melcbiorri costì, pagandoli io qua 
immediatamente a chi per Lei. Se ciò non si può fare senza 
suo inconveniente, Ella mi farà spero il favore di avvertirmene 
liberamente, ed io mi servirò della posta. 

Ho consegnato al zio Giuseppe 1* ultimo volpme delle opere 
di Giordani, col quale resta compiuta V edizione. ^ Ella vi 
troverà il suo nome come associato, e vi potrà leggere la prosa 
al nuovo Vescovo Piacentino, la quale ha fruttato al suo autore 
il felice esilio dalla sua patria, ed il suo stabilirsi a Firenze 
con assicurazioni spontanee da parte del Granduca. 

Immagino che a quest' ora sarà già per lo meno incomin- 
einta la stampa della sua nuova opera, e spero che Ella non 
m' iuvidierà il piacere dì gustare i frutti dell* ingegno Bavaro 
e di nn migliore ingegno Italiano, appena saranno usciti dai 
torchi. 

Io vengo presentemente ingannando il tempo e la noia 
con una traduzione di operette morali scelte da autori Greci 
dei più classici, fatta in un Italiano, che, spero, non pecchi 


Questa lettera mi venne gentilmente comunicata dal Sig. 
Xtreheae Vincenzo Antici Mattei, cugino di Giacomo Leopardi. 
L'originale di essa fu dai detto Sig. Marchese donato alla coltis- 
sima Sig». Clementina Carnevali Mongardi. 

h* 


CXVI 

d* improprietà né di oscurità. Ne ho tradotti fin ora tre in 
pochi giorni; ma lo stomaco ridotto all' uMmo disordine m'intima 
il mamim de tabula. Mi lusingo che T inverno sia tanto amico 
e benigno al suo stomaco, quanto è fatale al mio, e che Ella 
abbia ricuperato queir appetito che il caldo le aveva tolto , e 
che io pel freddo ho perduto. 

Ella non si dimentichi del suo tenero devoto affettuoso ed 
eternamente grato nepote. 

Giacomo LeopardL 

V. 

Prima lettera autografa di Antonio Ranieri al Conte 
Monaldo Leopardi 0« 

Napoli 17. giugno 1837. 

Veneratissimo Sig. Conte. 

Spero che Iddio le conceda .più forza che a me per 
affrontare la terribile sciagura con la quale gli è piaciuto di 
visitarcL L' orrore del mio stato non si può descrivere con 
parole, né io posso esserle largo di quelle consolazioni ddie 
quali sono io medesimo disperato. 

Se la spaventevole desolazione nella quale mi trovo non 
mi ricongiungerà fra pochi di al mio solo ed eterno amico, 
potrò forse descriverle tutti quei particolari che possono essere 
desiderio del cuore d' un padre. Ma per oggi tutto ciò che 
potrò dirle, è troppo. 

Sappia che V angelo, il quale Iddio ha chiamato alla sua 
eterna pace, ha fatta la più dolce, la più santa, la più serena 
e tranquilla morte, ed ancora la meno creduta e meno avvertita. 
U cholera empie di stragi incredibili questa città. Le leggi che 
proibiscono la distinzione dei cadaveri sono terribili: tutti, grandi 
e piccoli, colerici e non colerici, sono trasportati e confusi nel 
Campo santo; e il ministro della Guerra, morto non di colera, 
fu non^ ha guari confuso con le migliaia. E pure Iddio ha 


*) Questa e le seguenti lettere del Ranieri, contengono preziose 
notizie circa gli ultimi giorni di Giacomo, e consuonano con uno 
scritto dello stesso Ranieri pubblicato dal Mounier nell' opera U liaìia 
è la (erra de' morii? p. 194 sgg. 


CXVII 

eoneeduto a tanto mio affetto, a tante mie lacrime, a tanta 
santità di amicizia, il rìtroYaré nn modo di salvare il corpo di 
quel grande nomo da cosi brutta confusione. Di tanto Iddio 
misericordioflo è stato è stato benigno ai miei sforzi, che non 
Bolo il corpo del nostro adorato ed eternamente adorabile 
Giacomo è distinto, ma non è al Campo Santo. Esso è stato 
rìnchinao in una splendida cassa di noce, con uno smalto giallo 
sopra } nel qnale era scrìtto in lettere nere: Conte Giacomo 
Leopardi di Recanati] ed accompagnato in sulle ventiquattro 
del dì quindici con quella santità di pompa che V orrore della 
strage presente permetteva, a notte buia è stato condotto, vin- 
cendo mille pericoli e mille ostacoli, accompagnato da tre 
cocchi nella chiesa di san Vitale Fuori -Grotta; dove è stato 
provvisoriamente deposta la cassa infuna stanza sotterranea 
dove non era altri corpi. In quella chiesa gli sarà innalzato 
al più presto un monumento, certo non degno di un nome 
così grande che varcherà la più remota posterità che Iddio 
concederà a questa terra; ma che attesti almeno quanta am- 
mirazione quanta carità destò quella creatura angelica nel cuore 
dì chi fu degno di conoscerlo, e qual solco di etemo dolore 
vi lasciò impresso. Quivi riposerà fra i sepolcri, poco quindi 
distanti, di Virgilio e di Sannazzaro; e quivi tran*anno i fore- 
stieri a venerare la sua memoria fra le venerande antichità che 
circondano quei luoghi. Per il quale scopo non ho mancato 
di far gettare la. maschera di gesso sul cadavere e farlo anche 
ritrarre a lapis. dal Sig, Tito Angelini, nostro pregiato artista. 
La cassa è chiusa a due chiavi che conservo entrambe sul cuore. 
Hi permetta, Sig. Conte, per oggi di baciare la mano del 
padre del mio fratello, del padre mio per conseguenza, e mi 
conceda d' arrestarmi qui, dove le mie debolissime forze mi 
hanno potuto condurre. Ma appresso le scrìverò di tutt* altro.^ 

U suo sventuratissimo 
Ant^ Ranieri 

nPS. Ho fatto troncare alla nostra cara creatura una 
ciocca di capelli dei quali manderò a lei una parte ^. 


*) La ripetizione è noli' autografo. 


cxvra 

VI. 

Seconda Lettera autografa di Antonio Ranieri al Conte 
Monaldo Leopardi. 

Napoli 26. giugno 1837. 

Pregiatiflaimo Sig. Conte. 

«Riprendo a fiero atento la penna dopo dodici dì del più 
disperato dolore e stupore insieme onde mai un misero mortale 
sia stato oppresso. In breve sarebbe compiuto il settim' anno^ 
che^ tornato di Francia e rìtrovatolo per mia gran ventura in 
Firenze^ io mai più né di né notte non m^ era scompagnato dal 
nostro adorabile Giacomo, se non che per pochi dì che fui qui 
per rivedere i miei ^opo dieci anni, e passai per Recanati ed 
ebbi il gran bene di vederla, benché per pochi istanti. À EHo 
é piaciuto di richiamarlo a se, senza richiamare ancora il com- 
pagno, il fratello, colui che aveva posto ogni suo bene^ ogni 
sua speranza nel suo angelico Giacomo... Ahi," Signor Conte, 
poc' altro m^ avanza che temere sulla terra, e sola un' altra 
cosa da sperare, che Dio mi ricongiunga presto al mio adorato 
amico: e solo mi sconforta il pensiero, che se nelF orrenda 
strage fra la quale mi trovo , io morrò , com' é probabile , di 
cholera^ le mie ceneri non riposeranno, come fu odo eterno 
desiderio, appresso alle sue! F'orse a lei parrà strano, com' è 
veramente, eh' io imprenda in tal guisa a consolare un padre. 
Ma senza eh' io intenda punto di far onta al suo venerabile 
dolore paterno, a niuno più sacro che a me, certo Iddio che 
tutto vede e legge nel più profondo del nostro povero cuore, 
Egli solo può giudicare se a me rimane forza di poterla 
consolare. 

Ella non potrebbe mai credere il terribile sforzo che mi 
costa a risolvermi di doverle riparlare, come le promisi e come 
é mio indispensabile dovere, del suo amatissimo figliuolo. Par- 
larne per me é piangere spietatamente; e questo é il pane 
quotidiano del quale mi pasco da dodici dì, senza venirne mai 
sazio. Dopo la funesta lettera che la mano sola dì Dio mi 
concedette la forza di poterle scriverle e che le inviai per 
mezzo del marchese Giuseppe Melchiorri, acciocché trovasse 
egli modo di fargliela pervenire in tal punto che la nuova le 


CXIX 

«embrasse meno atroce, io ho presa mille volte la penoa per 
ìseriverie, e mille volte m' è caduta di mano, e ae stasera la 
i^go, egli ò che essendomi stata recata la carissima sua, la 
quale mi paria ancora del nostro caro Giacomo come di per* 
aona viva e vera, una cosi cara illusione mi ha ridesto un 
momento di forza eh' io ho afferrato con desiderio intenso di 
non parerle trascurato in cosa cosi sacrosanta. 

Sappia adunque eh' io ebbi il bene immenso di eonoscere 
questa gloria d' Italia nel 1827 in Firenze. Poco di poi io 
partii per Francia, ed egli ritornato fra le braccia di lei, co- 
minciò inaino allora, con mio grave rammarico, a darmi nuove 
non affatto benigne della sua salute. La cosa giunse a tale, 
che fu sparso insino il grido della sua morte; ^luesto grido mi 
giunse sino in Parigi, ed io versai qualche lacrima» affatto 
ignaro come un dì questi miei due occhi mi si dovessero 
schiantare dalla fronte, e come io rimarrei su questa terra come 
un tronco inerte già in gran parte incenerito dal fulminei 

Nel 18S0 Iddio mi concedette la consolazione di riabbrac- 
ciarlo in Firenze, ed io giurai di mai più non abbandonarlo. 
Ma oh Dia! Signor Conte I Quanto mi parve mutato da quello 
del 1827! Egli era pallido, smunto; non mangiava se non 
mele frìtte, immaginandosi che la carne gli nocesse; e queste 
alle tre dopo mezzanotte. Frutto di questa vita era io sputar 
sangue ad ogni piccolo raffreddore, ed il rimanere a letto i 
mesi interi Furono taciti e cosi felici i miei sforzi, che giunsi 
a riscuoterlo da questa vita. Nel 1831 lo condussi meco a 
Roma, acciocché V inverno troppo rigido di Firenze non gli 
nocesse. Stette benone i primi mesi; ma poi riammalò, e 
qmtò sangue nuovamente. Lo videro Morichlnl e Bomba, buona 
memoria, Mori e un altro professore che non mi rammenta il 
nome; e tutti, ma più il Bomba, che mi disse essere molto 
amico di lei, mi minacciarono cose tristi e perentorie. Ma 
Iddio ebbe pietà delle mie lacrime. Nel maggio del 1832 si 
ritornè in Firenze, eh' egli era assai vago di rivedere. Quindi 
io voleva condurlo in Napoli nell' inverno: ma appena tocco 
1* autunno, egli ammalò e sputò sangue al solito. Lo videro 
Nespoli, Caramelli, Zanetti, TargionL Solite minacce, e solito 
aiuto non indarno implorato dal cielo. Mio padre ammalò, io 


cxx 

I 

corsi qui un momento a vederlo, e vidi lei a Recanati ; e tornai 
in Firenze di volo, per una lettera eh' egli mi scrisge assai 
terribile, della qaale avendo io parlato in Roma passando, seppi 
poi con mio dolore che u^ era ginnto con funesta esagerazione 
il grido insino a Reeauati. Venti aprile del 1833! giorno me- 
morabile per me! Giunsi in Firenze alle quattro dopo mezza- 
notte, e lo trovai moribondo; e Iddio mi rìconcedette ancora 
la grazia di salvarmelo. Ma dair orribile inverno che aveva 
passato gli rimase un erpete agli occhi, o, per meglio dire, alle 
palpebre ed ai sopraccigli, che secondo i medici era segno 
d* un gran vizio nel sangue. Quest' erpete gli minacciò gran 
tempo la vista, e fu d' una ostinazione quasi invincibile. Tutt' ì 
dottori mi consigliarono il clima di Napoli come sola via di 
salute; ed io l' ebbi condotto qui prima che T autunno incalzasse. 
Giunto qui, egli divenne un altro uomo. Cominciò ad avere il 
benefizio del corpo ogni dì, mentre in Firenze e per tutto 
altrove appena l' aveva una volta la settimana, e ciò con infinito 
detrimento della sua salute. L* erpete adagio adagio sparì; 
egli racquistò le sue forze intellettuali al tutto perdute e 
scrìsse le bellissime fra le belle cose che ha scritte, e quelle 
che più sicuramente condurranno il nome suo rlla piti tarda 
posterità. La mia famiglia abita a Toledo, eh' è la più bella 
via che sia in Europa, ma non il più bel punto d'aria di Na- 
poli. Per questa ragione, per la vita più tosto anomala di 
Giacomo e per potermi finalmente dedicare tutto al suo migli- 
oramento, io mi rjsolsi di fare economia separata da' miei, e 
lo condussi ad abittare prima in sulla vetta del monte San 
Martino, e poi presso a Santa Teresa sulla via di Gapodimonte, 
eh' è il più squisito punto d* aria che v' ha in Napoli Quivi 
fu incredibile il contento del carissimo Giacomo d* avere in 
fine trovato in Italia un punto d' aria che gli convenisse. 
Quivi rinvigorì notabilmente; visitato e onorato non solo da 
quel che v' era d' uomini importanti qui, ma ancora da tutti i 
letterati forestieri che capitavano in Napoli. Il maggio e 
r ottobre n' andavamo sulle falde del Vesuvio a una villetta 
di cui le parlai; e solo mancava alla nostra felicità il poterla 
dividere con lei e con tutta la sua cara famiglia, della quale 
mai non si taceva. 


CXXI 

Il flagello col quale Iddio sembra voler rammentare ulti- 
maraeute agli uomini la sua potenza e la loro nullità| venne a 
turbare ansi a distruggere un tanto bene. La ville^iatura 
del maggio dell' anno acorso oi era rinacita cosi deliaioBa, 
Giacomo aveva composto cosi belle cose sulle vette ora aride 
ora selvose di quel bellissimo e formidabile monte, che tornati 
in città, ci sapeva milF anni di ritornare in campagna. ' Laonde 
il venti agosto, appena il primo spruzzo annaffiò un poco la 
terra, ritornammo in villeggiatura. Dopo pochi di io seppi che 
il eholera era in Ancona; e lo tacqui a Giacomo, che se ne 
sarebbe messo un gran pensiero per lei e per la famiglia. 
Ma sventuratamente non potetti annunziargli la cessazione d* un 
tanto flagello costì, senza annunziargli al tempo stesso ohe 
Napoli n' era già preda. Giacomo già da gran tempo aveva 
presa una così forte impressione di questa malattia e gli pareva 
d' esservi tanto predisposto , eh' io ero stato insino costretto a 
pregare gli amici di non ragionarne mai in sua presenza. 
Quando la seppe in Napoli, ne fu spaventato e desiderò di 
rimanere in campagna, partito disapprovato da molti per i molti 
perìcoli ai quali saremmo iti incontro, massime nel caso, che 
poscia veramente seguì, che la campagna fosse stata ancor essa 
infetta. In una malattia nella quale sola medicina è il pronto 
soccorso, i' essere lontano dalla città non è partito savio. 
Oltracciò il pericolo , in quei primi furori del popolo e del 
morbo ; di mancar di vivere, era più grande fuori che dentro 
la metropoli: e di tutti questi pericoli so che il caro defunto 
W ragionò in una sua lettera. In fine io feci della sua volontà 
la mia; mi rimasi in campagna finché il eholera non fu cessato, 
cioè insino al quindici di febbraio, contentandomi di venire io 
solo ogni due o tre di a vedere i miei in JNapoli. 

«Nel dicembre, mentre s'era in campagna, gli si enfiarono 
improvvisamente le gambe. Premendo col dito, l'impressione 
restava; ed io ne fui insino allora spaventato. Venne il medico, 
e dichiarò che v'era difetto nella circolazione per l'indebolimento 
del sistema glandulare. Fu adoperato ogni rimedio opportuno. 
Le orino cominciarono ad essere abbondantissime. Il primo 
di di febbraio Giacomo ammalò di grippe ; e nel letto le gambe 
ù disenfiarono. Poco di poi si levò e tornò in città guarito 


CXXII 

del grippe e delle gambe. Stette bene fino al quindici di 
maggio y gi(Hrno nel quale mancarono improwisamente le orine 
e sopravvenne V affanno. Ora io senza entrare in quei parti* 
colari ohe troppo inacerbiscono le orrìbili piaghe del mio cuore, 
mi contenterò di dirle che nessima cosa non impossibile ai 
mortali nati fu tentata per salvare una vita cosi cara, oo« 
necessaria alla vita mia. Ma fu tutto indarno. S'implorò 1' «uto 
divino acciocché l' influenza scellerata del tempo cessasse , e si 
potesse tentare ruitimo partito dell' aria. La sera del dì 13. 
giugno, giorno mio onomastico, eravamo egli ed io a prendere 
il fresco al balcone. Egli stava proprio benino. Mi parlava 
de' piaceri innocenti che ci attendevano alla campagna, e del 
come egli avrebbe potuto sostenere il movimento deli' asino 
sopra una certa sella, che io gli aveva fatta costruire al suo 
bisogno diversamente dalle comuni. L'affanno era quasi nullo, 
e da più notti egli poteva giacere assai bene. Il dì seguente 
alle 21 ora si doveva partire; ed egli mi persuadeva a disporre 
il tutto in modo da poter rimanere in campagna insino a tutto 
l'ottobre. La mattina seguente io esci! di casa verso le 10; 
ed egli prendeva il suo cioccolatte con un gran gusto, perchè 
amava molto quella bevanda. Alle due io tomai a casa, ed 
egli stava anche bene; ma mentre io preparava le mie valige 
per partire, aiutato da tre mie sorelle, la padrona del casino 
e due altre, che dovevano partire con noi acciocché si stesse 
più allegri, Giacomo mi chiamò, e mi annunziò un grande e 
straordinario affanno. Io corsi di volo dal medico ordinario; 
com e non mandai, perchè in questo flagello ricominciato a 
infierire qui orribilissimamente insino dal 13 aprile, il mandare 
dal medici è cosa inutile. Lo messi in carrozza con ine, 
e Io condussi in un baleno a Giacomo , che aveva lasciato 
fra le tre mie sorelle con la preghiera che non mangiasse 
ancora. Ma fu inutile: Giacomo volle per fona prendere la 
zappa, perchè intomo al voler mangiare troppo più che non 
gli giovava, non intendeva ragioni né medici né preghiere mie 
sviscerate. Il medico lo trovò assai male. Ragionava non 
ostante tranquillamente col medico della campagna, del latte, 
dell' asino; quando poco di poi, senza avvertirlo ponto ma non 
senza essere stato munito e antecedentemente ed allora stesso 


axxin 

de' più doiei conforti della nostra santa relì^one rese il nobile 
e santo spirito a Dio fra le nue braccia. Il suo male è stato 
idropisia di euore^ OTvero acqua nel pericardio, alcide de' mali, 
eome tatti i professori qui T hanno definito ; e che le forze 
umane non potevano bastare a vincere. 

wDel resto le toccai nelF altra m'a del 15, e tornarvi su 
non ho la forza. Ma d'una sola cosa m' avanza a ragionarle, 
lo posseggo di Giacomo un banlle, una valigia, ed una cassetta 
di legno ferrata, con biancheria, qualche abito di cui non fu 
rivestito il corpo, ch'io volli adorno del meglio, ed altre cosucce 
molte. Queste cose con alcuni libri intitolati a lui dagli autori, 
e che so eh' egli era solito di mandare a lei, io serbo qui a 
disposizione di lei, attendendo eh' ella. mMudichi il modo onde 
protergllene mandare. Io imploro da lei il dono d'un dizio- 
naretto francese dell' Antonini, delle cesoie con cui egli da che 
io lo conobbi tagliava ogni di la sua barba, del calamaio di 
cartone e della penna che portò via di costì e con la quale 
l' ho visto sempre scrivere. Questi oggetti , a' ella me lo con- 
sente, vorrei ritenere per memoria. Intanto voglio anche ch'ella 
Bappia che nella fierezza del mio primo dolore i miei mi con- 
dussero da mio padre. Venne il giudice, come qui è costume, 
e domandò di suggellare gli effetti del morto. La gente di 
servizio, com' è rozza qui simile genìa, credette che la roba 
suggellata scadesse al giudice ; e credendo di fargli uu scherzo,^ 
messe in una cassetta che fu suggellata quattro stracci che 
trovò per terra, e sopratutto un certo soprabito vecchissimo 
che per sette anni ha fatta la mia disperazione, che ho per 
sette anni pregato Giacomo inginocchioni di gettare, e eh' egli 
ritenne invece con affetto incredibile, gittandone un nuovo che 
i tarli avevano distrutto. 

A Ecco che Iddio -mi ha conceduto in fine la forza di com- 
piere in parte almeno il tristo dovere' che mi rimaneva verso 
di lei. Ora m' avanza a dirle nn' altra pardla per sua tran- 
quillità, e qnesta m' esce dal pili profondo della mìa sviscerata 
smifliiia; ed io la scongiuro di accettarla con qaei sentimento 
affettuoso di consolaBione al cnore d' un padre che me la detta. 
Qa«8tA parola ò, ohe Giacomo non è vissuto in grande streteiia. 


CXXIV 

Io le bacio fra le lacrime di figlio la sua paterna mano, e la 
prego di consolarmi d' una sua risposta. 

Suo divotm. Àffm. Am. 
A. Banieii. 

VIL 

Copia di lettiera di Vincenzo Balietti, segretario della Nun- 
ziatura in Napoli, alla Contessa Ippolita Mazzagalli. 

„ Signora Contessa Veneratma. 

,,Col Corriere ordinario di questa mattina ho ricevuto la 
sua gratma lettera dei 4. corrente mese, e mi dò la premura 
di subito riscontrarla come desidera. 

^ Sulla morte del Signor Conte Giacomo Leopardi nulla 
posso aggiungere di più di quello che la Gazzetta di Roma 
ha riferito. Solo posso dire che da molto tempo il d^. Sig'. 
Conte si trovava in cattiva salute, ed il suo Amico, nella di 
cui casa abitava, gli usava tutti i riguardi, ed attenzioni, e sen- 
tiva gran pena della di lui situazione, che per ciò se f aveva 
seco condotto alla Torre del Greco di là da Portici, varj mesi 
prima del decesso , e l' aveva ricondotto a Napoli stante che 
quell' aria non gli recava vantaggio. Nel mese di Giugno p. p. 
voleva tentare di fargli respirare Paria presso il Vesuvio, ma 
mi disse, che temeva assai di colà condurlo stante Testrema 
debolezza in cui era il sullodato Sig'. Conte, e non ostante 
avrebbe eseguito il suo progetto, se il Morbo che afflige questa 
città non gli avesse fatto dimettere il pensiero, tanto più che 
non avrebbe avuto il Medico a sua disposizione. Il giorno 
avanti la morte del Sig'. Conte l'Amico era venuto a ritirare 
da me un atto stato rilasciato da questo Monsignor Nunzio in 
favore del Sig'. Conte Giacomo che lo dichiarava suddito Ponti- 
ficio, e che trovavasi in Napoli a motivo di curare la sua sa- 
late, ciò per liberarlo da una tassa mensile che debbono pagare 
tutti quei giovani che formano parte della Guardia di interna 
sicurezza in qnesta città. Chi era incaricato a dar la nota degli 
individui esistenti ne' rispettivi quartieri senza esaminare se il 
Conte Giacomo era estero, o Napoletano ve V incinse. Chiesi 
nuove del Big'. Conte, quali furono, le solite, ma senza altera- 
zione. 11 male però lo consumava a poco a poco , coi^ che 


cxxv 

e^li morì fra poche ore asaÌBtito e consolato dalla Religione* 
NalU di più posso aggiungere, né .posso andare in ti*accia del 
dolente amico giacché la desolazione ohe poi-ta il Morbo che 
qai regna nasconde ognuno, o è morto dopo poche ore. 

^Ripeta i miei osseqnì a tatti i "Nominati nella saa grata 
lettera, e mi creda." 

NapoU 8 Luglio 1837. 

Devotmo Obblmo Ser. 
Yincenso Balletti. 

VIIL 

Terza Lettera autografa di Antonio Ranieri al Conte Mo* 
naldo Leopardi 

^Napoli 18. Lugtio 1837. 

Pregiatissimo Sig. Conte. 
„I1 carattere a me sempre venerabile e santo eh* è in lei 
di padre del mio eternamente adorato Giacomo, e un non so 
che di piamente affettuoso che mi pare di scorgere nel fondo, 
del suo cuore, mi fanno, più che un dovere, una necessità di 
non mancare mai delle sue nuove. E s' ella non si fòsse de* 
guata di dimandarmelo, gliene avrei lo stesso porte le più vive 
preghiere. Può immaginare adunque con quanto contento lo 
soddisferò della prima delle due gentili dimando con le quali 
ella si compiacque concludere l' affettuosissima sua del 6; benché 
la mia malinconia d* aver perduta tanta parte di me stesso é 
tale che forse mi condurrà fra non molto al sepolcro, e n' ho 
noe di quei tenacissimi presentimenti, ai quali rade volte suole 
non seguitare l'effetto. Dell* altra dimanda, se mi bastasse la 
la Vita, sarebbe assai men difficile eh* ella forse non crede di 
soddisfarla ancora, perché io mentre amo anzi adoro l' Italia 
ingenerale, ho la sventura di non troppo amare Napoli, dove 
il romorìo e il frastuolo d'una gran città e V indole briosa e 
festiva degli abitanti si oppone fieramente alla mia natura mar 
lineoniea e triste se altra mai, ed amantàssima di qualunque 
eosa rappresenti sulla terra calma, silenzio e quiete. Né fu 
una sola queUa volta eh' io ragionai in sul serio col mio ado- 
rato Giacomo di venire a compiere i miei giorni costi fra le 


CXXYI 

dolcezze ineffabili dell' amicizia e della BoHtadine. Ma benché 
al nostro amatìMimo defunto fosse cosi grave dì vivere lontano 
da' suoi e massimamente da lei, cb* ella forse non lo potreU>e 
così di leggeri Immaginare , nondimeno al solo nome di vento, 
al solo Qome di freddo e di neve (che qui veramente sono piti 
nomi che eose reali ed esistesti) egli impallidiva in giùsa, che 
non era più possibile di continuare nel divisamente che le ho 
accennato. Ad ogni primavera se ne riparlava^ ad ogni avtunno 
se ne dismetteva il discorso; né io avrei potuto sanamente for- 
zarlOy perchè aono convìnto, e gliene dico per sua consolazione, 
che se Giacomo avesse mutato il clima di Napoli con quello 
di Recanati, ella avrebbe avuta la. consolazione di rivederlo, ma 
a questa sarebbe certissimamente seguitato il dolore di perderlo 
assai prima. Ora poi è assai probabile, che avendo perdati 
una così gran cagione di vivere in Napoli, io mi conduca a 
vivere per qualche tempo in Soma, città che amo sopra tutte 
le altre di Europa; e di quivi mi sarà assai facile di potermi 
soddisfare di questo desiderio, che nutro intensissimo nel cuore, 
di conoscere tutta la sua amabile famiglia, massime cotesta 
loro Paolina, della quale il mio Giacomo mi parlava sempi-e 
con tenerezza ineffabile, e che dal molto che ne so, deve chiu- 
dere nel petto il più bel cuore di che mai il cielo fece dono 
a donzella. 

„Ella non vuole vedere nulla di quel eh' è rimasto del 
nostro adoratissiffio Giacomo, salvo ì libri e le carte. In quanto 
alU sua biancheria, baule ed altre cosucce, io sono nel medesimo 
caso di lei. Mia non può credere il tremendo sforzo che mi 
costò il dover raccogliere e chiudere la sua rohiccinola nel 
baule, avendo la tenacità delie abitudini di Giacomo impresso 
un suggello di rimembranza insino nell' ultimo de' suoi cencL 
Alla servitù né pure potrei giustamente distribuirla, perchè 
r antico e fidatiesimo domestico di casa mia eh' io teneva da 
due anni ùi qua al fianco di Giacomo, mi morì la settimana 
scorsa di cholera in Portici, dove ora mi trovo, per fuggire 
quanto posso l'aspetto dei luoghi campestri e cittadini ohe ho 
lungaoiento abitati col mio angelico Amico. A ogni modo, 
s' ella è ben risoluto di non volerle, io farò conservare quelle 
eosuece in casa mia, come una sorta di reliquie; perchè io sono 


OXXVH 

p^elnto del convineiroento più Intimo, ohe nn dì lo seingamftno 
il temperino di Oiaeomo sarà considerato dalla eolta posterità 
eon quella passione medesima ed anche più, con che ora si 
considera lo sciugamao del Tasso a Sant* Onofrio , o la taTola 
e il calamaio dell* Ariosto a Ferrara. 

^ quanto jù libri ed aUe carte, bisogna intendersi. Libri 
^K non portò seco di costà, com' ella saprà bene; salvo il 
disionarìetto dell' Antonini eh' io le ho dimandato di poter con- 
servare come memoria, ed ella certamente intenderà di oonoe- 
dermelo. Non ne comprava mai, per la noia grandissima che 
gii era a kiisportarli seco. Restano quelli che gli sono stati 
regalati dagli autori dopo 1* ultima delle spedizioni eh' egli era 
solito di fisrne costi; e questi gliene ho messi tutti da parte, 
e gliene manderò appena sarà possibile. Ma non sono quanti 
potrdi>bero essere, perchè Giacomo in questi ultimi anni era 
divenuto sdegnosissimo del pettegolezsso letterario, e non man- 
dando le sue cose a nessuno, da non molti gli erano inviate le 
loro. Delle molte sciocche, poi, fra quelle che gli erano inviate 
egli faceva un tristo governo, servendosene, ove la carta ne 
fosse morbida, per le sue consuetudini mattinali e facendone 
iDsino parte agli amici per 1' uso medesimo. 

„Per carte si può intendere lettere o manoscritti. Tutti 
i moltissimi man(^scrìtti che Giacomo portò seco di costi, e 
eh' ella certamente conoscerà, furono senza quasi eccezione al- 
«una consegnati da Giacomo in Firenze nell' ottobre del 1830 
ti Sig. Luigi de Sinner, filologo tedesco, che li portò seco in 
ParigL Questo fatto è d'una gran notorietà in tutta la repub- 
blica letteraria: il Sig. de Sinner lo ha pubblicato in tutti i 
giornali di Germania e di Francia, ha dati e fatti dare iQfinitì 
estratti e citaàoni di essi, ed ha insino pubblicata un "^^ Ex- 
cerpta ex schedis criticis lacchi Leopardii comiiis Barmae 
1834 »> del quale librettino trovandomene due copie, gliene 
mando una oggi stesso, che per mezzo del Sig. Giambone se- 
gretario generale delle poste in Roma, le perverrà senza di- 
spendio veruno. Quivi nella prefazione ella potrà leggere la 
nota di buona parte dei manoscritti consegnati al de Sinner. 
A ne non restano che carte o note relative alle cose composte 
da Giacomo dopo 1' ottima sua partenza di costi: e di queste 


cxxvm 

io non posso disporre in altra guisa, secondo l' espressa volontà 
del nostro amato defunto, se non servendomene accuratamente 
per r edizione di tutte le sue opere, che fra non molto si farà 
in Parigi, e della quale egli m' impose durante la sua malattia, 
ch'io, quando Iddio avesse disposto di lui, divenissi l'editore. 
E chi altro che me sulla terra potrebbe conoscere ove mettere 
le mani? Restano le lettere, delle quali, salvo quelle che possono 
riguardare la stampa delle sue cose o altro attenente a quelle, 
ella può disporre a suo beneplacito, ed io gliene manderò a 
suo tempo religiosamente, s' ella crederà dì doverle avere. 

Ella mi domanda delle cose stampate o composte da Gia- 
como dopo la sua ultima partenza di costi. Per le cose stam- 
pate^ 1' edizione de* suoi canti e delle sue prose di Firenze 
18... ella r avrà avuta certamente. Resta 1' edizione di Napoli, 
la quale fu abolita in sul principio da mal fondati scrupoli; e 
però non potrei mandargliene , non rimanendomi che una sola 
copia de' due soli volumi stampati. Il primo di questi conteneva 
i canti di Firenze accresciuti di undici componimenti e qualche 
frammenti non piti stampati. Il secondo conteneva buona parte 
delle prose già stampate in Firenze. E questo in quanto alle 
cose stampate. In quanto alle inedite poi, già prima della 
sventura state mandate da Giacomo »l Bandry libraio in Parigi, 
le acchiudo la prima notizia ohe ho mandata del mio adorato 
amico a questo nostro giornale letterario intitolato il Progresso, 
dalla quale potrà rilevare il tutto. In quella notizia, già 
stampata all' arrivo dell' ultima sua pregiatissima lettera, io non 
poteva uè doveva entrare in particolare veruno concernente la 
sua morte, perchè anzi in essa si contiene più tosto una scusa 
intorno alle ragioni per le quali non si dà una notizia esatta, 
che veramente una notizia. Ma quando l' occasione lo ricercherà, 
sarà mia cura di dire il vero di tutto, ed ella può riposarsene 
sopra di me. Del resto qui, nel resto d'Italia e fuori è cosa 
troppo notoria non solo che il re di Napoli ha sempre perdonato 
uno salvo tutti e non mai tutti salvo uno, ma ancora che il 
eonte Leopardi compromesso è un aquilano e non ha nulla 
che dividere con la famiglia di lei. 

Intanto, al proposito della notizia che le acchiudo e di 
quelle che prometto, è necessario eh' ella ren4a a me ed alla 


CXXIX 

memoria del nostro adorato estinto un grandissimo servigio, 
fiisogna eh' ella sappia che il Sìg. de Sinner oltre a quasi tutti 
1 manoscritti, volle portar seco per farne menzione fuori d* Italia 
esattamente tntte le cose già stampate qua e là di Giacomo. 
Di queste, alcune delle quali sono d' una gran rarità, rimanemmo 
maneanti ed io e Giacomo stesso; ed ora io non saprei come 
fare a procacciarmele o ad averne almeno una notìzia esatta. 
Bisogna dunque eh' ella abbia la bontà di mandarmi una nota 
esaltissima di tutto quello eh' è stato stampato di Giacomo insino 
ti 29 aprile 1830, dico cominciando dalla sua più tenera età, 
e divenendo dì mano in mano fino all' epoca che le ho segnata. 
Avuta eh' ella avrà questa bontà, le cose eh' io potrò procac- 
ciarmi, me le procaccerò. Quelle che non potessi, ella avrebbe 
(mi confido almeno) la bontà di mandarmele per sola una set- 
timana, quant' io le facessi copiare. Ma ciò non è tutto. Ella 
deve avere ancora la bontà di darmi una notizia esatta di tutto 
ciò che può essere importante a chi deve scrivere una vita 
compiuta dì Giacomo; della sua nascita, che non vorrei avere 
sbagliata, de' suoi primi anni, de' suoi primi studi, de' maestri, 
delle inclinazioni, degli spassi, delle gioie, de' dolori, delle in- 
fermità, del modo di vita, delle varie partenze e ritorni, di tutto 
infine quello eh* ella può credere utile di farmi conoscere , e 
che troppo sarebbe lungo ad annoverarle capo per capo. Questo 
favore io oso implorare eh'- ella me lo renda subito con vero 
fervente affetto di padre e d' amico ; e l' attendo come cosa 
desideratissima oltre agni possibile credenza. 

„Ho detto che Giacomo consegnò quasi tutti i manoscritti 
si de Sinner; ho aggiunto quel quasi, perchè veramente i 
snoi zibaldoni di Hngua non gliene consegnò; ma li consegnò 
invece, quando parti ultimamente di Firenze, al chiarissimo 
Sig. abate Giuseppe Manuzzi, che colà dimora e che sta pub- 
blicando un nuovo dizioniario della lingua italiana, giunto finora 
all' M, se- non vado errato. Gliene consegnò acciocché il Ma- 
nuzi ne fi&cesse uso e menzione ^) nel suo dizionario ; e so che 


^) Nel manifesto il Manuzzi parlando dei letterati ohe gli hanno 
dati spogli^ dice «Intanto vi basti sapere che fra questi posso nomi- 
Qtfe non pure il 8ig. prof. Luigi Maria Rezzi, ed il Sig. Gaetano 
Malocchi, ma e il Sig. Conte Giacomo Leopardi, il cui solo nome, 

i 


cxxx 

il Manuzzi gli promesse in ritorno una copia di esso. Scrìverò 
ai Manuzzi, e gli domanderò la copia, dico fin dove s' è giunto; 
ed avendola, è inutile eh' io le dica eh' essa è di lei, com' è giusto. 

„Nel mese poi ultimo di aprile Giacomo spedi al Sig. 
Passigli libraio in Firenze alcune correzioni al suo comento 
sul Petrarca eh' esso Passigli si offriva di stampare. Passigli 
per queste correzioni gli aveva promesso qualche copia delle 
edizioni de* classici eh* egli va' stampando. Farò di trovare la 
lettera del Passigli, e gli scriverò per dimandare se mai rice- 
vette lo correzioni, che ancora non ne ha dato avviso, e se le 
stampa. E in ogni caso, potendone cavare qualche libro, è 
anche inutile di dirle eh' esso sarà di lei. 

„Come poi quelle due versioni (com' ella leggerà nella 
notizia) si trovino appresso il Manni, è cosa curiosa. Il Manni, 
romano, era qui il maggio dell' anno scorso; e faceva stampare 
un suo dire sui morti di che assorda da più anni i viventi, e 
lo fa^^eva stampare da un bravo tipografo detto il Giofifi. Ac- 
contatosi con Giacomo, prese il manoscritto per mostrarlo al 
Cioffi, se volesse* stamparlo, e poi riparlarne con Giacomo. E 
come noi allora partivamo per la campagna, prese l' indirizzo 
della villa per venire colà a conferirne con Giacomo. Non 
venne altrimenti. Tornati in città, trovammo che il dottore 
era partito per la luminaria di Pisa, senza lasciar detto nulla 
a persona di manoscritto o di Cioffi. Allora Giacomo mi con- 
fidò di dovergli per non so qual titolo quaranta circa ducati. 
Io, dopo la disgrazia, ho messa sossopra Roma per conoscere 
dove fosse il Manni ; e saputo eh' è a Londra, ho messa a sua 
disposizione quella somma, perchè egU rendesse il manoscritto. 
Ho messo, oltracciò, di mezzo persone autorevoli, come il Prìn- 
cipe di Musignano, mio molto amico, e l'avvocato Sig. Felice 
Ciccognani; e credo che la cosa mi voglia riuscire a buon fine. 
Se altro fosse, povero al Manni: gli vorrei dare una gastigato- 
ria delle brutte. Ma certo, dopo la pubblicità eh' io ho data 
e darò a questo fatto (dico solo di trovarsi il manoscritto ap- 
presso a lui) la bassezza di negarlo non solo oltrepasserebbe 


tanto caro alle lettere, sarebbe più che bastevole ad accattar benevo- 
lenza, e a dare riputazione a questa impresa. ** 


CXXXI 

ì confini del cognito nel gran mondo delle bassezze umane, ma 
incora sarebbe al tatto senza premio, perchè che potrebbe mai 
Itnie in prò della sna vanità? della quale per altro è ingordissimo. 
„nn' ultima cosa mi avanza a dirle; ed è, eh' è bene 
eh* ella sappia che il Baudiy stampa le cose di Giacomo pre- 
gatone da me, che già lo conobbi molto in Parigi, dal mio com- 
patrìotta dimorante colà, Sig. Cav. Cobianchi e dal de Sinner; 
ma non promise nessuna specie di compenso uè in danaro né. 
In copie, perchè noi poveri Italiani dobbiamo anzi pagare per 
farci stampare in Francia. 

„Le mie sorelle sono sensibilissime alle sue bontà. Qnella 
ebe più assisteva Giacomo, e sopravvedeva le sue cosucce, e 
che fa meco a sostenergli il capo inaino all' ultimo istante 
ai chiama ancora Paolina, e vuole eh' io baci la mano a lei ed 
alla su» consorte per sua parte e manda un bacio affettuosissimo 
alla sua omonima. 

„lii dimenticavo di dirle che fra le lettere sono assai di- 
plomi di Accademie, che le manderò tutti esattamente. 

„Me le jaccomando quanto so e posso e la prego di bene- 
dirmi sempre come a fratello di Giacomo e di credermi. 

Suo affmo divmo Ser. Am. 
Antonio Ranieri. 

Per il giornale uffiziaìe. 

Annunzio necrologico. 

„Siamo richiesti da persone riguardevoU di annunziare come 
eaasa di pubblica condoglienza, che il dì quattordici di giugno 
alle cinque pomeridiane, d' un indrope di cuore contro al quale 
ogni rimedio umano è stato indarno, passò in Napoli di questa 
vita.il conte Giacomo Leopardi, di Recanati, filologo e filosofo 
sommo, prosatore e poeta esimio, ed ammirabile appresso V uni- 
versale per r ingegno acconcio e pronto ad ogni più nobile e 
più eccelsa disciplina.'^ 

Per il Progresso, 

Annunzio necrologieo. 

„I1 di quattordici di giugno, a ventun' ora, d' un indroperi- 
cardia che da gran tempo lo minacciava, mancò fra noi all' 


CXXXII 

Italia, anzi a tutto il mondo civile, uno de' più potenti ingegni 
che aleno surti a questi ultimi anni, il conte Giacomo Leopardi, 
di Recanati, filologo e filosofo di rarissima eccelleuEa, prosatore 
più che sublime, ma poeta incomparabile. U grido del suo 
nome, già grandissimo non solo in Italia, ma eaiandio fra le 
tre altre nazioni che tengono il campo nel gran movimento in- 
tellettuale onde saranno risoluti i destini della specie umana, 
non più soffocato dall' invidia, che non suole durare olire la 
tomba, sorvolerà i secoli finché sarà memoria fra gli uomini 
^del bello e del grande. La favilla divina che s' acoese sotto 
quella giovane chioma, non vi fece dimora oltre a trentotto 
anni, undici mesi e tredici dì. Byron mori a trentasei anni. 
A fiamme così vive non è dato di risplendere più lungo tempo 
sulla terra, perchè sarebbero di leggeri oltrepassati i confini 
che il fato prepose air ingegno umano. 

L' infausta stagione che corre, e il dolore stesso dell' irre- 
parabile perdita che abbiamo fatta, non ci consente fra tanto 
pubblico e privato lutto di parlare parole degne di un tanto 
uomo. Ma nel quaderno che seguirà speriamo di contentare 
la giusta curiosità dell' universale in tutto ciò che concerae la 
vita e le opere di questo portento d' ingegno e di sapere. Per 
ora ci è dolce di poter annunziare che oltre alle cose già stam- 
pate altrove e qui, ci rimane di lui un poemetto in ottava rima 
e in otto canti intitoiato / paralipomeni della Batracomiùmctbhia 
di Omero, che, a parer nostro, sono le più belle stanze che 
sieno state scritte iu Italia dopo quelle dell' Ariosto; due nuovi 
canti lirici, pieni, al solito, d' eleganza, d' affetto, di dolce malin- 
conia e di nobile disdegno della viltà de' tempi; un volumetto 
di pensieri morali, tutti sciolti e vari d' argomento, d' una pro- 
fondità e d' un' eccellenza di dizione da recare stupore; tre 
nuovi dialoghi; e due versioni dal greco, il Manuale di Epitteto 
e i Morali d' Isocrate, eutraoibe ornate di due preambolL 
Queste due versioni trovansi appresso il dottor Pietro Manni, 
dal quale non dubitiamo che saranno rendute subito al Baudiy, 
libraio in Parigi, il quale darà fra breve un' edizione compiuta 
di tutte le opere dell' impareggiabile defunto. 

Il suo corpo chiuso in una splendida cassa, fu con quella 
pompa che le condizioni dei tempo potevano consentire^ traafe- 


oxxxm 

rito Della chìeui dì san Vitale fuori V antica Grotta detta di 
Pouuoli, dove le sue ossa riposeranno non discosto da quelle 
di Virgilio e di Sannazzaro. Qaivì gli sarà in breve rizzato 
fm monumento, se non degno dell' altezza del suo ingegno, 
bastante almeno a far fede appresso la posterità della giusta 
venerazione in cui 1' ebbero i Napoletani, fra i quali egli visse 
qsattr' anni, onorato e visitato da ogni straniero più illustre, 
e da quel eh* è rimasto qui di veri sapienti: i quali occulti e 
schivi di quegli onori che già furono suprema sventura ai loro 
padri, non però disdegnano di mostrarsi, se mai, quasi messo 
di Dio, comparisce fra loro un qualche grande uomo capace 
d' intenderli e d' apprezzarli. 


IX. 

Copia di lettera della Contessa Paolina Leopardi a D 
Antonio Erculei professore di Patrologia nel Seminario romano, 
in daU 12. Luglio 1850. 

Pregmo Signore. 
Non pnò certo non riuscirmi sempre oltre ogni dire gra- 
ditissimo il pensiero sorto in qualunque persona dotta e religiosa 
di onorare la memoria del mio dilettissimo Giacomo. £ qual 
maggiore onore potrebbe mai farglisi ohe mostrare al mondo 
(ai suoi calunniatori e agli ammiratori suoi) eh' egli è morto 
nel seno della santa religione in cui è nato, ed in cui è stato 
iUevato colla massima premura e devozione dai piissimi suoi 
genitori? Sicché, veda mio Signore, che non ispetta a lei 
chiedermi scusa alcuna per le inchieste che mi fa, ma son io 
che debbo mostarlene la mia riconoscenza e quella della mia 
famiglia. Poco però posso dirle oltre quello che ognuno sa 
dietro le notizie messe in istampa su questo luttuosissimo av- 
venimento. La circostanza del non essersi alcuno di noi trovato 
presente in Napoli a questa morte, su di coi non cesseranno 
mai di versarsi le nostre lagrime, ha fatto che noi fossimo 
aempre trepidanti su quello che tanto ne interessava; se il di- 
letto nostro Giacomo, cioè avesse ricevuto i conforti della 
Religione. Ecco le parole del Ranieri, nelle di cui braccia egli 
è morto: „Napolt 17. Giugno 1837. Sappia (il Ranieri scriveva 
t mio padre) che f angelo, il quale Iddio ha chianiaio alla 


OXXXIV 

Sila eterna pace, ha fatto la più dolce, la più santa, la più 
seretia e tranquilla morte". E poi in altra lettera del 26 Giugno. 
„Ragionara Giacomo ìion ostante tranquillamente col medico, 
della catnpagna, del latte, dell* asino, quando poco di poi, 
senza avvertirlo punto, ma non seìiza essere stato munito, ed 
antecedentemente ed allora stesso de' più dolci conforti della 
nostra santa religione rese il tiobile e smito spirito a Dio fra 
le mie braccia." 

^Qneste sono le parole di Ranieri, le quali però ei non 
ha voluto ripetere nella vita dì Giacomo da Ini premessa alle 
Opere stampate in Firenze, edizione terminata nello scorso anno. 

Leggendo queste parole noi fummo molto consolati coro' Ella 
può bene immaginare; ma molto più lo fummo al pubblicarsi 
la prima edizione dell' Opera di Cure! Fatti Argomenti ec. Noi 
ne piangemmo di consolazione, il povero nostro padre sentissi 
racconsolato fino nel piii interno dell' animo, e a di lui preghieia 
il padre Rettore del Collegio de^ Gesuiti in Loreto, padre Giri- 
baldi, scrisse ai padre Curci, che predicava allora la Quaresima 
in Venezia, acciò volesse dare schiarimenti in proposito, e le 
trascrivo qni la di lui risposta^ stimando farle cosa grata. 

Rndo in Crto Pre — Le lettere ed i comandi de' nostri 
mi giungono sempre carissimi, ed io la ringrazio che mi porge 
il destro di renderle un piccolo servigio. 

Molti riguardi di prudefiza mi strinsero a dir quasi per 
metà ciò che concerneva la morte del Leopardi. Egli fifù in 
casa di un letterato Napoletano, Ant. Ranieri: questi vemie 
egli medesimo a levare dal Collegio un padre, ma senza dire 
per chi dovesse servire. Vi andò il P. Francesco Scarpa, che 
noìi conosceva il Leopardi neppur per nome; lo confessò, gli 
fé' prendere i SS. Sacramenti, e lo assistè sino all'ultimo. 
Pare che i confratelli in irreligione col defmito volessero tener 
segreto questo fatto. E lo stesso Ranieri mettendo a sta$npa 
la vita del Leopardi non ne disse una sillaba, ed a chi ne lo 
ha interrogato ha quasi risposto di non saperne nulla. Vede 
dunque V. R. che io già ho fatto molto con quelle poche pa- 
role: dime più innanzi non mi parve opportuno; perchè in 
Napoli colla repubblica letteraria viviamo in grande armonia, 
e non volli romperla per sì poco. Non nominai poi il P. Scarpa, 


cxxxv 

persona assai virtuosa, perchè il poveretto con grande suo 
rammarico è fuori la Compagnia per circostanze di sua famiglia. 

Ecco quanto mi occorre dirle intomo alla sua domanda; 
e con ciò ho inteso far servigio eziandio a codesso M^, Vicario 
é Recanati. 

Aon mi resta che pregarla ec. 

Venezia 2. Aprile 1846, 
Ohmo Servo in Cristo 
Carlo M^. Curci d^ C. d. C. 

Quando poi ne gianse in mano 1' ottava edizione della 
medesima opera del Snd^ P. Curci, e leggemmo alla pag. 96 
U lettera del P. Scarpa, restammo trasecolati, leggendo iu essa 
come narrati da Giacomo al detto Padre certi dettagli della 
sua vita, ne' quali non v' è V ombra di verità. È questo per 
noi un mistero che non verremo mai a capo di dilucidare; 
ma eerto sono cose capaci d' infirmare anche la verità. 

Il Segretario del Nunzio a Napoli, in allora Card. Ferretti/ 
scriveva queste parole in proposito della morte di Giacomo: 
^...limale lo consumava a poco a poco ^ cosicché egli morì 
fra poche ore, assistito e consolato dalla religioìie"^. 

„Mi permetta ora per ultimo, mio Sig*^. di trascriverle un 
brano di lettera scrittami da un mio amico, 1' aw. Pietro Brì- 
gheuti di Modena, persona irreprensibile ed onoratissima (parole 
che esso mi scriveva per calmare ì miei timori): „Nel resto 
Ella fri insegnerebbe che Dio non abbandona alcuno ; molto 
meno avrà itegli estremi abbandonato il nostro Giacomo, il 
quale se lasciò talvolta trascorrere la penna, più per vaghezza 
di filosofare, che per volontà di persuadere, condusse utia vita 
montaminata e piena di carità verso gf infelici. Io ne fui 
testimonio, e credo di aver letto nelV intimo dell' animo suo, 
oìide confido, che quel purissimo spirito trovisi ora in luogo 
flb' pace. Brofno ardentemente che le mie deduzioni calmino i 
suoi Umori, pensando in oltre che in sostanza le opere del 
fratello non sono imputabili che per qualche trascorso di 
nwiìdana filosofia, esagerato, il ripeto, e travisato dagli empi, 
per lo che tanto più il Signore avrà usato con esso quella 
n^sericordia che concede ai peccatori di più gravi colpe. So 
da persona credibile, che Giacomo morì cattolico e colle usate 


CXXXVI 

testimonianze di religione, e il Signore gli concesse un quieto 
e pacifico transito**. 

^To spero eh' Ella condonerà all' eterna mia affezione pel 
caro estinto 1' averne narrato questi dettagli che forse saranno 
trovati incerti o inconcludenti, è certo però eh' Ella aveva 
diritto a ciò che noi le manifestassimo quanto intomo a ciò 
sapevamo. S' Ella mette in esecuzione il suo disegno, non dubi- 
tiamo punto che la gentilezza sua faccia che si verifichi quanto 
ne ha promesso T ottimo padre Colloredo, di avere cioè un 
esemplare di questa sua dissertazione, e le ne saremo somma- 
mente riconoscenti. 

„La prego di mille complimenti, a nome mio e di tutti i 
miei al suddetto padre Colloredo, le di cui parole ne fanno 
sperare di vederlo al più presto. 

„Ella stia bene, mio Sig^, e pregandola a perdonarmi l'ec- 
cessiva empitura di questo foglio, le offro la mia servitù di- 
chiarandomi.'' 

Sua Devma Serva 
Paolina Leopardi* 


Commentarii 

De Vita et Scriptis 

Rhetorum quorumdam 

Qui Beoundo post Ohristam saeculo 
Vel primo deolinante vìxerunt 

Auctore 

lacobo Leopardi 

Qui et selecta Veterani Opnscuia 

Ad calcem adjecit 

Et Obaervationibus illustravit 

1814. 


Auctor Lectori. 

Khetoram secuudi post Chrìatam Baoculi litterariam hoc 
libello historiam illustrare, propositum mihi animo fuit: quod 
quonam modo praestare conatuB 6im paucis exponam. Oratores 
primam selegi celebratissimos, Dionem ChryBOBtomum, ac Aelìum 
Amtidem Graecos; Latioum M. Coruelium Froutonem: quibus 
adceaait Graecus magni nominis Rhetor, HermogeneB. Gesta 
homm, et scripta qua licuit diiigentia proBequutuB, Commenta- 
rìum de singulis compoBui. Dionem eloqui! facundia clariasimum, 
qaamvÌB saecuio primo maximam egerit vitae partem, liaud 
praetereundum tamen existimavi, vìdetur enim quodammodo, 
ante omnes Becundl saeculi Rhetores glòriae stadium ingreBSUB, 
viam caeteriB ad immortalitatem ostendisse. Nec de quatuor 
illia tantum Rhetoribne, quamvis suo tempore fortasse praecipuiB, 
igere sat fuit, Bed de aliis etiam data occaBione obiter dissertum 
est, in qoibuB Bunt Polemo, et Herodea AtticuB, eruditis quibus- 
' qae notisBimi. Commeutarios excipiunt brevissima veterum 
opoflcula quatuor, ea lege selecta, ut unumquodque ad Rhetorum 
secandi saeculi historiam illustrandam aliquid conferret. Primo 
ex ipfiiB occurrit Philostrati de Epistolis conscribendis epistola, 
in qua plures epistolarum scrìptores memorantur, cum nova 
Ittina versione, et respondentibus ad aliornm opusculorum cal- 
cem observationibus. Secundo exhibetur Epistola Tbeophylacti, 
deaiio post Petrum Massari latine versa, cujus locum insignem 
de aoctore libelli JttQÌ t^pfiTfvtlagj de eloquutione, omni studio 


illustrare curavi^ ab co motuS; quod auctor ille virìs quibusdam 
doctissimìs Becuudo saeculo vixisse videtur. Posteriori loco 
vjtód-saig, si ve argumentum Athenaei Deipnosophistarum , cum 
nova item interpretatione reperitur. Hòc sequitur prima Sidonii 
Apollinaris epistola, hanc vero subeunt Observationes in Opus- 
culum qnodlibet. Tandem, quo studiosornm commodiiati magìs 
foret consultiim, subjectus est index virornm omnium doctrina 
illustrium, de quibus in elucubrationibus meis, isthoc volumiDC 
contentis, sive data opera, sive obiter actum est. Haec monere 
juvabat 9. Octob. 8. 9bre. 


L 

De Vita et Scriptis 

Dionis Chrysostomì 

Commentarius. 


I. 

Introductìo. 

Inter maxima lìtterarum lumina, quae prima post Christum 
iaeeulay harum opam ditissima; tulere, haud parum profecto 
falsit Dio oratoria laude pereelebris, nobiliqne fama apud stn- 
diosoa omnea notiaaimua. Cujua memoriae ut alt, qua decet, 
eura conaultum, opua eat ejuaque genua inquirere, factaque 
proaequi, et relieta ingenii monumenta recenaere. Quod prae- 
Btare utile in prlmia exiatimo. Siquìdem doctiaaimorum virorum 
exempla revolvero, aolet viventibua doetrinae praebere Ineita- 
menta. Hinc laudia, bine gloriae atudium, bine aemulae mentia 
contentìo. Quia enim et infoecundaa gloriae, et laudam expertea 
Bapientiam vocet et litteraa? Et quia Dionem noatrum, quem 
Chryaoatomi nomine vetuata aetaa donavit, non inaigne aeientiae 
dicat exemplar? 

IL 

Dionis nomina. 

De Dinonia et Dii nominibua cum ilio Dionia interdum 
confiiaia, non hie repetam quae adnotavit vir doctna Hermannna 
Samuel Reimar. ^ Dionia nomen prò quovia homine aumi vi- 
demoa in Galeno, Simplieio^) et graeeia ad Hermogenem aobo- 
lii8,3) quod Reimar haud notavit Proprio Dionia nomini, an- 
etorì noatro cognomentum Chryaoatomi adeeaait, de quo mihi 
infra dicendum. Goccejanua vocatur Dio noater a Plinio janiore ^) 
et Trajano in epiatola, qua epiatolae Plinii reapondet Dionem 

De vita et acrìptia Caaaii Dionia commentarium i 1. 
*) Ad Ariatotelia Pkya. 

*) Fabriciua I. Al. Bibllotheca Gr.: III. 569. IV. 467. 
*) £piatt: X. 85. 


s 

I 

euim Chrysostomum , non alteram ab isto diversum, nt male 
TìllemontO aliique putarunt, innui recte monuit Valesius,^) ex 
cnjns conjectura, Coccejani nomen sumpsit Dio in gratìam 
Coccejì Nervae, cui clìarns admodum fuit Sed de hoc ulibi. 
Valesii conjecturam probat Fabricius^) et acutam vocat Reimar,^) 
qui Chrysostonium Dionem, cum ilio, quem Plinins memorat, 
eumdem exlstimat ^) 

m. 

Dionis Patria. 

Patria Dioni Prusa fuit, Bìthyniae civitas. Constai tum 
ex ejuB operìbuB, tum ex auctorìbus pluriipis. Bithynum enm 
vocant Ennapìus*) et Themistius ''). Prusaeum Philostratas ^), 
Synesius^), PhotiUB '®), Tzetjses") et Luciani Scholiaates ^^). 
Non praetereunduB locus Plìnii juniorìs, qui antequam Dionem 
Coccejanum memoret, Prusam nominat ^^). ,,Cam Prusae ,ad 
Olympum, D(»raine, publicis negociis intra hospitium, eodem die 
cxiturus, racarem, Aaclepiades magistratus indicavit, appellatum 
me a Claudio Euraolpo. Cum Coccejanus Dion in buie adsl- 
gnari ci vitati opus, cujus curam egerat, velici" Porro duoB 
simul Dionea confudisBC puto Ioannem Xiphilinum, qui in Dionis 
Cassìi epitome ait**): Xiyia yaQ tovto ovxén òg ò Alojv o 
IlQovOattfi^, o ixl Tov UtviJQOv, xaì ÀXt^àpÓQOv tóv avrò- 


M Ilistoire dea Empereurs III. 2t3. 

^) Ad DiufiiB Cassii excerpta ex collectancis Constantini Aog. 
Porphyrogen. in notis p. 80. 
3) B, gr. III. 305. 
*) Comment cit. $ 4. 
*) ib. § 1. 2. 4. 

*) Vitae Sophistarum, in Prooemìo. 
T Orai Xlll. Fab. B. gr. Vili. 20. 
-^) Vitae Bophistarum, in Vita Dionis. 
^) Dio vel de ipBiua vitae insti tato 41 D. 
»«) Bibliotheca, Cod: 209. 
«•) Chil: XI. 725. 

*') Ad Hermotimum, sive de sectis, et ad Dial: de morte Peregrini. 
") Ep. cit 
*M Fragmentor. Dion. Spìcil. p. 1527. 


9 

xqotÓqwp YBvófievog' dXX^ cbg ^Imavvtjg o Si<pt^voq . . . . 
njr èxiTOfifjp xavrrjv xmv xoXXàh* ^t^Xlcov rov Alawoq 
cwcaxrófitvog. Hoc enim non dico sub Dionis Prusaei nomine, 
qui sub Severo et Alexandro Imperatoribus vixit; sed ut Io- 
(omes JCiphilinus^ . . . istam multorum Dionis librorum componens 
epitomen^ Ubi Prusaens dìcitur Dio Cassìas, quem Nìcaenum 
foisae eerto constat. Clarissimas NicolauB Falconi ^ sic dictum 
patat Dionem hìstorìcum, ab ejus matris patria, quae Prusa 
forte fnit; sed rationem hanc, quam longius petitam vocat, non 
valde probat Reimar^) libentius Sylbnrgium ^) audiens, qui vel 
ddendam yocem IlQvCaevg, Prusaeus , nulla alia addita, vel 
deletae substituendam^ vocem Nixawq, Nicaenus, avbìtratar. 
Àttamen fateor bajasmodi emendationem non valde me probare; 
dicendam enim potius puto errasse Xiphilinnm, quam librarios. 
Rectissime monet Qniditns vìr loannes Rendtorfìas^) male cri- 
ticos snas partes gerere, „qui omnes errores vetemm in librìs 
eistantes, librariis semper, et saepe sino alla ratione adscribnnt, 
qaam ipsi anctores, non aroannenses interdum aberraverint'^ 
Si enim tam saepe errant recentes scriptores, cur non et veteres 
errasse pntandnm?^) 

IV. 

Dionis genus et consanguinei. 

Genus Dioni valde nobile fuit. Avum suum Romana civi- 
tate ab Imperatore donatum testatur ipse Dio % qui et oratìonem 
enm scrìpsisse refert ut ab Imperatore libertatem Prusae impe- 
traret"). Patrem Dio babuit Pasicratem, cujus mentio fit in 
Photio^), et quem avóga àya^òv^ bonum virum, vocat Dio'^, 
testatus eum in patria magistratum gessisse. Matrem et fratres 


*) Prolegomena ad Q. Cassium Dionem Cap. 2. § 3. 

') Comment. cit. $ 1. 

') Ad Xìphilinum p. 195. 49 — Comment. Reim. cit. § 1. 

*) Ad Anatol. Fragm. de iis, quae antipath. et sympath. fiunt 

») Fabricius B. Gr. IV. 313. 

•) Orai 41. 

T Orat. 43. Fab. B. gr. HI. 319. 

•) Bibl. Cod. 209. 

•) Orat. 44. Fab. B. gr. III. 314. 


10 

honoribuB a PrnBaeis adfectos^ ìpse memorat DioO; itemqae 
patruelem ac sororem^), quam denatam ante illam constai 
Patruum Dioni fuisse CasBium Asclepiodotnm^ nnlla nixua ratìone, 
suspicatuB est Falconi^), qui simìliter Dioni ChrysostomOy ejits- 
quo Patri et avo, nomen ex propria liberalitate largìtUB est; 
bine coUigens Dionem nostrum historici Dionis Gassii patemum 
avum fuisse. Dionis quidem Chrysostomi nepotem extitisse 
Dionem Cassium putaverat Fabricios^), Valesiom, ut arbitror, 
sequenSy qui^) Dionem historìcum, perinde ac Chrysostomom, 
adpellatum conslderans , ^hunc illius avum maternum fuisse 
suspicatus est; praecipue cum ambo Bithyni fuerìnt, quamvis 
diversis urbibus ortL Reimar ®) satis probabile dixit in Dione 
Cassio ncognomen . . . Dionis et Goccejani a Dione Chrysostomo, 
avo materno, sumtum fuisse.'* Ut Ghrysostomum , maternum 
potius avum, quam patemum, Dionis Gassii vocaret, feeit haec 
ratio. Habuit quidem Gbrysostomus filium, quem plusquam 
semel memorat, et de quo, voluti de viro magistrati! apud 
Prusaeos functo, loquitur Oratione quinquagesima. Àst filium 
bunc fuisse Gassium Apronianum, Dionis Gassii patrem, qui non 
Prusae, sed Kicaeae babitavit, haud verisimile Reimar autumat^); 
indequc cum nondum demonstratum sit, Gassii nomine Dionem 
Gbrysostomum ejusque majores et filium usos esse, et praeter 
illum, qui magistratu apud Prusaeos fanotus est, filium alterum 
babuisse Gbrysostomum Nicaeae commorantem; probabilius esse 
Reimar concludit, Gbrysostomi non filium, sed generum fuisse 
Gassium Apronianum, atque Dionem historicum cognomina ad- 
cepisse „ut multi alìi, ab avo materno, qui filiam suam ex Prusa 
urbe nuptum dederit Nicaeam Gassio laudato.^ Qua in re, a 
docti hujus viri sententia band nobis recedendum puto. 


Ib. 

«) Orai 47. Fab. ib. et in not. 

3) Op. eit. Gap. 2. § 2. 

*) B. gr. III. 319. 

^) Ad Dìon. excerpt. etc. in ed. Reimar. p. 8. § 23. 

^) Gomment cit. § 4. 

Olb. 


11 

y. 

Diofiis aetas prima et philosophandi institutum. 

Quo anno natus sit Dio noster, haud constai. Sub Nerone 
certe vixit, ut patet ex ejua Bcriptis^. Quale Dioni fuerit 
philosophandi institutum^ docet^ Synesius^), qui eum, imperitum 
antea aophlBtam, philosophum postea fuisse inquit: o ós Alcov 
l§ arfvduovoq óo^ioxov, g)iX6óo<pog àjieTtXéód^rj ' rvxy oh 
fiàXXov, ij yvcifi^] XQV^^I^^^^^f '^^^ rvx^]V avtòg óirjYifcaro, 
Dio autem ex imperito sophista, philosophus effectus est: et 
fortuna tcsus magis quam Consilio, fortunam ipse narravit. 
Hinc optat Synesius ^) philosophicas ejus orationes a sophisticis 
secerni, ne a Dione, qui ratg vxod^éotCì fidxsrac avtog eaxrtm, 
Àóyovg i^tvsyxcòv cbtò xóiv tvaprlcov tvordóecov, argumentis 
canira se ipsum pugnat, orationes edens ex sibi invicem ad- 
versis inslitutis; ignarus lector tenebris obducatur: ovxco yàg 
av, ait^), eLTjfiev tovg re g>iXoc6g)ovqy xal zovg avrò rovzo 
ooq>ióTixovg Xóyovg ÓuiXrj^órtg txaréQOvg x^Qh> ^^^' ^^^ 
SùJiaQ Iv pvxTOfiaxla jttQirkv^ó/ied'a avrò vvv (itv ^àXXovxt 
SfXiXQOtrjv , xal Zìjvoova totg Ix Jiovvolcov oxcomiaOi, xal 
xovg cut avTÓv d^iovvri JtdCTjg IXavveod-ai y^g xal d-a- 
XaxxTigy òg ovxag xìjgag ji6Xìì(6v re, xal jtoXirelag' vvv de 
0%tq>€tP0vvT:l re avrovg, xal jtaQdóeiyfjia rid-eiiévo? ytvvalov 
^ov, xal odtpQovog. Sic enim orationes philosophicas, et has 
ipsas sophisticas, alias ab aliis singillatim distinguer emus, nec 
vehiti in noctumo Qertamine circumcluderemur ab ipso, inlerdum 
quidein Socratem et Zenonem Bacchanalivm dicteriis petente, 
et eorum sectatores , ut urbium et reipvblicae pestes, terra 
marique vexandos putante; interdum vero ipsos coronante, et 
tamquam nobilis honestaeque vitae exemplum proponente. So- 
phiatis a se passim reprehensis invisus fuit Dio, ita enim ille 
de se ìpso^): dXZ^ ovx olóa ojimg ovóelg fte dvaXafi^dvet 
xAv coq>iCxóv. Sed nescio quomodo sophistarum nemo me 

») Orat. 21. 31. Fab. B. gr. III. 305. not.** Inter Neronis regni in- 
itimn et Trajani mortem anni 63. intercedunt 
*) Dio etc. p. 36. A. 
^ Ib. p. 36. B. 
*) Ib. p. 38. B. 
Ó Orat 12. Fab. B. gr. III. 306. text. et not** 


12 

recipit. Sophistis tamen illis, qui; ut Synesii ^) verbìs utar, 
^iXoóo^aavrag, óià rfjP evùto/ilav vjcò xtjq g>iìfir]g èg rovq 
oog>iCTàg djci]véx^r]Cav , philosophantes , propter eloquentiam, 
fama inter sophistas relati suni, Dionem nostrnm connumeravit 
PhiloBtratus, una cum Cameade et Eudoxo, quocìrca a citato 
Syneaio reprehenditur ^). Dionem excuBat PhiloBtratus'^), quia 
Eaboicum et Psittaci encomium scripsit: ròv ói Evfioéa, xaì 
ròv tov ViTTdxov tjtaivov, xaì ojtoóa ovx vjtsQ fieydXojv 
hcjtovóaoxai roì Alcove, nfj (iixQa fjycifitd'a, aXXà Oo^iOrcxà. 
2oq>i(Sxov yÙQ rò xaì vjtsQ xolovtoov OJtovóà^stv. Evboicum 
atctem et Psittaci encomium, et qmecumque de rebus non magms 
a Dione composita sunt, haud parva existimemus, sed sophi- 
stica. Sophistae enim est iis etiam vacare. De quo loco Syne- 
sius^): ojctQ yÒQ tv rolg (itrà ravzà q)rjCiv cbtoXvcov avròv 
air lag CvvO-évra ejtaivov tJil Virraxó ró OQVid't ' Oo(pi($rov 
yÒQ eìvai (irjÓB rovtcov vjteQcóetv avrov filv av iXeyxog 
slvai óó^tia, jtQotLxóvTog oxi róv 6vxo<pavTov(iéva)v èariv 
6 av7](fy oóTig q)LX6ooq>og wv , dg ròv OotpiCzfjv ihcexai. 
Quod enim postea inquii excusans ipsum quod Psittaci laudem 
composuerit (sophistae enim esse ait ne istas quidem res prae- 
ter ire J; ratio videri potest eum arguens, quia antea dLxerat 
calumniatum hominem ftiisse, qui ^cum esset philosophus inter 
sophistas trudebatur, Quam ex philosophicis discìplinis selegerìt 
Dio, docebit Synesiu», cujuB baec verba*^): o rf* ovv Ala>v 
soixe B^emQìjfiaùt (itv xtxvtxolg èv ^iloOo^ia fit] JCQOótaXai- 
jtmQTJOac , (irjóe JtQoaavaoxalv q>vCixolg óóyiiaOiv , are otpe 
TOV xatQov fitrartO^ufiévog' ovacd-ai de r^§ cxoac o6a kg 
Tjd^og rdvti. Dio igitur technicis philosophiae praeceptis ad- 
discendis non multum laboris impendisse videtur, nec circa 
physica dogmata toleranter operafus esse, ad quae sero conversus 
est: ex Stoa vero sumpsisse quae ad mores pertinente Audi- 
amuB et Philostratum ®) : tfv di avrò xaì rò z^g àXXijg ipt- 


Dio etc p. 35. B. 
*) Ib. p. 36. A. 
3> In vita Dionia. 
*) Dio etc. p. 36. C. 
») Ib. p. 37. D. 
«) In Vit. Dion. 


13 

loCog>lag ^&og, ov xoivóv, ovó" sÌQCotfl^ov , xaì Ifi^gid-óq 
fiiv tyxslfiEVOi^ xsxQ<oofiévov Oh olop ^óvOfiari rfj jtQaórijTi. 
Erat (xutem UH etiam alixis phUosophine mos haud communis, 
vel simuiaitis, sed gravitate consistens, et, quasi condimento, 
benigmiate compositus, 

YI. 

Dionis discipuli et familiares. 

Semetipgum vocat Dio noster *) fiad^rjr^v ovóéva exovra, 
Discipuhim nuìhim habentem, Sed hoc dìxit forte Dio de se 
tantnra sene, r^ re tjXixla ptaQtpef/axórog ^órj,^) et qui jam 
aetaie vigorem amiserat, ita enim se ipsam antea vocavèrat. 
Revera duos Dionis discipalos memorat Philostratus , ^) Phavo- 
rinam et Polemonem. Àpolloninm Tyanensem et Euphratem 
Tyrinm familiares habuisse Dionem, idem Philostratas auctor 
est^): yepófitvog ah xarà xpói^ov^, ovg ÀxoXX(6vi6g tt ò 
TvccPivgy xaì Ev^Qartjg ò TvQiog i^iZoóó^ow, afaporégoig 
(ilv IjciTTjóelcoq slxe, xal roi óia^tQOfiiifotq JtQÒg aXXfjXovg egeo 
Tov g)iZoooq)lag ij&ovg, Cum iis temporibus vixisset, quibus Apol- 
lonius Tyanensis, et Euphrates Tyrius philosophahantur, amhos 
familiares habuit, quamvis mutuo inter se dissidentes, praeter id 
quod phiìosophos decet^). Videndus ipse Philostratas in Vita Apo- 
Uonii Tyanensis ®). Philosophum se Dio noster ostendit ciim Ve- 
spasiano imperii abdicandi, et Reipnblicae restituendae consilinm 
praebnity qna in re socium habuit Euphratem, adversum vero 
Àpolloninm, teste Philostrato ^). Euphratis illius Tyrii extat elogium 
«pud Arriannm ^) et Plinium juuiorem^) et Eusebium ^% cujus verba 
adponere juvat: d yàg ò Evt^Qorrjg jtagà rolg Jiàai q>LXo' 

«) Orat. 12. Fab. B. gr. Ul. not.** 
*) Ib. 

^ Fabrìcius Bibl. gr. III. 306. • 

*) In Tit Dion. 

•) Ito interpret Hist. Univers. t. XXXVI. p. 225. 
*) Lib. V. Cap. 10. Fab. B. gr. III. 305 not * Keimar commentor. 
cit S 2. 

^ Vii. Apollon. Tyan: Lib. V. Tillemont Hist des Emper. IL 126. 
•) Diss. Epict Lib. m. Gap. 15. Lib. IV. Cap. 8. Tillemont ib. 131. 
•) EpiBt L 10. 
*^ Contra Hieroclem Cap. 33. 


14 

oog>la diajtQéy>ai òfioic/T^d^slTi, Sga (iiùoycovriQlav fiev èxBl- 
vov xanjyÓQeiv, èjts^LÓvzog tolg atójtcog vjtò tovós dgcs- 
fitpoig' TOVTOvl Ò€ JtQÒg Ixsivov xoTccYOQOVfiBvov , ipavXipf 
jtBQt^àXXBOd-ai óó^av , ori órj fiy ròv aQéoxovra zó ^iZo- 
o6(p(p fisTìjti ^lov. Inimicus Eùphrates fult Apollonio, qui 
quainvis eum Vespasiano commendasset, apud Domìtianam post^ 
ea incusavit, quocirca ab Eusebio irridetur: aQ ovv b zip? 
TÓJV (itlXóvxoDV jtQOSiXr^g^ah yvóictv, i^yvóu og ip> re, xaì 
ÌBOtai 6. ExxpQotìjg ; Ille igiiur cui futura patebanty qucUis esset, 
qualisque fuiurus forei Euphrates igiiorabat? Eaphratis ipsios 
falsa, ut vocantur, scripta, tpsvófj yQa/ifiara, adversus Apollo- 
nium memorat Philostratus et Suidas '^). Eum vero alia quae- 
dam majoris momenti scrìpsisse , ex Eunapio ^) colligi poteat 
Euphratis philosophi meminit etiam Syncellus^): ÀjtoXXdviog 
ò Tvavevg, xaì EvipQaTìjg <ptXóooq>OL ijX(iaC,ov. ApoUonhis 
Tyanensis et Euphrates philosophi florebant, Euphratis mortem 
memorat Eusebius in Chronico: ^Euphrates stoicus philosophns 
moritur"^. Qnomodo diem extremum obierit, narrat Xiphilinas^): 
tv (lev reo èrte txtlro) zavxà re tyévtro ' xal b Evq>Qatfjg 
b (piX6ooq.og ànéd^avtv kd-tXovxr^g, IjiixQtipavzog am(p xaì 
Tov ^dÓQiavov, xcivHOV olà tò yfjQag, xaì Òià rrjv vooov 
Ttitlv, Anno ilio et haec facta sunt, et Euphrates philosophus 
voluntarie ohiit^ eum ei BadrianvSy seneclutis et morbi caussa, 
cicutam hibere permisisset. Haec de Dionis nostri fanalliari 
Euphrate Tyrio philosopho dieta sufficiant. E diverticulo nunc 
in viam properemus. 

YIL 

Dionis peregrinationes. 

In Aegyptum se contnlisse Dionem, constat ex ejus Ora- 
tione decima prima, de Ilio non capto, de qua inflra^). In 


*) Ib. 

') Lexicon art So^oxXt^g JlQiatwvog. Fab. B. gr. I. 415. IX. 793. 

3) Prooem. ad Vit. Sophist IHIlemont Uist. dea Emper. IL 133. 

*) Chronograph. p. 345. C. 

^) In vita Hadriani. 

«) Fab. B. gr. 111. 306 text not. (i). 


15 

loqaendo liber et adgentandi neBcìns^) noster philosophns, 
honestoqae insuper viro cuidam, qnem Domitianlis peremit, 
amieitia con janctiiB ^) , glorìosum sibi volnntariumqae ' sustinuìt 
exilìum, oracnlo, nt Ipse testatare), consulto. De hoc exilio 
PhiloBtratns^): ri^v Oh ig rà Ferixà Idvrj jtaQOÓov tov dv- 
(Jpog, qjv^jv fiev ovx d§ic5 óvofid^stv, ijtsì fiT] JtQoaarax,^ 
avrà} qyvyilv , ovó\ oato&rjfilav ' èxetó^ rov q>avBQOv ègèan], 
xXsjtrwv tavròv 6<pd-aXfióv re, xaì anmv , xaì dXXa èv 
aXXy Y^ XQàxTGìV óési róv xèctà xfjv ^Poofialcov rvQovvlòa, 
Vip àv TjXjavvbXQ i^XoooipLa jc&ocu Illitts autem ad Getas 
pro/eclionem nec exilium vacare rectum censeo, ciim haud 
jussus futiit eomlare; nec peregrmationemy ab hominum enlm 
abfidt aspectu, ocuiisque et auriìms se subduxit, atque alia in 
aita terra agens, Rùmanornm(/ue iimens ^) tyraìmidem a quibus 
onmis extrudebaiur phiìosophia, Exilii hujtiB memìnit et Pho* 
tins ^\ qui tyrannidem ait effugisse Dionem emulando, variasqne 
re^ones lustrando; et Synesins'^), cujus haec verba: dio fioi 
Óoxéì xalmg IxBiv èjtiyQa^siv ajtaoi roXq Mcovog Xóyoig, 
ori j€qò TTJg (pvy^ig, ^ {iBxà tì]ì^ fpvy^v, ovx oh i(iq>alvExm 
lióvoig fj fpvyri, ^ad-caiBQ bJiiyQo^av rjdrj rivéc, dXX' àjca^à- 
xaóiv. Bine recte, ut puto, omnibus Dionis orationibus adde- 
retur mscriptio, qua ante ne, an post exiltum orationes stngulae 
scriptae smt innotesceret, nec lis tantum oraitonibus, in quibus 
exHii adparent indieia, quemadmodum ìionnuUi jam inscri- 
pserunt, sed omnibus omnino, Prafectus est Dio ad Getas, 
MysoB^) et Thracas^). Quomodo vero se gesserit docebit 
Philostratns^^): ^vrevovi^ de, xaì Oxànrcov , xaì IjtavrXcàv 
^Xavdoiq, xaì xyjtoiq, xaì jtoXXà roiavra v:freQ TQOfpijg 
l^a^ófisvoq, 0VÓ6 tov OJtovód^siv rjfiéXei, dXX' djtò Òvoìv 

Dio Chrys. orat. 3., Fab. B. gr. IIL 306. text not (k). 

*) Id. Orat 13., Fab. ib. not. (1). 

Ib. 

*) In vit. Dion. 

*) àéi», timeo est etiam apnd Laertiam. 

«) Bibl. Cod. 209. 

') Wo etc. p. 38. A. 

•) Dio Chrys. Orat. 12. 36. Fab. B. gr. 111. 306. 

•) Id. Orat. 14. Fab. ib. 

**) In vita Dionis. 


16 

^iffXloiv tavTor ^vvttxt' tavrl da rfl> o re ^alócov o rov 
lIXaxGìi^oq, xaì Atjfiood'ti'ovg 6 xarà rijg jtQeo^tla^;, Seretis 
autem, et fodiens, hauriensque aquatn ad balnea, et hortos, 
aliaque agens simili a, ut victum sibi compararet, studere haud 
ìiegìexit, sed duohus lihris se sustimiit, Phaedone scilicet Pia- 
tonis, et Demosthenis oratiotie centra legationem. Orationem 
de exìlio Bcrìpait Dio, de qua infra dicendnm. 

vni. , 

Dio Nervae et Traiano charut. 

Occifto Domitiano, cum militeB loci iliius, abi Dio morabatur, 
quaedam moUrentur, eloquentiae suae insigne ille dedit arga- 
mentum, tamultuantem turbam oratione compeBcenB. Hujua rei 
testifl PhilostratuB O7 cujas verba referre non pigebit: d^afil^a^v 
oh èg óTQaró^tBÓa, iv oIoxbq eldd-ti TQVXBC9-aiy xdi roù^ 
OTQOxtwTaq ògdiv è(; vecirega OQfióvxaq ijà AofiSTiavw 
cbts6<paY^tvq), ovx Itpelóaro àxa^lav lóòv IxQoytlùav, àXÌjà 
yvfivòg avanriói^Gaq Ijà ^a)(iòv ir^jZòv, ìjQ^aro rov Xóyov cjóe. 

AvraQ ò yv/ivód^Tj Qaxécav jToXvfifing X)óvO0evg' 
xaì djtiòv xavra, xaì óijXcàoag lavvòv ori fifj xro^xòg fitta' ov 
òotno, Almv de dff o ùo(pòqy Ini giev z^v xazijf/OQlap rov 
rvQavpov jioXvg ejcvtvoe, rovg óe ùrgarioirag lòLóa^hv 
afisivop (pQOVtlv rà óoxovvra ^Pmiialoug ^Qatrovraq, Kaì 
yaQ xaì ì} xh9^ò rov àvÓQÒg ola xarad-éX^aiy xaì rovg (ifi 
rà ^EXX7j%*a}v axQiffovrrag. Castra vero /requentans, in qtUbus 
laborare consueverat, mliteàgue videns oh Pomitiani martem 
nova moìientes, sibi non pepercit conttirbationem videns empisse^ 
ai in sublimem aram nudus prosiliens, sic orationem incepii: 
Sed laceras vestes prudens r^'ecit Ulysses^), Istaque dicens 
et ostendens se nec mendicum, nec qtialem ipsi putaverofit, 
sed sapieniem esse Dimiem, et in tyranni vituperationibus prò- 
liocus fuit, et milites edocuit rectius sentire Bomanis velificando, 
Talis enim eroi suasoria iIHus virtus, ut eos etiam demuiceret, 
qui graecas adcurate haud noscerent litteras, Neiva imperio 


») Ib. 

>) Homer: Odyas. XXII. 1. 


17 

polito y epistolam ei mìsit Dio 0, rogans ut patriae redder«tinr, 
aee Imperatoria responsione carnit Revoeatns ab exilio') 
(^hams fuit Kervae, quem ^éXrtoxov xcifie cefancòvra xal xaXai 
flkop, optimum et me diliffentem, et ohm amicum, vocat^); 
et cnjua forte caussa Coccejani nomen snmpsit, ut snpra dizi. 
Sed Bon minus^ mortvo Nerva, Trajano gratìosns fnit Dio, nt 
constai tnm ex ejus oratione quadragesima quinta ^)y-tnin ex 
Themiatio^), a quo ilLe dicitur magno Trajano charus®); tnm 
praeeipne ex Philostrato ") , Photìo^) et Snida ^), qaì Dionem 
eiim ipso Augusto ^^) vectum curru testantnr. - Tgaiixvòq fovv 
atruoxQotiOQ j ait Philostratns , dvad'éfiévoq avrov ixl xfjg 
'Rófitjg èg r^v xqvo^v afia^aVj f.q> rjg ol ffacilelg rò^ ix 
TOP xoXéfimv jtofixàg Jio(iXivov6iv fXeys d^ccpà ijti&tQe^pa- 
fuvog x(fòg ròv Alcova, xì fihv Xiyeig ovx olóa' g>iXm ài 
0c cog tfiawóv. Trajanus sane imperator emn Rùmae cum 
aureo currui hnposuisset, quo vecti Imperalores triumphaies 
pompai, post bella, gerunt, ad Dionem saepe cotwereus qfebat: 
quid dicas equidem nescio; te vero ut meipsum amo. Sic debita 
vìrtntiy et doetrinae praemia a sapiente Imperatore reetisaime 
trìbata. 

IX. 

Erga patriam a Dione patrata. 

Quo patriam snam amore, ut honestnm virnm adprime 
deeet, prosequutus Dio fuerit, testes sunt ejus orationes band 
paucae ^^) , sed illae praecipue '^) , quibus alter Demostbenes 
AtbeniB suis quod ad eìYìum commune bonum plus eonfbrt 

Fabrìcius Bibl. gr. lU. 314. 

^ Dio Cbrys. orai 45., Fab. ib., Relmar Comment. cit. § 4. 

^ Id. ib.y Reimar ib. 

*) Fabrie. B. gr. III. 315. 

») Orat 5. 

•) Fabrie. B. gr. Vni. 20. 

7) In vit DioD. 

s) Bibl cod. 209. 

•) Fabrie. B. gr. ITI. 306. 

») Verbnm hoc in Photio. 

») 36. 40. 42. 43. 44. 45. 4G. 47. 4S. 49. 50. 51. 

") 40. 48. 

2 


18 

agere snadet. Nervae «t Trajani amicitia ubiim se fuisee ad 
patriae utilitatem procarandam ipse teatatar ^). Majorum 
saoram legens vestigia, magiatratum in patria gesait^). Pabliei 
cujuBdam operia ad urbis ornatam cnrator faetus PraBaeomm 
decreto; cum antiqua quaedam, ad nova aedificanda, destraxissety 
adversarios habuit, qui omnia ab eo aubverti, urbemque deatrui 
damabant ^), Optante vero Dione confectum opus cìvitati ad- 
signariy ME^iimolpns, ait junior Plinius^) ad Trajannm scribenB, 
adsistens Flavio Archippo dixìt, exigendam esse a Dione rationem 
operìs, ante quam Reipublieae traderetur, quod aliter fecisset 
ac debuisset Adjecit etiam, esse in eodem opere posìtam tuam 
statuam, et corpora sepultorum, uxorìs Dionis et filli; posta- 
lavitque ut cognoseerem prò tribunali. Quod cum ego protìnus 
facturum, dilaturumque profectionem dixissem, ut longiorem 
diem ad instmendam caussam darem, utque in alia dvitate 
cognoseerem y petiit Ego me auditurum Niceae respondi. Ubi 
cum aedissem cognitarus, idem Eumolpns, tanquam adfauc parum 
instmctuSy dilationem potere coepit Centra Dion, ut audiretur 
exigere. Dieta sunt utrinque multa etiam de caussa: ego cum 
dandam dilationem, et consulendum existìmarem in re ad exem- 
plum pertinenti, dixi utrique parti, ut postulatìonum suarum 
libellos darent Volebam enim te, ipsorum potissimum verbia, 
ea qnae erant proposita recognoscere. Et Dion quidem se da- 
turum dixit, et Eumolpus respondit, complexurum se libello, 
quae Reipublieae peteret Gaeterum quod ad sepultos pertinet, 
non accusatorem se, sed advocatum Flavii Archippi, ciyua man- 
data pertulisset Archippus: cui Eumolpus, sicut Prusae, ad* 
sistebat, dixit se libellum datnrum. Ita nec Eumolpus, nec 
Archippus, quam plurimis diebus expectati, adhuc mifai libellos 
dederunt; Dion dedit, quem buie epistolae junxi. Ipso in re 
praesenti fui, et vidi tuam quoque statuam in bibliotheca posi- 
tam: id autem, in quo dicuntur sepulti filins et uxor Dionis, 
in area coUocatum, quae porticibus includitnr. Te, Domine, 

Orat. 45. Pab. B. gr. III. 315. 
>) Fabr. B. gr. Ili. 306. 

*) Dio Chrys. orat 40. 45. 46. 47., Yales. Dion. Fragm. in Ed. 
Reimar. to. I. p. 8. not § 23. 
«) Epist. X. 85. 


19 

rogo, ut me in hoc praecipue genere cognitionis regere dlgnerìs^ 
qnam alloquin magna sii cxpectatio; ut necesse sit, in ea re, 
qnae et in confessnm venit, et exemplis defenditur, deliberare."^ 
Qnibna litterìs baec respondit Trajanus: ^^Potuistì non haerere, 
mi Seconde barìssime, cirea id , de quo me consalendum existi- 
mastiy cnm propositum meum optime nosses, non ex metn nec 
terrore bominnm, ant crìmìnibns majestatls^ reverentìam nomini 
meo adqniri. Omissa ergo ea qnaestione, qnam non admitterem, 
etxamsi exemplis adjavaretur, ratio totins operis effecti snb cnra 
tna Ck>C€ejano Dioni exentiatnr: cnm et ntilitas civitatis exigat, 
nec ani recnset Dion^ ant debeat recnsare/' Dionem a crimine 
lesae majestatis absolvit etiam doctissimns Conradns Rittershnaius, 
qnì ad illa epiBtolae Pfinii verba: m area collocaium^ haec ad- 
notat 7)Qnid commune habet area vacua cnm Bibliotbeca? et 
quo pacto proinde potuit Dion obstringere se tanto crimine, nt 
videretnr laesisse majestatem Principis, dnm statnam quidem 
ejns in Bibliotbeca posnit, sed relìqniis suamm caritatnm in 
area eonditorinm delegit? tacco, qnod sicnt nullnm crimen 
absque dolo contrahitnr; ita ncque istnd, qnod est omnium 
grayiaairanm.'^ 

X. 

Dionis mora et corporis habitus. 

Qualis Dioni nostro extremus annus fuerit, ignotnm. Certe 
Tel sub Trajano obiit Dio, vel paulo post Trajani mortem, cum 
sub Nerone etiam vixerit, et Oratione quadragesima, Nerva vel 
Trajano imperante, ad Prusaeos dieta, senem se vocet, quod 
non semel tantum in snis scriptis facit ^). Gracilis corpore et 
parYHS fnit Dio, ut, praeter ipsum Dionem ^), testantur Suidas ^) 
ae Pbotius ^). Voce fuit placida et firma, incessu band incitato, 
non tamen tardo, nec alii ab co corporis motns discrepabant, ut 
idem Pbotius^) narrat Tantum autem in moribns ansteritatem 


Fab. B. gr. III. 306. text. not. (p). 

*) Orat 7. 19., Fab. B. gr. HI. 305. noL (e). 

') Lex. art. Aimv,, Fab. ib. 

«) Bibl. cod. 209., Fab. ib. 

») Ib. 


20 

prae se tnlisse fertur, aìt Photitis ipse, ut saepe leonina pelle 
indutus publice ìncesserìt, quod confìrmat Suidas 0- 

XI. 

Dionis laus et fama. 

Cum miris eloqnentiae et doctrinae dotibnS; magna etiam 
reipublicae utilitate fulscrit Dio, aequum profecto erat ut debìtis 
ejus Bcientìa laudibus cumularetur; quod factum reapse tum 
vivente ilio, ut ex ejus Oratione quadragesima secuuda patet-); 
tum mortuo, ut ex quampiurimis constat auctoribus. Gloriosum 
Ghrysostomi npmen , quo Dio noster a Dionibus aliis communi ns 
distingui solety honoris , quo ejus habetur eloquentia, insigne 
satìs est argumentum. Eloquii virtutem hoc Dioni nomen com- 
parasse , et per se' patet, et docet Photius ^) ac Luciani Scholia- 
stes"*); xovTO jttQÌ Aicovoq Iotoqovolv tov llgovoibcag, 6v 
xaì olà Tovro xar kvif>rjnic(iòv XQvaóorofiov cQvófiaoev. 
Hoc narrani de Dione Prusaeo, quem etiarn Ime de caussa 
propier eloquentiam Chrysostomum vocarunU Eorumdem scho- 
liorum haud praetereundus de Dione nostro insignis qui sequitur 
locus*): Kvpixóì xaì oiiroi, ì] xaì aXXcoq <fiX6<jO(poi iXéyx^'''^ 
tQyov Jttjcoifjfitpot, rJjcixTTjTOV fùv ovv 2t<d'Cxov oiòa. 
Alcova òì xòv IJQOvaata, o) xaì Ijtoivvfiqg o XQvoóorofiog, 
og xaì Xóyovc txótócQxt ixaróg OJiovÒaiovq roj oì*ti, xaì 
jcaPTolccg toiptXuag fisazovg, Cynici hi quoque suni, sive 
aliter philosophi, qui reprehenderidi munus sumpsere. Epictetttìn 
sane stoicum novi, ilemque Dionem Prusaeum, cui et cognotìien 
est Chrysoslomus, et qui orationes edidit scienter revera elabo- 
ratas et omnigena uiililate referiaa. Kaì Alatv o Ix Bid-vviag, 
sài Eunapius^), or èjttxdXow XQvoóoTOfiov. Et Dio ex 
Bithynia, quem Chrysostomiim cognominarunt. Lingua aureus, 
Xqvoovq xÌ(v yXahzav, vocatur Dio noster a Themistio'). 

*) Fab. B. gr. IIL 306. not (o). 

») Fab. ib. 314. 

3) Bibl. cod. 209. 

*) Ad Hermot sive de sect. 

5) Ad Dial. de morte peregrini. 

«) Prooem. ad Vit. Sophist. Fab. B. gr. III. 305. not. (t). 

") Orat. 5. 1 1. — Fab. B. gr. III. 259. not., Vili. 20. — Gronov. X.44.D. 


21 

8ìe Synesias '): ò Jlojv tì^ filv jttQi^oÀ(j xrjq yicirxrjg, r^v 
XQVOf/v d^Xkv j coùJthQ xal Xtytrai, oo^unf/g totw. Dio or- 
nameniis quidem iinguae, quarn aureatn hafruU, ut et dicitur, 
esto SophisUL Et alibi '^): Almvt vói XQ^^^? '^V^ yXcÌTTat*, 
A Dione Irridila anureo. ChrysostoaitiB vocatur Dio a Io nae 
Tzetze ^) et Eastathìo, qui piuries eum citat m commentariis ad 
Homeruiii^)^ ìtemque a Maximo Martyre^)^ qni ejuB sententiam 
qaamdam adfert Alibi in eodera Maximo^) citatur simpliciter 
Dio, alibi vero "') post verba ix xójv Aicavog Xqsióv, ex Diotiis 
Chriis, quaedam Dionis reieruntnr. Cìtantur autem Dionìs 
chrìae et sententiae etiam a Ioanue Stobaeo^). Dionis nostri 
famam maximam fuisse apud veteres patet etiam ex hoc elogio, 
quo Philostratus vitam ejus narrare incipit: Aloava ài ròv 
Ugovoatov ovx oló" ori XQ^i JiQooaijteZv , ótà rfjv ig nàvxa 
a(>Éri/i>. jifiaXd'slag yÒQ xigag r^v, tò xov lóyov, ^vyxelfiavog 
jiip X(5v oQioxa BÌQfjiihvmv xolg aQloxoig, ^Xtjcwv oh Jtgòg 
T^v dT^ftoGd-évovg ?ix^J, xcà OXdxoovog, r) xad-àjiEQ al fiayàóeg 
xolg OQyàvoig XQOOfjXf^l o Alcov xò tavxov Iòlov §,w àipkX^ia 
ixtoxQafifiù'7]. jìqIoxìi 6ì ir xolg Alcovog Xóyoig xal ^ xov 
ffd-ovg xQaoig. ^Viìgi^ovoaig xe yàg jtóXbOt JtXslOxa ijtijtXfj- 
scc, ov <piXoXolóoQog, ovòl dtjó^g ?rfog£r, ctXX* olov ÌJ€Jta)v 
v^Qip XaXivoì xaxaQxvvoìv fiàXXov ^ fidoxcyi' JcóXtciv xe 
htvofiov(iét^c[)v ig èjtalvovg xccxaoxdg, ovx tJtalQtiv avxàg 
idògtr, dXX' ljci<iXQé(pBiv fiàXXov cbg djtoX.ovfiévag, al fitxa- 
lidXoivxo. Dio autem Prusaeus qtiomodo adpellandus sii nescio 
propter ejus ad omnia dexteritatem. Amaltkeae enim erat 
corna, quod ad dicendi facultatem pertinet, connwneratus 
optimis illorwn (pii optime loquuti sunt, intendens autem ad 
Demosthenis et Platonis sonum^) imitandum, qidbus, velut in 


Dio etc. pag. 35. C. 

') In Calvit. encom. p. 63. 

>) Chil. XI. 726., Fab. B. gr. Vili. 224. 

♦) Fab. B. gr. I. 322. 

*) Cap. Theolog. Senn. XI 

«) Ib. Serm. VI. to. II. 550. Serm. LXI. 672. 

') Ib. Serm. IV. 542. VI. 545. 

•) In Eclog. Serm. VII., Fab. B. gr. Vili. 675. XIII, 676. 

*) ^^1 Sonum reddi vnlt Lud. Cresollias, Gronov, X. 171. C. 


22 

musicis instrumentis chordarum susientacula, adsonat Dio pro- 
prio loquendi more cum contorta^) quadam simplicitate coti- 
juncto, Optima est in Dimiis oraiionibus adfectus quoque 
temperano. Licxurianies^) erdm civitates plurimum increpam, 
nec conmiiaior visus est nec molestus, sed qtcasi equorum prò- 
terviam fraeno compescens potius, quam flagris. Ad laudes 
vero deveniens gubematarum rectis legihùs urbium, non illas 
superbia efferre, sed coniinere magis est visus, quasi, si mutch 
renturj perituras. In fine antem Vitae liaec ait Philoatratus: 
óo^iOTcxmTOTOV oh Tov Moovog al réov Xòycov dxóveg, ir 
alg el xal xoXvg, akXà xaì èvsQyijg, xaì rolg vjtoxsifiéroic 
ofiotog. Equidem, quod in Dione maxime est sophisiióiimy sunt 
m oraHmiibus imagines, in quibus si fusus est, energictis etiam, 
et subjectis rebus est similis. Hippodromum et Aelìannm dicendì 
genus Dionis proprium imitasse idem notÀt Philostratus ^), Pho- 
tins vehementem et nberem Dionem dicit, atque in loquendo 
snbtilem solertemqiie habitum esse ait, praesertim qnod ad 
mores componendos pertìnet. Reprehendit tamen ejns nìmiam 
in exordiis iisqne, qnae exordiorum instar sunt, longitndinem. 
Argnit etiam Dionem nostrum, ut vìdetur, Theodolus, sive 
Thomas Magisteri), sed levissima, ut grammaticum decet, de 
caussa; quìa scilicet adhibuit voces fjfdoovg et tyQtiyÓQwg. 
Nostrum antem Dionem, non, ut putavìt Falconi ^), Dionem Cas- 
sium, respexit, judice Reimar*); apud Chrysostomum enim 
legitur''): al oh ^'HMI10¥2: Ixófiwv; et alibi ^): axove 
rovós TOV pvB-ov O^óóga ^EPPUrOPiiS. Synesius, qnamvid 
Philostrato, quem reprehendit, in Dionis laudibus parcior, sacpe 
tamen Dionis ipsius celebrat ingenium; modo enim de ilio ait^), 
quod, cum ad philosophandum se contulerit, trd-avO^a órj xaì 
fidXióra Tj (w)f/?^ t^c (pvotojg avrov Óaótiyjhrj, ejus naturae 

Contorta orai, apud Photium quoque, cod. 209. 

') Luxuriantes in not. Petavii. 

3) Fab. B. gr. III. 307. 

*) Voc. Attic. Eclog. art. r^dae, vBVfjipótcog. 

•) Proleg. ad Q. Cass. Dion. cap. 4. § 28. 

«) De Vit. et Script. Gas. Dion. Comm. § 1. 

') Orat. 7. 

•) Orat. 1. 

») Dio etc. p. 37. C. 


23 

4 

vis ibi maxime adparmi; modo vero, qnod^) èjesiórj rov ^iXo- 
ao^tv i^§ato, xal elg tò vovd-BXBlv opd-Qcijtovg dxéxXivsv, 
ovóéra Xóyop axa^ov è^etn^cxs, postquam philosophari 
coepitj et ad instituendos homines se converUt, nullam infru-- 
duasam edidit orationem; interdum qnidem jabens Dionem 
antiqnìa rheiorìbng connumeTarì, eumque vocafis') xal óijfKp 
óiccXéX^^^^f *^^ Wicóiiy rov jtavtòq a^tov ròv jroQifici^ 
xatov r§ ^fftOQsla Jiavròq è§6v0€lp Xóyotx; ' xsQirròv àvdQa 
Hxilv T$ xcà yvóvai, populo et privato hommi omnino dignum 
ìoqui; ad cujuscumque generis orationes excogiiandas japtissi^ 
mum; vimm in dicendo ac jtidicando eximium; interdam vero 
de eo pronnocians, quod oir& . . . Qvd-fiol rov Xoyov xèxoXa- 
Ofiivoi, xal rò ^àd-oq rov rjQ^ovq, olov Oa^QOVicrxi rivi, xal 
xatóoYaryó XQéjtov xóX^coq okfjq dvoijra)^ óiaxtifiéìffiq, 
et ,. . castigali sunt orationis numeri^ et moris austeritas ea, 
quae dementis urbis universae moderator em ac institutorem deeet ; 
alibi denìque scrìbens^): vvv fioi óoxal Almv Xiyuv jàv dvai 
i^Lviq, nunc mihi Dio strermus quidem^ in dicendo videtur, 
ÀpolloniuB Tyaneus, teBte Philostratò^), Vespasiano interroganti 
qaoanam philosophoe ad gerendas ree in eonsilinm adhibendoB 
pntaret: „boni consaltores; reapondit^ ad haeo ernnt viri iati^ 
Dio acilieet et Enphratea. Idem ApolloniuB philosophia bisce 
admitti praestolantibuB Vespasiano inquit: ^^voea illos ut hnie 
adsint sermoni , viri enim sapientes sunt''; ad quae Imperatori 
yySapientibas viris mea reserata, inquit, est janua''. Porro Dionis 
nostri plurimi e veteribus auctores meminere. In bis est doctis- 
Bimus rbetor Quintilianus ^) Dioni ipsi coaevus. „Dion, ait iUe, 
inventionem modo et dispositionem tradidit, sed ntranqne dupli- 
cem, rerum ac verborum, ut Bit elocutio inventionis, pronun- 
tiatio dìspositìonis : bis quinta pars memoria accedat^. Meminere 
quoque Dionis Àrrianus^), Galenus''), M. Aurelius Antoninus^) 


«) Ib. p. 89. C. «) Ib. p. 11. A. B. D. 

3) In Calvit. enoom. p. 66. A. 

•) In Vit Apollon. Tyan. Lib. V. 

») Inst orat. lib. UL cap. 3., Fab. B. lat I. 191. 

«) DisB. Epict lib. JII. cap. 23., Fab. B. gr. III. 328. 

^) De different pulsuum lib. II. 

•) Ad se ips. ]ib. I. seci 14., Fab. B. gr. III. 328. 


24 

et lulianus ^) Imperatore». Endoeia Augnata in Imvta, sive 
Violarlo iaeditO; bÌB agii de Dione Prusaeo ^). Theodorus Meto- 
chita in manuscripta miscellanea philoaophica et historica, capite 
XIK, agit ptBQÌ Jlcovog, de Diane. An hic IHo historìcas sii, 
vel CbrysoBtomus, definire non aaeim^). Porro Reineflius^), qui 
operis ilUus manoscrìptum codicem vidit, Metocfaitam agere dicit 
de Dione Prusaeo. Citatnr Dio quidem a Suida^) et Apositolio ^) 
Iv óevTtQ€p T^g ósvréQag ovvrà^ecsg, in sedendo sectmdae 
seriei! a Nicandri antem Scholiaste^) iv zw jtQmTco rfjq TQÌT7/g 
Ovvtd^aofg, in primo tertiae seriei, Dionem hune hand diver- 
aum a Chrysostomo putat Keimar ^) ,,cajtt8 Xóyoi vario ordine 
oUm in classea digesti sunt'^; quamvìs Fabriciua ^) Dionem illum 
eum Di(me Alexandrino pkilosoplio eumdem exìstimaverit. Dio 
ille xaì JEQayfiaTcov, xal Xóywv ifuceiQog, agendi et loquendi 
periittSy quem aibi amicum dicit Aelius Aristidea^^), nescio an 
differat a Cbryaoatomo. Gquidem Ariatidea poat Dionem noatrum 
floruit aab Antonino Pio. Veriaimilìaa est. Dionem illom, quem 
èv OvyyQa^, in historia^ citat Aelianus^O» eaae Dionem CasBÌiun, 
quam Chrysoatomum , ut probat clarisaimus Reimar^^), qui se 
tamen dia de hac re in bivio haeaisse fatetur ^% Incertum quem 
Dionem innnat Heaycbìus lexieographua ^^) eum ait: JSzaóivop, 
jtixQcc Alcove, jtoXlztjv ==^ StaÓLvòv apud Diofienij civenu Lacia- 
num Dìonia nostri meminiase haud facile crediderim, ut Gata- 

Orat. 7. 

«) Gap. 307. 337., Fab. B. gr. VI. 569. 

3) Fab. B. gr. IX. 319. 

Ó Epiat ad Neat, Fab. B. gr. 217. 218. 

^) Lex. art ovóh "^HQoxX^q. 

•) Collect. Proverb. Centur. XV. prov. 3. 

T) Fab. B. gr. II. 625. 

*) Ad Spicileg. Fragm. Dion. etc. p. 1521. not, et de vit. et 
Script Gas. Dion. Gomment. § t. 2. 

») B. gr. IIL 328. 

»>) Orat Aegypt, Fab. B. gr. IV. 399., Reimar De yit et script 
Gaa. Dion. § 2. 

**) Hiat animai, lib. X. cap. 1. 

") Ad Spicileg. Fragm. Dion. etc. p. 1518. not XXX.: ibi citai 
Falco, unde illae notae sant Reimar. 

") De vit. et acript Gaa. Dion. § 1. 

") Art axaSivav., Fab. B. gr. IV. 659. 


25 

naeasOy <ini Dionem Cassium, Chrysostomnm, et Dionem illnm 
phil(^ophum| cujus luemìuit Lacìanus ìd ParasitO; «imul omnes 
eonfandit Similìter Gilbertus Cognatus^), Dionem Alexandrinum 
philosopham perperam cum Dione Chrysostomo eamdem facit^). 
Varìos Dionea ad nomìois confusionem vitandam recensitos vìdere 
javabit apud Fabrìciom "*) , et, Fabricio hae in re diligentiorem, 
Hermannum Samuelem Reimar^*^), a quo tamen omittnntur Dio 
Heracleotes philosophus^) et Dìo Cìnaedus'), de qnibus Lucianus, 
nisi efScta haec nomina; Dio ad quem scribit Libanius^); Dio 
Thytes, cnjns locum adfert Clemens Àlexandrinns ^) ; Dio com- 
mentator, vjtQfiVTjfiaToyQà^og, de quo Nonnus *®) ; et Dio Lace- 
daemoniorum rex, de quo haec Servius^^): ^Dion, rex Laconiae 
tuìij qui habnìt uxorem Iphitheam Prognai filiam'^ 

xn. 

Dionis soripta quaa extairt. 

Age jam Dionis soripta, quibus tam splendidum est ille 
nonien adsequutus, quotquot extant, recenseamus. Ejus habe- 
mas sermones octoginta, ordine, quo eorum tìtuli a me adferun- 
tur, dispositi. Alio ordine eos memorat Photius ^'). 

L IL III. IV. 

De regno, sive oraiiones regaJes IV. 

Ad Trajanum imperatorem. Haud valde post exilium, cujus 
ibi meminit Dio, videntur exaratae. Oratione quarta describun* 

<) Ad Plin. Epistt iib. X. ep. 85. 
») Fab. B. gr. HI. 488. 
^ Ad Lucian. De Parasite. 
*) B. gr. in. 328. 

•) De vit. et script. Gas. Dion. § 2. 
*) Lncianus^n Hermot. sive de sect. 
^ Id. in Lexiph. 

•) Epist 1. 53., Fab. B. gr. VII. 404. 
») Stromat V. 

^ Ad S. Greg. Nasian. Orat. I. in Julian. bistor. 37., Fab. B. gr. 
VU. 691. 

Il) Ad Virgil. Eclog. 8., Menr. lU. 69. £. 
") Bibl. Cod. 209. 


26 

tur vitae divitiarum avidi, voluptuosi, ambitìoBi, hilariaque homì- 
nìs et probi. Orationem hanc memorai Syneaius 0« 

V. 

Avfivxòq Mvd-og. 
Fàbula Lyhica. 

Hanc orationem ad ìllas de regno perlinere notai Photiua. 
Reapse fabulae illius lybicae; de qua hac in oraiione disserii 
Dio, meminii etìam oraiione quarta de regno ; male euim Casau- 
bonus fabulam ibi memoraiam ab ea, quam quinta coniinet 
oratiO; distinguere videtur^). 

VI. 

Diogenes sive de Tyranmde. 

Quaedam Diogenis Cynid dieta, vel facta compiectens, 
viros plnres, praeoipae tyrannos, OHris f^avem solliciiamqne 
vitam agenies arguentia. 

VIL 
Ei^o'ixòi^y ì] Evr?]yòc,. 
Euboicus, seu Venator, 

Hac oraiione describii Dio pauperìs cnjusdam Euboeae 
venatoris et agricolae simplicem placidamque vitam, quam 
beatam cum primis praedicai. De opificiis in civìiaie exer- 
cendis edisserit) Graecorumque publicas et mercenarias libidines 
arguii. Oraiionis hujusce meminere, praeter Photium, Philo- 
siratus ^), Stobaeus *) et Synesius % qui nonnuUos, ait, orationem 
ipsam postremae de regno subjicere. 

vm. 

Diogenes, sive de virtute. 
Quaedam ibi a Diogene dieta in iBihmicis narraniar^). 


') Dio etc. p. 39. A. 

') Fab. B. gr. HI. 307. noi. 

•^) In Vii. Dion. 

^) In Eclog. Serm. 2., Fab. B. gr. Vili. 704. 

*) Dìo etc. p. 39. A. 

«) Phot Bibl. cod. 209. 


27 

IX. 

Aioyévriq, fj 'icd'/uxòq. 

Diogenes, stve Isihmcus', 

Ejasdem cam saperiore est argamenti. 

X. 

/Iioyévìjg, ^ jtSQÌ olxsrdjv. 
Diogenes, sive de servis, 

Admonet qaemdam Diogenes, ne de fugitivo servo sollicitns 

sit; sed potius ut ad suimetipsìas cognitionem adìpiscendam 

laboret *)• 

XI. 

TQco'ixòq, vXÌQ rov ''iXiov (i?j aXrovat. 

Troicus, quod capium Ilium non fuerit. 

Oratio lectn jucandisBÌma, qua sacerdotem qnemdam ae- 
gyptiam onnpfaitensem citans^ a se visum, ut ait, in Aegypto^), 
probare vnlt Dìo, haud captum fuisse Ilium, ac mendacii arguii 
Homerum, nipote qui Helenam impudicam fecerat^), nulla 
habìta yerisimiliiudinis ratione^), ac Ilienses optimo jure pu- 
gnantes, improbos ac injusios effinxerai^),. Achillemque revera 
ab Hectore interfecium , Heciorem contra dixerai enecasse^). 
Sophìsias spernere se profiietur, quos impium se vocainros 
praedicii, eo quod Homerum fuerii adversaius '^). Oraiionem 
hanc ante exìlium a Dione scriptam putat Casaubonus ^). Eam 
laudani, praeter Phoiium, Synesius ^) et £ustaihiu8 ^®). 

XII. 

'OXv(iJtixòg, ff jrBQÌ Tìjg JtQ(ùT7]c ròv Oeov Ivvolac. 
Olympicusy sive de prima Dei cognitiane^^). 

Oratio in Olympiis dieta de naturali notitia, quam de Deo 
hominea habent De bac re forte fuit Plutarchi e jrQOg Alcova 

') Phot. ib. 

^) Cesarotti, Corso di lettr. gr., in Dione. 

') Ib. 251. Ib. 252. 253. 254. 

») Ib. 255. 256. 257. 

•) Ib. 268. T) 15. 236. 

■) Fab. B. gr. II. 308. 

•) Dio eie. p. 41. C. 

'«) Ad Homer. lliad. IV., Fab. B. gr. III. 308. 

<*) Sic et Phot. Bibl. cod. 209. 


28 

■ 

^d^BÌQ iv YìXiffutla, scrmo Olympim dictus ad Dionem, vel 
cantra Dionemy Lampriae ^) memoratuft. 

XI IL 

De exilio, 

Oratio Atheni^ habita, qua exilìnm hand esse malnm pro- 
bare viilt Dio, cum sapieiitiae studiam ac virtutis exercìtium 
exuies etìam co mi tentar .^). 

XIV. XV. 

/Zfpi dovXhiaQ xaì iXtvd^hQiaq Xoyoi , 

De servitute et liberiate orationes IL 

In quibus sui animi dominiim liberum vocat Dio, servurn 
vero illnm, qui passlonibns obtemperat '0* 

XVI. 

IltQÌ XvJtTjg, 

De aegritiidine. 

Mentis scilicet; quam vitandam, aeqno animo aerumnas 

ferendo, adserìt Dio. 

XVII. 

IltQl JtXeore^iag. 

De avaritia. 

Quam damnat auctor. 

XVIIL 

IIsQt Xóyov doxtjosoyg. 

De dicendi exercitatione. 

Ad Romanum qnemdam senem, cai varios, quos nominat, 

aactores, ium historicos, tam oratores, tum etìam comicos^ legere 

suadet; Socratìcos vero potìsBimum, ac rursos ex bis praecipue 

Xenopbontem. 

XIX. 

IleQi TTJg avTOv g>tX?jxotag, 

De Sila audieìidi cupiditate. 

Ob quam, aadire se, quam audirì malie. Dio profitetur. 

') D« Script. Plutarch. nam. 493., Fab. B. gr. UI. 342. t<69. 
«) Phot cod. 209. 
') Ib. 


29 
XX. 

De secessu.^) 

Qoo Bapientem non egere, et qnem reliquia non prodesse 

contendìt 

XXL 

IleQÌ xàXXovq. 

De pulchritudme. 

Varìas vigere pulchri apnd varias gentes ideas probare 
Tult Dio-). Hoc scriptum pluribus diversarum personarum 
aermonibuB, dialogi more compositis, constare putat Casaubonus. 

xxn. 

IleQl jtoXtfiov xal slQìjVtjg. 
'De bello et pace, 

Adfirmat auctor rectius, quam rhetores, de bis rebus sentire 
phiiosophos. 

XXIII. 

"Ori evóal(i(DV b oog>óg, 

Beatum esse sapieniem, 

Dialogns, quo sapientis viri felicitas, mali autem ostenditur 

miseria. 

XXIV. 

IIbqI svóacfioviaq. 

De felicitate, 

A vera beatitudine quaorenda saepe homines abesse, probat 

Chrysostomus. 

XXV. 

lleQl óal/iovoq. 

De genio, 

Quaerìtnr an extra hominem sit alius ei adhaerens. 

XXVI. 
IleQl rov ^ovXsvead-ai. 
De consulendo. 
Ad quod rerum peritiam requiri demonstratur. 

•) Sic interpr. Phot.ib. 
») Ib. 


3() 

XXVII. 

AiaTQifirj jtsQÌ x&v Iv ovfiJtoGlq). 

Disputano de iis, quae in coìivivìis adcidurU^), 

Ac de eo, qaod recta doceiitìbns vix aurea praebeantar. 

XXVm. XXIX. 

MaXayxònaq fiQcoTOc; xal ótvrtQog. 

Meloficomas primus et secundus. 

Melancomae adolcscentis '^) extincti landes perseqaitar Dio. 

XXX. 

Xaglòtiiioq. 
Charidemiis, 

Adolescentem alteram, cni nomen Charidemus , Timarchi 
filìum, anno aetatis vìgesimo secundo morte peremptum, lo- 
quentem ìnducit auctor'^). Hoc scriptum landatur a Stobaeo^). 

XXXL 
PoÓLaxòg. 
Rhodiacus. 

Oratio ad Rhodios dieta contra eonsnetudinem ponendi 
nomen illornm, quibus statua decernebatur, in veteribus simn- 
lacrìs; nee statnam novam erigendi. liane orationem commendat 
Photius, memoratque Synesius^). 

XXXII. 

IlQÒg MXe^avÓQtTg. 

Ad Alexandrmas, 

Quorum indolera, moresque repreliendit Chrysostomus. 

XXXIIL 

TaQótxòg JCQ&tog. 

Tarsìcus primus, 

AA Tarsenses quorum urbem breviter laudat Dio^ monens 
tameu; non in externis civitatum ornamentis earum felicitatem 


Sic interpr. Phot. ib. 

>) Phot ib. 

«) Ib. 

*) In Eclog. Serra. 123., Fab. B. gr. Vili. 704. 

») Dio etc. p. 41. C. 


3t 

podtam esse, sed in virtute civiuin; ac iniirbanum qaemdam 
TareeBsmai morem perstrìngens ^). 

XXXIV. 
TaQCixòg óevTSQog. 
Tarsicus secundus, 

Tarsenses hortatur Dio ne magistratus adversentur et 
calnmnìis petaut ^) 

XXXV. 

^Ev KsXalvatg rr/g ^Qvylag. 

Oraiio habiia Celaenis Phrygiae, 

Yìrtnosnm vìrnm non fieri ab extemo corporìs calta, docet 
ChrjBostomas, Celaenas item landat, ac quaedam de Indis faba- 
latnr, qaos Celaenis anteponiti). 

XXXVI. 

BoQvod-evrjftLxòg Xoyog, 6 àì^éyv(D èv ry jccctqIói. 
Sermo BorystheneHcus lectus m patria. 

Quo de Deo mundi conditore et rectore ante oppidnm 
Borystfaenitaram loqnutum se ait cum Callistrato et Rhosone. 
Orationem hanc prae caeteris gravem ac illastrem vocat Photius^). 

XXXVIL 

KoQtvd-taxòg. 

Cormihiacus, 

Corìnthios adloqnitnr Dio, qui statuam qnam sibi posnerant, 
postea, ob illatam in eum criminationem ^) , vel straverant, vel 
alteri dedicaverant, qnam oonsuetndinem damnat, nt dixi, ora- 
tione Rhodiaca. Hnic ipsi proximam vocat Photins, quoad 
dìcendi vim, orationem Corinthiacam. 

xxxvin. 

IlQÒg Nixo/ifjdèTg JtsQÌ o/iavolag Trjg Jtgòg Nixaelg. 
Ad Nicomedenses de concardia cum Mcaeensibus. 

Caìn qnibns Nicomedenses de Bithyniae primatu certabant. 
Dionem nostrum Nicomedenses ipsi civitate donaverant 

>) Phot cod. 209., Fab. B. gr. IH. 312. 
«) Phot. ib. 
») Ib. -•) Ib. 
») Phot ib. 


32 

XXXIX. 

UsqI bf/ovolag èv Nixala, Jtsjtavfiévrjg rijq Craùeix^. 

De concordia Nicaeae seditione coercila. 

Sermo habitus a Dione cnm minuB bene valeret 

XL. 

^Ep rf] JtaxQlói JttQÌ X7]q Jtgòg Ànafitlq Ofiovolag. 
In patria, de concordia cum Apameensibus. 

Orntio a Dione dieta post exilinm. Imperatoria benigni- 
tatem celebrat, atqiie in extinctum Doinitianum ìnvehitur. 

XLI. 

Ilgòg ÀjcafÀklg JctQÌ ò(iovolag. 

Ad Apameenses de concordia. 

Cum PruBaeis scilicet. Apameenses Dìoni de redita ab 
exilio per legatos gratulati f aerante atque iter ad se suscipere 
impulerant^ 

XLIL 

AtàXa^iq èv rf] jcoxqIÓi, 

Disputano in patria. 

Qua ignorare se ait Ohrysostomus cnr tam libenter ipse 
publice loqaens andiatur. 

XLUI. 

IIoXiTtxòg èv JtazQlói. 

Politicus in patria. 

Contra inimicos^ qui se apud Prnsaeos ealumniis invasetant 

XLIV. 
^iXog)QOvrftixòq jcqÒq r/yr naxQióa eloìjyovfitì^ìjv avrò nucu;. 
Benevoientiae significano ad palriam, a qua honoribus fueral 

adfectus, 

Oratio de amore, quo patriam ipse prosequitur. 

XLV. 

AjtoXoyiOfdòq, ojta>g fc(>xj/x£ JCQog rtjv jtaxQlòa, 

Apologia, quomodo se gesserit erga patriam. 

Cujus bonum uniee se quaerere profitetur, quamvis aliud 
invidi clamitent 


33 

XLVL 

UqÒ tùv g>iXooo^eTv èv ry jtaxQlói. 

Antequom philosophareiur in patria. 

CìTes snos adloqnitnr, qui, oborta seditìone, ipsum lapi- 
dibQBy domam vero stiam igne petìerant^). 

XLVa 

A7ifÀ'>]yoQÌa tv rìj ^arglói. 

Concio in patria, 

Adversns se criiniiiantes eo quod amplas acdcB cum portici! 
extraeret 

XLVIU. 

IloXirixòg tv IxxhjOia, 

Politicus in conventu. 

Sermo de concordia ad Prusaeos simul congregatosi idem 
cum sermone ilio ixxXìjOiaorixtj} , qiiem, ut solidae et propriae 
eloqnutionis exeraplnm, eitat Sytiesius. ^). 

XLIX. 

IIaQaÌTì]Ciq a^xf/g iv ^ovXij. 

Ree usati magistratus in Senaiu. 

Nec sibi, nec forte etìam Prusaeis expedire ait se dintius 
in patria morari. 

• 

L. 

litQÌ rmv l(fy(pv ir fiovXij. 

De admimstrationihus in Senaiu, 

Oratio de laudibns Senatus Prnsaeornm, atqne de filii 
sni magistratu. 

LI. 

IlQÒq AlOÓcOQOV. 

Ad Diodonim, 

Landat Chrysostomus in Dìodoro cìves^ qui eum magistratus 
dìgnltate donaverant 


Révera petierant, Phot. ìb. 

') Dio etc. p. 40. A., Fab. B. gr. IH. St5. 


34 

LIL 
IleQl AlóxvXov, xal JSog>oxXéovg , xcà E)vQutlóov, tj xbqì 

TOP ^iXoxTfjrov rógow. 
De Aeschylo, Sophocle et Euripide, sive de Philocietae ieìis. 

Simul comparai! tar tragoediae, quas de arca Philoctetac 
Bcrìpserant AeBchylus, Sophocleg et Euripidea. 

Lin. 

De Nomerò. 
Qaem celebrai ChrysostomuB. 

LIV. 

IleQl JkDXQOTOvg. 

De Socrate, 

Qaem laudibas similiter prosequitar. 

LV. 

IleQi ^OfifjQOV xal JkoxQorovg. 

De Homero et Socrate. 

LVL 

Agamemnon, sive de regno. 

Quod ait futuram esse^ ut recte administretur, si, qnemad- 
modnm Agamemnon Nestoris, ita reges Bapientum virorum 
codbìUìb jayari se Binant 

Lvn. 

Nestor. 
Sive quomodo reges monendi Bìnt^). 

Lvni, 

kxtXXsvg. 
Achilles. 

Qui reprehenditur eo quod Chironem contempBerìt docentem, 
pmdentìam potiuB et artem, quam corporiB vìreS; in bello ad- 
hibendas esse. 


*) Phot. Bibl. cod. 209. 


35 
LIX. 

Philocietes. 

Sive de UlysBe ad Phìloctetem yeniente, ut Herculìs arcum 
ipsi aaferat 

LX. 
Néooog, }} Ae'iàv^LQa. 
Nessus, sive Dejanira, 

Fabulae de Nesso et Dejanira, ab Archilocho et Sophocle 
enarratae, ìnterpretatìo. 

^ LXl. 
XQv6rjt(;. 
Chryseis. 

Sive de Chryseidìs descriptione, quae est apud Homerum, 
ac de ejus landibns ^). 

LXIL 

IIbqì ^CiXeiaq xal rvQavvlóoq. 

De regno et tyrannide, 

Comparatìo boni regis cnm tyranno. 

LXUL LXIV. LXV. 

nsQÌ rvxTjg Xoyoi y . 

De fortuna, sermones III. 

Fortnnam omnia posse in vita hominum, ab bis vero band 
recte incusari docet Cbrysostomns. 

LXVI. LXVII. LXVffl/ 

IIsqI ó6^ì]g Xòyot y . 
De gloria sermones III, 

Vulgarem gloriam, id scilìcet quod glorìae vocabulo vnlgns 
intelligity contemnere jnbet. ^). Pnlcbras ntilesque considera- 
tiones in bisce sennonibns contineri inquit Pbotins. 

LXIX. 

IIbqì oQ^rriq. 

De virtute. 

Quam mnitis biudatam, pancis cnltam alt Dio. 
») Ib. >) Ib. 


36 

LXX. 

IleQÌ gìiXooo^lag. 

De phiiosophia, 

Quam non in verbÌB, aed in operibus ac sapientiae stadio 
positam docet 

lxXl 

IleQl q>iXo6Ò(pov. 
De philosoplio, 

Pliilosophum enm vocat, qni cognitìone illornm, quae ad 
recte et beate vivendum conferunt, exceUit 

LXXII. 

neQÌ rov 6x?i(iarog. 

De habilu, 

A quo nemiuem philosophum esse judicanduin mouet '). 

Lxxm. 

nsQÌ jtlOTtcog. 
De fiducia, ^) 

Seu de damno, quo fide» pluribus habita ipsoH adfecit 

LXXIV. 

IIsQÌ àjtiorlaq. 

De dìffidentia^). 

DialoguB, de aliis non temere credendo, quem laadat 
Stobaens *). 

LXXV. 

IleQÌ ròfiov. 

De lege. 

Qaam aactor laudibas extolUt 

LXXVI. 

ntQÌ i&ovg. 

De consuetudine, 

Qaam cum lege Bcrìpta comparatam, buie antepouit. 


Ib. 

>) Sic interpr. Phot 

') Sic interpr. Phot.' 

♦) Eclog. Sorm. IV., Fab. B. gr. Vili. 704. 


37 

LXXVII. LXXVIII. 

IlfQl q>(^m*ov Xòyoi . 

De invidia dialogi IL 

Invidìam veri philosophi haud esse jiit, sed humanitatem 
potìas, ac benefaciendi studìum. 

LXXIX. 

IIbqì JtZoVTOV, 

De divitiis. 
Qnìbns panpertatcm praefert cum justitia conjunctam ^). 

LXXX. 

IleQl sXevd^eQlag. 

De liberiate. 

Quam abesse contendit ab iis, qui «(ìectiionum »uaram 
haad tenent imperinm. 

Haec Dìbnis Dostri scrìpta, quae temporìs ÌDJurias vitasse, 
omnibus sane doctis viris gandendiim. His addendae a me 
non pntantur: 

^EbctOToXaì. 

Epistolae. 

QaamviSy nisi sint pseudepigraphae , cui Dioni tribuendae 
siili piane ignorem. Eas continet codex quidam, cujus meminit 
Mìngarelli^). Tìtulum habet: ^Jjno^oXal Aloìvoq, Epistolae 
Dionis* Prima epistola, teste citato MingarelU, inscribitur: 
M(ov I^v(kp, Dio Ruso; incipit autem: ^vrlaTf/fd Coi, Secuuda 
ingcripta: ^Povqm, RufOy incipit: thqiviov ròv ifiòv tralQov. 
Tertia, quae inscribitur Evot^iq), Eusebio, incipit: UaQovTa ot 
i^Ujitiv oìofiat. Quarta inscripta to') Avto), eidem, hoc habet 
initium: 'iiuagà (ilv thai rà avfificcrTa AQitxoì'ricp. Quinta, 
quae JSa^iavo), Sabiano, inscribitur, sic incipit: Ovx 6xi*a) 
tov YQàg>eiv. 


*) Phot. Bibl. cod. 209. 

*) Graec. Codd. Mas. apnd Nanios patrie, vonet. asseryat., Cod. 281. 
niiiD. 113. 


36 


xm. 

Dionis scripta deperdita. 

Praeter ea, qaae memoravi, alia etiam scripsit Dio, qaae 
nostra in damna ruentia saecula suetulerunt. Ex hia, quae in 
veterum adhac extantibus scriptis memorantur, alphabetico 
ordine hic recensebo. 

neQÌ TOP "AAESANAPOY oq^&v ^i^Xla ri. 

De Alexandri virtutibiis 

Libri VnL 

Suidae memorati. 

FETIKA. 
Getica. 

Landantur a Philostrato 0, qni ita scrìbit: a>g ók xdi 
IótoqIov Ixavòg 7]v OvyyQàq>uv, Ó7]Xot rà rerixà. Kaì yÒQ 
6'^ xal èg Féraq TjXd-tv ojiÓtb rjXaxo, Eum auiem historiae 
etiam scrihendae idoneum fuisse, ostendunt /Melica, Nam errans 
ad Getas quoque pervefiit^). Equidem Getica Dìoni Cassio 
tribnit Suidas ^) : Mcov ò Kàoiog xQrjimrlcaq . . . eyQaìps . . . 
Perixà. Dio dictus Cassius . . . scripsit . . . Getica, Similiter 
lornandes^): „Dio historicus et antiquitatum diligentissimns in- 
quisitore qni operi suo Getica titulum dedit .... ; hic Dio regem 
illis post tempora multa commemorat Telephum^. Alibi ait 
idem anctor ^) : ^pene omnibus barbaris Gothi sapientiores semper 
extiterunt, Graecisque pene consimiles, ut refert Dio, qui hi- 
storias eorum, annalesque graeco stilo compoBuit^. Qnem locum 
exBcripsit Freculphus % omissa tantum, post verbum sapientiores, 
voce semper. Sed Philostrati auctoritatem illis Suidae aliorumqne 
anteferunt Euster^), Fabricius^) et Reimar^), indeque Getica 


In vit. Dion. 

^) Sic interpr. et Reimar § 15. 

^) Lex. art. Jl<ov ò Kdoioq. 

*) De rebus Gethicis cap. 9. 

*) Ib. cap. 5. 

«) Chron. lib. 11. cap. 16. 

') Ad Snid. Lex., Reimar § 1. 

8) B. gr. III. 322. not. a. 

») De vit et script. Gas. Dion. § 1. 15. 


39 

Dioni ChryBOBtomo tribuenda pntant, quamquam CaaaubonuB ^) 
respeiiBBe autumet Philostratum ad Dionis sermonem Borysthe- 
nitieum. Eqnidem hujusce Bennonis initium prope ad historìcam 
ntrratioiìem adcedit. Sed nimis ista Bunt leyia^ ut ex bis 
eoUJgere potuerit PbiloBtratuB, bistorìae scribendae aptum fuisae 
Dionem. „ProbabiliaB est, ait optime Reimar, confusas eBse a 
3criptorìbuB . . . perBonas diversas; ex nominis BÌmilitudine, et 
Dioni Casaio, qui ex biBtorici fama uotior erat, Getica, quàe 
PruBaeuB philoBophuB et Bophista BcripBerat, eBBe tributa^. 

"ENOAIA, 

ObservcUa in itinere, 

Quae Dìodìb historici BcriptiB SuidaB ^) connumerat, „Bed . . . 
Dioni GhrysoBtomo rectiuB competerent, inquit Reimar^), quem 
per yarìas gentes peregrinatatum esse conatat'^. 

"EniSTOAAL 

Epistolae. 

Suae ad Nervam epistolae ipso meminit ChrysoBtoniuB ^). 
Epistolas Dionis iusigniter laudat FbilostratuB ^)} cum ait: Tòv 
tmoToXixòv x^Q<^^^VQ^ ^^^ Xóyov, fiera tovg JtaXalovg, 
oQicxa fioi ói€0xt^d-at óoxovói, g)iXo(s6gxov fikv ò Tvavsvg, 
xal Alwv, óXQaifTjYAv oh BQ&ikog, ì} orco Bgovrog èg rò 
hèùréXXeiv Ixifffto. Epistolarem scribendi characterem optime, 
post veteres, perspexisse mhi videntur^ e philosophis quidem, 
Tyanehsis et Dio; e ducHms vero, Brutus, sive is quo usus est 
BnUus ad conscribendas epigtolas. 

^xéfjiiov 'HPAKAE0Y2 xal nAAT£iNO±\ 

Herculis et Platonis Encomium, 

A Snida memoratum. Ad illud suspicatur Reimar®) re- 
spexiBse Apostolium^ et Suidam^) ipsum, cum ait: Ovài 

*) Diatriba 1. in Dion. ChryB., Reimar. § i. 

') Lex. art Jlav ò Kàaioq, 

>) De vit et script Gas. Dion. § 15. 

*) Orat 44., Fab. B. gr. IH 314. 319. 

») Eplst 1. 

^ De Tit et Bcript Gas. Dion. § 2. 

') GoUect Poverb. Gentur. XV. prov. 3. 

Ó Lex. art Ovóh UQaxX^q. 


40 

^HQaxXrji; JtQÒq évo' rovg MoXtovlóac, Ifpvys, Alwv Sk Iv 
óbVTtQG} Tìjq ótvTtQUi; ovPTO^tcoi^ , ^HQaxXta xòv ìóalov 
ààxTvXov xaraóeisCiPTa *OXvfutui xgòq òvo óiaxvxxtvoavra 
TjTTTjO^fjvcu. Aec Hercules cantra duos: Molionides Hercules 
fugiL Dio vero in secwuìo secundae serici ait, Herculem 
Dactylum Idaeum, qui Olympia inoetiit, cum viris duobus pugi- 
latu certarei, victum fuisse. 

KOMH^ "Eyxojfiiov. 
Encomium cornac. 

MemoratuT Synesio, qui contra Dionem scripsit ^Xaxga^ 
lyxcQfitov, Encomium calvitiei. Hnjusce libri initio ait ille: 
Alavi T(p XQ^^^ ^V^ yXmtrav txoirfii] fitfiXlov, xófif^c 
èYXcófitov, ovTco óijra XafijtQov, mg dvayxìjv eìvai xagàrov 
Xóyov (paXaxQÒv avÓQa aloxvveód-ai. A Dione lingua aureo 
scriptus fuii liber, comae encomium contiìiens, ita porro prae- 
claruSj ut ex eo vir ^) calvus pudore adficiatur oportet, Dìonis 
scriptnni; de qao agitar^ memoratar etiam a Ioanne Tzetze^). 

^iig vùrtQOV 2vvéciog èyxdfuov qKiXàxQag, , 
*4vd^ mvjihQ b XQvOÓozopog b IlQvoaevg b Alcov, 
JIoXv reXdir jcaXalreQog amov rov JSvvbOiov, 
^PfjTOQixojg owtyQaìpev tpóyov xarà (paXàxQog. 

Ut postea Synesius encomium caivitii, 
Adversus quae Chrysostomus Prusaeus ille Dio, 
Ipso Synesio multis temporibus antiquior, 
Rhetorice coìiscripsit caivitii vituperium, 

n q)(^aQTÒg o KOUMOX 
An mundus sit compositus. 
Memorai Suidas. ^ 

KQNQnOi: Ijtaivoc. 
Lau^s culicis. 
Cajus mentio apud Synesiam^). 


») Virum vertì jubet Fab. B. gr. Vili. 224. 
>) Chil. XI. 725., Fab. B. gr. VUI. 224. 
') Dio etc. p. 41. C. 


41 

AOrOI jtoXXól xal jtoixlkot 
Orationes muUae et variae. 

Qaae in Photii manns haud pervenere. In his fuerunt et 
oratio Prasae babita prò Infelici quodam viro, centra ejnsdem 
cognato» ac tutores, quam ipse memorat Dio^, et ilia, qua 
Essenos commendavìt ChrysostomuS; teste Syneaio ^) ; atque illa, 
qua probavìt, malam consuetudinem defendì band posse a diutur- 
nitate temporis, quo ipsa vignit, ipsi Dlonì memorata^); itemque 
illa Prnsaeis dieta , cujus meminit idem Cbrysostomus, oratione 
quadragesima; nisi réspiciat ad quadragesimam tertiam, vel eam, 
quae seqnitur, orationem ; alìaeque tandem^ quas postea recensebo. 

MEMNQN. 
.Vemnon, 

Oratio Synesìo ^) memorata, qui de illa aìt : èv roma} fiév ye 
xai v:tOTvq)óq Icxtv ij tQfirjVtla, in hacfastuosa eliarìi est eloquutio, 

HqÒq M0Y2QNI0N. 

Contra Musonium, 

Ut scribit Fabricius^), sive ad Musonium, ut reddit Petau; 
sed Fabrìcìi interpretatio magis placet. Memorat hanc orationem 
Synesius. 

"YjieQ "OMHPOY JtQoq marcar a ^i^Xla ^, 
Pro Homero adversus Platonem libri 1\\ 

Quos laudat Suidas. 

TEMHQN (pQaùiq. 
Tempe descriptio. 

Synesio memorata. 

Tà xarà ròv TPAIANON. 
Res Trajani, 

Opus, quod Dioni Cassio tribuit Suidas^), sed ad 
Dionem potius Chrysostomum pertinuisse, videtur quodammodo 

Orat. 43., Fab. B. gr. IIL 319. 
*) Dio etc. p. 39. B., Fab. ib. 
"ÌOrat. 31., Fab. ib. et 311. 
*) Dio etc. p. 39. C. 
^) B. gr. III. 306. not (g.) 
*) Lex. art 'àiiov o Kaaioq. 


42 

ReimarO suspicarl, sic enlm ait: ^Àttamen de Traiano melius 
referre Dio Chrysostomas potnisset; niai ab avo isthoc suo 
quaedam memoriae prodita CasaiuB acceperit^. 

Karà ròv ^^lAOSO^i^N. 
Adversus Philosophos. 

Oi-atio, qnam memorat Synesius^): od-ev o re xaxà t(5p 
g>iXo6Óg)Cf)v avrai Xóyog ijcovóaófh] 6q>6ÓQa ojtscxoviOiiévoc, 
xal ovóev ox^ficc òxvrjóag' xaì b JtQOq Movodviov srtQOc: 
roLOvroq. Vnde oratio contra philosophos ab eo valde ad 
rerum exemplar elaborata futi, nullo schemate praetermisso : 
et talis est etiam altera oratio contra Musonium, 

VITTAKOr hraivoc. 
Laos Psittaci. 

Philostrato ^) et Synesio^) memorata. 

>) De vit. et script. Gas. Dion. § 15. 

«) Dio etc. p. 37. B. 

3) In vit. Dion. 

*) Dio etc. p. 36. C. 38. B. 


n. 

De Vita et Scrìptis 

Aelii Aristidis 

Oommentarìus. 


I. 

nomina. 


Notissimum sane inter rhetores Aristìdis nomen, ac magnìs 
saepe laudibua exornatam. Arìstides simpliciter noster auctor 
haud raro vocatnr in veterum scriptis. Exemplo aint Themi- 
stias*), SynesiuB^), Aphtoniì scLoliastes, Theodolus, sìve Thomas 
Magisteri), Aristidem saepisdìme laudans. luterdum Aristides 
ipse Yocatur 6 ^PiqxcoQ, Rhefor, ut in Snida*), Ttetze*), Sopho- 
cli8 Bcholìaste ^), et Eudocia Augusta, quae capite 153 ineditae 
'icDvlag^ seu Violarli, agìt JtSQÌ ^QiCttlóov xov ^PijroQOg, de 
Aristide Rhetore ^). Aelii etiam nomine Aristidem fuisse adpel- 
ittum constat ex inscrìptione suae, ad M. Aurelium Antoninum 
et Commodum, de eversione Smyrnae urbis, epistolae^), quae 
aie se habet: Avxoxqoxoqi Kaioagi Moqxco AvQi]Zlcp k.vx<D- 
vlrm Ut^acró, xal AvroxQatOQi KalooQi AvQ7jXlq^ Kofióóip 
li^aoT(p, AlXiog ^lórdófjg XalQtiv. Imperatori Caesari 
M, Aurelio Antonino Augusto et Imperatori Caesari Aurelio 
Cofnmodo Augtisto^ Aelius Aristides Gaudere. Alibi etiam Aelium 
se vocat Aristides^). 


») Orat. 26., Fab. B. gr. Vili. 18. 
') Dio eie. p. 40. B. 

*) Voc. Attic. Eclog., Fab. B. gr. IV. 529. 

*) I^ex. art jiéi^iavò^ So^iat., Fab. B. gr. IX. 824. art r^yÓQiog 
^a^. Fab. ib. 706., art lloXéfiiwv Aaoótx., Fab. ib. 771. 

») Ad Lyeophron. Alex. vera. ^36. 1S7S. 14.32., Fab. B. gr. II. 425. 

•) Ad Antìg. yers. 362., Fab. L 637. 

') Fab. B. gr. VL 566., Hist Byz. XXII. 386. 

•) Fab. B. gr. IV. 385. 

^ Orat 5. Sac., Fab. B. gr. IV. 373. not(b.) 


46 

n. 

Aristidis Pater et Patria. 

'Filius fuit Aristides Endaemonis phìlosophi, teste Snida 0. 
liinc Pliilostratus^)^ nescio quam lepido ioco, eam vocat sire 
EYAAIM0N02, bÌzb evóal/iova, sive Beati fiUum, sive becUitm, 
Eudaemon enim graece valet beatus. Smyrnaeas dicitur Àritsides 
a Georgio Syncello^) et Ioanne Siculo*). Aeneas Oazaeas^) 
€CT03, inquìt; 2JfivQvatog Of/T^gog, ^Qicrelóijg xaivcovelra) Tfjq 
^ikoTi/ilaq, Smymaeus sit Homerus^ Aristides honoris hufusce 
cxipiditatis particeps fiat; et auctor veèeris epìgrammatis^): 

Nelxog AQiOrdótjg 'làócav xatéjtavoe ^^oXrjcov, 

Tò jiQÌv ^Of4ì]QelT]g sl^ov vjcbq ysvs^g. 

^aùl yaQ Jtaoai^ HfivQV7] rtxe O^etóv ^'OfitjQov, 

^H xaì ÀQLCxdóriv QTjxoQa yeivofiévri. 

lurgium Aristides lonicarum^ compescuit urbium, 

Quod anieOj de Bomerico habebatur genere, 

Dicunt enim omnes, Smyma produxit divinum Homerum. 

Quae et Aristidem rhetorem genuit. 

Aristides vero a Smyrnaeis civìtate donatus fuifjj non 
enim Smyma eum genuit^ sed nrbs quaedam, cui nomen AÓQi' 
avoì, Hadriani, ut patet ex Philostrato^) et Snida ^). Auctor 
vjtod^éótmg, argumenii, in Ariatidis Panathenaicum, quem Sopa- 
trum vocabo, haec de ilio scribit: "ÉyévsTO óe àjcò ^óquivov- 
jcóXsa)g rffi Iwmag, ^AÓQiavoì yàg ol jioXtTot avztjg Xéyovxau 
Ttvig ÓB 2!fiVQvalov avròv XéyovCt, jtXavfj&évteg àjcò zov 
èxBtOe g>oiràv xco IIoXénQVi óióaCxó/ievov. FtUt ex-ffadria- 
nopoli loniae, Hadriani enim ejus cives vocantur. NonnuUi 
Smymaeum eum dicunt^ ab eo decepti, quod Smymam ad Fole- 

*) Lex. art Àifiotsiàrjg.y Fab. B. gr. IX. 664. 
>) In vit Aristid., NicephoruB Schol. in Synes.p. 42.1. Bw, Gronov. 
X. 1814. C. 

3) Chronograph. 

*) Conunent MS. ad Hermog., Lougin. Tonp. p. 25. 

*) Epiat. 18., Fab. B. gr. IV. 382. 

•) Anthol. lib. XIV. cap. 31., Gronov. X. 1806. D., Pab. ib. 

7) Fab. B. gr. IV. 382. 

*) In vit. Aristid., Niceph. Schol. in Synes. p. 421.B. 

») Lex. art. kQianlétiQj Fab. B. gr. IX. 664. 


47 

moMm audiendum proficiscereiur ^). HÓQiavSv, Hadrianarum^ 
meminit ipse AristideB ^). Hand magna haec iirbs fait, teste 
Philostrato ^), sita in ea loniae regione , quae antea Mysia, 
inde Bithynia dieta fait, ut ait Snidas^): jiSgiavoì óì jtóXig 
Mvclag TT^ vvv Bid-wlaq, Haàriani autem urhs Mysiae^ quae 
nunc Bithynia dicitura). Mvolov jcbòIov, Campi Mysii, mentio 
apnd Aristidem^), ex quo discimus in Hadrianorum urbe fuisse 
Hadriani templum^ jiÓQiavstov ''). Urbs illa ad Olympnm posita 
fmt, at constat ex nummo Septimii Severi % ab Ezechiele Span- 
hcim exhibito, ubi haec legitur inscriptio: AAPIANQN EPOC 
OAYMnON, Hadrianorum ad Oi^mpum^). Urbs ista Hadria- 
Doram eadem fuit cum illa, cui nomen Hadriani venationes. 
Hanc memorat Aristidea ipse^^) et Xiphilinus^O^ ^^ Hadriano 
seribens: xal nòXiv èv zf] MvcUf oixlcag, jiÓQiavov d^gaq 
avtffv oivófiaosv, et urbe condita in Mysia, Hadriani venationes 
eam adptllavit Urbem istam memorat et Malalas ^% cujus haec 
Terba: o ób avxòq ^AÓQUivòq IxxtOe xòXtv èv r^ Ogdx^, rjv 
ixsxaXeCBP HÓQiavovjcoXtv xal àXXrjv oh ixrtae jtóXcVj fjv 
ixaXsaev ^óquzvov -d^gag ^^). Ipse autem Hàdrianus urbem aedi- 
ficatfit in Thracia, quam vocavitHadrianopolim: et alteram condidit 
àoitatem^ cui nomen dedit Hadriani venationes. Urbem hanc ab 
Hsdriano extmctam, Hadriani venationes vocatam, memorat 
etiam Gedrenus^^). Oppidum eam dicit Spartianus^^): ^Oppidum 
Adrìanotheras in quodam loco, quod illic et feliciter esset 

») Gronov. X. 1814. D. 

«) Orat. 3. Sac., Fab. B. gr. IV. 373. not (e.) 
^ Nìceph. Scbol. in Synes. p. 421.G., Martinier Dict. Geogr. art. 
Adriani. 

*) Fab. B. gr. IV. 373. not., EX. 664., Martinier ib. 

*) GronoY. X. 1814. C. 

•) Orat Panathen., Fab. B. gr. IV. 373. not. (e). 379. 

T Orat 1. sac., Fab. B. gr. IV. 373. not (e). 

*) Martiniere loc. cit 

^ Celiar, notit orb. antiq. U. 254. 

»),Orat l. Sac, Fab. B. gr. IV. 373. not (e.) 

") In vìt Hadriani. 

") Chronograph. lib. II. to. XXIII. p. 119. B. 

") Sic, non ^QOi. 

^) Histor. oompend. not ad Malalae 1. o. 

") In vit Ael. Adrian. 


48 

venatus, et urgam occidisset alìqnando, constituit'^ Zonaras') 
ita scribit: xal tv Mvala jtÓjLiv ojxioev, "AdQtavov d^ìj^ag 
xaXéùaq ovtijv, et iirbeni in Mysia extruxit, Hadriani venatùmes 
eatn vocans, 

TU. 

Aristidìs aetas et nativitas. 

Flomit Arìstldes sub Antonino Pio^), itemqne sub ejns 
successore M. Aurelio Antonino. Syncellus Aristidem ponit anno 
mundi 5665 ^ ejusdem M. Aurelii quarto. Haec ejus verba^): 
raXìjroQ lazQÒg aQiórog rjx/naCs xo) yivu DhQyaniyvòc,, ^lov- 
Xtavòq vofio^tTTjq Iv ^Pcófiìj, xaì ^qÓvtcov b 7^<»(). l4P]- 
STFAAII^ ^MYPNAW^: 2:0<PJI;TH2:, NtxóoTQOTog 
Xoyojtoiòq. ÌJjrjriavòg KlXi§ jroiì/TTJg lAXuvrixòv. ^t§Tog 
dóiXfpióovg UXovraQyov rov XaiQo)vé(og ^tXooóq.ov. Arri- 
xóg nXaronuxòg qtXóoo^og. Galenus medicus optitnus flotròai 
genere Pergameììus. luUanus jurisperitus Romae^ et Franto 
rhetor. Arisiides Smymaens sophista» Nicosiratus oraior. 
Oppiamis Cilix Halieuticon jweta. Sextus sororis Piutarchi 
Chaeronensis philosophl filius, Atlicus Platonicus philosophus. 
Ubi plures Aristidi nostro coaevi docti viri memorantur. Nico- 
stratum Aristidis aequalem fuisse notat etiam Suidas^), qui et 
Aspaslum Byblìum sophistam Aristidi coaevum fuisse ait^). 
Quo tempore natus fucrit Aristides liceat coUigere ex themate 
ejus genethliacoy quod ipse referti). Leoncm habuisse se dic«ns 
in medio coeli, atque a lovìs dextris, sub Leone, quadratum 
fuisse Mercurium, hunc vero et lovem habuisse matutinos. 

IV. 

Aristidis praeceptor, Polemo. 

Praeceptore Polemone usum fuisse Aristidem testatnr 

Annal. lib. II. cap. 23. 

«j Fab. B. gr. IV. 374. 

8) Chronograph. to. VII. p. 281. B.C. 

^) Lex. art NtxóoxQaroq Max., Fab. B. gr. IX. 745. 

*) Ib. art. konaciog Bv^X., Fab. ib. 607. . 

8) Orat. 4. Sac, Fab. B. gr. IV. 376. 


49 

Saldaa^ tnm alibi 0^ tum cnm de Gregorio Nazianzeso ait^): 
ì\xokùv^lCs rff To> IloXéficovog xoQaxrì^Qc rov Aaoóixéa)^ 
Tov ooq^iorevoavrog tv UfiVQi'ìj, oc lytyòvu óióàoxaXog 
kQtorslóov rov ^Pjjtoqoq. Sequuttis est characterem Poletnonis 
Laodicem, qui sophisticam artem Srnyrnae docuit, et tnagister 
fuii Aristìdis Rhetoris^ Quod lue de Aristide nostro inquit 
Soidas, confirmatur a Sopatro^). Polemonis Sophistae celeber- 
rimi sub Trajanoy Hadriano ac Pio Antonino chari vitam narrat 
Phiiostratas^), qui varia ìllius scripta memorata). De eo con- 
snlendi, praeter Phiiostratum ipsum. Snidasi), Phrynichus "), 
Gilenns^), Hìerooymus-O. Meutio Polemonis etiam apud Sopa- 
trarn, cajna notata dignus est hic, quen) adfero^ locus: TQilg 
(fOQal ^ 'PrjTOQCor yhfòvaùiv ' iòv fj fùv JtQcirr^ àyQaqxoq 
hliyiv, riq lori OtfitOtoxkrji;, xal IlhQixXrjq, xal ol xar 
hxdvovg ^PrjTOQsg. 7/ di ótvttQa iyyQàq>coQ, 7)g lori AtjfiO' 
o^hVT^g, xal Alaxivì^c, xaì ^JooxQatt^g, xal ol Cvv avroTg, fj 
XQoxTOfiévì} TÓv ^PrjxoQOìV ótxdg. Kal avrai ovv al évo 
(fogal Iv l4d^t]vaig ytyóvaoiv. ^11 ós rv/TÌ ^cà ry Aoia 
TQvx(ov óo}Qelrac tpogàv, rglrr^v ovcav IjtiCrrniTiv , tjg lori 
nOAEMJ2N, ^HQ<DÓ7^g, AQiOrUòi^g, xal ol fiera rovrovg rovg 
Iffivovg ysyóvaot ^PrjroQég. Polemonis meminit etiam Anna 
ComoeDa*^), haec scribens: Eaì rlg av rj Arjfioad'évovg i^X^f 
fi QOl^og nokéfia}vog, ^ ^OfiTjQixal jcàoai Movoat rà èxslvq} 
xaxcoQ^aifitva Jtgòg a^lav vfivi]Ouav ; Et quisnam vel Demo- 
sthms soniius, vel Polemonis strepituSy vel ornnes Homericae 
vmsae^ res ab ilio gestas, lU par est, celebraverit? Polemonem 
memorat Syncellus^^), agens de anno mundi 5621, Christi 121: 


•) Lex artt. Àpiarflórig, diovvaioq, kQswnay,, UoXifjLwv, Aaoóix., 
Fab. B. gr. IV. 373. not. (a). 

«) Ib. art FQiiyÓQioq iVa£., Fab. ib. 369. 

') Fab. ib. 373. not (a), 380. 

*) In vit Sophist., Fab. ib. 50. 

») Fab. ib. 370. 371. 

*) Lex. artt. Jiovvaioq b k^sfun,^ IloXéfiwv Aaoóix.y Fab. ib. 369. 

') De voc. att, Fab. ib. 369. 370. 

') Comment ad Hippocr. de artic, Fab. ib. 370. 

«) Calai. Script ecclesiast^ Fab. ib. 369. 

»«) Alexiad. Hb. X., Hist Byz. XI. 214. D. 

») Chronograph. t VII. p. 278. E. 

4 


50 

^a^ovQlvoQ, xaì IloXéficov ò QtjrcoQ lyvcoQlCovro. Phavorimis 
et Polemon rhetor innotescehant. Eusebius^, loqueng de anno 
Ohristi 134, Olympìade 227: „Phavorinu8, inqiiìt, et Polemon 
rhetorea insignes habentur". 

V. 

• Aristidis praeceptor alter Herodes Atticus. 

Athenis Herodem Atticum ab Aristide auditum fiiisse, 
testatur Suidas^). Videndus et PhilostratuB ^). De Herode 
Attico agunt Philostratus ipse*), Lucianus^), Suidas^). Ejus 
meminerunt etìam Plutarchus''), Pansauias^), Damascius apnd 
Photium^), Aulus Gellius ^^), Syncellus**)- 'HQ(6Ó7jg q/jtcdq 
Jid^ìjvaZog, Herodes rhetor Atheniensis : ita ille postqnam Pole- 
monem nominavìt. De Herode Attico Athenaeus ^'^) : oi6a òì 
xaì ^HqcÓótjv top Jirrixòv QtjroQa ovofià^orra TQOxoxéòìjr 
rò óta^aXXófitvov §vjiov ÓLa tóv tqoxcòv, ore xardìfreu 
róoiovq ò òxovfievog tnoQsvsxo. Novi et Herodem Atticìmi 
rhetor em, rgoxojtéóijv vocantem lignum rolis trajectum^ cum 
per declivia loca vectus ageretur. Magister fuit Herodes M. 
Aurelii Antonini imperatoria, ut constai ex Xiphilino^^): xòv Tf 
4>Q6%^G)va ròv KoQvr^Xiov, xaì xòv ^Hqo)Ói]v top KXavdior 
óióaOxdXovg eixe- Et Comelwm Frontonem, et Claudium 
Herodem magistros habuit. lulius Capitolinus ^^) : „Oratoribus, 
inquit, usns est graecis, Ajinio Macro, Caninio Celere et Herode 


*) In Chron. p. 455. 

*) Lex art. kQiarslórjg., Fab. B. gr. IX. 664. 

5) In vit. Artetid., Niceph. Schol. in Synes. p. 421. C. 

*) In vit. Herod., Fab. B. gr. IV. 50. 

*) In vit. Demonactis. 

•).Lex. art. *//()aJ<fj?c-, Fab. B. gr. IX. 713., Menr. Bibl. Attic. 

T Symposiac. quaestion. lib. VIII. quaest, 4. 

«) In Attic, Meur. II. 566. A., et in Achaich., ib. I. 488. D., 
lillemont hist. dea £mp. II. 4t5. 

») In Vit. Isidori, ap. Phot. Bibl. cod. 242. 

»«)Noot. Att. lib. IX. cap. 2., lib. XVIIl. cap. 10., lib. XIX. cap. 12., 
Meur. I. 291. D., Not. ad Lucian. 1. e. 

") Chronograph. p. 278. E. 

«) DeipnoBophist. lib. III. p. 99. C. 

is) In vit M. Antonini Philos. 

^) In vit. M. Antonini Philos. 


51 

Attico; latino, Frontone Cornelio*^. Idem auctor, de Vero lo- 
»ja<*n8 '), ait: „Aiidivit Scaurnm gramraaticum latinum, Scauri 
nliara, qui grammaticua Adriani fuit. Graecos, Telephuro atque 
Phertionem, Harpocrationem. Rlietores, Apollonium, Celerem 
(^niniiim, Herodem Attìcum; latinum, Cornelium Frontonem". 
llerodis Attici, ejusque uxoria Regillae, de qua Philostratus '^), 
meminit Apostolius ^). Ejus patrem commemorat Theophylactus 
Biilgarorura Archìepiscopus "*) : xar ixen'ov ròv Àrrtxov, xov 
rov ooq}t6xì)v rhxovroq ^JlgciÒtiv. luxta filium illum Attici, 
Herodis Sophistae pairis, Attìcum ipsum memorant Philostratufi 
et Zonaras ^), ita scribens : Exalvov yàg fiovaQxovvrog, Arri- 

XÒ^ xov tìOCpCóXOV '^HqojÓOV JiaXTjQy 0}Q b ^PlXÓCXQOTOg tv 

Tou iiioic xfor ooffiOxóiv avsyQoipaxo , d-rjOavQOv xt svQtv 
ili r?/^ oìxiccg XQVf^^ dfivd-ìjxov. Ilio enim regnante^ Atiicus, 
Sdphistae Herodis pater, ut Philestratus scripsit in vitis sophi- 
starum, (hesauri cujusdam inexprimibiles divitias domi irwenit. 
Herodis scripta quaedam memorant Philostratus ^) et Suidas^). 
Inscriptionem veterem graecam, Romae efTossam in via Appia, 
dedìcationem pagi continentem, a quodam Herode factam ; Herodi 
Attico tribuendam suspicatur Salmasius % qui de hac re consn- 
lendus"). Herodem quemdam, graecum poetam, laudat Pliuius 
junior ^*^); sed hunc cum Herode Attico confundendum negatTille 
mont^^: ,.Pline le jeune parie d'un Herode excellent poete grec. 
Mais on voit qu'il estoit au moina ausai ancien que Pline meame. 
Ainsi ce n'est pas celui dont nous parlons, comme un homme 
habile la cru". Herodes 'lafi^oTcoiòq, Poeta lamhicus, laudatur 
a Zenobio^^). Ejus jambos citat etiam Maximus Martyr^^), ac 


*) In vit. Veri. 

*) Meur. VII. 12. Praef. 

3) CoUect. Proverb. centur. XVII. prov. 76., Fab. B. gr.III. 291. 

*) Epist. 71. 

*) Annal. lib. XI. cap. 20. 

"") In vit. Herod., Fab. B. gr. IV. a72., Meur. B. Att. 

") Lex. art ^Hqìóótjq., Fab. ib. 373., Meur. ib. 

■) Ad Herod. inacrìption., Meur. VII. p. IX. XU. 

») Fab. B. gr. IV. 373., Meur. ib. "^ì Eplstt. IV. 3. 

") Hist. dea Emp. IL 317. 

"} Collect Proverb. centur. VI. pruv. 10., Fab. B. ^r. HI. 291. 

'^) Cap. Theologic. Sciui. 11. 

4* 


52 

Stobaeiis *) Herodem landat in Mimìambis. Herodis Attici hoc 
circiimfertur epitAphium 2) ATTIKOY HPQAH2: MAPAtì^- 
NIOH, or TAAE HANTA KEITAI TSÀl AE TA^iil, 
UANTOeEN EYAOKlMOi:. Attici Herodes Marathonius, 
cujìis haec omnia jacent iti hoc tufnulo, nndequaque probcUns. 

VI. 

Aristidis praeceptores alii. 

Praeter Polemonem et Herodem, Arìstociem quoque Pergami 
Aristides audivit, ut constat ex Philostrato ^) et Suida^), Hiijus 
Arìstoclis vitam exponit Philostratus^), scrìpta quedam comme- 
morat Suidas ^). De eo baud praetereuudus Iocub Synesii "% qui 
sequitur: r^r òl. jcQoaiQSOiì' ovx ^'ig ò Alwv, ovói fjthrà zov-. 
xoov raxxkOQy àXXà fiera ÀQioroxXéovQy cuttravrlaq liiv rat 
xaxelvo^, ^Afi^co fitt^ yt fiwajciJtrojxaon' ' àXX' o fier ix 
(piXoo6(f'OV, xal f/aka ifi^Qid^ovg , xal jtQÓOco xareixÓTog rò 
kJtLCxvviov , IréXkOtv dq oo^torag, xal TQV^f/g oJtaOf^g ovx 
rjìparo fióvov, dXXà xal ig axQOv iXi/Xaxev ' Ivreàoag ót rij 
jTQOOraoia róv tx rov TtkQtJtàrov óoynàroìv , xai ovyyQafi- 
fiora i^fVìjvòxojg elg rovg "EXXì^rag, a^ia (piXooò^ov ùJtonóT^g, 
ovxm ti ijrvwv lyivtro óó^r/g ooffiOTixijgy ojg (ÀtrafitXeir 
//ìv avTifj yeQcovTi xrjg tv iiXixla GbfivótTjTOg' xótfxxi ól rà 
'ixaXixà xs, xal Àoiavà d'taxga fisXéxatg ti^ayo^vi^ofieror' 
àXXà xal xoxxd^oig iótócóxet , xal avXì/XQidag ixó/JiCs' xaì 
ijtijyyiXXtv èjtì xovxoig ovooixia. Quoad institutum vero 
nec solus est Dio, nec iis connumerandus , sed ciim Aristocle 
pmiendus, diversa iamen de camsa. Siquidetn uterque desci- 
vit: sed Aristocles ex philosopho, et quidem valde gravi ac 
prominentis supercilii, factus est sophista, et delicias omnes 
non modo degustavit, sed in iis ad summum elatus est: atque 
cwn peripateticis doctrinis de/hidendis vacasset, scriptaqtie 


») In Eclog. Semi. 72.\ il, 96., Fab. B. gr. Vili. 710. 

») Tillemont Hist. dea Emp. IL 317. 

3) In Yit. Aristid., Niceph. Schol. in Synes. p. 421. C. 

*) Lex. art. kQiardMiq., Fab. B. gr. IX. 664. 

«) Vit. Sophist., Fab. B. gr. IV. 50. 

®) Lex. art. jìQioxoxXrig nfQyafi.y Fab. B. gr. IX. 664. 

') Dio etc. p. 35. C. 


53 

coittra GrfU*cos edidissel, philoòojfhicae dìliyeniìae digìui; adeo 
sophisticae gloriae suhdUìAS evasit, ut eum senem poeniteret 
gravUaiis, quam j'uvenis habiierat; Italica et Asiatica theatra 
certaioriis deciamationibus caederet ; quin etiam cottabis indid- 
geret, et tibicinas adcersiret, et iiisuper convivia condiceret, 
Arìstoclì cuidam Phrynicus sophistici sui apparatuB libros non- 
nullos ìnscrìpsit, teste Photio^? sed hunc cum Aristocle Perga- 
meno confundendum haud pùtat Tillemont ^). Praeceptorem 
altenim et natricium suum memorat Aristidcs^) Alexandrum 
Cotyaenm, in cujus obitum etiam peculiare scriptum confecit 
De hoc Alexandre Stephanus Byzantinus *) : ""Evd-a rjv ÀXt^av- 
(Jpoco JioxXr^jtidóov , rgafifiarixàg jtoXvfiad'taraTog XQW^~ 
riC(OV, og xtQÌ Jtavroóajrtjg tyQatpe vXijg xtOOaQCtxovradvo 
lóyovg. Ibi erat Alexander Asclepiadis ^), eruditissimiis Gram- 
maticìis vocatiis, qid de omnigena materia scripsit libros qtcadra- 
ginta duos, Alexandrum hunc memorat etiam Eustatliius ^)y ac 
bis laadat auctor Magni Ethymologìci ''), quem Alexandrum ipsum 
ìnnuere putat Meursius ^) etiam voce ccjKvrj, ubi prò AXt^avdgtvg 
rft, Alexandrinus aiitem, Meursius ipse et Sylburgius '') recte 
legunt: !4Zi§avÓQog ób, Alexander autem. Porro Cotyaeus 
Alexander idem videtur cum Alexandre ilio Grammatico, quem 
memorat M. Aurelius Antoninus ^^), et quo M. Aurelium ipsum 
osnrn fnisse testatur lulius Capitolinus ^0 ;;Usus praeterea Gram- 
maticis, graeco, Alexandro; quotidianis latinis, Trosio, Apro et 
Pollione et Eutycliio Proculo Sìccensi". Alexandrum Cotyaeum, 


») Bibl. cod. 158., Fab. B. gr. IX. 421. 

>) Hist. des Eoip. IL 411. 

3) Serm. fun. de Alexandro, Fab. B. gr. IV. 373. 379, et Orat. 1. 
aac, Fab. -ib. 

*) De gent. art Koxiàeiov.y Meur. B. gr. 

*) Non fiUus Asclepiadis, nam Meursius quidem filiuSy Fabricius 
vero (fiscipulus. 

") Ad Homer. Uiad. lib. XI., Fab. B. gr. I. 309. 

^ Art. óiSoixa, TieQi^^rjói^g., Meur., Fab. B. gr. X. 26. 

•) B. gr. lib. I. art. „Alex. Cotyae". , 

•) Meur. ib. 

»•) Ad se ips. lib. I. Sect 10., Fab. B. gr. IV. 29. 

") In vit M. Antonini Philos., Fab. B. gr. II. 233., IV. 21. 


54 

cum Cornelio Alexandro Polyhistore Milesio, male confundunt 
Berkelius *) et lonaius -). 

VII. 

Aristidis familiares et discipuli. 

Dionem quemdara sibi amicum, xaì Jigay^iàxcov, xal Àóyiur 
tfijreiQor, agcìidi et dicendi peritum, ipse laudai Aristidert'^). 
iiicertiim utrum idem ille sit cum Dione Chrysostomu. 11 une 
ab Aristidis amico, propter temporis ratioiicm^ dìstingii«re videtur 
clarissimus lieimar *). Memorai Aristide» Alcimum ó/ox/yT/}/*, 
administratorcm, suum^), patrem Philumeues ^), quam ouvtqoì/ov, 
contubenialem, Buam ipse vocat"). Ab Aristide ipso mempratur 
Neritus, ejus TQO(ptvq, mUriclus^), ac Ilermias-'), qui to)v tqo- 
q)ilian> rqv AqiOthóov o jtXdùxov à^iOi; vocatur^"). Discipu 
lum nullum, aut valde paucos auditorcs, Aristidi luisse, cuUig(^rc 
quis possct ex veteri hoc disticto*')- 

TiooiiQtc, 01 ToTxot, xal T{>ia ovi('i?J(t. 

Salvete Aristidis Rfictoris septetn discifmii, 

(Juatuor parictcs, atquc tria sufjsellia. 
Sed distichon hoc rhetorem alium respiccrc, ab Arisiidr 
nostro diversum, putat 8opater, cujus st»iitentiam roftain Mn-ai 
Fabricius *-). Tarn niagnum auditorum numeruni, cum publirt' 
loqueretur, habuisse se testatur Aristides '•^), c'jOTt- onMr ì]r 
jrhjv iwH{i(i}ji(ov xirqakìic (>{np\ xiù oinVt dv T/yi' X*'("' 
òiiOiooa^; i4Ì0ì}V ovóafwVj ut nonnisi ìiomiiiìim capila cerni 

') Ad Steph. Byz. i>e gcnt. 

*) De Scriptor. Hist. Philos. lib. 1. Ciip. i:»., Fab. B. gr. IV. :ny. 

^) Oi-at Aegypt. 

*) De vit et script. Va». Diuii. i$ 2. 

^) Orat. 4. sac, Fab. B. gr. IV. WWu 

«) Orat. 5. sac., Fab. ib. 

7) Fab. ib. 404. 

«) Orat 3. sac, Fab. ib. 40:i. 

») Orat 5. sac, Fab. ib. 400. 

»«) Orat 2. sac., Fab. ib. 

") Fab. ib. 376. 

»») Ib. 

") Orat 5. sac, Fab. ib. 


55 

possent, nec manum usguam in medio servasses. In £teoneum 
Cyzicenam discipulum suum fanebrem orationem noster auctor 
eonscripsit ^). Hactenus de Arìstidis pracceptorìbus, familiaribus- 
qne ac discìpulis ; nunc ad Aristidem ipsum transeamus. 

YIIL 

Aristidis infirmitates et itinera. 

Decem annorlim morbo se laborasse uarrat Arìstìdes ^), 
ipsìus vero caram Deos habuisse % atque ab Aesculapio OanìjQi, 
servaiore, Sarapide et Iside, de repellendo morbo in somniis 
tuisse se monitum. Consulendi hac de ro ejas IsQol loyoi, 
sermone^ sacri, ita dicti oo qupd colloquia cum Diis contiueant, 
ut ipse docet Arìstides ^). Ibi tum infirmitates suas, tum somnia 
et alia de se ipso narrat auctor, unde ^E<p7ìfi£Qlóa(;, Ephetnerides, 
.^eu Diaria; orationes illas quodammodo vocat Pbilosti*atus ^) ; 
qua de re audiendas Synesius^), baec scribens: si yoQ rag 
ì(frjiitQÌóac o Afjfiviog 0oq>toxr}(; dyaO^àg dvac óióaoxàkovg 
pfOÌ tov jteQÌ iutavxoa tv eljittv, rcjj fi?^ée tojv fieióvmv 
f'.itQOQav, dXX^ dvdyxfjv eirac àia navxoìv itvai q>avXcov xt, 
mi ajtovóalojif ' jtròg ovx à^wv dyao&ai xàq tJtivvxxlóag 
uiQfiìlVhiAxc vjtóO^BOip; ÒV enim Lemnius sophista ephemei'ides 
hoìias dicat esse magisiras recte de omnibus loquendi, eo quod 
non minora contemnant, sed per omnia necessario excurrani 
mm levia, qnam gravia; quomodo ad coiisiiiuendum orationis 
(irgumerUum acia noctunia haud opportuna puleìitur? Ad 
Syiiesium haec adnotat Nicephorus ^) : SóJtsQ xal kQiOXblórjg 
PrjIKOQ bjtob^os. 2!vv yaQ xolq àXXoig (ii^Xloig avxòq 
wnyQiiìpOTO xal ^l^Xlov axtQov jtsQitxov xaxà Xsjtxòv 
Tor^ òveiQovg avxov, ovg èv tj/ vóorp iojQa avxov. 
MóaxQarog fiiv xoi ò Afifiviog xovg (ìiovg xiov oo- 
ffiotcTn' dvayQagKor, fcéfirrjxai xal xov xoiovxov PrjxOQog, 

») Fab. B. gr. IV. 379. 

*) Orat 4. sac., Fab. ib. 383. 

*) Fab. ib. 

*) Orat. De inconcinne dicto, Fab. ib. 

*) In vit. Aristid., Fab. ib. 375. not. (h) 383. 

^ De insomn. p. 155. B. 

") Schol. ad Synes. De insomn. p. 421. B. 


56 

xuì ^f^oì jitQÌ avTov ràót. „!4QiOTèlórjv oh ròv aìre 
itióalfioroQ, eÌTh tvóalfiova, liÓQiaroi fiìv tp'tyxav' ol ói 
liÓQiarói JtóXiq ov (ityàXrj Iv Mt^Ooìg' Ài^ifai ói ?]Oxr/óat* 
xarà rì^v HqojÓov àxfjir^v, xal rò Iv rìj }iola HéQyagiov 
xcirà Tfjv l'ÌQi6TOxXhovq yXóhrav, Noocóóìjc: Óe ex fiecQccxiov 
ytt'OfitvoQ ovx TJfiéXìjót rov Jtovttv. Trjv (lìv oiw lótav rijg 
vòóov, xaì 0X1 rà %'tvQa avxm èjtt^Qlxti, tv ItQotg ^i^Uoiq 
avròq fpQa^ei' rà fiifiXla ravra IqìtjHbQlóov èjcsx^c riva 
avro) Xòyop' al óe ècfrjfjieQiótg ccyaO-al óiódóxaXoi rov jtfrQÌ 
jravtòg ev óiaXiyeó&ai''. Ut etiatn egit Aristides Rhetor. 
Cum caeieris enim libris aliud ille scriptum composuìty conthieìis, 
ad levia usque, descripta fjuae aegrotans viderat somnia. 
Pkilostratus equidem Lemnhis scribens sophistarum vitas, hwic 
etiam rhetor em memorat, atque haec de ilio ait: „Aristidem, 
sive beati filium, sive beatuni, Hadriani quidem genuerunt fsiint 
autem Hadrimii haud magna Mysiorum civitas): Athenae vero 
doóuetunt, in Herodis florida aetate, oc Pergamvm Asiae, 
AristocHs lingua. lìifirmus ab adolescentia lavorare haud 
neglexit. In sacris igittir libris ipse morbi speciem expatiit, 
et nervos ejus horruisse ait. Hos autem libros, veluti diaria 
scripturtis, quemdam sibi aptat dicendi mocfum. Sane epheme- 
rides, bofiae sunt magistrae de omnibus reale disserendi'\ 
^qyriiÀtQlóaq, Ephemerides, seu Diaria, scripaerat etiam, Arìstidia 
pracceptor , Herodes Atticas , ut constai ex Philoetrato ^) et 
Snida ^), qni Diaria illa CvyyQamva jioXiìfia&eg , erudihan 
scriptum, adpellat. Caeternm, quod spectat ad jactata Ari- 
stidis Bomnia sacrasque ejns orationes, memorandum mihi subii 
Horaiiannm illnd^): 

„ velui aegri somnia, vanac 

finguntur species ^ 

Equidem Arlsiidis somnia opiime ejus aegriiudini convenisse 
videntur. Ad regiones varias itinera suscepit Aristides. Athenis 
Herodem, Pergami Aristoclem andivisse supra jam dixL Ad 
Aethiopiam usqiie profectum se esse, Aegyptamque totum quater 


») In vit Herod. AtL, Fab. B. gr, IV. 373. 
*} Lex. art. "^HQci^g, Fab. ib., Menr. B. att 
'} De art poet. vers. 7. seq. 


57 

perladtrasse^ ipse testatur Ariatides *). Cyzicum ìlle petìit^) ac 
Romam, ubi orationom de urbis hujusco laudibus recitàvit. 
ItiDernm «aorum historiam tradii Aristides in orationibus sacris^). 

IX. 

Artstides vivens honoribus adfectus. 

Flaminera Dialem in patria sua Aristidem fuisse, testatur 
Suidas^). Aesculapii sacerdotio apud Smyrnaeos functus fuit 
Aristides ipae, commuue vero Asiae sacerdotiam , . Ibqcoovvtji^ 
xomjv TTJq ^oìag, sibi exliibitum recuBavit, perìnde ac tTcXoyimqy, 
exactoris, officium, ut ipse narrat ^). A Severo, Asiae praefecto^ 
ereatus Ireuarcha, hanc quoque dignitatem suscipere renuit^). 
Apad imperatoretn M. Aurelium Antoninum , quem celebrat in 
oratione de Romae laudibus "% aliaque peculiari % gratiosus fuit 
Aristides, atque ab ilio fìlioque ejus Commodo pei*petuae immu- 
nitatis donum adcepit *). Legimus in Philostrato '®) , M. Aure- 
lium Symrnam venisse, Aristidem vero nounisi post tres dica 
ad Imperatorem ingressum, ut moram suam excusaret, dixisse, 
ae cuidam scripto conficiendo vacasse ; et cum Imperator 
scriptum illud audire vellet, petiisse Aristidem, ut sui adessent 
discipali, atque plandendi fieret illis potestas; quod ei subridens 
Imperator concessit. Smyruae, terraemotu eversae, restaurationem 
ab Imperatore ipso et Commodo impetra vit, scripta ad ipsos 
epistola, qua lecta adeo motum fuisse narrant M. Aurelium, ut 
lacrymas compescere liaud valuerit ^^). Aristidis grati beneficio, 
aeneam illi statuam juxta Aesculapii fanum Symyrnaei posuere ^^), 


H 


') Orat. Aegypt, Fab. B. gr. IV. 374. not* 387 

^ Id. Orat 5., sac., Fab. ib. 381. 

*) Fab. ib. 383. 

♦) Lex. art. kQioTslórjg^ Fab. B. gr. IX. 664. 

*) Orat 4- sac, Fab. B. gr. IV. 376. 

•) Ib., Fab. ib. 

^ Fab. ib. 381. 

•) Orat. eig fiaoaéa.y Fab. ib. 378. 

•) Ib., Fab. ib. et 376. Aott. (r). (s). 

'<*) Tillemont Hist des Emp. II. 388. 

") Fab. ib. 385. 

»*) Fab. ib. 374. 


58 

ut constat ex Aristide ipso^^) et Pbìlostrato % qui hauc statuae 
inscriptiouem additam ait: 2fivQV7jq olxtórfj, Smyrnae conditori^y 
Aristidis simulacrum in Bibiiotheca Vaticana coUocari jassit 
Pius IV. Pontifex Maximus, ac proprium nomen in basi reponi 
curavit"^). Ex hoc simulacro deBcriptam Aristidis sedeutia ac 
valde senis imaginera exhibet lacobus Gronovius^), in tertio 
Graccarum Antiquitatum volumine. 

X. 

Aristidis aemuli et in eo reprehensa. 

Aemulum Aristidi fuissc lladrìanum sophistani, Herodis 
Attici discipulum, auctor Suìdas*^). De eo plura tradii Phìlo- 
stratus '^). Galenus ^) eum ait adtuisse sibi medice quaodam 
exequeuti. Uadrianuni pliilosophum memorat Simplicius '^). lluc 
facit locns Sopatri, qui sequitur ^^^)\ Tov de MctQXOv ^ovtr^- 
OavTO(; rate À(hì}paLQ, o ^ìv AÓQiavòg 2!o(piOT7j(; tijtcov 
jtaQctXQf/fia jtavxai; l^tJiXìj^b , jxav yÙQ o ò)(}i^tTo «l'ròt: 
0Xf(hàC(0V tXtfh. UqÒ'j; tovto de tiJTtv o AQiOXHÒì^q rot 
MctQXO) jraQojv xcù avròc, tv Ji07]pcxic, ori tjiiblQ riòv 
bfiovrtf/jv ovx kOfiév, àXXà nov àxQilioxnncov , xal xrur 
aQkOx/yitcov. l4XX' iificog tincov xal avxòq JtXtov è^tJtXì/^b, 
x«l èrifdTjO^j OipòÒQa. Cam Marcus Aihenas venissety [ladri- 
(juiiis quidem Sophlsta ex tempore diceus, omnes admiratiofie 
percLilit, cimcta enim quae deftniverat illieo exposuit. 
Ad hoc inquii Arisi ides , qui Marco el ipse adenU 
Alheìiis: non ex iis 7ios sumus, qui vomunt, sed qui expoliwil 
ac probaut. Altameu, dicens el ille , perculit magis, muUosque 
ìtonores fuii adseqwdus. De celebri ilio Aristidis effatu, quciu 


^) Orat. 1. sac, Fab. ib. not. (i?). 

'-*) In vit. Aristid., Fab. ib. 

3) Gronov. X. 33. F. 

*) Id. ILI. mi. 

^) Fab. ib. 376. 

♦*•) Lex. art. \AÓQiavhc Soiptar., Fab. H. gr. 1\. 054 

'') In vit. Hadriani., Fab. B. gr. IV. 50. 

•*) De praccognit. cap. 5., Fab. B. gr. 111. 500. 

») Ad Aristot. Categor., Fab. B. gr. Vili. 037. 

»«) Fab. B. gr. IV. 374. not. (d). 


59 

hic refert Sopater, consulendi Eunapias ^^ lonnes Tzetzes^), 
praeter PhiloBtratum % qui Aristidem non Athenig, sed Smyrnae 
M. Anreliam fuìsse adloquutum, ex Damiano Ephesio, scribit, 
additque de argumento orationis ab Aristide, coram principe, 
ex tempore dictae, sibi non constare. Indicat tamen argumentum 
ipsum Sopater, qui refert etiam Herodem Atticum Aristidis 
^Moriae invidisse, lepidamqae hac de re narrationem adgreditur ^). 
BovXófitroii àt, ita ille, xórt djcblv ròv Uapad^p^aixòv, ixo- 
).vtto jtoQa ^lÌQOJÓovrov 2!o(fiOTov, rov A^tìvaiov, ojg Ówd- 
uTov, TovTo filv OTL avTOQ ?/v tóre b ròv O-qovov sjttxojp ròv 
ooffiorixòp, xuì ihrò vjtarcov xar/f/sro * rovro de ori^xal MaQ- 
zoj avrò) (flXoi; ì)v, Jtozt yaQ evQOJV d^^aatiQOV, iólóov rrS 
BmtXel (ivròv ' o de BaóiXtvg tljct, xtxQf]Oo avroì. Av&iq oh 
:(Qocàfcov avròv reo BaoiXtt trpi, tìvcu vjrbQ ióioh?jV ròv 
ihiOavQOV. V> ói BciOiXbVQ JtaXiv fjjtt nQOc avxòiy, xaì xaxa- 
lifìfit. Mìj óvvàfitpog ovv óut ròv g>{y6vop rov ^Hqoìóov, 
f^fiy/^yfj avxòv ubrJjXihv. jivUiHfjLhvoc; yaQ avrm aXXov 
ìluntihjvaixòp frVTtXÌ/, xaì fp^XQOV, Oì; xaì (ptQt-Tat, rjóvvfjthfj 
hirìiìr Tjjv aòiiav rou Xiynv jr«(/ avrov, rofiioaprog HqoìSov 
*'nt acròv fnXXti Xr/ftv, xaì àox^/fiortlp. KìoiXd-vìv oh tìnt 
Tovror T()r xaì drayivciHìxóf/tPOV , xaì xhwfiaC^òfiti^ov, xaì 
.ittvv ìivóoxi/dì^ot. uiéykxai ài IlaraDì/vaì'xÒL:, óiórt tv rolc; 
[lurat^ìfraioici IXtxOri. Volens . auiem (ime dicere Panathe- 
naicum, prohibebatur db //erode So/^hisfa, nipote qui poienUa 
praedituò' erat, tum quia throno tmw potiebatur òo/fkistico, et 
yeuus ducebat a comulibns : tum quia Marcus ipsi erat amiciis, 
Hfim hwentum oiim thesaurum /mperatori dedit, qui dixit: ilio 
ntere, /terum vero ei thesaurum exhibens ait: major est 
thesaurus, quam ut meam deceat conditioiiem, Imperator ei 
denuo respondit: etiam abutere. Cum igitur Aristides Pana- 
iftenaiciim dicere nequiret propter J/erodis invidiafn, illum arti- 
ficio circumvenil. Ei enim exhibois Panatheìiaicum alium 
exUem frigidumque, qui etiam circumfertur , potuit ab ilio 
dicendi vetiiam impetrare, cum existimaret /lerodes , Aristidem 

Vit. Sophist. in vit. Projiiesii, Fab. ib. 
') Chil. XI. (>80. seq., Fab. B^ gr. X. 257. 
') In vit. Aristid., Fab. B. gr. IV. 374. not. (d). 
n Fab. ib. 


60 

Paìuiihenaicuin ipsum dicturutH atque uuiecore acturum. rerwn 
ingressus Arìstides Patiatheruiiaun istum, et lectum et admira- 
iione adfectum, recitavit, atque in magnam venit aestimatioìiem. 
Vocatur autem Panathenaicus, eo quod iti Panatheìiaeis dicius 
/uerit. Contra Aristidem in Tacididis prooemiuDiy tlg rò Oov- 
xvólóov JtQoolfiiov, JtQog MQióTtlÓTjv , libvos septem scripait 
Porpbyrius, teste Suida ^). De librìs illis Uolsteuius '0 : ^Hoc 
opere omnem Graecìae antiquitatem copìosius a Porphyrio per- 
tractatam fuìsse arbìtror: qaam Thucydides egregio ilio historiae 
Buae exordio strictim percensendo delibai^. Sed cum adversus 
Rhetorem scriptum fuerit illud opus, haud puto bistoricas ibi 
res pertractasse Porphyrium. Contra Aristidem scripsit etìam 
Scrgius Zeugmatensis vjtSQ rcov óixoXòycov , prò causidicis, 
opus Suidae memoratum ^). Fuit bic Sergius Aphtbonii filius, 
vir consnlaris et patricius^). Aristìdis aeq^ualem fuisse constat 
ex Snida ^), qui fratrem ejua Sabinum, in queni funebrem ora- 
tionem scripsit Sergius, sub Hadiiano Caesare vixisse ait Non 
alienum forte ab hoc loco erit an imad vertere , reprehendi 
Aristidem a Photio^), quod ad superfiuitatem potius, quam ad 
medlocritatém y immo ad nauseam etiam, eo utatur stylo, quo 
UBUS est Demosthenes in orationibus contra Midiam et Aeschinem. 
Ego certe, ne verum taceam, in Aristide damnandam censeo 
nimiam <piXoÓos(civ , seu gloriae cupiditatem, et suimetipsins 
laudem, quidquid ipse in sui defensionem scribat ea oratione, 
quam de laude propria composuit. Modo enim immortalem 
sibi glorìam apud posteros pollicetur, et se in eloquentiae arte, 
ut Alexander in bellica virtute , ad summum ait pervenisse "0 ; 
modo se haud Platoni secundum innuit in epistolis consoli- 
bendisi); interdum oratoris dotes haud negat omnes in se esse 
complexum ^) ; interdum etiam ad eloquentiae studinm saepe 

Lex. art. IIoQfVQioq., Fab. ib. 190. 392. 

») Dissert. de vita et scrìptis Porphyrii cap. 7, 

5) Lex. art. SéQyioq.y Fab. B. gr. IV. 392. 

*) Fab. B. gr. IX. 785. 

») Lex. art Safiivog., Fab. B. gr. IV. 487., IX. 785. 

•) Bibl. Cod. 245. 

') Orat 4. sac, Fab. B. gr. IV. 376. not. (o). 

•) Ib., Fab. ib. not. (m). 

*) In exultant. sophist., Fab. ib. 375. 3S8. 


61 

Tocatom se^ scrìbit^ dinivittiB *). Quibns leetis, sapìentem virimi, 
eaeca Bcriptorìe fpihxvrla, Btoinachari necesse est. 

XI. 

Aristidis mors et laus. 

Usque ad Commodi imperium vitam ab Aristide productam 
testatur Suidas ^). Diem extremum sexagenarius obiit, sive etiam, 
ut in Philostrato ^) legimas, Septnagenarius. Ubi decesserit, 
ignotum^). Genus moi'tis indicat auctor graecii scholii ad 
Ptolomaei HarmoDÌca, ita scribens'^): ^OjtoTov xaì jiQiOTsIdrjg 
b 'PqrcoQ èjtBJi;ót>d-ei, ròv yaQ 'reXtvratov xóv Isqóv Xóycov 
avToif rsXsicjoai ovx t^d-aóet' ovó* Ixhlvoq, ìxbX^vttjOsv y«() 
XQoxhQOv, VOGO) XQ7]0a(ZfrV0(; djtQooóoxTJzfp, Ut eiiam Aristides 
Rhefor passus fuerat, ad ftnem enim extremae ex sacris ejus 
oratiomhìAs haud pervenit, sed priusqtiam sermonem perftceret, 
mpino morbo correptus, interiit. Fama, obiit, jam tota in 
Graecia notissimuB, nec gloriain ei mors ademit, sed anxit potins, 
magisqne firmavit. Ut Proaeresiua, (^aoiXtvmv JLóycov, oratio- 
mm rex^)j et Theodotus sophista, 'ft^o()ix^c 6g)sXog, Rhetori- 
cae emolumenium'), vocati fuernnt; ita Aristides, dórrjQ ^Prjto- 
QtxTic, asirum Rhetoricae, dictus fuit a Theodulo, sive Thoma 
Magistro, in epigrammate^), qno Demosthenem, Thucydidem 
nostmmque Rhetx)rem simul conjnngit. Aristidis aequalis Phry- 
nicQs, cnm in oratìones ejus incidisset, Aristidem ipsnm laudibus 
in eoelum tnlit, teste Photio-'), qni Oratorem nostrum, ut et 
alios viros quamplurimos doctrina praestantes, invidia addit 
fui886 petitoB ^% Ioannes Siculus in mannuscripto ad Hermoge- 


II. 412. 


) Ib., Fab. ib. not. (1.) 

) Lex. arb. k^iazeiÓTig., Fab. B. gr. IX. 664. 

) In vit. Aristid., Fab. B. gr. IV. 376., Tillemont Hist. dea Emp. 


) Fab. ib. 

) Fab. ib. 383. 

) Gronov. X. 43. 

) Ib. 45. B. 

) AnthoL lib. IV. cap.31., Fab.B. gr. IV. 528., Gronov. ib.46.D. 

) Bibl. cod. 158. 

*)lb. 


62 

nem commentario haec habet: Avrlxa Aoyyli^Oiz, o)c ol ^PiXó- 
koyoL óf-ixvvovoiv, agiOTOc ixi/j^gioai Xóycjv lótaCn órnitovQ- 
yf/Oat ói TOiovTOvg ijxtora. Kal Aiorvoioq, b AXtxaQvao^Vs;, 
xaì J^fdVQvaloc o kPI2JTEIJH2j jtf^Qi ìótrcòr t6, x(Ù rtjfivyw 
y(}dtj)arrfc, liovva xaQac^J} jtaQoiiiia qf/OÌ ' ó?/fnovQyol ól Xóycov 
jtoXXmv, xaì xaXojv. Ubi /tór« xaQag, prò ^jovra xiCQac, legen- 
dum mouet Scardam ^)j qui de adlato Ioaunis Siculi loco haec ait '^): 
jyEloquentiam Longini ita abjicit et contoDinit graeculus ineptiié^ 
Ioannes Siceliota, ... ut eum niliil ad Dionysium Halicarnas- 
sensem et Aristidem esse dicat. Nos quidem non sumns ii, 
qui orati onibus, quaa DionysiuB historiae iuterposuit, eloquentiaT^ 
laudcm detraliamus, aut DemoSthcnem feliciter ab Aristide ex- 
pressum esse negemus. Veruntamen uterque, nostra scntentia, 
cum Longino comparatus, jacet et velut spirita caret^. Sed 
niliil Aristidi nosti'o honorabilius, quam Longini ipsius judicinm, 
critici vere acutissimi, et recentibus etiam bumaniornm litterarnm 
cultoribus haud injncundì, qui de Aristide ipso quomodo seuserìt, 
docet Sopater^) bis verbis: ^(J>/ fiev Aoyylvog, xaì jrdvrfrg ol- 
xQtrixol JcokXà JtQOUQT/xaaiv, òg yóvifiog, ojg tvd-v^rjfxarixi g 
rvyyiavtt, (o AQtOreiórjg) xaì (ilatog, xaì xaO-óXov ròv /ir^fio- 
GihkVì^v fiifiovfievog. lam Longinus et crilici omnes multa 
praefantur, et foecundum et acrein argumentatorem esse (Ari- 
stidem) et impetu mere, et generatim DemostJieyiem imitar i*). 
Quid plura? en Longinus in brevi quodam fragmento, qnod e 
codice Vaticano editum cst^), Aristidem primis Graeciae elo- 
quentiae principibus connumerat: KoQcovlg ó* iorw Xóyov ' 
xàvxog, Tccà (fQOVT^fia'Eog ^EXXìjvìxov AtjuaiCd-ivrjg , Avolctc, 
Aloxiv^g, kPIi:TEIAH2: , 'ioalog, TifiaQXog, 'looxQcay^g, 
ArjfjCOOO-tVì^g b Egid-ivog, S^voqoiv. Apex autem omnis graecae 
eloquentiae ac spiritus sint Demosthenes^ Lysias, Aescfmies, 
Aristides, Isaeìis, Timarchiis, Isocrates, Demosihenes hordaceus, 
Xenophon. Ab Aristidis eloquentia factum, ut prò insignis 
oratoris exemplo haberetur, adeo ut, sicut ille ad Demosthenìs, 

' *) Dissert. philolog. de vit et script. Longini § io. 
•) Ib. § 12. 
^) Schol. ad Hermog. 
*) Tillcmont Hist des Emp. IL 412. 
») Ed. Toupii, Oxon. 1778. p. 107. 


63 

ita alii ad Arìstidis imitationem iiitoDderent. EvxoXoq oh dv^Q 
dxilv, de Himerio inquit EuiiapìusO, ^cù cvi'ijQfioófitvog, 
xqÓtov óì Ix^i, xal Tjxov fj cw^xfj jtoXirixóv, xal nov 
óxaviog, xal jiagà xòv d-elov jÌQtOTbló?]v lararai. Facilis 
m est in dicendo, et apie constringens plausumqtce in compo- 
siHùne habet civìlemque sonum, et quamvis raro, interdum (amen 
ad dh^inum Aristidem effertur. De Himerio consulendi Photius '^), 
Libanìus*), Sozomenus^), Socrates^), Suidas*), Tzetzes*^), Euata- 
thiuB^). Theophylaetus ^), Constantini Porphyrogenetae matrem 
laudaturus, àXXà rlg àv fiot ócioel, ait, rrjv ^HqoóÓtov yXvxvrrjta, 
mi X7(i? jìqiùxUóov nvxvòxTjTa, 'iva fiì]ÓEV d^ióXaxrov Jtaga- 
hiìpaifii; Sed quis miài dàbit Herodoti suavitatem et Aristidis 
sensuum /requentiam, ut nihil dignum dictu praeteream? Libanius 
qwmvis con tra Aristidem scribens orationem vjteQ róv OQxriCrcàv, 
prò saltatoribtis , adversarium taraen snum laudibus onerat^^). 
Synesins^i) orationem prò quatuor virìs, magnam Aristidi famam 
apad graecos conciliasse ait, et dum orationem illam rhetoricae re- 
gnlis haud subjici posse scrìbit, ipsam egregie laudat, miram quam- 
dam et abditam dicens in ea continerì pulchritudinem. AqìOtsì- 
ài]v ó\, ita ille, o stQÒc IlXàtwva Xóyoq vjiìq tcov zaóódQO^v, 
xoXvv èxtJQv^ev tv rolq ^'EXXijOiv. Ovrog fiev xal rix'^ì]q 
axàa?]g dfiotQÓv. "Ovys avo* dp inaydyotq tlósi QijTogix^g, 
ovxow Ix Tov óixalov, xal róv vófiojv rrjg xéxvfjg ' Cvr/xel- 
lisvog ó* ovv djto^Qi]xcp xdXXti, xal d-avfiaóxij xivl xdQtxi, 
iìx^ xcog IntxBQJtovOìj xolg òvófiaoL, xal xolg gruiaCiv. 
Aristidem autem oralio contra Platonem prò quatuor viris, 
multa inter graecos celebritate donavit, Haec equidem et artis 
(mms est expers, adeo ut eam nulli rhetorico generi adscribaSj 

») Vitae Sophist in vìi, Proaeresii., Fab. B. gr. IV. 413. 414. 

») Bibl. cod. 165. 213. 

3) Fab. B. gr. IV. 414. 

*) fli8t. eccl. lib. VI. cap. 17. 

*) Hist. eccl. lib. IV. cap. 26. 

*) Lex. art. '^Ifiigiog. 

T Cbil. VI. 328., Fab. B. gr. X. 263. 

•) Ad Homer. liiad. 1. II. OdysB. IX. XII., Fab. B. gr. I. 333. 

») Instit. Reg. Pars I. cap. 7. 

'«) Fab. B. gr. IV. 390., VII. 393. 

") Dio etc. p. 40. C. 


64 

nec justo artisque Jegiìrus respondeat: sed secreta composita 
est pulchritudine ac gratta quadam mirabili, nominibusque 
quodanwiodo ac vocibtis, absque artificio, delectat. Alibi etiani 
Ariatidem memorat Synesius*): JtQÓCtujtf: ^ag ifiov Jtàvv 
jtoXXà ròv Os^aOfiicórarov Magxiavòv, ov eì JiQoXa^òv 
liQiCttLóiir, ^EQfiov Xoylov tvjtov tìg drihQWJtovg lqji]V tXfj- 
Xvd'évat, (lóXiq av Irv^ov xrjq à^iaq^ ore jrXéov IùtIv, ì] 
rvjcoc,. Meo nomine salutem plurimam nuncia Marciano vene- 
randissimo, quem si praecurrens Àristidem, Merciirii studiorum 
praesidis typnm diceretn ad homines venisse, vix ut par est 
loquerer, plus est aliquid, quam typus. Ubi respexit Synesius 
ad illa Aristidis verba: ov lyà q)al7jr av ^EQpov rtvòg .Àoyiov 
rvjiov tic dvd-Qojjcovg xarsXO^tlv. Quem ego dixerim Mer curii 
alicujus studiorum praesidis typum ad homines venisse, Quod 
spectat ad Mercurium Illuni scientiiirum praeBJdem, ^Eq^ìjì^ Xòy^oVy 
non praetereundum vetus epigramma^), quod ita Be habet: 
Elxo)v KakXlcxov rov qtJtoqoq, al di JiaQ avxijr 
'EQx6(ibV0L, ^EQfi\i ùjtivóeTB T(u Xoylq?, 
Imago Callisti rhetoriSj qui vero juxta ipsam 
Veììitis, Merairio libate, studiorum praesidL 
ProaereBius Bophista, ui refert Eunapius'), vocatuB (mt^EQfiov 
Xoyiov TVJtOQ, Mercurii scientiarum praesidis typus. 

xn. 

Aristidis scripta quae extant 

Quam plurimas Aiistidis orationes extitisse inquit Suidaa ^). 
Commentari um in Rhetorem nostrum scripsit, eodem Snida 
teste % Metrophanes sofista, ex Eucarpia oriundus, oppido Phry- 
giae, qui Hermogenis etiam Artem Rhetoricam commentatuB est^), 
ideo ^EQpoyti^ovc l^rjyìirrjq, Hermogenis enarrator, vocatus in 
graecis scholiis ad Hermogenem ipsum, in qnibus saepe adlega- 


Epist. 100. p. 240. D., GroDov. X. 45. A. 

*) Anthol. lib. IV., Gronov. X. 44. F. 

') In vit. Proaeres., Gronov. ib. 

*) Lex. art. ÀgtorsiÓrig., Fab. B. gr. IX. 664. 

'-) Fab. ib. 739., IV. 392. 

•) Fab. B. gr. IX. 739. 


66 

tnrO- Scripsit etiam Metropha^nes de Phrygia libroe duo», de 
formis orationum et de canesarum statìbus, opera Suidac memo- 
rata^). AliuB a Metrophane isto fnit Metrophanes Bophista 
Lebadiensìs, de quo Suidag; aliusque etiam Metrophanes item 
sophista, Lacharìs Ixyovoq, de quo Suidag ipse^) et Damascius 
apud Photium^). Metrophanem illum, qui in Aristidem commen- 
tariam edidit, memorat Stephauus Byzantinas ^)^ agens de ejus 
patria Eucarpia. Ad Metrophanem forte pertiuent Scholia 
manuscripta in Aristidem, quorum hunc locum profert Schar- 
dam^): oy^fistooai ori tìjis xaxoQ&(ó(Àaxa' tpaoì òì (irj Xi-ye- 
ùd'Oi trp> Zé^iv, Aéyei óe ò Aoyytvoq tv tqItìj ^iXoX&yoiv, 
0T£ ivQ'qxai jtoZkayóg jiolka^ov. Haec Scholia eadem puto 
cum Scholiis illÌB manuscfiptis ad Aristidis Panathenaicum, quae 
laudat FulviuB Orsini '^). Aristidis scripta edita habentur quot- 
qnot hic ' recenaebo. , 

1. 

Mg Ma vfivog aviv (àìtqov. 
In lòvem hytmms sine metro. 

Ex voto scriptus, cum e magna tempestate sospe^ auctor 

eTasisset. 

IL 

MavTBvd'Ol M&fjva. 
Minervae divimtricL 

Oratio ex prece et laudibus constans, quam dkere in so- 
muiis sibi visus erat Aristides. Huic oratloni, ut refert Bandinì^), 
Graeculns quidam in codice Laurentiano haec adscrìpserat : 
ovóìv ixti oxovÓTji^ a^iov. Nihil hahet cura dignum. Quod 
judicinm alius improbans, addidit: Ovx ò)(; xQirixòg Aoyylvog 
xavxa yffufpuq. Man ut criticus Langbms haec scribis. 


Fab. B. gr. IV. 471. 

') Fab. B. gr. IX. 739. 

>) Fab. ib. et 740. 

^) Bibl. cod. 242., Fab. ib. 493. 

') De gent art Evxagnla., Fab. B. gr. III. 72. 

Ó DiBsert. phiblog. de vìt et script Longlni § 10. 

^) Ad Simonid. fragni., Fab. B. gr. IV. 380. 

*) Catal. Bibl. Laurent, Schard. t5. 


ni. 

'joiffitxòg elq Uocudóva, 
Isthmicus in Nepiunum. 

Oratio in iBthmiis habita ]^^eptano sacris, qaa Corìnthum 
laudai Aristides^ atque Imperatori graeeisque bona precatar. 

IV. 

AlÒVVOOQ. 

Bacchus. 
Sive oratio in Bacchnm, ejnsqne laudes. 

V. 
^HQaxXrjq. 
Hercules. 
Sive Herculis encomium, quod auctor sibimetipsi per so- 
mnium dìcere visus fuerat. 

VI. 
AaXLa elg kcxXrjjttòv. 
Senno in Aesculapìum, 

Gujus beneficia celebrai Aristides, ab eoque valetudinem 
aìt sibi redditam, et porreeta ad scrìbendum anxiUa, et Oaeisa- 
rum familiaritatem gratiamque concessam. 

VII. 
AcxXfjjtiaóat, 
Asclepiadae, 
J3eu de laudibus Podalirii et MaehaoniSy sororum item 
Aselepiadarum^ atque Hippocratìs. 

vm. 

Elq TOP Sagaytiv. 
In Sarapim. 
Qui Aristidem a tempestate illaesum eruerat Oratio scripta 
ex voto. 

IX. 

Elg BaóiXia. 

In Imperatorem, 

Sive IL Aureli! Antonini laus. Smjrnae hanc orationem 
habitam fuisse pntat Fabricius ^). Nolo praetermittere, orationem 


B. gr. IV. 378. 


67 

ipsam haud probari a solertisaimo sitpenoris saecnli critico 
praestantissimoque oratore, Tl^omas^, cigus verba referre lubct 
^on panégjriqae de Marc-Aurèle «urtout^ ait ille, est trop iufé- 
rieur au sujet On ny trouve ni élévation, ni chaleur; ni 
sensibilitè, ni force. L'eloquence en est foible, et la philosophie 
eommnne. Je défie tont homme sensible de penser une heure 
à Marc-Anrèle, et de ne pas faire mieux'^ Quod jndiciam, 
qnamvis Aristidi nostro iniquum, rejicere prorsns haud ausim ^). 

X. 

kjcsZX^ rsved-Xiaxóq. 

Apellae Genethliacus. 

Oratio in Apellae, Frontonis nobilissimi Pergamehi filii, 
natalem. 

XL 

Eìx; ^ExBGìvéa èjtixrjÓstoq. 

In Eteaneum oratio funebris. 

LauB Eteonei Cyziceni, Aristidis dibcipall, vita fnncti. 

xn. 

^Jtl ^a^avÓQq} ijtcrdipioq. 
De Alexandre sermo funebris, 

Seu epistola ad Alexandri concives Cotyaenses, qua et 
* Alexandmm magìstrum suum maxime landat Aristides, et Coty- 
lenses hortatnr, ut oxorìs filiorumque Alexandri ipsias morte 
perempti enram gerant, eosqne aere publico alant 

XIIL 
Ilccvad^aìxòq, 
Panaihenaicug. 

Sermo celeberrimus de Athenarum laudibas, ad Isocratis 
imitatìonem scriptns, nnde Tzetzes de bHJns Panathénaico dixit'): 

Kal TÒv elg Ilava&i^aLa tòv fiéytótov róv Xóyofv, 
OvjttQ zòv vovv iiSvXtjóev oXov 6 JiQi6rsldrjg. 

Et orationem in Panathendea, orationum maximam, 
Ct^fus ideam totam furatus est Àristides. 


*) Essai sur les Eloges chap. 16. 

*) Consonat Tillemont, Hist. des Emp. II. 412. 

•) CUI. XI. 662., Fab. B. gr. IV, 379. not. 

5* 


68 

Ex Oratoria nostri Panathenaico excerpta habentur in Photìo^). 
Extat hujuB orationis graeca vjiòd-eoiq, sive argumentum, cujus 
auctor j^neque inernditus, neque inelegans^ dicitur a Leone 
Allacci ^). Sopatro sopliistae Apameensi eam vjtód-sóiv tribonnt 
LambeciuB ac Nesselius^). 

XIV. 
Eìg ^PcifirjV. 
In Romam. 
Oratio de Romae ac Romani imperii laiidibos, ex voto ab 
Aristide scripta, ac Romae habita. Carmen Scipionis Cartero- 
machi^) in hanc orationem latine a se versam, et Galeoto Car- 
dinali Della Rovere dicatam, adscribere juvat 
7, Roma licet per te populis sis cognita cunctis, 

Et pateat late nomen ubiqne tuum, 
Debet Aristidi multum tua fama* superstes. 

Externo longe clariu* eloquio* 
Nunc quoque cum data sis oculis spectanda latinis, 

Ipso tibi videor non tribuisse nihil. 
Haec tamen est omnis Galeoti gratìa, cujus, 

Quidquid id est, fausti s scribimus auspìciis. 
Romnleae valeant prisca >incunabula ficus, 

Sub quercu aspicerìs Roma eadem, et legeris. 
Abdita gl'acca inter, coeca et monumenta latebas, 

Ignota et populo, Roma, virisque tuis, 
Affulsit donec Galeoti numen, et ore 

Romano jussit te tibi restitui. 
Vis generis quanta est? yeterem ut sua Roma figuram, 

Accipiat, quavis lulius arte parat. 
Ut quas graeca illi tribuit facundia laudes^ 
Ipsa Buas videat, tu, Galeote, facis'^ 

XV. 
JSfivQPaìxòq ytoXvnxò(;. 
SmyrìiaeUrS poUticus. 
Seu Smyrnae laus. 

«) Bibl. cod. 246., Fab. ib. 380. 

') De patria Homeri cap. 12., Gronov. X. 1814. D. 

') Fab. B. gr. IV. 380. 

*) Hist Aug. parv. (Venet 1519.) p. 399. 


69 

XVI. 

naPfffVQixòq bv Kv^lxo} jrépl rov vaov. 

Fanegyrictis Cyzici habiltés de tempio. 

In CQJUB dedìcatione orationem dixit Aristides, ab Aescu- 
lapio jassaSy ut alt. 

XVU. 

Eli xò AlyaZov mkar/oq. 

In Aegeum mare. 

Ovjas lattdes persequitur auctor. 

xvm. . 

Elq rò (pQtaQ rov jióxXrjJtiov, 
hi puteum Aesculapii, 

Encomlum putei cujuBdam^ Perdami in Aesculapii aedibus 
positi, de cnjus aqua mira quaedam et incredibilia fabuLatur. 

XIX. 

^EXBVùlvioq. 
Eleusinius. 

Qttaerìtur auctor, quod templum Cererìs, in Eleusine loca- 
timi, flammis consumptum fuerit^ 

XX. 

Movcaóla ixì SfiVQvy. 
Monodia de Smyma. 

Qaae terraemotn eversa fnerat, absente Aristide 0* 

XXI. 

Ilahvcpdla kjtì JSfivQVn xal rol ravrrjg àvocxiófiw. 
Palinodia de Smyma ejìisque restauratione. 

De qua Graecis gratulatur Aristides. 

XXIL 

IlQocgxovTjrixòg U/ivQva'cxóg. 

Adclamaiio Smyrnaea. 

Sea gratulatio de Smyrna restituta, ad Gommodnm, qui 
^loB, jam mortuo patre, imperabat. 


') Aristìd. Palinod. de Smyma, Orai. 3. Sac., Epist. de SmTnia, 
Fab. B. gr. IV. 382. 385. 


70 

xxni. XXIV. XXV, XXVI. xxvii. xxvm. 

^ItQOÌ Xvyot <;'. 
Sermones sacri VL 

Quoram argumentum snpra perseqnutns suinM* Sexti 
sermonis nonnisi pars habetur; eum enim, morte eorreptuB, 
absolvere haud potnit Aristides, ut constat ex aactore graeci 
Scholii, cujus verba supra itìdem retali^). Kìcephorus^) ad 

hunc Synesii *) locum : Im ó* Syeoya oooig vjtvog ìargòi: 

i^avTTj T7jv vóóov Ijtolrjóev, omiito ego Ulos, quibus medicus 

somnus morbum depulit; haec adnotat: dvai (lev xaì aXXotx: 
jtXelórovg ovx amorov av thj, ngò jtdptcov ó* av eìtj ^qì- 
Ortlófjg b^PtjTWQ' óìjXovOì óe rovro xaì ot ovrco: jtcoq^IEPOl 
ajtiyQa^ófisvoc AOFOI avrov. Esse quidetn et alios plurimos 
haud fuerit incredibile, ante omnes vero Arislides Rhetor ftierit: 
hoc autem quodammodo ostendvnt et ejìis oraiiones, quae sacrae 
inscribuntur. 

XXDL 

IIbqì xov Jtéfijitiv ^Ofì^etv rotg Iv SixeXla. 

De auxiliis mittendis exercitui Siciliae. 

Qui, sub Nicia, Syracusas obsidione premebant 

XXX. 

Elg rò tvoptlov, HixtJicxòg ^. 
In contrarium, Sicultts IL 

De rev^candis eopiifl, Nieiae in auxlUum miBsia. Uanc et 
Buperiorem orationem memorat Pliilostratus % qui ex ìLlis patere 
ait, quantuB orator fuerit Aristides. Sermones isti a Philostrato^) 
ipso vocantur oc ^ovXevófiti'oi jteQÌ tójp tv SixtXla, consu- 
lentes de exercitu Siciliae. Eos perperam interci disse putavit 
GuilelmuB Canter, ernditìssimus Aristidis editor, ut notatum 
Normanno"), Oleario^) et Fabf icio '-*). 


§ Vili. 

«)§XI. 

3) Schol. ad Siaes. p. 372. B. 

*) De insomn. p. 136. D. 

*) In yit. Arìstid. 

•) Fab. B. gr. IV. 383. 

^) Ad AeL Arìstid. orat in inepte exnltant, Sophist, Fab. ib. et 3SS. 

•) Ad Philostr., Fab. ib. 383. ») Ib. 


71 

XXXL 

'l>6^ Ttjg xQÒq AantóaifAQVÌ<m> elgijvrjg. 

Pro pcLce cum Lacedaemoims. 

Qaam ut illis concedant, Orator AthenienBes hortatur post 
saperatas ab ipsis^ ad PyluiQ, Lacedaemafiioram terrestres iiava- 
lesqae copias. 

xxxn. 

^YjtÌQ r^g JiQÒg ^d-rjvalovg siQrjvrjg. 
Pro pace cum Atheniensibus, 

Ad Lacedaemonios, de pace Atheniensibus, a Ly Sandro 
fractìs, concedenda. 

XXXIII, 

AevxTQixòg vjtsq^ Aaxaóatfiovlov a. 

Leuctricus prò Lacedaemoniis primus. 

De juyandis ab Athenieasibus Lacedaemoniis, in Leuctrìca 
pugna deyictis. 

XXXIV. 

AtvxTQixòg vJtBQ &rj^al(ov a. 

Leuctricus prò Thebanis primus. 

De juvandia Thebanis , qnì in Leoctrioo praelic victores 
evaserant^ ad Laeedaemonios penitus perdendoa. 

XXXV. 

AevxTQixòg vjcìq Aaxeóaifiovloov ^ , 
Leuctricus prò Lacedaemoniis secundus. 

De epe Lacedaemoniis ferenda. 

XXXVI. 

AavxTQixòg vjtEQ ^ìj^aioìV ^ , 

Leuctricus prò Thebanis secundus. 

De adjavandis contra Thebanis. 

XXXVII. 

AtvxxQixòg t, VJCÌQ Tov (itjÓBTtQoig fiofjd-etv. 

Leuctricus quintus, de nemini ope ferenda, 

Nec Lacedaemoniis scilicet, nec Thebanis. £xtat in has 
qoinque orationes graecum argumentnm, vjtód^eóig, ciijas auctor 
orationes ipsas admìratione inqnit adfectas et propter artificium, 


72 

et proptcr arguuieuta; IhaviiàC^oìnai oh jtdw tJti xt r^ óei- 
vórrfTì, xaì rote: tJttx^iQrifiactv. Arìstìdis o jtéfiJtTog rwt* 
AevxTQLxwv, Leuctricorum quintus, adlegatur in graecis ad 
HermogODem Scholiis, in quibuB citatur etiam AristideB ipse Ip 
AevxTQixol4, m Leuctricis^), 

XXXVUI. 

^iXljtJtov óloóov àlrom^OQ jcaQa Sì^^almv kjc 

AO^valovQf ijxovCiv Jifhji^aloi kxópreg 

lavTovg dg Cvfifiaxlav óióóvreg. 

Philippo trdfisitum petente per Thebatios in Athenietises, * 
adcedunt isti voluntarios sese ad simul 
pugnoììéum exhibentes. 

Tbebanis scillcet ad Philippum arcendum. 

XXXIX. 

Ugòg &t]fialoiyg jcegì Xì^g óvppaxiccg. 

Ad Thébanos de bello simul ineuìido. 

Centra Philippum. 

XL. 

Dv/iffovXèVTixòg jttQÌ Tov fiTj dhlv xa}fiq}óetp. 
Suasorius de non agendis comoediis. 

Quas juvenum praesertim morìbus officerò contendit 
Aristides. 

XLL 

^EjtióroXr] jteQÌ S(ivQV7jg. 
Epistola de Smyma, 
De qua dixi supra^). 

XLU. 

neQÌ òfiovolag raZg jtóXeótv. 

De concordia ad Urbes. 

Pergamum, scilicet, Smyrnam et Ephesum, quas hortatur 
AristideS; ne de vano certent primatu, cum omnes quoquo modo 
Romanorum subsint imperio. 

Fab. ib. 464. 

•)§ix. 


73 

XLliL 
^Póóiaxòq. 
Bhodiacus. 

De restituenda urbe Rhodi, magno terraemotu detnrbata. 

XLIV. 

^Pùólotg jtSQÌ bfiorolag. 

'Ad Rhodios de concordia, 

Sermu ab Aristide, Rhodo absente, conscriptuB. 

' XLV. XLVL 
IlQÒq nXaxcava JtBQÌ ^PifVOifixiig kóyoi ^. 
CofUra Platonem de Rhetorica OrcUiones IL 

Non una tantnm, nt pntavit Canter, cujns sentenza oppo- 
DÌtar testimonio Aristìdis ìpsius, Photiì, qui ex quatnor nostri 
Rbetoris Platonicis orationibns ampia exhibet excerpta ^ , et 
Codicis GaesaVei, de qao Lambecius et Nesseiias. Rhetoricam, 
in iis de qnìbus a^tnr orationibns, defendit Aristides adyersus 
Platonem. Graeea in Orationes ipsas habentnr argumenta, de 
qaibos Fabrieins ^): «,In iiiis Synesii, Theonìs et Sophìstae 
alterìas Atheniensis mentio. Itaqne anctor non petest esse 
Sopater Apameensis, lamblici discipulns, ati Lambecio et 
Neaselio persnasum^. 

XLVIL 

nXoTcovixòg y, Jtgòq Ka^lxcova. 

Platonicus IH. ad Capitonem. 

Platonis sectatorem. Hoc sermone jaegat Aristides, contu- 
melia se Platonem adfecisse, vei nimis audaeter et aspere in 
enm irruisse, ac rursns Platonem ipsum reprehendit, quod magnos 
quosdam vlros absqne caussa exagitaverit Gapitotiem omisit 
Fabrìcins^) in catalogo Platonicorum. 

XLVIIL 

Ilgòg nJLarcova vJtsQ xcóv reóCoQcop. 

Contra Platonem prò quaiuor viris. 

Oratio Synesio^) et Aphthonio^) memorata, qua Periclem, 

n BibL cod. 247., Fab. B. gr. IV. 386., IX. 496. >) Ib. 386. 
*) B. gr. m. 55. «) Dio etc. p. 40. C . 

•) Progynmasm., Fab. B. gr. IV. 448. 


74 

Cimonem, Miitiadem ac ThenÙBtoclem^ contra Platonis Gorgìam, 
defendit Aristides. Barn hnJQB orationispartem, qua de Pericle 
agitur, citat Scholiastes Hermogenifi ^). Orationem istam laadat 
NicephoraB ^) , ita Bcribens : q)7)ol & xaì ^^Crdórjc tv toì 
vjtÌQ róv rtOoàgcTV ovrwol ' „jc€qI fiev ó?i XàXatv, co IlXarcov, 
xal aQyòv, xcà óeiXóv avród-ev xa^ràfiaXs, 

Mri Jtov rig xal TQ(5aq lyuQyOi Otòg aXXog''^). 

Idem auctor ad istam Synesii^) locum: coq ovx tv xatQfò 
fioi óoxovCLv èfifieXsràv tfjv óeivÓTfjTa MiXxià&i^, xal ^fiaivi, 
unde haud opporiuì%e mihi videntur ingenium exercere de Mi- 
tiche et Cimtme loquendo; haec adnotat: mg ò Àpiorsl&ijg èv 
zm vjckg TOP reCcàQwv, ut Aristides in oratione prò qnaftwr 
viris. Amtides o "^PfjraHf, RhetOTj xcctà IlXàtawog yQcapag, 
contra Platonem scribens, citatnr a SynceUo ^)/qui paaio poet^): 
^pacXv, inquit, al nXatawtxol UXaxcovog vjtaQOJtoXoyovfievoi 
rov éióaCxàXov tv rolg xarà %ov ÀQicfrelóov, ajunt Platonici, 
magktrum Pìatotiem defendentes in iis, quae sunt contra Ari- 
stidetn ^). ThemidtiiiB ^) Ariatidis noBtrì tyyóvovg vocat sophi- 
staSy quo» pliiloBophta Platonis èyyóvoig oppoDit 

XLIX. 
AlyvxTiog. 
Aegyptiacus. 

Sive sermo de Nili incremento ^ ejusque causais, ubi sua 
per Acgyptum ituiera memorat Aristides, atque ab Aegyptiis 
aacerdotibus ac Aethiope quodam instructom se tradit. Arìstidls 
Xòyog AlyvJiTWQ, sermo Aegyptiacus, laudatur a Proclo '*)• 

») Fab. ib. 464. 

') Schol. ad Synes. de insomn. p. 409. C. 

3) Hom. niad. X. 511. 

M De insomn. p. 157. B. 

») Chronogr. 206. C. 

«) Ib. E. 

^) Sire in scripUs contra Aristidttn. 

•) Orat. 26., Fab. B. gr. Vili. 18. 

») In Platonis Timaeum Lib. I. 637., Tmh, B; gr. Vili. 637. 


75 

L. 

ntQC rov JtoQatjpd-éynatoq. 

De incancinne dieta. 

8ive apologia proprìae landls, quam vir quidam Aristidi 
exprobraverat 

. LL 
Eatà TÓv è§oQxoviiévoDV. 
In exuitantes, 
Sophistas Bciiicety quorum corruptum sermonem reprehendit 
Arìstides. 

LIL 

Ilgòg tovg alrtcoiiévovq Sri firj fieXercif]. 

Ad reprehendentes quod non declamaret. 

Oratio continens Aristidia hac de re apologiam. 

Lin. 

. Sermo in legtUi&ne ad Achillem. 

Ulyssia nomine scriptus, ab Agamemnone ad Achiliem 
legati ; qua de re Homerus libro Iliadis nono ^). Achiilia 
responaionem acripait Libanius. 

UV. 

De civili et simplici dictione libri IL 

De hìace aermonia generibua praecepta continentea. Civilia 
dictionia exemplum auctor proponit Demosthenem, aimplicia 
vero Xenophontem. Aristìdea èv to') Jtef/l jtoXtziX&p Xoymv, 
in libro de cwilibus sermonibus, adiegatur ab Hermogenia 
Scholiaate ^). 

xm. 

Aristidif scripta deperdita. 

Supereat ut ea Ariatidia acrìpta, qnae longo temporìa 
itinere fracta, ad noa naque non pervenerunt, omnia, quantum 

*) V, 225 seqq. 

') Fab. B. gr. IV. 464. 


76 

fieri potest, recenseam. Haec autem, aipbabetica serie disposita, 
sunt quae sequuutar. 

AI2XINH2 [ATI Xa^òw vnÌQ rov KeQOo^Xéjtrov 

ròv otTov, 

Aeschines ad prodendum Cersoblepttm 
frumeìito non corruptus. 

Oratio Demostheni opposìta, qui Aeschinem de re illa 
culpaverat *). Memoratnr Philostrato. ^) 

Vóyog AAESANAPOY, 

Alexandri vituperoUio, 

Quam scriptam fuisse ab Aristide, e Philostrato ipso^) 
coliigi potest, licet obiter etiam, in oratione aliqaa, Alexandrum 
arguere potuerit noster auctor. 

Mq ASKAHniON Xóyog ^. xal /. 
In Aesctilapium^ oratio secunda et tertia. 
Tertiam ipse Aristides^) memorat. 

AÉMOSSENHi: rov AXk§,avdQOv Iv ìvóotg ovrog 
Hvfi^ovXtvwv ènid'iod'ai rolq XQayfiaoi. 

Demosthenes Alexandro cum esset in lìidia 
stuidens bella prosegui, 

Hnjtts et illitts, qnAe sequitar, oratìoniS; cui titulus 

AHMOSSENHS Xiyo^v jibqì ^ysfiovlag. 
Demosthefies de ìnagistratu loquens, 
ipse meminit Aristides^), 

^Yjibq rov APOMOr. 
De Cwrsu, 
Quo uti) juBsum se fuisse ab Aesculapio fabulatur Aristides®). 


') Demosth. orat, de falsa legat 

*) In vit. Aristid. 

^ tb. 

*) Orai 4. sac 

*) Ib. 

•)Ib. 


77 

"EmSTOAAl 

Episiolae. 

Varias Aristldis epistolas iutercidisse constai ex ejus 
BcriptiSy ac praeter alias, epistolas ad Alexandrum CotyaeumO- 

Ì2X)KPATH2 rovg Àd^rfi^aiovq l^àycav Trjg d-aXoTTtjg. 

hocrates Athenienses avertem a studio mperii marU, 

Oratìo Philostrato ^) memorata. Eamdem cum ìsta, vel hnic 
oppositam, fuìsse poto orati onem illam^ cnjus meminìt auctor 
vxo^iosojg, argumeiui, in Isocratls oratloDcm JttQÌ ^tlQfjvtjg, 
fk pace. Haec ejus verba: Kal fisgl^si (lùoxQàrrig) ròv Xòyov 
f/c óvo' ?r per, tÒ xal rotv Xtovg, xaì roìg aXXovg lacai 
cvTovófiovg' tv de rò èàoai r^v fjyefiovlav ttjv xarà d^àXaxrav. 
Kaxà TovTO ól rò fiéQog Xéytrai léQiCtd&tjg ijrag)s7vac ròv 
avrt^^rixòv rrig slQtjvtjg. El partitur (Isocrates) orationetn in 
dnas partes : alteram quidem suadetUem , ut Cìdos caeterosque 
sifìont propriis tegilm^ uii: alieram ver&, qua hortaiur ut 
maris imperium dimittant. Cantra hanc partem ArisHdes edi" 
disse dicitur servwnem paci oppositum. Porro si ad Philostrati 
testìmonium auimum adjecisset doctissimus Wolfins ^), non dubi- 
tasset atrum ad Hadrianensem Aristidem, sive ad alinm big asce 
nomiDÌB Rhetorem, pertineret oratio ab auciore eitatae vyto&éoecog 
memorata. .„Sententia certe est, alt ine, ntcunque verba se ha- 
beanty Arlstidem rhetorem aliquem (haud scio an eum, qui Adria- 
BBDsis Mysìus fnlt, cujus adbuc extant multae orationes) snasisse, 
UYe Bcripta, sive habita oratioue, imperium maris Atheniensibus 
esse retìnendnm**. 

i7pòg KAAAISENON ov^ovXtvovra p^ d^cutruv rovg 
óéxa OTQarìffovg ijtuòij av^igé&rjoav jiia ìpf]g^c>. 

Cantra Caltixenum suadeniem ne sepelirentur éecem duces 
postquam uno decreto occisi fuerant. 

Oratio Phllostrato^) et Hermogeni^) memorata. Ariatides 

Orat. in Sarapim. 

') In vìt Ariatid. 

') Ad argnment. in Isocrat Orat. de pace. 

*) In vit Adstid. 

^) De ideis. lib. I. cap. 5. 


78 

iv KaXXi^évq}, in CallixefW, cintar a Libanio et Hermogenis 
Scholìaste -). 

IIsQÌ Tov óilv dvsXtod^ai, KPITIAN ròv 

TvQawov Xóyoi ^. 
De caedendo Critia Tyranno orationes IL 
Brevior una, prolixìor altera* Utraque memoratur in 
Marcellini scholiifl ad Hermogenem. 

"Ejtaivog rov èv KYZIKQI palavelov. 
Laos òalnei Cyzicenl 
GajuB ipse meminit Arìstides'). 

AòyoQ jcaQaiTOVfievog ròv ruxtOfiòv TTjg AAKEAAIMONOS. 
Oratio dissuadens a Lacedaemone moeniis munienda. 
Philostrato ^) laudata. 

UQÒq JJSnTINHN, 
Cantra Leptmem, 
Oratio ad Demoathenia imltatioBem conacrìpta, ut ipae 
testatar Aristidea '^). 

IIbqì rov avxòv fi^ MEAETAIN. 

De eo quod ipse non declamaret. 
Sermo ab ilio diversus^ qui de eodem.hoc argumentò super- 
est, et in quo hujne deperditì mentio est 

MEAH. 

Carmina. 

In Aesculapìum^); Aesepum Mysiae Fluvìum''); Njmphas^); 

SsQfialop "Aqxbiuv, Dianam Thermarwn praesidem ^) ; ApolUnis 

et Goronidis nuptias, et Aesculapìnm ex Coronide natum, Fàpov 

KoQwvlóog xal réreótv ©eov*^); Aesculapium ipsum et Her- 

Deelamat. 37. 

«) Fab. B. gr. IV. 464. 

') Orat. 5. sac. 

*ì In yit Arìstid. 

*) Orat Platon. 3. ad Capiton. 

') Aristid. orat 2. 3. 4. sac. 

^) Id. orat 4. sac. 

•)Ib. 

•)lb. 

*^) Id. orat 1. sac. 


7a 

cnlem*); Mìnervam^); Bfodimii^); ]((wem^); Panem^); He- 
eatem ^ ; Acheloum "*) ; Mercurium ^) ; Deasque Smyrnaeas % 
Qaie omnia carmina ipse variis in Iocìb Arìstides memorai 
Ab Apolline jussum, Paeanem in hunc Deum Bcripslsse se alt, 
cnjufl initium: 

„^OQ^Lyya)V avaxra Ilaiàva xXfftoa>^'. 
Memorat etìam Arìstides epigrammata varia ìnscripta donis 
1 se numinibas oblatis. 

fori róv MlSQO^OPiiN xwv cbtairoviitpcov r^p y^v. 
In mercenarios miliies ognun petentes. 
Oratio ci\jn8 exordiom, ut evraVeg, exile, a nonnullis repre* 
heusam fnisse inquit Philostratus ^^). 

IIìqX xóv kamoi "ONEIPATUN. 

De s^uimetipsius somniis. 
Commentarii, quos de gravissimo hoc argnmento praeter 
aacraa orationes, qua par erat diligentia eonscripsit Arìstides^ 
ut patet ex anctore ipso ^0 ^t Nìchepboro ^^). 

Aóyoq xdd-wv AaxtÒaiiiovlovq rovq OPXHUTAJS iXavvsiv, 
Oratio Laceddemaniis sua4ens ut scUtai^es abigant. 
Contra qaam, orationem prò saltatoribus scripsit Libanins. 

nANASHNAIKOi:. 

Panathenaicus. 
Alter ab ilio, qui adhnc extat^ memoratns Sopatro, cujus 
locnm sopra exhibui^^). 

Oì xoQaiTOVfisvoi rag SIIONAAS /lerà rò xrstvai rà yévrj. 

Foederum cammunionem recusantes postqtiam gentiles 

pcLciscentium trucidassent. 

Ita hajns sermonis titulum latine reddit Fabricius ^^). Ejus 
mentio apnd Philostratnm ^^). 

*) Ib. et orai in Hercnl. 

*) Id. orat 4. sac, Fab. B. gr. IV. 377. 391. 

») Ib. *) Ib.. ») Ib. •) Ib. ') Ib. •) Ib. •) Ib. 

«^) In vit Aristid. 

") Orat. 2. 4. sac. 

**) Schol. ad Sjrnes. de insomn. 

*') § X. 

»*) B. gr. IV. 3M. 

«)ln vit. Aristid. 


80 

rnOMNHMATA. 

Commentarti 

De Pyramidibus, Labyrintho aliìsque in Aegypto mìrabilibus^ 
aut vìsu et notata dignis, quos a se concinnatos alt, ac ami- 
sisse qnaeritur Aristides 0- 

Haec de Oratoria nostri scriptis deperditis. Addi etiam 
potest, Aristidem sibi in somniis vìsuni esse, ut ipse narrat, 
dicere jrepl Nv/i^óJv tJtalvcov, de laudihus Nympharum^); 
iyxcófiiov vyielag, encomium sanitatis^)] et ^tXoOTtg)avoi% 
seu q)iXTjOiOTtq^arov *): quae omnia, cum somniis quam maxime 
deditus fuerit Aristides, scriptis^ enm tradidisse suspicari quìs 
potest, praesertim cum oratìones, quas habemus, in Mineryam 
et Herculem, uarret Aristides, iam sibi visnm fuisse per somninm 
recitare ^). 


*) Orat Aegypt 

') Orat. 1. sac. 

') Ib. 

*) Orat 3. sac. 

*) Fab. B. gr. IV. 392. 


De Vita et Scrìptis 

M. Cornelìì Frontonìs 

Commentarìus. 


6 


I. 

Frontonis nomina. 

FrontOy sai toeculì Tultius, gentili nomine Gornelìus dictus 
fnìt, praenomine lUrcns. Pktet ex vetari iateriptione, qnam 
producunt Onnphrìus Panyini^), loannes Baptista EgnatinB^)^ 
GniterQg et Noris^), et quae Pisauri servatar^). Marci prae- 
nomen indicat etiam Oellins^), qui ^^M. Frontonem^' scribit 
CoroeUiiB Pronto vocatur noster Rhetor a lullo Capitolino^) et 
Xiphilino'Oi qui alibi, gentis nomini cognomen praeponens, 
scribit: ^Qovxcova ròv KoqvijXiov, Fronionem Comelhun^), 
Sie et Capitollnns^) et Oellins^^) ^Frontonem Cornelium^' acri- 
bant Similiter Cicero ^0 ^^Balbo Cornelio^, similiter Dio Caasins^^) 
IvXXa ró KoQVfjXlo), Syllae Cornelio, Hunc nomina transpo- 
nendi morem, graecnm praesertim esse inquit Reimar ^^ ; sed enm 
latinis quoque band parum esse communem notat Scbardam ^^), 
post Dnker^^)| qui rem, coUatia exemplisy demonstrarerat Hoc 


Comment. in Fast Consular., Tillemont Hist. dea Emp. II. 332. 

*) Ad lui. Capitolin. vit H. Antonini Philos. p. 309. 

*) Epist Conaular. ad P. Ani Pagi, Graev. XI. 431. F. 

«) OUvierì, Mara. Piaaar. -~ Tiraboaebi, ator. della lettor, itti. IL 270. 

») Noct Att lib. IL cap. 26. 

•) In vii Ael. Veri. 

^ In Yit HadrianL 

•) In Yit M. Antonini Philoa. 

•) in Tit M. Antonini PMioa. 

<•) Noct Att lib. XDL oap. & 10. 

") Ad Atdc lib. IL ep. 12. 

») Hi9t Bom. Ub. XXXYU. oap. 25. 

^ De vit et script Caaa. Dion. comment § 3. 

^) Diatert pbiJolog. de ¥it et aeript Longini § 2. 

») Ad Fldt. lib. n. — Scbar. p. 3. 


84 

praestiterat et FranciscuB Sylvina % eumqne morem aetati prae- 
sertim argenteae Lipsias^) vìndicaverat. Frontonis nomen a fronte 
ortum, ut PaiivÌDÌ^)y Orsato *) et Sigonius^) observaDt, an in familla 
sua primns tulerit Pronto noster, incertnm. Hoc profecto nomen 
Bervamnt ejua posteri, ut patet ex inscriptione illa veteri, qaam 
snpra memoravi. Sed de Frontonis nominibns satis. Hoc tantum 
adhnc observatum velim, Oratorem nostrum in veterum scriptis 
plernmqne unico Frontonis nomine, interdum Cornelii Frontonis, 
nnnquam simpliciter Cornelii, vei M. Cornelii, no minibus adpellari. 

IL 

Frtntoni» patria, aetas «t gMus. 

Utrum Romam Fronto patriam habuerit, incertum. Res 
minus perspecta fuisse videtur iis, qui Gallum eiuu facinnt, 
Longcbamps^) nimirum et Maurinis auctoribus Hìstoriae Gallicae 
litterariae. Consulendus vìr doctus Hieronymns Tiraboschi "). 
Frontonem nostrum ex Numidia oriundum putant, qui Cirtensem 
illum oratorem a Minucio Felice^) memoratum cum M. Cornelio 
Frontone eumdem faciunt^). Ethnici Caecilii locus, quo apud 
Minucium Cirtensem oratorem memorat, iiic est: „£t de convi- 
vio notum est, passim omnes loquuntur, id etiam Cirtensis nostri 
testatur oratio: ad epulas solenni die coeunt (christiani) cum 
omnibus liberis, sororibuS; matribus, sexus omnis homines et 
omnis aetatis, iilic post multas epulas, ubi convivium caluit, et 
incestae libjdinis ebrietate ferver exarsit, canis, qui candelabro 
nexus est, jactu ojQfulae ultra spacium lineae, qua vinetus est, 
ad impetnm et ealtum proTocatur'^ Quibus respondens, apud 
Minucium ipsnm, obrìstianiiB Octavius haec verba profert: „Et 

*) Progimnasmat centur. II. cap. 41. 

*) Ad Senec. philos. de tranquill. an. cap. 14. — Schar. p. 4. 
') De antiq. Rom. nomin., Graev. IL t046. B. 
«) De notìs Rom. comment. art FRONT.» Oraev. XI. 728. B. 
^) De nomir. Rom. cap. 5.» Graev. IL 9S6. F. 
>) Tableau hist, Tiraboschi stor. lett IL 270. 
') Ib. 

*) In Octav. 

^) Fabriciiis B. ìat II. 283. 470. not. , Tillemont Hist dea £mp. 
U. 332. 


85 

de incesto convivio fabulam grandem adversum nos daemoBum 
concio mentita est: nt gloriam pudicitiae, defornùs infamiae 
ivergione macnlaret: nt, ante exploratam veritatem-, homines & 
nobis terrore in&ndae oplnionis averteret : sic de Isto et tana 
Pronto, non nt affirmator testimonmm feeit, sed ^convìoiam nt 
ontor aspersit'^. Hinc patet Oirtenaem illnm, qnem memora- 
Terat Caeeilins, Frontonem nomine dictnm fnisse. Minncinm 
ipsnm fefieem, M. Comelii Frontonis aeqnalem facit BlondeH)^ 
eamqne circa fìnem imperiì M. Anrelii Antonini DodwelP) 
seripsisse pntat. Qna aetate vixerit Pronto, et ea quae postea 
dicam manifestnm facient, et aperte docet Ensebins^), qui 
loqneDS de anno Christi 165, Olimpiade 236, Frontonis oratoria 
meminit. Oassiodorns ^), Frontonem floruisse, ait, Maciino et 
Celso consnlibns ^). Syncellns^), agens de anno mundi 5665, 
M. Anrelii Antonini quarto, Frontonem Rhetorem nominat: 
lovltavòq vofiod^ézfjg iv ^Pcòfi^, Tcaì ^qovtcov ò ^PijtCQQ, 
ItiHmus Juriscon^ultus Romae, oc Franto Rhetor. Quodnam 
genus Pronto sortitus sit nescio. Vivens ilie qnidem nobilitate 
gavisas est, et honorìbns adfeotns, ut constat; quales vero ejns 
majores fnerint, qualisque generis, in incerto est Parentum 
etiam nomina aetas abolevit, quorumdam vero e posterìa aerva- 
vit, ut infra dicam, 

ni. 

M. Cornelius Pronto cum Frontone Rhetore Emiseno 

male confusus. 

Sed frustra de Frontonis majoribus solliciti essemus, ai 
ipse hand differret a Frontone ilio rhetore Emiseno, de quo 
Suidas ') : ^qÓvtgìv, ^Efiiófjvòg, ^PijzwQ, y^ùvòq txl 2Jevi]QOv 
rov BaCiXicog èv ^Poifiy * èv 61 Ad^vaiq àprsxalóevae ^iXo- 


Fab. ib. 

*) Dissert. Cyprian. 3., Fab. ib. 
Ó In Cbron.y Roncagl. I. 462. 
*) In Chron. 
Ó Roncagl. 203. 
^ Chronograph. 
' ^ Lex. art 4^^óvT(av. 


86 

arffotw Tip XQcitfp xal ^ìplv^ ró Fadaget. 'Erelsvttjos 
oh iv À&ijpcug xeQÌ g'. irt] Ysyovàg, xal àósXg>^q #porra>- 
vlóog xaZóa ovxa Aoyylvov ròv KqìtlxÒv xZì/QOVòfiov xaré- 
Xmev. "EyQccipB oh óvxvovg Xóyovg. FrontOy Emisemis, Rhetor, 
qui sub Severo Imperatore Romae vixit: Athenis vero aemulus 
fuìt Philostrati primi et Apsinis Gadarenù Obiit autem AOìenis 
annos naius circiier sexaginia, et Langinum FrontorUdis sororis 
suae filium haeredem reliquit. Scripsit orationes multas. Com- 
plures sane ex Frontonis hiynsce majoribns ita recenset Fabrì- 
oÌQsO: yyProams Plutarchì fitit Nicarchus; avas Lamprias; oxor 
Tiraoxena; filli LampriaS; Antobnlus, Plntarchus et Chaeron^ sive 
Oharon; Alia Timoxena et fortasBis Earydice, cui, et Polliano 
illinB marito, conju^lia praecepta inBcripsit Patris nomen qui 
apnd ChaeTonenses magistratum gesait, ignoratar; aocer Alexion; 
fratria rei sororis filli , nepotes Sextas Ghaeroneus et GomelioB 
Pronto, qal M. Antoninum erudiverunt''. £n satls multos Fron- 
tonis miyores indicatos. At genealogia ista tota ad Oratorem 
nostrum minime pertìnet, male enim Cornelium adpellavit Fabrì- 
oius Frontonem illnm, qui e Plutarchi posteris fuit. Gonfasit 
quippe IL Gornelinm Frontonem cum Frontone Emiseno, quod 
et alibi feeit ipse^), et post Rnald^), Langbaine^) aliique fecerunt 
Rhetoris nomen, utriqne Frontoni commune, doctissimos viros 
decepit Sed vel caeco perspicnum est, Frontonem Ulnm, qui 
sub Severo vitam egit, cnm M. Gomelio Frontone, qui M. Aurelio 
Antonino imperante fioruit, confundi non posse. Praeterea, Fronto 
EmisenuB Athenis, ut videtur, florait, ibique vita excessit; 
Fronto vero Gornelius vel Romae obiit, vel ibi saltem ut plurì- 
mum TÌxit Tandem Fronto Emisenus Longinum novità Cornelio 
Frontone band paulo juniorem. Sed jam Ruald, eorumque, qui 
enm in hao re sequuti sunt, enorem Eduardns Gorsini^) ita 
confntavit, judice Schardam*) „ dicere ut eontra posse nemo 
videatur''. Ipso Fabricius in Bibliotbeca latinorum veterum aneto- 


>) B. gr. m. 330. 

«) Ib. IV. 435. 

') In vit. Plutarch. cap. 5. — Schar. p. 5. 

♦) In vit Longin. — ib. 

») In vit Plutarch. § 5. 

*) Dissert philolog. de vit et script Loagini § 3. 


87 

rum*), M. Cornelium Frontonem a Frontone rhetore Emiseno 
diserte diatinxit, sic enim aìt: „Praeter hanc (Cornelinm Fronto- 
nem) . . . alii fu^re Frontonea^ ut Fronte . . . Emeaenus, orator 
Bub Severo, Athenia, de quo Suìdaa'^ 

IT. 

Pronto sub Htdriano. 

Vigebat certe Fronte, cauasaaque àgebat jam, Hadrìano 
imperante. Testis est locus Xiphilini, quem, qnia ad rem egregie ^ 
fiu5Ìt, adscribere non pigebit^): rByóvaai oh xaì aXXoi rórs 
àgiaroi ccvÓQsg' càv lxiq)avé6xaroi TovqPcov tb, xaì StfiiXig 
rfixriv, ot xaì àvÓQcdoiv èrcfiijd'Tjaav, Tovq^cov fihv crgatT]' 
Ytxdzarog (xp^g, og xaì ijcagxog ysyovcògy air ow agxcov 

Tc5r ÓOQV^ÓqWV, OVTE ti a^QOVy OVT£ TI VJt€Q1](paV0V ÌJCQa- 

^Bv, aZX* cbg sìg xóv jtoXZóv StB^lco, Tà re fàg aXXa, xaì 
T^ flfidQcev nàcav XQÒg ròv BaóiXéa óiérgi^s, xaì jcoXXaxig 
xal xqÒ {léocov vvxtóp JCQÒg avròv tqbl, otb xtvhg xóv 
aXlcnv xa&£vÓ£iv iJQXOvto. kiiéXai xaì KÓPNHAIOS 
^PONTQN, b rà jtQ&ta xóv xÓxb ^Ptofialcov hv ólxaig (pago- 
(iBvog, BCJtégag xotb ^ad-tlaq cbtò óeljtvov ótxads ijtoviAv, 
%di fiad-còv TcaQa xivog, (p CvvìjfOQriOBiV vjcéoxBxo, óixa^eiv 
avxòv, ev xb xy OxoXy xy óatJtvlxióc, Scjcbq bIxbv, èg xò 
óixaùxijQiov avxov è<jrjX9'e, xaì riOJtàoaxo, ovxt ya rm èod-ivó 
XQoOQijfiaxi , xó XalQB, àXXà xS BóJtsQivS, xó ^YylaiVB, 
XQf]odfi£Vog. Fuere autem (une et din optimi viri, quorum 
celeberrimi Turbo et Similis, statuis etiam honorati. Turbo 
quidem rei militaris peritissimus erat, qui et praefectus prae- 
torio factuSy sive praeses satellitum, nihil vel molle, vel super- 
han fecit, sed quasi unus e multis vitam egit. Nam, ut alia 
pràeteream, tota ille die cum Imperatore verscibatur, et sdepe 
onte mediam noctem ad eum adcedébat, dum aliorim nonnulli 
dormire incipiebani. Itaque Comelius Fronto, qui inter Ro- 
mmos aetaiis illius, primas in caussis agendis feréba^, profvndo 
quondam vespere, cum e coena domum rediens, a quodam, quem 


») IL 470. net 
*) In vit Hadrian. 


88 

patrocmari promiserai, Hadrianum Jtis dicere intellexisset, 
coenatoria veste, praut erat, indutus, ad ejus irilnmat ingresms 
est, eumque salutaoit, usus non matuiina voce^ Ave] sed vesper- 
tina j Vaie. De Turbone ilio, qui praefectus praetorio fnit, 
conBulendi SpartianusO et Zonarat^). 

T. 

Froiito M. Aureli! Antonini et L Veri magister. 

InsignÌB Illa, qua noster Orator elOTalsit, eloquentia, publìca, 
quam doctrina poBcit, luce non caruit; ipse quippe sapientisBUnas 
imperator M. AureliuB Antoninua, qni virtutem imperiì sociam 
adBcivit, ad ejuB fontes adcesait, ìndeqne rectÌBBÌma hauait dìcendi 
praecepta. Rei testea Bunt, tum alii, tum ille Romanae bistoriae 
celerrimns descriptor EntropiuB^), qui Frontonis nomen haad 
praetereundum sibi in Breviario suo existimavit ^^InstitutuB est, 
aity (M. Antoninua) ad philosophiam per Apollonium Chalcedo- 
niam; ad acientiam literarum graecarum per Sextum Chaero- 
nenaeniy Plntarchi nepotem. Latinas autem iiteras eum Pronto, 
orator nobiliasimuBy docuit^. Mnltum Frontoni Antoninum trt- 
buiaaey notat Capitolinua ^) : „Oratoribus uaus est graecÌB, Aunio 
MaorOy Caninio Cefere et Herode Attico; latino ^ Frontone Cor- 
nelio: aed mnltnm ex hiB Frontoni, detulit^^ Rhetoria noatri 
ipae meminit Antoninua^); qni ae ab ilio ait didiciaae, invidnm 
Bimulatnmqne apiritum prorana execrari. Nec inutile imperio 
fuit Frontonia officium. Sane Xiphilinua^), poatquam insigne 
illud Antonini protulìt elogium: G>q àXtjd'òq àyad-òq àv^Q tjv, 
xal ofSótv xQoanoirjftòv eIxe, vere bonus vir erat, nec quid- 
quam habebat simuiatum; haec atatim aubdit: DdfiJcoXXa fiav 
yÒQ xal vjtò Jtcuótlag cofpBXrfi-ti , ev re rolg QrftoQixolq, tv 
re xotq ex q)iXoCog)lag kayaig aoxijd'Elg, Tóv filv yàq, top 

I) In vit. Ael. Adrian, cap; 4. 5. 6. 8. 15., Dio IL 1166. not 
§ 143., 1145. § 195. 

*) AnnaL lib.IL eap. 24. 

3) Hist Rom, Brevìar. lib. Vili. cap. 12. 

In vit. li. Antonini philoa. 

^) Ad ae ipa. lib. L aect. 11., Tillemont Hiat dea Emp. IL 332., 
Fab. B. gr. IV. 29., Id. B. lat IL 470. not. 

*) In vit M. Antonini Philoa. 


89 

Tf ^PONTQNA TÒv KOPNHAION, xaì zòv 'HQfoófiv top 
KXavdiov óióacxàjiovg dxs' top óe, top re ^PovCzixÒP top 
^lavvioVj xaì kstoXXdpiop top Ntxofifjóea, rovg ZrjPooPBlovq 
lirfovq fieXéTcópTag. Penmilivm quidem eum Juvit doctrina, 
cum m rheiaricis, philosophicisque praeceptis exercttatus fuerit 
h iUis autem praecq^tores kabuit Fronionem Comelium et 
Claudhim Uerodem: in istis Junium Rtisticwn et Àpollomum 
Mcamedem, qui sese m Zenanis piacitis exercebant. Ensebitts ^) 
FroBtonem nominans, quasi praeclpnam iUias landem indicaturos, 
enm M. Antonini, inquìt, fniese magistrum. ,,Fronto orator 
insignis habetoT; qui Maream Antoninam Yeram latinis ilteria 
erudivit''. Ensebii verba exBcripsit Cattiodorus 2) : „Hìb Cosa. 
Pronto orator insignig habetnr, qui M. Antoninnm latinis iiteris 
eradi vit'^ Frontonem, Augnati magistrum, vocat Ansonius^). 
In latina inBcriptìone, quam referunt et Panvini^), et Gruterus^ 
et Egnatina ^)y et Noria ^X Tronto, Lucii et Antonini imperatorum 
dicitar magister, quia scilicet Lucium quoque Verum erudivit, 
at eoDBtat etiam ex Capitolino''); cujua haec verba: ^^Audivit 
Scanrum grammaticum latinum, Seanri iilium; qui grammaticua 
Adrìai^i fttit. Graecoa, Telephum atque Phertionem Harpocra- 
tionem. Rhetorea, Apollonium, Celerem Caninium, Herodem 
Attieum; latinum, Comelium Frontonem. Philoaophoa, Apollo- 
niom et Seztum. Eoa omnea amavit unico àtque ab hia invi- 
cela dileotus eat^. 

VI. 

Fronte vivens honoribus mactatus. 

Satia jam erat Frontonìa gloriae conaultum, dum haud 
impar oneri putatua fuerat M. Antoninum ejusque in imperio 
comitem inatituendi» Sed magiatri aul, cui tantum ille tribuebat, 
gloriam adhuc aibi procurandam exiatimavit magnus Antoninus, 

') In Chron. 

*) In Chron., Roncagl. II. 203. 

^ Grattar, act prò Conaulat. ad Gratian. 

*) Commeat. in Faat Coagular. 

') Ad lui. Capitol., Vìt M. Antonini Philoa. ' 

*) Epiat. Conaular. ad P. Ani Pagi. 

^J In vii AeL Veri. 


90 

curavitque ut stataa Frontoni poneretur. Ita Ci^itoliBiis ^). 
2iec Batis id habnit. Consalata Frontonem ornavìt, saffecto 
Bcilicet, ut docet Aaaonias^): „Uniea mihi amplectenda est 
Frontonis imitatio, qaem tamen Aagastì magìatram sic consnlatos 
ornavit, at praefectara non cingerei Sed consalatas ille ciytiB' 
modi? Ordinario saffectas, bimestri spatlo interpoaituSy in sexta 
anni parte consamptas'^ Oratorem nostmm, consalarem vocat 
Aalns Geliias^). Consul, Fronto ipse dicitar in. latina veterì 
inacriptione, qnam saprà laudavi Antumàt Tillemont^), con- 
sulatum gessisse Frontonem^ vivente adhuc Antonino Pio: 
„M. Aurele le considera plus qae tous les autres qui Favoient 
instruity iay fit decerner une statae par le Senat, et le fit 
Consul poor deux mols subrogé à quelqae autre. Ce fat 
apparemment dés le temps d'Antonin, puisque Favorin semble 
àvoir véca jusqnes aprés ce Consulat''. Revera, ait Gellins^), 
se una cum Phavorino ad Frontonem consalarem venisse. Sane 
Phavorinus Bi\b Trajano et Hadriano praecipue vigait, ut 
conatat ex Eusebio ^)^ Spartiano^), Snida ^)y Xiphiiino^) et Syn- 
cello ^*% Sed forte Fronto consularis qoidem erat, cum scriberet 
Gellius, nen vero eo tempore, quo Favorinus cum Gellio ipsam 
audivit 

TU. 

M. Cornelii Frontonis Oratoris Consulatus cum ilio alterius 
Frontonis, vai Sexti lulii Frontini malo confusus. 

Haud inconsulte de Fron.tone nostro inquit Ausonius **): 
,,Quaerendam ut reliquerit tantus orator, quibus Consullbus 


In vit. M. Antonini Philos. 

^) Gradar, act prò Consulat. ad Gratian. 

>) Noct Att Ub. II. cap. 26. 

*) Hlst des Emp. II. 332. 

>) Noct. Att lib. II. cap. 26. 

«) In Chron. 

7) In vit. Ael. Adriani cap. 15^., Fab. B. gr. II. 59. 

*) Lex. art. \iÓQiavòq paoiX., ^aftatQivoq, Fab. ib. IX. 654. 704. 

•) In vit. Hadrìani. 

*®) Chronograph. 

1*) Gratiar. act. prò Consulat. ad Gratian. 


91 

geaaerìt Ck)n8nlatam^. Qaod sane non qnaero, nam inveuire 
me non posse ^ satìs novi: Consnl quippe anffectns cum fuerìt 
Cornefins Fronte, non ab ejns nomine, sed eorum, qui Ordinarii 
▼oeabantor, annns fìiit adpellatus 0« Tamen Glarean ^) haee ad 
Entropinm adnotat: ,,Pnto M. Frontonem, eum qnem saepe 
eitat Gellios, et maxime libro II. cap. 26., ubi vimm consnlarem 
foeat. Et nnmeratar secondo Ulpiani anno in Goss. Catalogo, 
«nno Ghristi 102''. Panvini^), M. Gomeliam Frontonem ora- 
torem tertìnm Gonsnlatum gessisse putat cnm Trajano, anno 
Cfaristi 100^), legit enim in Prosperi Ghronico, eo tempore 
Trajanam et Frontonem Gonsnles indicatosi). Lieanclavias, 
Panvìni seqnutns, in indice Gonsnlam, libro Dionis Gassii LXYIIL 
praemisao, scripsit: „Nerya Trajanns Aug. IlL et M. Gomelins 
Pronto III.'', nostrum, nt videtnr, Frontonem intelligens ^). Sed 
errayit Lennclavìns, errantem dacem sectatus. Fronte enim 
Doster, nt patet ex inscriptione, quam ipse refert Panvini, semel 
tantum Gensul fnit, nec Ordinarius, sed Suffectus, nt docet 
AuBonius ^. Rnrsns, Gonsulatnm cnm Trajano gerere non potuit, 
nam a M. Aurelio Antonino discipulo Gensul factns fnit, Ansonio 
ipso teste ^), qui postquam verba protulit paulo supra laudata, 
liaee addit : „Ecce alind, quod aliquiis opponat, in tanti ergo te 
oratorìs fastigium gloriosus attoUis? Gni talia requirenti re- 
spondebo breviter: non ego me contendo Frontoni, sed Antonino 
pnefero Gratianum". Praeterea, ut optime ait Tillemont®): 
„Un homme Gensul pour la troìsìème fois en Tan. 100, estpit 
anurément trop àgé pour enseigner Teloquence à M. Aurele 
né en 121, et à L. Verus né appareroment en 130. Gette 
fonetion mesme ,ne convient pas à un homme qui anroit estó 
trois fois Gensul". Sed jam de Frontone quaestio concideret, 


') Maffei Leti al Lagomarsini in Dion., Reimar. p. 1550. 

>) Ad Eutrop. Hist Rem. Breviar. lib. Vili. cap. 12. 

') Comment in Fast Consular. 

«) Tillement Hist des Emp. IL 494., Graey. XI. 431. G. D. 

•ì Graev. ib. 288. F. 

*) Alius M. Ger. Fronte Suff. faerat, non prìmus; ita Fasti Gensul. 

^ Gradar, act prò Gensulat ad Gratian. 

•)Ib. 

*) Hist des Emp. II. 495. 


92 

si alio nomine adpellatns fniaset qui anno Ghristi 100 cam 
Tx'ajano Consulatum sastiniiit. Equidem Anonymus Cuspinianì prò 
Frontone habet Frontinna }) ; Deacriptio antem Consalum Idatio 
tributa ,;Trajano llh et Pontino ^V'. Ghronicon Pascale habet :^Fx. 
TgaXavov Avyovorov xò fi\ xaì IIoPTtarov, Coss, Traiano 
Augusto IL et ParUiano ^). Sed Frontinnm potins y . anno 
Christi 100^ cum Trajano Oonsulatnm gessisse Noris^) exlstì- 
mavit, Sextnm Inlianum Frontinum intelligens, qui de aqaae- 
ductibns Bcripsit Ei consentit Morgagni^); ab co vero dissen- 
tinnt Reimar^) et Tillemont^). Detrahnnt sane Norìs et Morgagni 
fidei codicnm Prosperi^), Cassiodori^) et XiphìlinP®); in quibus 
non Frontini y sed Frontonis nomen habetnr. Anctor incertus 
Clironici cajnsdam, qaod e codice Caesareo vnlgatum est, scrìbit 
similiter: „ Trajano III. et Frontone '0-^ ^^c latet Frontonem 
qaemdam snb Trajano extitisse, dictnm praenomine Marcnm, 
gentili antem nomine lulìnm, cujus mentio in inscriptione 
qnadam Grateriana ^^) , Tacito'^) et Ulpiano^^); ad qaem forte 
est Martialis ^^) epigramma. Porro ipse Noris, cum observasset 
Frontinum in Britannia beilum gessisse, coilegam vero Trajani, 
juxta Plinium^^), virum band miUtiae deditum fuisse, ad Pagi 
seripsity se coilegam illum Frontonem potius adpellandum putare. 


>) Graev. XI. 288 P., Tillemont ib. 

2) Graev. ib., RoncagL U. 78. 

3) Tillemont Hist. des £mp. II. 492, Hist Bjz. IV. 201. B. 

*) Epist. Consular. ad P. Ant. Pagi et De Epoch. Syromaced/ 
Graev. XI. 432. D, Tillemont ib. 164. 

') Epist. ad Polen. in Prolegom. ad Sex. lui. Frontin. de aquaeduet 
urb. Rom. 

') Ad Xiphilin. Vit Nerv. 

'') Hist. des Emp. II. 495. 

*) S. Uro Prosper in Chron. 

^) In Chron., Koncagi. II. 19S, IHUemont ib. 164. 
••) In Vit Nerv. 
*i) Chron. Boncagl. II. 143. 
«) Graev. XL 432. 
«) Hist I. 20, II. 26. 

>«) Digest lib. XLVIII. tit 19. leg. 5 , Tf Uemont ffist des Emp. 
II. 495. 

1^) Epigrammatt I. 36. 
'») Panegyr. Trajani. 


93 

at Pagi ipae ^) testatnr. Ast fasti consulares, Sextnm lùlinit) 
Frontinamlll. Contieni fnisBe tradnnt cnm Trajana, et suffeetum 
Frontino Gonanlein memorant M. Gornelium Frontonem, quem 
BOBtrì patrem fuisse patat AugustinuB, nt snpra dixP). Igitnr, 
li &8ti8 hisee fideB^ non Inlins Fronta, sed Fronto Cornelius 
Consui idiBse dieesdus anno Ghristi 100'). Sed haee obiter. 
Qnidqnid enim Bit, Frontinnare, aut Fronto, aive uterqne Trajani 
collega fuerit in Consnlatn; certam est, Frontonem nostrum ea 
dignitate hand cam Trajano funetam fuÌBse. 

vni. 

Frontonis familiaras. 

Plares e doctis illis viris, qui Romae sao tempore versa- 
bantur, familiares habuisse Frontonem patet ex Gellio^). In 
hia foit PbavorinuB, Celebris ille pbilosopbas et rbetor, de quo, 
praeter £u8ebium, Spartianum^ Suidam, Xiphilinum et Syncellum; 
qnos supra citavi ^), consulendi Phiiostratus^), Lucìanus "Q, Gale- 
nus^), LaertiuB pluribus in iocis, Photiiis'^), Stephanus Byzan- 
tinuB*^), Phrynichu8*% Stobaeus ^^j^ Maximus Martyr*^), Magni 
Etymologici auctor^^), Theodulus, sìve Thomas Magister ^•^), 

O^rìtic. in Ann. Baron. in ann. 100. § 1^ Tiìlemont Hist. dea 
Emp. IL 494. 

3) Roncagl., Graev. VII. 1193. C. 

*) Noct Att. lib. IL <»p. 26., lib. XLX. cap. 8, 10. 13. 

^ § VL 

«) In vit Phavorini, Fab. B. gr. IV. 49. 

'') In vit. Demonactifl, Tiìlemont Hist des Emp. IL 269. 

*) De opt. doctr., Fab. B. gr. III. 573, Tiìlemont ib. 

") BibL cod. 161. 

w) De gent. artt. atd-loìp, dxzTj, dXs^dvÓQua, aQylXoq, avtaQtarai, 
fitaaXria, XQSfifjivatv, ^oneXq, otpaxzriQla, zstQOTioliq, (oxeavòg, Fab. 
B. gr. IL 60, UI. 74. 

") De voc. att, Fab. ìb. IV. 526. 

'^ In Eclog. Serm. 14. 22. 29. 47. 48. 57. 61. 62. 64. 65. 93. 103. 
106. 114. 116. 119, Fab. ib. VIIL 718. 

*^ Cap. Theolog. serm. 11. 12. 18. 26. 36. 41. 

") Art aijràvHoi, Fab. B. gr. X. 35. 

**) Voc. Att. Fclog. artt ineSsXsvaófievoq , iSiàtd^ovrai , xa&is- 
(^<u, TiQonsnxwq, Fab. ib. IV. 532. 


94 

Àpnlejas^) et Maerobins^). Hanc igitar PIuiToriniim, aecum 
ad Frontonem pedibus laborantem ingressnm eaee, refert Gel- 
lina^): ^^havoriniiB philosophus / cam ad lì. Frontonem consa- 
larem pedibuB aegrum vìseret, volnit me quoque ad eum 
secum ire^; narratqne familiarem disputationem, quam contri 
Pharorinnm ìpaum habuìt Pronto. AdolescentuluB cum esset, 
Baepe se Frontonem adivisse ait GelliuB^) ipse alibi, ac erudìtam 
quemdam hominem, poesi deditum, memorat Frontonis £amilia- 
rem^). Celsinum etiam lulianum, Biye lulium, Numidam, fami- 
liarem fuÌBBO Frontonis, ex hoc ejusdem Gellii^) loco coillgi 
potest: „Memini me quondam et Celsinum lulianum Numidam^ 
ad Frontonem Corneliam^ pedes tnnc graciter aegrum, ire 
visere : atque ibi qui introdncti sumus, olQfendimns eum cubantem 
in scimpodio graeciensl, circumundique sèdentìbus multis, 
doctrìna, aut genere, aut fortuna , nobilibus .virìs^. Celsinum 
illum et paulo post memorat Gellius '') : „Atque ibi lulìus Celsi- 
nuB admonuit, in tragoedia quoque Q. Ennii, quae Iphigenia 
inscripta est, idìpsum, de quo quaerebatur, scriptum esse, et a 
grammaticis contaminari magis solitum, quam enarrari^. No- 
tanduB et ille Gelili^) locus: ^Stabant forte una in vestibnlo 
palatii, fabulanteSy Fronte Cornelius et Festus Posthumius et 
Apollinaris Sulpltius. Atque ego ibi adsistens cum quibnsdam 
aliis, sermones eorum, quos de literarum disciplinis habebant, 
curiosius captabam. Tum Fronte Apollinari: fac mihì, inquit, 
oro, magister, ut sim certus, an recte supersederìm nanos dicere 
parva nimis statura homines^. Grammaticum etiam quemdam 
latinum, Frontonis familiarem, idem memorat Gellius'). 


1) De orando, Fab. B. !at II. 31. 

*) Fab. ib. U. 118. 

«) Noct, Att lib. II. cap. 26. 

«) Ib. lib. XIX. cap. 8. 

»)Ib. 

•) Ib. cap. 10, 

Olb. 

*) Ib. cap. IS. 

») Ib. 


95 

IX. 

Frontonis mors et posteri. 

De loeo ac tempore ^ quo Fronte vita defecit^ nil pronan* 
ciare licei Pesteros relìqnit Pronto; generum enim habnit^ ut 
pvtat Tiliemont % Aufidium Vìctorinum, cnjuB filins fdit Fronte 
alias, hujuB rero IL Aufidius Fronte. Patet ex veterì inserì* 
ptìone, quae, anpra saepius citata, hìe jam produeenda: 

IL AVFIDIO. FRONTONI 

PRONRPOTI 

M. CORNELL FRONTONIS 

ORATORIS. COS. 

MAGISTRI. IMPERATORVM 

LVCL ET. ANTONINI 
NEPOTI. AVPIDL VICTORENI 
PRAEFECTL VRBI8. IL COS. 
FRONTO. COS. 
FILIO. DVLCISSIMO 
Forte Aufidius Victorinus idem est cum Victorino ilio, qui cum 
Commodo consul fuisse dìcitur in Consulum descrìptione Idatio 
tributa^. Reapse in Fastìs consularibus iste-vocatur ^C. Aufidius 
Victorìnos IL Cos. ^Y*, et ex prolata inscrìptione discìmus, Aufidium 
Victorinum; Frontonis forte generum, IL Consulem fiiisse. Con- 
dìscipnlus fbit Aufidius M. Antonini imperatorìs, de hoc enim 
tlt Capitolinus ^) : ^Amavltque ex condisctpulis praecipuos sena- 
toni ordinis, Sejum Tuscianum et Aufidium Victorinum; ex 
equestri, Bebium Longum et Calenum, in quos maxime liberalis 
ftut". Victorinum ipsum a Marco imperatore honoratum, ait 
Dio in Excerptis Peirescianis, eumque egregie laudat, adfirmans 
avrofiarq) Bravar co, naturali morte, interiisse: unde patet error 
Casanboni^), qui Yictorini caedem a Dione narrarì scrìbii 
Videndi Wesselingius et Reimar^). Eumdem Victorinum centra 


*) Hist des Emp. IL 332. 426. 

*) Roncagl. 81 et alibi, ut 114. 206, quarnvis non 147. 

552. 

In vit. M. Antonini Philos. 

*) Ad Lunprid. vit Commodi Antonini eap. 4. 

*) Ad Xiphilin. vit Commodi § 62. 


96 

CatthoB missum faissC; refert Gftf itolinus ^) : ^Ad versus Brìtanos 
quidem Calphurnins Agricola mìssns est; contra Catthos Aufidias 
Yictorìnns^. M. Aufidlus Pronto, in Fastìs Consnlarìbus Consul 
fnisse dicitar cum P. Oornelio Anulino, anno Ghristi 199, ab 
Urbe condita 951. Frontonis nomen simpliciter lagitnr in 
Prospero^), Cassiodoro^), Anonymo Cnspinìani^), Deacrìptìone 
Consnlum Idatio adscripta^) et Fastis Oonsularibas, quos, e 
Codice Caesareo, edidit Noris^). In Ghronieo incerti anetorÌB, 
e Caesareo itidem Codice vulgato "O, habetur: ^Antonino et 
Frontone", prò ^Annlino et Frontone". De Aufidio Frontone 
consulendns Dio Cassins^). Leonem etiam, Earici regia consi- 
liariam, qai saeculo qainto vixit, a M. Cornelio Frontone orìginem 
duxìsse, vel hoc saltem illam, ejasve adsentatores jactasse, patet 
ex Sidonio Apollinari^), qai Leonia atavum vocat Frontonem. 
Consulendus de hoc Leone Sirmondns ^^X 


Frontonìanae eloquentiae ehftracter. 

Eloquentiae, qaa praecipae usas, Fronte noster praestan- 
tissimi oratoria famam obtinuit, cnm ejus scripta perìerint, 
nonnisi ex aliomm operibus, characterem noscere fas est E 
quibus qnam imperfectum de Frontonis eloquentia judicinm ferre 
cogamor, satis jam per se t^uique patet Quaedam tamen de 
ea generaliter pronuntiare band prohibemar. Constat igitur 
proprium in dicendo characterem habuisse Frontonem, qnem 
qui sectandum somebant^ Frontoniani adpellabantnr. «Nam de 


In vit M. Antonini Philos. 

2) In Chron. Roncag. I. 594. 

3) In Chron. ib. IL 206. 
*) Ib. 114. 

^) Ib. 80. 

6) Graev. XI, Noria IL 608. 

7) Roncagl. 147. 

«) ffist. Rom. lib. LlCXVm. 

•) Epistt vm. 3. 

'«") Ad Sidon. Apollinar., Bpistt lib. IV. ep. 22. lib. Vili. ep. 3, 
ad Ennod. vit B. Epiphan. p, 1 167. 


97 

ÌL Tullio, ìnqnit Sidonins Apollinaris ^ 8iler6 me in stjlo epi. 
stoUri meliiis paio, quem nec laliud Titùuias totum sub nomi- 
nibiifl illuBtriam foeminarum digna similitudine expressit Propter 
qnod iilum caeteri qniqae Frontonianorum, nipote consectanenm 
aemnlati; cnr veternoBum dicendi genns imitaretnr^ oratornm 
simiam nnncupavernnt^. Sane praecipuns Frontonianae elo- 
qaentiae character in eo positus erat, qnod austera et gravis 
eaaet oratio, nec florìbua abundaret, nec gratiis valde concederei; 
uade Frontoni siccum dicendi genus adscribl ait Macrobiu8^)i 
Gujas baec verba: ^Quatnor sunt, inquit Eusebius, genera 
dicendi: eopiosum, in quo Cicero dominatur: breve , in quo 
Sallostina regnai: siccum, quod Frontoni adscribitur: pingue et 
floridum, in quo Plinius Secundus quondam, et nunc, nullo 
veterum minor, noster Symmacus luxurìatur^. Frontonìanum 
dicendi genus magni factum, et in gravis orationis exemplum 
a veterìbus fuìsse dtatnm, paiet ex hoc Hieronymi^) loco: 
JDnrn eaaem juvenis, et sòlitndinis me deserta vallarent; incen- 
tiva vitiorum, ardoremque natnrae forre non poteram: quem 
eom erebris jejunìis frangerem, mena tamen cogitationibus 
ttstuabat * Ad quam edomandam, cuidam fratria qui ex Hebraeia 
erediderat, me in disciplinam dedi; ut post Quintiliani acumina, 
Qceronis invios, gravitatemque Frontonis, et lenitatem Pliniii 
alphabetnm discerem, ^t strìdentia anhelantiaque verba medi- 
turer*^. Nee minns notanda h^ec Sidonii^) verba: M^Tuarum, 
inqaam, aurium, quarum peritiae, si me decursorum ad hoc 
aevi temporum. praerogativa non obruat, nec Frontonianae 
gravitatia, ani ponderis Apulejani flumen aequiparem: cui 
Varronea, vel Aiacinus, vel Terentius, Pliaii, vel avunculns, 
Tel Secundus, compositi in praesentiarum ruaticabuntur^. A 
Frontone styli pompam veteres fuisse edoctos, paiet ex Claudiano 
Mamerio^): „Ma6vius, ati ille, et.Plautus tibi ad elegantiam, 
Caio ad gravitatem, Varrò ad peritiami Gracchus ad acrimonianii 


1) Epiatt L 1. 

>) Satnmal. lib. V. cap. 1, Tillemont Hisi. dea £mp. IL 382. 

Epist 4. ab Rustie, monaoh. 

*) Epiatt IV. 3. 

*) £p. ad Sapandum rhetorem, Baiua. Misceli. III. 27. 


•» ■» ^ ^ - •• j ■' 


98 

Chrynppus ad diflciplinam, Fronto ad pompam, Cicero ad elo- 
quentiam capessendam usai snnt''. 

XI. 

Frontonis laus. 

Satis jam ex bis, quae dixi, manifestum fit. Frontone nomen 
magna in aestimatione firìsse apnd veteres, qaornm noe tesiamo- 
niis acquiescere oportet, oratìonibus eins aetate deletis. Porro 
Orator ille, qui o xa jtQmta rwv róxB ^Poofialcov èv ralg ólxau; 
q)€QÓfisvog, inter illius aevi Romanos primas ferens fa caussis 
agendis, vocatur a XipbilinoO; qui „R^manae eloqaentiae non 
secnndam, sed alterum decus^ adpellatur a Conetantii Panegy- 
rìflte, sive ìb fiamenins ait; sive aline ^); qni, ut Cicero, Salln- 
stinft, PliniuS; in certi dicendi generis exemplnm proponebatnr; 
maxima fama dicendns est, vetusta aetate, claraisse. Nobi- 
lissimum oratorem enm vocat Entropias^), enius yerba boc 
modo graeca fecit Paeanins: AióaóxaZq) óì èxQV'^^ ^^ fpiXo- 
0O(plaq fihv jénoXXmvltp ró XaXxi]óovl<p' ^PrjtoQElaq óì, 
^EXXfivixìjg fiìv XaiQfovet ro5 nXovroQXov avyysveZ' rijg 
^haXcóp rfe ^PONTQNI rS rótre à^iatcp ^PrftoQwv, Ubi 
male legebatnr: Xe^QOPTjóa}, prò XaiQiDveT, et ro5 re aQlorw, 
prò tA xoxb aQlóxq>. Sidonins^) ad Leonem seribens: „Sn- 
spende, ait, perorandi iliud quoque celeberrimum flumen, quod 
non solum gentilitium, sed domesttcum tibì, quodque in tanm 
pectus per sncciduas aetates ab ^ atavo Frontone transfanditur^. 
Saepe se adolescentulum ad Frontonem audiendnm venisse 
dicens Aulus Gellins^), addii, nunquam ab eo discessisse, qnin 
amplum inde fructum reportasset „Adoleseentulus Romae, 
prinsquam Athenas concederem, quando erat a magistris audl- 
tìonibusque obeundis otium, ad Frontonem Comelinm visendi 
gratia pergebam, sermonibusque ejus purissimls, bonarumque 

*) In vit. Hadriani. 

s) Sirmond. I. t071 , Plin. IV. 260, Tillemont Hist dea Emp. 
IL 332, Fab. B. lat I. 616. 

>) Hist Bom. Brevìar. lib. Vm. csp. 12. 

*) Epistt. VIII. 3. 

^) Noci Att. lib. XIX. cap. 8. 


99 

docirìnarnm plenis, fniebar. Nec nnqnam faotBm est, quoties 
eim TÌdimaSy loquentemque aodivimus, quia rediremaa fere 
eoltiores doctioreaqae'^. 

Frontonis scripta quae extant 

Ai quaenam, elatus tantis laudlbuB Orator, ingenii sai monu- 
meata reliquerit, ostendent aliorum teBtimo'nia, non Frontonis 
scrìpta doeebnnt lam enim pvaestautissimi illius viri, praeter 
famam glorìamque saperstiteB, non extat nisi 

Epistola 
Soeipairì Oharisiì beneficio servata ^), itemque . libar 

De differentiia vocabnlornm 
Mq)iaB typÌB vulgatus sub nomine Corneliì Frontonis, qaem 
cam Oratore nostro eamdem esse pntat Reimar ^), suspicatusque 
enU EgnatìoB^). Idem sensisse videtnr Fabriciiis ^X Quorum 
sententìae ut subscrìbam, band parum facit Gcilii auctoritaa, 
qui Frontonem nostrum, de vocabulis disputantem, pluries in- 
trodaclt Utpote cum Pbayorinum. narrasset^), secum ad 
Frontonem concessisse: ,|ac deinde, inquit, eum ibi apud Fron- 
toDem, plerisque viris doctÌB praesentibus, sermones de eolorìbuSi 
Tocabulìsque eorum agitarentur: quod multiplez colorum facies, 
tppellationes autem incertae et exiguae forent: plura sunt, inquit 
PhaTorittUB, in senaibus oculorum, qnam in verbis vocibusque, 
eolonun discrimina^'. Elxpositisque Phavorìni sermone, et Fron- 
tonis centra eum argumentis, subjungit: „Po8tquam haec Fronte 
dixit: tum Phavorinus scientiam rerum uber«m, verborumque 
ejas elegantiam ezosculatus, absque te, inquit, uno, forsitan 
lingua profecto graeca longe anteisseL Sed tu, mi Fronte, quod 
in Tersu Homerico est, id facies: Koà vlxrjv in oqbx'^ àfKpfijr 
Qtotap idrjxag, Sed cum omnia libens andivi, quae peritissime 
dixisti: tum maxime, quod veritatem flavi coieria enarrasti: 

>) Tillemont Hist. dea Emp. II. 332. 

>) Ad Xiphil. vit. Hadriani. 

^ Ad lui. Capitolin. vit M. Antonini Pbilos. 

•) B. lat. n. 470. 

») Noct Att lib. IL cap. 26. 


7' 


100 

* 

fecistique , ut intelligerem verba Illa, ex annali XIV^ Ennii 
amoenìBsima, quae minime intelligebam : 

Verrnnt extemplo placide mare marmore flavo 
Caeruleum spumai mare con feria raie pulsnm. 
Non enim vìdebaiur caeruleum mare cum marmore flavo 
convenire. Sed cum sii iia, ui dlxisii ^ flavus color virìdi ei 
albo mìsins, pnlcberrime prorsus spumas vireniis maria, flavo 
marmore appellavìi^. Alibi Gellius ^ frequenier se adhoc im- 
puberem ad Fronionero veniiiasse praefaius, aique ex eins 
semper sermonibas valde profecisse y^VeluH, ait, fuit illa quodam 
die sermocinaiio illius, levi quidam de re, sed a laiinae tamen 
lìnguae siudro non abhorrens. Nam cum quìspiam familiaris 
ejns, bene eruditus homo, ei ium poeia illusiris, liberainm se 
esse aqnae iniercutis morbo dicerei, quod arenis caleniibas essei 
UBus: ium ìUudens Fronio, morbo quidem, inquii, cares, sed 
verbi viiio non cares. Cajus enim Caesar, ille perpetnos 
Dictaior, Cn. Pompei! socer, a quo familia ei appellaiió 
Oaesarum deinceps propagaia esi, vir ingenii praecellentis, ser- 
monis praeier alios suae aeiaiis casiissimi, in lìbris, quos ad 
Marcnm Oiceronem de analogia conscripsit, Arenas viiiose dici 
exisiimabai, quod Arena nunquam muliiindinìs numero appel- 
landa sii, sìcuii ncque Goelum, ueque Triiìcum^. Ac peipi 
totum Frontonis sermonem exponens bis verbis clansnm: „Iie 
ergo nuDc, ei quando forte erii otium, quaeriie an Quadrigam 
et Arenas digerii, e cohorte illa duntaxat aniiquiore, ve! Orato- 
rum aliquis, vel Poeiarum, idesi classicus adsiduusque aliquis 
scripior, non proKeiarius'^ Quibus subdii Gellius: „Haec quidem 
Pronto requirere nos jussii vocabula, non ea re, opinor, quod 
seripia esse in ullis veterum libris exisiimarei, sed ui nobis 
studium ieciiiandi, in quaerendis rariorìbns verbis, exercerei''. 
Sic etiam alibi ^) Fronionh dìsputaiionem referi Gellius contra 
grammaticam quemdam, de verbo Ptaeterpropter , ac alibi*) 
iterum a ' Frontone Interrogatum inquit Sulpitìum Apollinaremy 
an recie homines praeier modum statura parvos, nanos vocare 


«) Ib. Kb. XIX. cap. 8. 
*) Ib. cap. IO. 
') Ib. cap. 13. 




lOt 

saperaedisaet, maluiafietque pumiiionaB eoa dioere, cmn ita a 
veterìboB-Berìptam liossei. Sane haad minim est; homiiiem 
ideo latmae lingnae studio deditum, eijoa ejasdem linguae 
Toees atjliim exereuisse. Frontonem citant grammatioi Fulgen- 
tÌQflO ^t P, CoBBeiitiag^), praeter Sosipatnim ChariakuQ. ^iSunt 
mnltae reciproeae elocutioneS; inquit Servitts^), ut hoc loco: nuit 
multae unlus partiB utrlque guffieientes, ut tenenmr amcitUs: 
ridicnlom enìm eat si addas muttm, cum amicitiae utruuqne 
ttgnificenti sicut Fronto testatur^^ Et alibi ^: y^tìimc inier: 
Per huDc Terentius: Ihim ras eo coepi egamet irUer vias. Est 
tatem crebra Frontonis elocutio^. Ac rursus alibi ^): y^Gaierus 
genua est pilei, quod Fronto genere neutro dicit» hoc gnUerum". 
Isidoms Hispanus^): y^Carcer^ Inquit ^ est a quo pro^ibemur 
exire, et dictus career a coercendo. Hinc Fronto: „Ut pergraecari 
potiiis amoenis locis, quam coerceri carcere viderentur'^ . Nescio 
an ad Frontonem nostrum respeierit 

xm. 

Frontonis scripta deperdita. 

Cum ea Frontonis scripta, in qtdbus ejus potìssimnm in- 
genli et artis vis elucebat, studiosorum manibus miserrime 
rabUta, perierint; extremum hoc jam Oratori nostro praestemus 
o£Scium; amissa eius opera, quantum licet, recenseamus. Mentio 
tpad veteres istorum, quae sequnntur, oecurrit. 

Ad M. Aurelium Antoninum. 
Siye M. Antonini laus, quam scripsisse Frontonem colligi potest ex 
lioe loco Panegyricl Constantii, Eumenio tributi: ,4^4^® Fronto, 
Romanae eloquentiae non secundum, sed alterum decus, quum belli 
iiìBrìtannia confecti laudem Antonino principi daret,quamTÌs iile, in 
ipso urbis palatio residens, gerendi ejus mandasset auspicium, veluti 

longae nayis gubemaculis praesidentem, toties velifieationis et cor- 

■ III. • 

') Sirmond. p. 1071. uot 

*) In Arte de dnab. oratìou. part., Fab. B. iat II. 469. 484, 

^ Ad Virg. Aen. L 413, Fab. ib. I. 237. 

*) Ib. Aen. VII. 30, Fab. ib. 

>) Ib. 688, Fab. ib. 

•) Origin. XV. 2. 


102 

SUB glorìam meruisae testatns est^. Non praetereandng, hae 
occasione y egregi! oratoris Thomas ^ de Frontone nostro locus 
egregins. ^ y a apparenoe, ait ilio, qne dans le mème temps 
ce prìnce (Ilare Anrèle) ftit Ione par nn homme plus dìgne 
de Ini; c'étoit ComéUns Pronto, un des plns fameax oratenrs 
qn'll y ait en à Rome. Nons' n'avons rien de ses onvrages, 
muB Macrobe dans ses satnrnales, Ansone dans son panégy- 
riqne, S. Jerome et Sidoine ApolUnaire dans leurs lettres, en 
parlent avec la plns grande estìme. Ce qni pronve- qn'il n'étoit 
pas mediocre, c*est qn'il avoit nn genre d'éloquence à lui, 
et que, comme Ics peintres célèbres, il fit une école. Geux 
des Romains qui jugeoint au lieu d'écrire, et se contentoient 
d'appréi^ier les talens sans en avoir, en classant leurs oratenrs, 
cltoient Cicéron pour l'abondance, Saluste pour la précislon, 
Pline* pour Fagrément, Fronte pour une eertaine gravite austère. 
Antonin le choisit pour donnea des legons à Marc-Aurèle; et 
Marc- Anrèle sur le tróne, lui fit élever une statue. De plus 
il le nomma consul. Ainsi il eut tous les honneurs, qui sup- 
posent et augmentent la réputation. Nous n'avons qu'une senle 
pfarase de pon panegyrique; elle nous a été conservée dans 
un autM ouvrage de ce genre prononcé cent cinquante ans 
apréSi On doit estimer Torateur qui Iona un grand homme; 
mais on sonhaiteroit que ce grand homme n'eùt pas souffert 
qn'on le louàt de son vivant^. 

Centra Chrìstianos. 
Sive oratìo^) Minucio^) memorata, in qua Christianornm 
convivinm reprehenderat Fronto noster, modo ad alium Fron- 
tonem non respexerit liinuoius. Notandum etiam, potuisse 
Frontonem obiter in oratione aliqua de ilio argumento edisserere. 
Minneii verba addaxi supra^). 

Quaestiones Convivales. 
Seu opus, hoc, vel simili titulo praeditum, in quo de con- 
vivalibus problematis egerat Fronto. Patet ex Jeanne Sarìs- 


*) Essai sur les Eloges chap. 16. to.* I. p. 206. 
<) Tillemont Hist des Emp. IL 332. 
s) In OcUvio. 
*)§IL 


103 

berìenffl Oi <1^ Frontonem addii aBctoribua Macrobio ^) memoratis 
hoc loco a Ioanne ipso repetito: ^Qaaestiones convivales pro- 
poiuB, vel ipge dÌBSolvas. Quod genua veterea ita ladierum 
non putarunt, nt et Aristoteles de ipais aliqoa conacripserity et 
PlntarchuBy et vester ApalejaB^)'^ 

In Pelopem. 
ExeeilenB oratio, c^jna meminit SidoninB^Ì Jiia verbia: 
,fL Pronto cum reliquia orationibua emineret, in Pelopem ae 
albi praetulit^ Ita Sidonii editio Sirmondiana. Alibi vero habetnr 
„cam reliquia oratoribua emineret''^), quod magia probo. Ait 
enjm Sidonina^ nt pnto, Frontonem caeteria jam oratoribua 
praeatantem, oratione in Pelopem ae ipaum anperaaae. Sic 
antea dixerat: ^. Tulliua in actionibua eaeteria caeteroa, prò 
A. Clnentio ipae ae vìcit'^. 

Pro Ptolomaeenaibua. 
Oratio Soaipatro Chariaìo^) memorata. Ab eodem Soaipatro 
citatur Pronto, aecundo, et quinto aermone, aive incerti operia 
libro ^. Adlegatur ab Aeliano ^) opua n^QÌ xfiq xad-^ ^'O/itjqop 
raxTix^g, de Homerica Taciice, ^QÓvrtovi vjtaxtxò dvÓQÌ, 
a FnnUane viro consulari, conacriptum; aed Frontinum aub eo 
nomine intelligendum autumant viri docti^). 


*) Policrat. lib. Vili. cap. ip. 

«) Satumal. lib. VII. cap. 3. 

*) Sirmond. I. 1 1 10. not. b. 

«) Epiatt Vili. 10, Tillemont Hiat dea £mp. II. 332. 

») Tiraboschi Sidon. £p. 

") Inat grammat. 

^ Fabriciua B. lat. II. 484. 

*) Tacile, cap. t , Fab. ib. I. 585. not 

•) Fabriciua B. gr. I. 340, B. lat L 585. 


rv. 

De Vita et Scriptis 

Hermogenis 

Oommentarìus. 


I. 

Hermogenis pttria et nomina. 


Bermogeni Rhetori, qui litterariae fortunae pila jure optimo 
nancaparetur^ quaenam spatria fuerit haud in controversia positum 
est Tarsensem eum fuisse diberte inqait SuidasO* Stephanus 
Byiantinns, dum de Tarso loquitur^), Hermogenem memorat, ac 
tlibi quoque Tarsensem eum vocat^). '0 TaQOsvg ^EQfioyévijg, 
Hermogenes Tarsensis, memoratur ab auctore Compendii Rhe- 
toricì, Gwoj€TiXfjg xaQaóóoecog rijg ^PtjTOQix^g , quod, sub 
Matthaei Camariotae nomine, vulgavit Hoeschelius^). A Nicephoro 
etiam^) Tarsensis vocatur Hermogenes. Interdum sine ulla 
patriae indicatione in veterum scriptis occurrit Hermogenis no- 
men. *0 ^Ptjtcoq, Rheior, ab Hesychio Milesio ^) dicitur Hermo- 
genes ipse. Ab ejus Scholiaste hìc auctor modo o xsxvoyQafpog, 
modo ó xtxvixòg adpellatur ^). Hermogenes noster, teste Snida ^)y 
cognomento dictus fuit SvCxfiQ, seu rasor, cujus nominis origo 
qnae sii leviter dizerim. Forte, ut suspicatur Fabricius^), ita 
vocatus fuit Hermogenes «quod doceret dictionem scalpello quasi 
deradere" Huc facit ìUud Synesìi*^): xò Xégtv xadijQaL 
tf, Tuà ajcoOfiiXsvoai, dictionem expurgare et scalpro deradere; 
itemque illud ejusdem auctoris^O-* ^'v« l^h ^^vvag vjtóùxco xolq 

*J Lex. art 'E^fAoyévTig, Fab. B. gr. iX. 712. 

*) De gent art TaQOÒg, Fab. ìb. IH. 69. 

») Ib. art kgavol, Fab. ib. 

*) Fab. B. gr. IV. 475. 

*) Sehol. ad S3nies. de Insomn. p. 426. A. 

^ De virìs doctrina claris, art "^EQfioyévriq. 

^ Fab. B. gr. IV. 468. 

•) Lex. art "^EQiJuyyivriq, Fab. ib. IX. 712. 

•) Ib. IV. 429. 

«0 Dio etc. p. 47. C. 

") Epist tot. p. 240. D. 


108 

jtavóéxratg rotg cbtoófitXsvovOi rà òvófiata, ne illorum disqui- 
sitiorù subj'aceam, qui omnigena doctrina referti^ scalpro vaca- 
buia resecarli. 

n. 

Hermogenis majores. 

Pater Hermogenis Callippas nomine dictas fnit. Cam patria 
Tarsensia faerit noster Rhetor, verisimile yidetar ex ejns miy ori- 
bus foisse Hermogenem illum Tarsensem, qnem sastulit Domi- 
tianus. Hic quoque litteris dedìtus fuit, historiamque conscripsit, 
ut patet ex Suetonio ^), qui de Domitiano ait: ,,DÌ8cipulum Parìdis 
pantomimi, impuberem adhuc et cum maxime aegrum, quod arte 
formaque non absimilis magistro videbatur, occidit: item Her- 
mogenem Tarsensem, propter quasdam in historia figuras, librariis 
etiam, qui eam descripserant, cruci affixis^'. Similiter Spartianns^, 
nonnulloS; propter quaedam figurate dieta, damnatos a Severo 
ait: „Damnabantur autem plerique cur jocati essent, alii cur 
tacuissent, alii cur pleraque figurata dixissent, ut esset Imperator 
vere nominis sui, vere Pertinax, vere Severus". Et Suetonìus 
ipse') narrat, Vespasianum ,,amicorum libertatem, cansidìcorum 
figuras ac philosophorum contumaciam^ aequo animo tulisse. 

Hermogenis adolescentis doctrina. 

Maximam adhuc impuber gloriam adsequutus est Hermogenes 
noster; cum, annos vix quindecim natus, ab imperatore M. Aurelio 
Antonino auditus fuerit, ut tradit Suidas^), qui eum, ingenii 
nbertate ac solertia, communes aetatis vires longe ait superasse. 
Imperatorem adloquens, gloriosum illud effatum protulisse per 
hibetur^): lóov coi, BaCiXsv, ^PtjtfDQ jtaióayay/ov ósófievog, 
^PfftcoQ rXixlav nBQiiiévcov. Ecce iibij Imperator, Rheiorem 

Vit XII. Caes., in vit. T. FI. Domitìanì cap. 10. 

*) In vit. Severi cap. 14. 

') In vit T. FI. Vespas. cap. 13. 

*) Lex. art 'EQfjLOYèvtj?, Fab. B. gr. IX. 712. 

») Philostrat in vit Hermog., Fab. ib. lY. 428. not 


109 

poedagogo indigeiUetn^ Oratorem annos expectantem. Imperator 
dicentem Hermogenem admìratus est, ac munerìbus mnctavit, tit 
in Philostrato legìtniiB 0* Cum duodeviginti circìter annomni 
esset aetate, riyvrp^ ^r/toQtx'^v, artem rheioricam, gcrìpsit Her- 
m(^eneB, teste Suida*): Ìttj ài ysyovcòg jrsQÌ oxrcoxalóbxa 
jQÌaf^i réxtnjv (xìjtoqixtjv {^v fiera x^^Q^^ ?;fOV<J£j^ ajtavxirq) 
xh^ì ùvàóBCDV, fiipXlov h\ Annos naltis circìter duodeviginU 
scribit artem rhetoricam (quatn omnes prae manibus habent) 
de statUms librum nmtm. Idem ait graecDS Auctor vitae Her- 
mogenis, quam, e codice Barocciano desumptam, vnlgavìt Olea- 
rìnfl^. At ApostoliuB^) tradit, Hermogenem, anno aetatis quinto- 
decimo, Rhetoricam scriberc adgressnm esse. Annos natns 
TÌgint! Bcrìpsit Hermogenes lìbros 3tfQt ìófSv , de ideìs, qni 
adhnc extant, perinde ac liber de statibns^). 

IV. 

Hemiogenis discipuli. 

Hermogenem anditum fuÌBse a Mnsonio philosopho, testatar 
SuidiB^), Ex temporis autem ratìone constat, eum Bine errore 
respicere non potuisse ad celebrem illnm Musoninm philosophum 
Btoienm sub Vespasiano clarnm, de qno Suidas ìpse'') et Pbilo- 
Btntns^), Tacitasi), PUnins jnnior^<>), Themiatìns^i), Xipbilinnsi^), 
Zonaras'^) aliiqne. Antiquior hic Musonìns Hermogene, recentior 
vero, nt videtur, stoicus ille Maaonins, quem Longinns memorata 

Ib., TillemoiU Hiat. des £mp. II. 411, Gronov. X. 42. C. 

*) Lex. art 'EQfioyivrig, Fab. B. gr. IV. 429. 

3) Ad Philostr. yit Sophist vit. Hermog., Fab. ib 428. not. (b). 

*) CoUect, Proverb. Centnr. Vili. proy. 36, Fab. ib. IH. 391. 

') Fab. ib. IV. 428. 

•) Lex. art. ^'EQfioyivtjg, Fab. ib. IX. 712. 

'') Ib. art, Mòva(òvioq xan., Fab. ib. IV. 428. 

•) In vit. Apollon. Tyan. lib. IV. cap. 35. 36, lib. V.' cap. lU, 
lib. Vn. cap. 16. 

•0 Annal. Mb. XIV. cap. 59, lib. XV. cap. 71, Histor. lib. IH. 
cap. 81, lib. IV. cap. 10. 40. 

») Epistt IH. 11. 

") Orat. 6. 7. 13, Fab. B. gr. Vili. 23. 

") In vit. Neronis et Vespasiani. 

") AnnaL XI. 17. 


110 

apad PophyrinmO* Hinc, nisi falgus, Snida» respexìt forte ad 
Masonium illum, cujus mentio apud Arìstidem in OrationlbuB 
Sacrìs ^). Sed longe Insigniorem alinm illastrioremqne discipnlnm 
qnodammodo Hennogenem habnisae, IL Anreliam Antoninam Im- 
peratorem maximum, docèt, praeter Suidam^), Xiphilinus ^), qui 
de Imperatore ipso ait: Xéyhxai yàg, xal avroxQccvcnQ cìv, fifj 
alóetcd-cu, fifjdh oxvstv ig óióaoxàXov tpoirav, àXlà x(ù 
2!é§t(p jtQooUpai TÒ ex Boiartóv q>iXooóq>q>, xal ig dxQoaoiv 
rmv QfjTOQixòv ^EPMOFENOYJS Xòymv (li) òxvffiat xaga- 
YBvéod-at jtQOCtxeiTO óe rotg ex xijq ozoàg fidXtOra óòyfiaGiv, 
Ferunt eum etiam, cutn Imperator esset, nec pudmsse, nec 
piguisse ad magistri aedes venire, sed et Sexium Boeotum 
philosophvm frequentasse, et ad rhetoricos Hermogenis semwties 
audiendos adcedere haud grave kabulsse: stoicis vero potissimum 
doctrinis adhaesit. Zonaras^) inquit simiiiter: ^v (lìv yàg o 
Mdgxog xal àod-evrjg rò oaQxlov èoxóXace oh xal Xóyoiq 
ovTa}g, Sete xal Avtoxqotcoq yevóf/evog ovx ^óetro ig ói- 
óaoxàXov q)OiTàv, dXXà xal St^^rco ovv£^iXóoo<p€i ró Boianm, 
x€à ^EPMOFENEl t<5 ^PfftOQt jtQOOa>filX7ì0e, fiàXXov 61 opte- 
xoulxo tóv Sxoaitxóv, Erai enim Marcus et corpore debiiis, 
et adeo Utteris deditus, ut Imperator etiam factus praecepioris 
aedes adire haud vereretur, sed cum Sexio Boeoto philosophiae 
operam darei, aique Hermogenem rheiorem cowccvdret: magis 
vero Stoicis triimebat. 

T. 

Hermogenis ingenìi defectio «jusque mors. 

Quinto jam lustro fere peracto, miserrime Hermogenes in- 
genio defecit, adeoque dicendi facultatem amisit, ut, nullo ad- 
parente corporis morbo , nuUaque manifesta de caussa, alias 
prorsus videretur ab ilio, qui antea fuerat^ doctìsaimo viro. Inde 
dietum." 


*) Prooem. ad op. de fine, ap. Porpbyr. de vit Plotin. et ord. 
libror. ejus, cap. 20. 

*) Fab. B. gr. IV. 403. 428. 

>) Lex. art "^EQ/jioyévri^, Fab. ib. IX. 712. 

«) In vìt M. Antonini Philos. 

») Annal. XII.^2. 


Ili 

EQiioyévfjq Iv xaiùì /ikv yéQiov, èv oh yéQOvùi xatq. 
Herwiogenes in pueris quidem senexj m senUms vero ptier. 
Qnem Antioclii sophiatae effatam memorat Suìdas^), et Achilles 
StatioA^ Uli sìmilem notat Atteji GapitoniSy qnod refert Saeto- 
mns^: ,^uiic Capito Attejus jnrÌBConBiiltaB, inter grammaticos 
rìietorem, Inter rhetores grammaticnni fuÌBse ait^. De Antìocho 
ilio Bophigia Philostratas ^), XlphilìnaB ^)y Suidas^), Phrynicns ''), 
SeholiaateB Hermogenls ^) , forte etiam Inlius PoUa^®). Yitam 
longe protraxit Hermogenes, atqne ad extremam peryenit eene- 
ctntem, sed nonsìai, at dìntiua contemneretur ab iis, quibas olim 
in admìratione maxima fnerat. Mortuo^ corpus disBectam fuit, 
repertnmqae eor pilla obaìtnm, et commanem magnitudinem valde 
exeedens. Rem tradit Hesy china MilesiaB^^), cajnB haec verba: 
'EQfioyévfiq o qrjfzoQ ttXhvrriOaq dvsrinjdTj, xal svqì^ fj 
xoQÓla avTùv rexQixcofitvi], xal reo fityéd-si xoXv ttjq dvd-Qco- 
xdaq g>v0sa)g vjieQ^Xkovoa, Hermogenes rketor posi obittm 
dUsectus /uit, et c&r eius pilosum repertum est, muitoque majus 
qutm id , quod feri humana natura. Hoc ipsnm , iìsdem fere 
verbiB, refert Snidasi *). 

VI. 

Hermogenis fama. 

Quanta garians fama fuerit Hermogenes^ liceat colligere ex 
magno illomm numero ^ qui ejus scripta commentariis illnstra- 
▼ernnt, de quibus postea dìcam. Libanium, rhetorem celebra- 
tÌBsimum, ex rhetoricis problematis, ab Hermogene maxime adhi- 
bitÌB, plurima sampsisse inquit Nicephorua *^), qui ita Bcribit: 

») Lex. art. "^EQfioyivrj^, Fab. B. gr. IX. 712. 

*) Ad Sneton. de illuBtr. Gramm. cap. 10. 

') Uè illuatr. Uramm. 

*) In vit- Antiochi, Fab. B. gr. IV. 50, IX. 266. 

') In vit Antonini Caracall., Fab. ib. IX. 266. 

') Lex. art. UvtIoxoq aizònoXoq, Fab. ib. 

7) De TOC Ati, Fab. Ib. IV. 525, Meur. B. gr. 

•) Fab. ib. 463. 

•) Onomaat. lib. VII, Fab. ib. 492. IX. 266, Meur. B. gr. 

^) De vìris doctrina ciarla art ^EQfiayévtiq. 

") Lex. art. ^E^fioyivtig, Fab. B. gr. IX. 712, Meur. ad Heaych.' 

") Schol. ad Synea. de iuBomn. p. 426. A. 


112 

Toiavra jtQofiXrjpLaTa noXXà XQOrtd-éaóiv ol QtjroQsg dXÀìjXoig 
yvfivaclag ivexa, xaì /làXiara jtavtwv ^EPMOPENHJE o 
TaQOevg, o)V rà jtXslOta óiaófx^fisvog oAlBANIOl! ifislera, 
T^v olfjv vytód-eoiv slq iirpcoq ixrelvcov^ xaì xXarraìv xai móxsQ 
axiaiicc][Sv, xaì aya^rt^ófievog ovtaìg. Multa hu/uscemodi pro- 
blemafa, exercitationis cmasa, Rhetares sibi imrìcem propanunt, 
et praecipue Hermogenes Tarsensis, ex quibus plurima sumens 
Libanius, ingenium exercuit, argumentum totum ad prolixitatefn 
extendens, et quasi in umbra pugnam, istoque modo cantendens. 
loaniies Tzetzes % postqaam rbetorìcam artem noscere juBsit: 
^PrjftoQtMfjV pkv ylvoHfxs xr^v óixt/yÓqwv téxvrp?, 
Rhetoricam quidem nosce causidicarum artem; 
Hermogenifl acrìpta statìm laudai Mentìo HermogeDÌa etiam 
apud Theodnlnm, givo Thomara Magistrnm^), et Luciani Sebo- 
liastem^), cujuB baec verba: vjiéQ^eùig rov eh ovriva aXXov 
x€uqÒv, iva jcBQixaXXij ròr Xóyov xoi^óij, òg iv rm si xcà 
olà pTjóhv aXXo, ^Oxórav ol ^PtjroQeg si xaì pfj ót h^ cuLXo 
vxegB'évTeg shioìOiv, elri xgtj ^EPMOPENEI xiarsvEiv. De 
Hermogene agìt Eudocia Augusta Capite 383. Yiolarii sui 
manuBcriptì. 

TIL 

Hermogenis acripta quae extant 

Plura sane ingenii sui monumenta^ ingenio ipso diuturniora, 
reliquit Hermogenes, e quibus quae ad nos perrenerunt, ac typis 
vulgata fernntur, bic ordine rccensebo. Sunt igitur: 
Ttxvri ^PrfTOQixri óiaiQerix^ jtsQÌ araaeofV. 
Ars Rhetorica partitoria de statibus, 
Sive de statuum et quaestionum oratoriarum partitìone in 
quatuordecim genera liber, quein Hermogenis Scholiastes inquit 
alii Hermogeni perperam fuisse tributum *). Memoratnr Hermo- 
genis Rbetorica a Stepbano Byzantino^), Suida^), Apostolio'^) et 

Chiliad. VI, Fab. B. gr. IV. 429. 

') Voc. Alt. Eelog. art. n^fiolif, Fab. ib. 531. 

') Ad Dissert. cum Hesiodo. 

*) Fab. B. gr. IV. 468. 

>) De gent. art Ta^òq. 

•) Lex. art ^EQfioyivfig. 

'') Collect Proverb. oentar. Vili. pror. 36. 


113 

Ànefore vitae Hermogeais ab Oleario editae ^). Ejus opus jrsQÌ 
(naaeoìv, de staiibus, landat item Snidas'^) et Tssetzes^X 4^^ ^^ 
Hermogenìs Berìptis aìt^): 
Ami] oh (^g>iùrevovca ^Pìjroj^ixijg tj ^l^Xag 
IliVTa^i^log vxàqxBi féhv, elg nèvre óiaiQstrcu, 
Eiq re rà xQOYVfivaùfiora, 2TASEIS te, xal rag evQéaeig, 
*ISiaq, xaì XQog /lé&odov ÓBivórrjXoq ovv ravroig. 
Ex quo loco, at etiam ex illìs Suìdae verbia, qnae snpra 
retali ^)y colligi potest, omnia Hermogenis scripta rhetorica, quae 
memorai Tzetzes; vocibus Tsxvfj QfiroQixq, ars rheiorica, signi- 
ficata fnisse; qaamvis potuerìt etiam Suidas vocibtts réxvtjv 
QflTOQix^v, artem rheioricam, et xbqì (SX€US€(ov, de statibtcs, 
unum opns indicasse, parenthesi inclnsis verbis illis, qnae inter- 
jecta reperìuntnr, ut conjicit Fabricius^). Species statnnm ab 
Hennogene distinctas memorai anctor Compendii Rhetorici 
Mitthaeo Cama]:ioiae tributi "0. ^0 róv ózàoecov è^fjyriT^g, 
staham enarrator, Hermogenes scilicet, laudatur al) Eustathio ^), 
qui pluries Hermogenem citai in commeniarììa ad Homerum^). 

nBQì EvQéóBcov ^t^xi <r. 

De nwentioniìms Libri IV. 
Ad TCQoxiiytùv, praestantissimum, ÌL lulium. Memorantur a 
Ioanne Tzetze ^^) 

IleQÌ lÓBcnf pi^Xla ^. 

De ideis libri IL 

Ubi de formis oratoriis et characteribus cigusvis dicendi 

generis loquitnr Hermogenes. Laudaniur hi libri a Snida ^^) et 

lotnne Tzetze^^)^ Hermogenes, et ol xsqì ^IAEAS Xòyov 


») Pab. B. gr. IV. 428. 

^ Lex. art "^EQptoyiviiq. 

^ Ghiliad. XL 198, Fab. B. gr. X. 262. 

«) Ib. VI, Fab. ib. IV. 429. 

*)§ni. 

•) B. gr. IV. 429. 

Fab. ib. 476. 

•) Fab. ib. 429. 

•) Fab. ib. I. 318. 

»>) Ghiliad. XL 207. 264, Fab. ib. X. 262. 

") Lex. art E^fioyévtjg/ Fab. ib. IX. 712. 

») Ghiliad. XI. 315, Fab. ib. X. 262. 

8 


114 

ysyQOfp&tBq cìtantur a loanae PhlloponoO* Hermogenes h 
zatq Idécug, in ideis, citatur ab auctore Compendii Rhetoiici sab 
Camarìotae nomine editi Ibi adlegator etiam Hermogenls ì^iai 
hnrà, ideae septem. 

IIsQÌ (le&óóov óeivÓTfiroq. 

De graoitaUs methodo, 

LibelIuB a Ioanne Tzetze^) memoratns. Hunc haud perfe* 

cifise Hermogenea dicitnr in Rhetoricae Compendio Mattìiaeo 

Camarìotae tributo. 

Yin. 

Hermogenls ecripta deperdita. 

Quae ab Hermogene Bcripta Bupersant, non omnia vero, 
qnae scripsit HermogeneB enumeravi. Interciderant enim eiua: 

nQOYv/ivdcfuxra c^. 
Progymnasmata XII,, 
Ab Joanne Tzetze^) memorata, qui rhetorica Hermogenis 
Bcripta recenBenSy Progymnasmata primnm nominata). Haec 
ipsa memorat etiam auctor Compendii Rhetorici, sive ìb Ca- 
mariota sit, Bive alius^). Extat Frisciani, latini grammatici, 
libelluB de Rhetoricae praeexercitamentis, quibuB graecom prò- 
gymnaBmatum nomen respondet, ex Hermogene tranBlatis. Ibi 
agitur 1. de Narratione, 2. de Usu, 3. de Sententia, 4. de 
Operatone, 5. de Refutatione, 6. de Loco communi, 7. de 
Laude, 8. de Comparatione, 9. de Allocutione, 10. de Descri- 
ptione, 11. de PoBitione, 12. de Legìs latione. Haee autem 
praeexercitamenta, ex Hermogene petita quidem putari possunt, 
non vero ad verbum translata; citantur enim in eo libello 
HoratiuB*), VirgiliuB ''j , SalluBtiuB ^) , Cicero^); id quod latìnnm 
anctorem manifeste indicai 


>) Ad Arìstot de anima, Fab. ib. IX. 611. 
>) Chiliad. YUI. 103, XI. 305. 355, Fab. ib. X. 262. 
») Ib. XI. 117, Fab. ib. 
*) Ib. VI. 

») Fab. B. gr. IV. 431.-476. 

^) Prìscìanus, de praeexercitament rhetoriOi ex Hermog. transUt, 
in Prooem. 

^) Ib. cap. 3. 10. •) Ib. eap. 4. •) Ib. eap. 9. 


115 

OsQÌ XQOOlflloV. 

De Prooemio, 
Opu Maroellino^) memoratam, cajuB jam tempore non 
amplins supererai , nt patet ex eins verbis: CvrjfyQanfia èùriv 
'EQfioyévovg x€qì xQooifilov, o svifijTai fiiv ìv ralg àvayQa- 
foXq, ov q>éQBTai oh. Est Hermogems scriptum de Prooemio, 
^uùd m cataiogis quidem reperitur, haud vero fertur. 

IIbqI xolXfjg SvQlaq fit^Xla ff. 
De coele Syria libri IL 
Q11O0 nostri qaidem Hermogenìs scrìptis Soidas^) adeensel^ 
rectiiis Tero, ni fallor, trìbaemus Hermogeni iiU| oi^jns mentìo 
in libro xsqì xatafuioiv , de ftummbus, sub Plntarohi nomine 
vulgato: fiéfivìjrai oh rovzcov dxQifiiorsQav Skoód-évti^ o 
Evióioq, xoQ ov Tfjv vxó^saiv BÌXrfptv ^EQfioyMiq, Ista 
aàcuratius memarat Sosthenes Onidius, a quo argumentum sumpsit 
Bermoffenes. Hnie ipsi Hermogeni tribnendnm censeo serìptnm 
xiQÌ f^ylaq, de Phrygia, ab Apolionii Scholiaste') landatam, 
qaamTìs Fabrieins^), ejns anetorem eomdem saspieetar eam 
Hennogene historìco^ qnem eitat loBephnB^)^ et qni neselo an 
eoBftmdendns cnm Hermogene ilio Geographo^ ut videtar, in libro 
de flaminibns memorato. Oaetemm FabrìeiuB ipse^) Ubros xeQÌ 
xolhjg JBvQlaq, de coele Syria, Hermogeni illi Tarsensi historioo 
trìbnendos snspicatnr, qnem Domitianns interemit| ut enpra 
diri'). 

IX. 

Utrum ex Apsine et Minuciano in scrlbendo 
profecerit Hermegenet. 

ApsineSy rbetor et sophista, Oadarenns fnit^ testibns Tsetie ^) 
et Snida*), aeqnalis Majoris sophistae, de qno Snidas ipse^^), 

Ad Herinog. de Statibus, Fab. B. gr. IV. 432. 

*) Lez. vrt "EQfiOYévfig, Fab. ib. 431, IX. 712. 

») Ad Argonant. II. 724, Fab. ib. IV. 433. *) Ib. 

^ Centra Apion. Ub. I, Fab. ib. 

•) Ib. 431. 'ì § IL 

•) Chìliad. Vin. 696, Fab. B. gr. IV. 459. 

*) Lez. art kìplvìi^ FaóaQevq, Fab. ib. 

^ì Ib. art MatL$Q, Fab. ib. 


U6 


spnd Ensehium^) et Scholitgtea HermogeniB *), magì- 

^^^^o' ni flopWsÉae^) et PhiloBtrati amicuB, ut e Phiolostrato 

f ^'^j ^^^ Huo facit I0CU8 Saidae^), qui sequitur: ^òìnanf, 

^0fpfòg, 'Pn^<^i yayovÒQ i^i JS^w/pot) ror BadXéixx; Iv 

'IkÓMV ' ^^ ^^ k^vaiq àvxtxalÓBVùB ^iXoCrQoxcp ró ycQGmp^ 

xàl ji^^^ ^^ FaSoQ^l, Franto, Emisenus, Rhetar, qm Romae 

vixit sub Severo imperaiare: Athenis vero demuhis futi Philo- 

strato primo et Apsini Gadareno. Apsinìs mentio apud Ul- 

pianum®) et Hermogenis Scholiastem, qui, praeter ejus réx^riv 

;r«(»l XQOOifilojv, xcà xIàìtsow Fabricio'') memoratami Uudat 

etìam ApaiuiB xbqì top {ibqóv xov Xoyov zéxvijv, artem de 

partibus oroUionis^ìy aitque ab Apsine et Aspasio indignum 

habitum fnie&e Demosthenem, ut xQaxvrfjrói^ re, xcà ó^oógó- 

Tfjtog àiioiQOv, vigoris et impetus experiem. Apsine reoentior 

aliquantulum fuit Mioacìanus, patrem euim habuit Nicagoram, 

qui eum Miyore Sophista, Apainig aeqoali; interfnit conviviO| de 

quo Porphyritts apud £uaebiuiii ^). Suidas^®) de Minuoiano ait: 

Mivovxiavòq, NixayÓQOv rov ooq>cOTOv, kd^jvidoa ùwptCx^^, 

y&/Qvòq, hd FaXifjVitv' réx^riv QfixoQixipf, xal jtQoyvfiva- 

Ofiota xal Xayovg óiaq>6Qovg, Mtmcianus, Mcagorae sopMstae 

filhis, Mheniensis eophista, qui sub Gallieno vixit: scripsil 

artem rhetoricam, progymnasmata et orationes varias. Minu- 

cianum, praeter Suidam alioaque, memorant Photius^O ^^ Taetaea^^). 

Discipulus Minuciani fuit Genethlius, teste Suida ^^\ cujus verba 

eo libentius proferam, quod Genetblius, post plura edita scriptay 

juvenis occidity imitatus quodammodo Hennogenis nostri prae- 


*) De Philol. auditn ap. Eiiaab. Praep. Evang. lib. X. cap. 3. 

«) Schard. 13, Fab. B. gr. IV. 470. 

>> Suidas Lex. art. FaÌMPÒg, Fab. ib. 459. 

«) Vit. Sophistar. lib. IL in fine, Fab. ib. 

^} Lez. art ^^vxotv, Fab. ib. IX. 704. 823. 

*) In Demosth. orat. centra Leptin., Fab. ib. IV. 460. 

') Ib. 

•) Fab. ib. 463. 

*) De Philol. auditn ap. Enseb. Praep. Evang. )ib. X. cap. 3. 

»«) Lei. art Mivovxiavoq, Fab. B. gr. IV. 247. 

>*) Bibl. cod. 243, Fab. ib. 461. 

«) Chilùid. VI. 793, XII. 570, Fab. ib. 460. 

») Lex. art revé^Xioq, Fab. ib. IX. 705, Meur. VII. 229. B. 


117 

matarnm Bcrlbendi stadium. rsvéd-Xiogj ita Snidas, Fsved-Xlcv, 
UalatOTZvoq, ex IUtqwv, ùv^iór^g, /la&tirfjg MÌNOT- 
KIANOYj Tcal ÀyoTcritov aprixaiÓBvaag xccrà rag k&fjpag 
KaXjUvlxcp t£ óiaóTJfiq) * ós^iòg tfjv qròùvp, xaì oXtjV peXétijp 
axofonffuvaev èv a. axQoàóeL. Talevra Sh véog èrciv xff, . 
'B/Qcnpe óe XaXiàc fjroi óiaXé^sig, Tcal fieXérag, (èp èovìv ò 
UxoXig sa^sròv cbtoxfj^vrcaw fiera tfiP rwv Stf^mv oettva- 
ùxttKpfpf' jtQOJtsfiXTixòv TtQÒg tùvg eatrrov hralQùvg AtaóW" 
XW, Tcal jtóxXfixuiófjP * xoPffyvQixai^. GenethHus, Genethiii 
filius, Palaestinus, ex Peiris, sopkista, Mnuoiani et AgapéH 
discipuìus, Athenis aemultts Càilmici iUmtrit: natura fuit de- 
xler, oc declamationem iotam semel audilam memoria retmuit, 
Obiitjuoems amws natus octo et viginti, Scripsit adloquutianes, 
swe dissertationes, declamationesque, in quiìms est: Eocvì semet- 
ipsum praecone vendens post Thebarvm et^ersianem: Propem- 
pticum ad sodales suos, Diaduchum et Asclepiadem: Orationes 
Panegyricas. De hoc Genethiio Hesychìus Milesias ^): revé- 
d^liog o IlaXaiórtvog Iv dxQodósi fiià (léXérriv oXrjv àjtefivtj' 
jiovevcev: ideai: GenethVms PalaestinKs declamationem semel 
auditam memoria recoluit. Male, Hesychii interpres, HadrianuB 
Innius: GenethHus Palaestinus in unica orallone totum philo- 
sophiae studium absolvit, Sed ut ad rem reverfar, auctor 
Compendii Bhetorici Camariotae tributi, ex Apsine et Minuciano 
pleraqne Hermogenem in scripta sua transtulisse dicit^. Contra 
Sehollastes Hermogenis, auctorem istum a Minuciano dissentire 
notai, ac modo Hermogenem inquit contra Minuciannm insurgere 
oXcog ó\ xovro rsd-eixev ^EQ(ioyév7ig Jtgòg Mivovxiavòv Ijti- 
(Stapsvog, et JtQog Mivovxtavòv q^iXovtlxtog iózarai; modo 
enm frustra cnm Minuciano contendere scrìbit fiaxTjv ìqsóxbXsI 
XQÒg Mivovxiavòp èviórdfisvog^), Sed quidquid sit^ certe 
Àpsine et Minuciano antiquior fuit Hermogenes, qni M. Aurelio 
Antonino imperante vixii ApsineB emm^ teste Snida ^)yaequali8 
fiut, ut dixi Majorifi sophistae, qui sub Philippe vitatai egii; 


De rirìB doctr. dar. art Tevi^Xiaq. 
>) Fab. B. gr. IV. 430. 431. 458. 460. 476. 
») Fab. ib. 471. 
*) Lez. art Mat<»Q, Fab. ib. DL 733. 


118 

itemqae Gajani praeceptor, qui sub Maximino vizit et Gorduuio ^)* 
Praetereà Suidas') diserte teatatur, Aptinem Àthenis doeniase, 
imperante Maximino^ èooq>lùtBvùev X&ijvyCi fiactlèvoinrog 
Ma^ifilpov. MinuciaiiiiB autem Apeine junior fnit, nt saprà 
oBtendi. Neo neceaae pnto, Apeinem aliquem Minueiannmqtte 
ttitiquiorea anpponere^), cnm satius sit dicere ^ negligentem 
Compendii Rhetoriei ancterem, negligentesque ScholiastaB, nnllam 
habniase aetaiia rationem, ac Hermogenem Apaine et Minnciaiio 
perperam pntaaae recentiorem. Sane, ai in Minnciannm eommen- 
taria scripsiBient Hermogeais Scholiastae^ honc^ ut 'existuno, 
coBtra Hermogenem diBceptaaae dixisaent 


I. 

Seholiastao Hermogenis eMi. 

Poat vitam Hermogenia expositam recensitaqne Bcripta, 
▼eterea illoa, qui ad Hermogenem illastrandnm acripta ulìa 
edidemnt^ memorare band abs re puto, immo ad rem cnmprìmia 
facere existimo. Quidam ex Hermogenis Scholiastis typia 
habentur vulgati , in quibua est Syrianus, idem^ ut cenaet 
Fa1[>riciu8^)y cum Sjriano ilio philoaopho^ cujns extant Com- 
mentarii ad Ariatotelis Metaphysica latine editi, graece tantum 
manuacriptL Procium hic discipulnm habuìt ut constat tum ex 
Proclo ipso^), tum ex Snida®) et Simplicio ^)y a quo Synanus 
interdum o fiiyaq, niagnus, vocatur^); interdum 6 q>iXo6og><6' 
xaxoq, XQirixcórccTogj maxime phUosophus, maxime critictis ^); 
interdum o {lèfLCroq q>iXócog>oq, philosophus maxmus ^®). Sy- 


Snidas ib. art rmavòq, Fab. ib. 671. 
>) Ib. ari "Aìplvnq FaSaQtvq, Fab. ib. IV. 459. 
«) Fab. ib. 460. 
*) Ib. 431. not. tt, Vili. 450. 

«) Ad Platon. Timaeom lib. I. IL IH. IV. V, et ad Platon. Rem- 
pub), et Tholos., Fab. ib. VIIL 551. 

•) Lex. art ngòxkoq SvQicofòg, Fab. ib. IX. 775. 797. 
7) Ad Arìstot Phys., Fab. ib. VUL 634. 
*) Ib. et ad Aristot de ooelo, Fab. ib. 
•) Ad Aristot Gategor., Fab. ib. 643. 
») Ad Aristot de coelo, Fall. ib. 662. 


119 

( 

nanam laudani etiam Damaacias apad Pbotium^), Ammonins 
Hermeae fiUns^), Marinus^) et Sopater^), alter Hermogeaifl 
Seholiaatea editus^ quem hand dìttìagaendum putat Fabrìcìna^) 
a Sopatro ilio,, de qao Saidas ^) : JkmarQog, !4jiiaftevg 6og>iùt^qf 
ìj iulXXov !4JLeè^^^9^' èxtrofiàg jrXd&tmv' rlvBq oh xcà 
Tip bxX&yUxv tAv lóxoQiAv rovtov bIvoi q>aói. Sopater, 
topkUta Apameemis, swepotkis Akxandrwus: scripsit Ubrarum 
pharmonan epitomai: twnnuUi auiem etiam excerpta ex MstarHe 
hnijuM esse amnU De excerptis istiB consalenduB Photius^). 
Ad hiinc forte Sopatntm est Aen^fto Gaoaei epistola Dona^). 
Non coafundendna hie Sopater cnm altero Sopatro Apameenftty 
lamUici dkdipiiloy de qno Banapins^), Sosomenus ^)y Zosimas ^% 
Ioannea Lydns^^), et Soìdas^^). Nesdo ad qnem Sopatnun 
reBpexerìt Bnstathlna in Oommentarìis ad Homernm ^^\ Sopatmm 
inteidom BomÌBans. Sopater qnidem ìv r^ xe^l oQxrcnf, in 
scroto de ursis, eitatnr a Theocrìti Sehóliaste ^^). Sopatri 
iUittiy qni Hermogenem scholiis illnBtravit editae habentnr ótafé-' 
6Big ^jf^fLotcM?, quaesiUmum divisiones ^^\ Argnmenta, vxod'é-^ 
<^<^i iQ qnasdam Aiistidis orationee Sopatro tribnnnt Lambeeins 
et Neaselina. Scb<^a Sopatri in Hèrmogenem, ad ejns librum 
pertiient xtQÌ óxaOBmPj de siatibus ^'^) ^ perinde ao scbolia 


') In Yil leidori ^>. Phot ood. 242, Fab. ìb. 4M. 

') Ad Amtot d^ interpret., Fab. ib. IV. HO. 

') In vit ProcU, Fab. ib. Vili. 44Q. 

*) Fab. ib. IV. 473. 

*) Ib.*43.1. not. tt, IX. 423. 

^) Lex. Mrt. JkanxttQoq knafievQ aoipiax^q ìj fiàk., Fab. ib. 

T Bibl. cod. 161. 

^ Fab. B. gr. IV. 431. not tt- 

') Vit Sophist in Yìt Aededi, Fab. ib. 283. 
») Hist Ecd. lib. I. cap. 15. 
") fflflt Ub. n. 
^ De MenstbuB. 

") Lex. art Stonar ^q 'Anafjievq ao^iaxtjq xaì g>iXóa., Fab. B. 
gr. IX. 423. 

*«) Uiad. II, OdysB. IV. 11, Fab. ib. I, 321. 

»») Ad Idyll. I. 

") Fab. B. gr. IV. 467. 487. 

") Pab. ib. 429. 


120 

Syriani et MarcelliDÌ, qui Fabricio jiidice^)^ non alina est a 
Marcellino illo^ qui Thncydidis vitam conacrìpsit^ typia aaepins 
editam. Incertnm an graeca in Thnoydldem scholia Maieeliinum 
anctorem agnoacant^). Adlegatur MarceUinna a Saida^). £dita 
habentur etiam Scholia in Hermogenìs libroB ^égl svQécscìv, 
de mveniianibus , et stegì lóeciv, de ideis, Anonymi anetoria, 
qnem. chrìatianiim foiflae constat ex scholiia ipsis; Seholìa iiem 
Anonymi in librnm xeQÌ fie&óóov óeivórtiTog, de gratnMìs 
methoda; et fragmeata ex Anonymi Seholiis in Hennogenis 
oràoeig, staitus; tnm fragmenta, hoc ipsnm Hennogenìa opna 
ilinatranlia, Porphyrii et ^iphanii rlu9torÌB^); c^nadeni; ut pnto, 
cum Epiphanio ilio Petraeo^ Jnliani et Ulpiani diBcipnlOy Apol- 
linaria magiatro^ de quo Eanajnns^)^ Sozomenns^) et Snidaa^. 
Ad kane Epiphaninm extant Libanii epìatolae^). Eios vpawv 
etg xòv Aióvvaov, hymnuni in Bacckum, memopat Soiomenos^). 
Snidas landat Epìphanii Progymnasmata , Declamationes, De- 
marobicnm, Polemarcfaicnm, Sermonea kxiÒBixxwovq, Miscellanea 
theoremata, itemqne opus ytEQÌ xoiP(OPlac, xai éia^Qag rwv 
aràt^B€9v, de iU, quae statibìis cotnmunia sunt, Ulisgue, quibus 
status inter se differtmi^^), ubi forte HennogeniB órdóstq, status, 
obìter £piphaniiia illnstrayit, band enim conatat, eum peeaUare 
scriptam in Hermogenem edidisse. Similiter dabium mihi videtur, 
an Porphyrìus peculiari commentario Hermogenem illustrayerit, 
quod putat Fabricìus ^i). Obserrandnm yero ab Aphtonii Scho- 
liaste citari Porphyrium èv rfj slóayoyy^, in tntroductione, quae 
ad Hermogenis scripta /pertinuit, Fabricio judice ^% 


') Ib. 431. in not tt- 
«) Fab. ib. I. 872. 

3) Lex. art. inriXavae, dnoXaveiv, Fab. ib. 867. not a. DL 844. 
*) Fab. ib. IV. 42S. 430. 467. 
*) Vit Sophist., Fab. ib. VII. 4i8. 
«) Hist. £ccl. lib. VI. cap. 25. 
^) Lez. art *Em<pAyiog ovXjt., Fab. ib. IX. 698. 
«) Fab. ib. VIL 418. 
•) 1. e. 

w) Fab. ib. Vn. 418, IX. 698. 
") Ib. IV. 430. 
«) Ib. 190. 472. 


121 

XI. 

Soholiastae Hermogenis inediti. 

LambadoO et Nesaelio^) memonttar Godex OaeBarenB 
oootiiMii» SyntegBia expoBitìoiiaiii in Hermogemis Artom Bheio- 
nuBkf gentìlium qnldem, Longini, lunblichi, Syriani, Simplioii; 
elmstìanoriun vero^ loannis Siculi^ loamus Geometrae, Gregoiii 
Corìnthi MetropolitMy Iomiiiìb Doxcqpatri et Oeorgii DiaereUe. 
Hoc Syntagma extat etiam in Codice GoiBliniano, teste Moat- 
faacoB % itemqne in alio Codice, qui loannem Albertnm Fabri- 
ciam oUm dominam hàbnit^). £i praemittuntar in bisce Codicibus 
ÀBonymi cnjnsdam jam edita Prolegomena Rhetorica, qnornm 
initìiini: Ol xìp> ^ijroQm^ ii4XX0Ciii^Cavreg xéxytiP, slg óixa 
xufà xe^dXaux óulXop rà XifoXsyó^hva a»xfjq. Qui artem 
rhetaricam exwmanmt, in decem quaedam capita ejus prole^ 
gomena àivisenmt. loannis Siculi , qni in bnjns Syntagraatis 
titillo e christianis primns memoratur, eommentarium in Hermo* 
genem manaBcriptum adlegant, loca qaaedam ex eo proferentes, 
Bohnkenins ^)i Tonpius^) et Scbardam"). In eo commentario 
Uudat IoanneSy ut e citatis anctoribos patet, Àeschylnm ìv x^ 
rq$ ìlQBid^laq ÓQdfiati, in dramaie Oriihyiae, Arìstidem, 
Dionyaiam Haliearnasseam, Homernm, Longinnm, eiyns citat 
^iloXójovg, Philologes, itemqne xa, rmp ^iXoXóyiOP, librum 
XXL Philoìogorum , Menelaum poetara, Procopiom Oaoaenm et 
Soplioclem. loannis Siculi habetnr etiam Cbronicon mann- 
aeriptnm ab orbe condito nsqne ad Michaelis, filii Theophili, 
imperinm, Sylbnrgio^) memoratnm. Ad opus boc verisimiliter 
Tcspexemnt Scylitzes et CedrenuS| dnm in Historiamm snamm. 
prologis SixsXicytrjV, Siculum, qnemdam landarunt % Alterins 
loannis cognomento dicti recoiiétifijg, Geometra, bymni quidam 

*) Comment de Bibl. Vindobon. Hb. VII. 

<) CataL Bibl. Vindobon. pars IV. 

*) CatsL Bibl. CoisUnian. 

*) Fab. B. gr. IX. 586. 

*) Emendat. in Longin. de Snblim. sect. IIL p. 134. 

*) Animadversion. in Longin. fragm. Vili. p. 253. 

^ Dissert pbilolog. de vit et script Longin. § 6. 8. 10. 

*) Pnef . ad Moamet. 

*) Fab. B. gr. VL 158. 389. 


122 

et epigrammata edita habentnr. Alia ejasdem scrìpta memorat 
Fabrìcius ^). Laudatur hic loannea, ut pnto, ìa graecie Bcholiis 
ad Aphthoninm et in Compendio Rhetorico Camarìotae tributo, 
in qnibnB ille Bìmpliciter o FeoìfiéTQijg , Geometra, rocatnr. 
Poite erraase arbitror Fabrioiam, qui Geometrem proprimn 
esse' rbetorìa alìenios notnen exisiimavìt ^). Reapse in Codice 
illa insigni, qnem Francisco L Oallomm Regi dono obtnUt 
Antonins Eparchas*''), qaaedam Ioannis Geometrae contìnentnr 
snb simplici retofisx^lov, Geometra *), vel Fscofiév^ov, Geo- 
metrae ^)y nomine. De Gregorio, sive Geòrgie, Corinthi Metro- 
polita, consulendus Allacci^), a quo mannscriptus eins eómmen- 
tariiB memoratar £^^ rò jrsjpl (ud-òSóv óeiPÓrijTog^EQtioYéPOiìg, 
in ìibrum Hermogenis de methodo gramtatis, Ioannes Doto* 
pater, qui fiifTQ^xoklrffg 2A(ffiswv, Sardensh metìropoUta, 
dicitnr in titulo Syntagmatis expositionnm ad Hermogenem '0, 
idem mihi videtnr cnm ilio SicQÒBmp Rhetore, ab Aphthonii 
3choliaste et ab aoctore Gompendii Rhetoriei memorato^), 
oontra quem «cripsit o r^wfAérQrjc, Ioannes scilicet Geometra^). 
Erravit Fabricins^^ nt puto, qui Sardeonem, perinde ac Greo- 
metrem, proprium alicnjus Rhetoris nomen esse antumavii 
Revera si ita esset, quomodo anctor Compendi Rhetoriei scribere 
potnisset: xaxà rov JkxQÓeajv? nonne debnisset scribere xavà 
Tùv IkxQÓéafPoq? Recte JSoQÓeoìP scriptum erit, si snbintelli- 
gainr MtftQoxolitov,' llfetropolit€te, Georginm Diaeretem ita 
dictnm pntat Allacci ^^) ob scholia, qnae in ótal^soiv, dwisionem, 
Hermogenis scilicet, conscri^sil „Diaeretem, inqoit, dictnm 
existimo ob scholia, qnae in óialgsciv, dwisionem acrìpserat 
Habeò ex Indice mannscriptorùm librornm, in qno legitnr: 


t) Ib. VIL 716. in not 

*) Ib. IV. 483. 

3) Fab. ib. VII. 716, not X. 477. 

*) Fab. ib. X. 479. text. not(b> 

») Fab. ib. 482. 

^) De Georgiis et cor. script Diatrib. sect 72. p. 798. 

7) Fab. B. gr. X. 267. 

•) Fab. ib. IV. 472. 476. 

») Fab. ib. 476. 

««) Ib. 487. 

^*) De Georg, et cor. script Diatr. sect t5. p. 027. 


123 

4 

lìajyiov xov Móvov 2k>fpLùxov jiXs^avÓQécoq CxóXia elg r^v 
dialgsoiv, "tkiri dì, QfjtOQixòv tò ^i^Xlop, - Georgii Moni 
sophistae Alexandrini scholia in divisionem. Liber ad RhetO' 
rieam pertineL Si non fallii titnlns, et fióvov prò (lovaxov 
irrspseiit^. Memorai Db Cange^) Codicem Beglnm Paridienfiemy 
!b qHo eontìneninr scholia in Hermogenis ariem partitoriam de 
statìbnSy hoctitulo: I^xóXèa ovv Osm elg t^ ócalQsóiv, axò 
^vijg Tov ccvtùv I\(0(fYlov rov Móvov, óog>ióTov ÀXs^av- 
dffelag. SchoHa cum Deo m divisionem, ex voce ipsius Georgii 
Moni, Sophistae Aiexandriae. In scholiomìn fine haec verba 
reperìnninr, teste eodem Da Gange : èxXriQ(&d^ óvv Osò xal rj 
óialifeOiq svrvxcig Zfjfvaìvi axoXaótixS. Praeter hoB omnes, 
TwteeB etìam In Hermogenem^ vejvibns politiciS; commentarinm 
wrìpaity qnem eziare in BibKotheea Lngdnni Batayomni; inqnit 
RHhnkenhis^)^ bnno ex eo locnmproferens: 

no^QO ÓB Zafifiavoprac ([itra(poQcà) £ojctQ jcoul XoiqIXXoq, 
KaXcov Tovq Xld-ovg, yfjg òora, zovq jtoxfxfiovq yi^q (pXé^a(; * 
Qq ti)v 2tXi]V7/v, ovQavov jtàXiv AIoxqIg)v alyava' 
OvT(D yàg Xi^toiv avzalg avtòg AIoxqIcov Xiyei' 
jfMrivri tÒ xaXòv ovQavov véov alyava*', 
Tòv Xóyov IxTQaxvvovot, oxXi]qvvovOi ól jtXéov, 
'Ir fiàXXov elg ìpvxQOzrj za ovQovoi ytXaozéav ' 
Qg xal o yQaxpag za tpvxQa zavzì zóv lafi^elojv' 
„2lz6VÒv xaz ^EXXi^ojcovzov, èfdJtÓQmv x^QV^j 
Navzai d^aXaooijg èczQég)ovzo fivQiitjxtg". 
Kal jtoXXaxov óvozr/va zoiavzì Xtvei' 
,]0 d* è^sXcov Ifiavza q)OQzlov ^còvrjv 
^iQig rf* eXafiìps, xaXòv óvQavov rógor". 
Kai' 
„ni66av lip^rp^, ^v d"VQaL (ivQl^ovzai'^, 

Pro voce cLyava, qoae bla in bis versibua occarrit^ 6Ìy(»a 
leponendiuD, ni optbne Rnhnkenina ^) obsenrat 


') Ind. I, Fab. B. gr. X. 82Q. 

') Emendatìon. in Longin. de Sublim. sect. III. p. 135. 

») Ib. p. 136. 


124 

XIL 

Scholiastae Hermogenis deperditi. 

InterGÌdernat quae, ut ex Snida et HermogeiÙB SchoUaste 
dÌBcimus, in Hermogenem ipBum Metrophanes adnotaverat Me 
nander etiam rhetor, cnjns typis vnlgatae annt xbqì ysvBd'UaìV 
óvifffflóBtq et ói^lQBOtq xAv kxióeocTiKcav , in Hermogenis 
Artem commentarioB "exacripserat, teste Snida 0» ^o^ Menan- 
drnm ipsnm composuisse ait commentarios quoqne in Mìnn- 
ciani progymnasmata , et alia ^. AphthoniuDi Antiocheiinm 
sophistam, apud Snidam scripaiBBe legirnuB e^^ rtp^ ^E(ffttìyévovg 
téxvfìv jfQoyvfivaófiaTa, in Hermogenis Artem progymnasmata; 
sed notat Fabrieiua'): ^Non accurate Suidam de Aphthonio 
aophiata tradere, eum BcripsìBae progymna&m^ta in HermOgenis 
Artem. RectiuB enim dixisset, {enm in HermogenìB progymna- 
smata BcripBiBse, eaqne magiB perspicue explicasse et cxemplis 
dilucidasse^ quo ipso factum videtur, ut Bervato Aphthonii libro, 
Hermogenis iUe perierit^. Porro in Snida seorsim scribendum 
pnto: Elg rijv ^EQiioyévovg TéxPrjv' nQoyv/ivaó/iata , m Her- 
mogenis artem: Progymnasmata; adeo ut duo Aphthonii scripta 
memorentur, quorum primum perierit, alterum supcrfuerìt 
Hanc Snidae mentem fuisBe, suspicatUB est etiam FabriciuB^). 
Anctor Compendìi Rhetorici, vulgo dictus Camariota, xà fìfco- 
Qixà, inquit, XQoyvfivdóiiaxa €lg ódóexa TtsQùéóxtiCs jiqIv ò 
TccQóevg ^EQfioyévjjg , elg vOxsqov oh xavxa bIq óéxa, xal 
xécóaga jtoQB^BXBivav ò ÀmioxBvg Àfpd^óvtog. Rhetorica 
progymnasmata duodecim primum constitvÀt Tarsensis Hermo- 
genes, ea vero postea usque ad quotuordecim produxU Antìo- 
chensis Aphthonius. Hoc antenr, ut notat Fabricins % praestìtit 
AphthoniuB sejungendo quae Hermogenes in uno alteroqne 
progymnasmate conjunxerat; confirmationem scilicet et confu- 
taiionem; vìtuperationem et laudem. Adlegantur Aphthonii 
nQoyvfivàCfioxa , Progymnasmata, a Theodnlo, sive Thoma 


>) Lex. art MivavÓQoq AaoÒuc., Fab. B. gr. IX. 738. 

«) Fab. ib. IV. 459, IX, 738. 

3) Ib. IV. 431. 

«) Ib. 449. 

») Ib. 431. not.t, 449. 


125 

Magìrtro^), anctore magni Etymologici ') et Ioanne Tzetze'). 
EJQS fieXétctgy declameUianes , mémorat Photius^). Laadatnr 
etiam Apkthoniits ab Àrlstophanis Scholiaste^) et Enstathio^). 
Quaedam in ejna Progymnasmatis aliena mann inserta faisse 
Dotat graeena ejnsdem SchoUaateB^), a quo Àphthonins dicitar 
So^Cr^g xoh;^P¥f€OQ6i Tifia)QÓv, Sophista Rhetores vindicans^\ 

xni. 

Graeci aiti qui in Hermogenem seripaerunt 

Praeter eoa^ qni Hermogenis opera acholiia illnatrarunt, 
alii etiam e graecia BcriptoribnB in Hermogenem stylum exer- 
cnemnty in qniboa est Uatthaena ille Camariota, anb cnjua 
nomine Compendium Rhetoricum, cwojcrixtiv jtaQaóooiv rTJq 
PrjftoQiXT^q, vnlgavit Hoescheliaa % Inedita extat ejus Synopaia 
Hermogenis ; cnjna initinm: ^Pijtoqixtj ìótÌ óvva/ug tbxvixtj, 
Rheiorica est vis artificiosa. Godicem hujuaee Syncpseoa in 
Bibliotheca Caeaarea adaervatnm memorat Lambecins ^^). £pi- 
tomen Hhetorieorum Hermogenis et epitomen progymnasmatnm 
male Georgio Camariotae tribui in Catalogo Bìbliotheeae Regiae 
Parì&enÙB inqnit Allacci ^0* Epitomen progymnasmatnm a 
Camariota concinnatam memorat etiam Labbè ^^. Naniani 
CQJQsdam Codicis meminit Mingarelli ^'), in quo continetur; Ibv 
cofpanazov, xal Xoytanaxov xvqov Mard-alav rov Kafia- 

>) Voe. Att Eclog., art àvepaXó/jiTiv, Fab. ib. 529. 

^) Art à^aXog, Fab. ib. X. 27. 

*) Chiliad. XI. 121. 135. 143, Fab. ib. 256. 

*) Bibi. eod. 133, Fab. ib. IV. 448. not, IX. 417. 510. 

*) Ad fian. vers. 812, Fab. ib. I. 722. 

•) Ad Homer. Odyas. XU, Fab. ib. I. 311, IV. 449. not 

') Fab. ib. IV. 463. 

•) Fab. ib. 

•) Fab. ib. 475. 

"^ Comment de Bibl. Vindobon. lib. VH, Fab. ib. et X. 738. 
Dot {d\ 

") De Georg, et eor. script Diatr. secl 51. p, 738. 

") Bibl. nov. Maanscript libror. 

^) Graec. eod. mas. ap. Nanianos Patrie. Venet assenrat ood. 305. 
QIUD. 1. p. 514. 


126 

Qiaxov, QfjftOQixfi èjtiroftij, ex rmv zov ^EQfioyévovq, Sapien- 
tissim, et eloquenHssimi Damm MaHkciei (km^ 
Bheioricum, ex scriptis ffermogenis. De OamarìoU, praeter 
F&bricium ^)y conattlendoB Allacci^). Ab hoc ipso^) memontiir 
etìam Codex^ in quo oontinentar ^Georgii Gemisti Artia Rheto- 
ricae prolegomena, vel potiuB incerti de prooemìiB Artia Rheto- 
ricae. Epìtome in Hermogenis Artem Rhetoricam^. Georgii 
Pachymeris declamationea, sive exercitationes in Progymnaamata 
et Statua, iieXérag eìg rà nQoyviivàciuxraj xcà slg rò^ Cràceig, 
quaa adhuc ineditaa memorat Allacci^), ad Hermogenìa acripU 
pertinere putat, ut videtur, Fabriciua^). £ Troili aophistae 
Prolegomenia manuacriptia ad Hermogenem locum adfert Lang- 
baine*). De Troilo Suidaa^: TQcitXòg, COipiCrrlq, jtaióavCai 
Iv KcovCxavxlvov nóXw Xóyovq jtoXirtxovg' èjiióxol&v 
fii^Xla ^., Troilus, sophista, qui ConsianiinopoH docuit: scripsU 
orationes cwiles : episiolarum lihros septem. Troilua hic Sidetes 
fuit, teate Socrate^): Slóij oh nóXiq xTjq Uafi^Xlag, axp tjq 
&Qlirixo Tcal TQci'iXog b Cog)icxijq, Side auiem urbs est Pam- 
phyliae, a qua originem duxit eiiam Troilvs sophista. Ejas 
diacipulum fuiaae Socratem ipaum, a quo alibi etiam Troilua 
memoratur ^\ autumavit Valeaiua ^^). Euaebium Scholaaticum, 
Troili auditorem fuiaae, idem Socratea tradit ^0» ^^^ et Silvanum 
Rhetorem vocat e Troili aoplùatae achola, SvX^avòq ^P^xoq 
(lev iyeyóvei xqoxbqov TqìÌIXov xov 2!oq>i6xov ^^). Consu- 
lendua de hoc Troilo Syneaina ^') , cujua extant quoque ad 
Troilum ipanm Epiatolae ^^). Mentio Troili etiam apnd Nice- 


•) B. gr. IV. 475. 

>) De Georg, etc. aect 57. p. 768. 

=») Ib. aect. 55, F»b. B. gr. X. 745. 

«) Ib. Sect. 47, Fab. ib. 711. 

*) Ib. IV. 432. 

^) Ad Longin., Fab. ib. 432. 488. 

') Lex. art. TQfoiXoq. 

s) Hiat. Kccl. lib. VII. cap. 27. 

•) Ib. lib. VI. cap. 6, lib. VII. cap. l. 37. 

*®) De YÌt. et acript. Soiaratìa atqoe Sozomenf p. XL 

>') Hiat Eccl. lib. VI. cap. 6. 

•*) Ib. Ub. Vn. cap. 37. 

") Epiat. 47. >«) Ib., Epiat 26. 73. 90. 111. 112. 118. 123. 


127 

phorum^). TQco'iXog o ^PqroQ , Troiìus Rhetor, qui multos 
magiatratUB gloriose gessit, laudatur ab Anonymo, qui de Anti- 
qaitatibaB Constantinopolitaiìis scrìpsit^) et a Georgio Codino^); 
quoB errasse puto dum Troilam ipsnm instaurationis Constan- 
tinopoleosy a Constantino factae, oeulatam testem fuisse dixerunt 
Porro nisi Troilus hic differat ab ilio, de qno Socrates, vix, 
per temporis rationes, instanrationi Constantinopoleos interesse 
potttit*). 

>) Hi8t Ecol. lìb. XIV. cap. 29. 

<) Par I. nam. 5, Hist Byz. to. XXII. 

*) De Origin. Constantinopol. nnm. 17, Hist. Byz. to. XVII. 

*) ffist Byz. L 28. 


V. 

Philostrati 

Epistola. 


9 




Aspasio. 

EpistoUrem scrìbendì characterem optime, post veteres, 
penpexisBe mihi videntar, e philoBophìs quidem/TyanensÌB et 
Dio; e dncibnB vero, Brutus, si ve is, quo usns est Brutus ad 
eonscribeDdas epìstolas. £ principibus, Divus Marcus in ììb, 
qnas ipse Bcrìpaìt, epìstolÌB; nam praeter verborum delectum, 
morìs etìam firmitaa in ejus BcrìptÌB exprimìtur. £ rbetoribus 
Herodes AthenieuBÌB epìstolas optime composuit, nimiB tamen 
ttticìsBaiiB ac nìmis loquax, ab eo, qui epistolam decety charactere 
tt6pe dedinat Debet enim epistolarum fonna atticissauB vi- 
derì magis quam sermo vulgaris, sed ad hunc potiuSy quam ad 
tttìGismam adcedens: civili dictione componi, nec tamen gratia 
^vere. Adeo ornamentum habeat, ut non sit figurata, si enim 
fi^unTerimuSy adfectare videbimur; in epistola vero puerilis est 
^fectatio. In brevioribus tamen epistolis orbem rotundum 
^Kere permitto, ut inde saltem alio sono brevìtas ometur, cum 
u^ta Bit tota. Ast e prolixis epistolis oportet rotundltatem 
tbdneere; agonisticum enim id potius est, quam epistolare. Nisi 
forte in fine epistolae contrahenda sint ante dieta, vel totae 
epvtolae propositum sit condudendum. Perspicuitas autem 
lermonis cujusque bona rectrix est, epistolae vero potissimum. 
^^m et dantes et rogantes, sinentes ac renuentes, adcusantes, 
defeodentes, interrogantes, facile persuadebimus, si perspicue lo- 
qunti fnerimus. Loquemur autem perspicue, exilitate etiam 
^taU, gì ex sententiis, vulgares quidem noviter, novas vero vul- 
Sviter exposnerimns. 


<!• 


VI 

Theophylacti Bulgaxìaè 
Archiepiscopi 

Epistola. 




' «■ « •* 




\ 


Romano Tbeophylaeto. 

Hand semel ipse ejt tibi dixi, honeste vir et bone, si Py- 
thagorae adhaereas philoaophiae, rea patrìas silentio retineas 
oportet^ nec ut tibi id crìmini demna aeqnitas nostra patìtnr. 
Sin perìpateticis vacas doctrinis, et divinnm Aristotelem celebraa, 
qaidlingaam contines^ ac patria a te abesse facis? Hand enim 
eoryphaenm illnm sacrificiis et epnlis eolnemnt Tbeopbrastns et 
Demetrìns^ quorum ille qnidem ex eo quod divinius loqneretur 
flortitns est nomen; Pbalereus vero et de interpretatìone sermo- 
nìfl adcuratnm quoddam edidit scriptum. Sed negligis nos, etiam 
cnm olim sic te hospitio, ex rbetorica, et convivio receperimus. 
Id quidem jam, ut concedimus, peripateticum sentis, si dlgnus 
fide sit Aristotelìs in Platonem despectus. Verum non illud 
migis probandum quod divinum . Platonem antiquitus moleste 
ferret divinus Aristoteles, fì'equenterque laceraret, propter subli- 
miorem reverentiam; atque ut suadeas non adeo viliter et con* 
temptìm excipienda esse coelestia. Ista intelligens igitur, de dis- 
crìmine Inter duos viros, ne patrem imiteris, circa eorum, qui 
magistri olim fuere, contemptnm. Tu ergo a nobis es captus, 
qui syllogismorum nexus adtrahis complnres. Sed ecce me etiam 
effogis, vincula scindens gladio magistratus, quem gessisti. Ne- 
gotiorum enim quodammodo caussarìs tumultum, qui in te band 
profiindit ad melioribus vacandum stabilitatem. His et litteras 
ad nos mittendas componis, et aliud quid jungis, sic ut nobiscum 
conversarìSy probo viro et revera bonesto, loanni, expandens 
cor tunm, adeo ut nequicquam te, et sine caussa culpemus. 
Id autem potius prò tua defensione suscipio. Hic enim bonestus 
ioanneSy ad nos scribens, tuam erga ipsum comitatem mille 
laudibus celebravity et non ingratum animum par est in scriptìs 
deponere, ita ut sic tu ferias tela tua molle liniens; nos vero 


136 


a te scripta repètentes^ haud tranagrediendo amieitiae leges, 
Bermoniimvei Bcribamns. Debita sane recipimus^ qnae loanni 
solvis. MaDifestum est et adcolas nostros, et qnemqne ex Ec- 
clesia virami albas dies simplìciter ducere, sumente te dulcedlDem 
tnam, quae malto fertar efiflaxa. Desaper te senret Deus, 
sapientiae pater, a noxa qaacamqae et depravatione. 


vn. 

Argumentum 

Athenaei Deipnosophìstarum. 


1 fe * 


. k 


AtlmiaBasqiiitoB p«ter 6it Ubri, Tinocntem^antem adloqiitir. 
Idfaro ifd tìtoliiB eskf DeipnosopkitU. Sennaiii interMt Laavends 
nnuam vir, fiwftana «plondidiiBi qui dn ornai diMìpliiuunni 
9MMire dootìsiiiinoB doamm adceislvit ad «onTivimiy in qmo tmlbi 
e rebn» ftnl^benimiB M^ fine non fneiit iBemorsta De p i p c i h«s 
euB et eornm uem diisertiim est in hoc libro, de ^^oeim expo^ 
ntioiubu «e qnoviB oieanim genero, de animaaitibiM omnlgenis, 
de UstorleiSi poetis; uno verbo , sapientibiiBf tan de mnaiciB 
iiiBtnuD6BtÌ8y " ae iooonim speoiebiuB ianamerÌBi diflepeniSaqiie 
poerionuL Exponit etiam anotor divitìaeqae Regni) natìminqne 
mepnfadtoeniy et alla, qnae non faeLLe-wernorem, qnin aingillaitiai 
euBeraati dIeB deiciat Bispositio autem Bermenia, coenae 
HBgiileentiamy libri vere dispoaitio^ ordinem Bermoni» imititar* 
Talem admintDdaa iBtei^rmoiiia ejoAdem «|l»niÌ8ÉnitMr Athenaem 
fe8tÌTÌ88Ìmam disputationum coenam introduciti ipBcqné ipBO 
faetoB praestantior, ut Athenieneinm oratoreB, dicendi calore ad 
ea, qnae in libro Bequnntnr, gradatim adscendit. Qui ad coenam^ 
idrenae quasi, adcesserant Deipnosophistae, erant MasBurius 
legam enarrator, qui disciplinis universis band obiter operam 
dederat: Monius poeta, vir alia quoque doctrina nulli secundus, 
cyelicamque disciplinam band leviter sectatuB. Quidquid enim 
eiponendum sumeret, ea tantum in re sese exercuisse videbatur; 
ad talem multiplicem scientiam a teneris se converterat lam- 
borum autem erat poeta, nulli, alt, secundus poetarum, qui post 
Archilocum fuerunt Aderant et Plutarcbus, ac Leonides Eleus 
Aemilianusque Maurusius^ et Zoilus, grammaticorum nobilissimi^). 
E philoBophis, Pontianus atque Democritus, Nicomedenses doctri- 
nanim omnes -multiplicitate Buperantes. Philadelpbus praeterea 


*) Ita Casaubour 


140 

ex Ptolemaìde, vir non In philoBophica duntaxat speenUtione 
versataSy sed de aliis quoque muneribus vitae soUicitUB. E 
Cjnicis unuB aderai, quem Cjnulcum vocat anctor. £am non 
Bolum duo canes alibi Bequebantur, ut concionantem Telemachnm, 
Bed longe plures, quam ii^ qui Actaeonl fuerunt Aderat et 
rhetorum coetuB, haud ilio Oynicorum inferìor. Eob atioBque, 
qui loquebantur, UlpianuB TyriuB perBequebatur, ob frequentes 
interrogationeBy in vìcìb, ambulationum lociSy librariomm tabernis, 
balneÌB, quorà tempore propoBitaB, nomen ad^ns EmzovouIxov, 
proprio nomine notiaa. Viro iati mos fnit nil cibi guatare, quin 
priia dixisaet: yiOxtat ne, an non extat''? qaemadniodiim, ai 
eztet vox cS^, prò diei parte; vel, an vox in^i/a adhibita 
repertatur ad exoulentos oiboe sigaiicaiidoB; aa <ivarfQO^y vox 
composita, extet prò iue. £ rnedida aderant Daplina EphettiB^ 
vir arte sacer, et qui Aoademiea dogmata, quoad m<»e6, non 
lèviter adtigerat: QalenuB item PergamennSi qui tot edidit 
soripta philoBophica et medioa, ut omnea, qui ante ipanm fnerant^ 
Buperaret: quoad eloqnntionem vero, nullo veterum ìnfinaior: 
praeterea, Bufinna Nicaenua. MuaicuB autem aderat Aleidei 
Alexandrinna: eratque, inqnit Oatalogua, hiece nulitaris magÌB» 
quam eonvivalia. Platonica autem imitatìone, Dialogum, in 
modum dramatis, eomponit Athenaena. Sic igitur incipit 


vm. 

Sìdonìì Apollìnarìs 

Epistola I. 


Sidonius Constantio suo salutem. 

Din praecìplSy domine major, summa snadendi aactorìtate, 
sicnti 68 in iis qnae deliberabnntar consilioBÌSBimnSy ut si quae 
litene panlo politiores vana occasione flaxerunt, proni eas 
canea, persona, tempns elicnit, omnes retractatis exemplaribns, 
enocleatiBqne nno volnmine includam, Q. Symmachi rotnnditatem, 
C. Plinii disciplinam , matnritatemque vestigiis praesnmptnosis 
inMqantams. Nam de M. Tallio silere me in stylo epistolari 
melins pnto, qnem nec Inlins Titìanns snb nominibns illnstrinm 
feminanim dìgna similitudine expressit Propter qnod illnm 
ceterì qniqne Frontonianomm , ntpote conseetanenm aemnlati, 
enr Tetemosnm dicendi genns imitaretnr, oratomm simiam 
nonenpayenuit Qnibns omnibus ego, immane dictn est, quantum 
Mmper judicio meo cesserìm, quantumque servandam singulis 
pronnntiaverim, temporum suorum meritorumque praerogativam. 
Sed Bcilieet tibi parui, tuaeque examini^tioni has non recensendas 
(hoc enim parum est) sed defaecandas, ut aiunt, limandasque 
commisi, sciens te immodicnm esse fautorem non studiorum 
modo, yenun etiam studiosorum. Quam ob rem nos nunc 
perquam baesitabundos in boc deinceps famae pelagus impellis. 
Porro autem super huiusmodi opusculo tutius contìcueramus, 
contenti versuum felicius quam peritius editorum opinione, de 
qua mihi jampridem in portu judicii publìci, post lividornm 
Utratuum scyllas enavigataa, sufficientis gloriae ancora sedet 
Sed si et bisce deliramentis genuinum molarem invidia non 
fixeiit, acutum àbi a nobis volumina numerosiora percopiosis 
Matnrientia sermocinationibus multiplicabuntur. Vale. 



Observationes 
in Phìlo.strati Epìstolam. 


10 


^iXoOTQatov 'ExiaroX'^] Epìstolam hanc, de modo epi- 
stolas Bcribendiy xsqì rav nóq XQV ixiùréXXBiv , memorat 
Philostratas alter in vìtis sophistaniin 0* Amatorìas epigtolas^ 
IxiOToXcu; èQCDTixàg, refert Snidasi inter scripta Philostrati 
illinSy cnjus extant tnm vìtae sophìstarnm, tam opera alia; sed 
epistola, quae hic exhibetur, amatoria non est, nec in membranis 
Vttìeanae Biblìothecae cum Philostrati alterius epistolis repe- 
rìtor'). Cam bis tamen prodiit non semel tantum, et prima 
ex Philostrati epistolis Tocari solet Eas latine Tertìt Antonins 
Bonfini, ac deinde Olearins, qui propriis additis notis, cum 
tliis, qaae extant Philostratorum operibns, ipsas edi enravit. 
Recnsae snnt Philostrati epistolae, cnip Oleari! yersione^) et 
Botifl^) septimo opemm Meursianornm , ab Ioanne Lami edi- 
toram, Tolnmine, Florentiae anno 1746. Manifestnm est, barum 
epistolamm primam, eam scillcet, quae hic habetur, non differre 
t Philostrati fragmento de cbaractere epistolico, ci\jus initium: 
Tov ixioroXixòv x^Hfc^^cvrJQa rov Xóyov, Episioìarem scribendi 
characterem, et quem in Bibliotheca Vindobonensi extare fert 
Lsmbecius ^. 

jiùJtaalq), Male edebatur jióxaol^, Aspatiae, ut bene 
monet Olearius ^. Disndium cum Aspasio habuit Philostratus, 
ut patet ex Philostrato alio % epistolamque istam non ad Aspasium 


In yit Aspasii, Fab. B. gr. IV. 52. 
*) Lex. art ^iXóavQcctog ^ikoargaatov, Meur. VIL 810. 
') Meur. ib. 815. not (a)L 

*) Patet ex not g. differre a yersione Bonfini, ex Fàb. B. gr. 
L 426. 

^) Patet ex notis passim. 

^) Olear. not 6, Fab. B. gr. l. 426. 

^) Ad Philostr. .Ep. L 

•) In Yit Aspasii, Fab. B. gr. IV. 52. 

10* 


148 

Bcripsit, sed contra Aspasium, ut ejus epistolas scribendi modnm 
reprehenderet. Ideo ìnscriptionem illam ÀOjraolco, Aspasio, 
a librarìis additam putat Olearìus ^). 

b Tvavtvg] Apolloniam Tyanensem ìntelligìt Philostratus, 
cujua variae extant epìstolae, aliae ìnterciderunt. 

JSTQaTTjycop ói Egovrog, }} oro) BQOvrog Ig rò Im- 
ùréXXetv èxQÌjro] Epistolas sub Bruti nomi uè clrcumlatas 
memorat Photius^ tum alibi ^)^ tum loco insigni^), quem integrnm, 
cum ibi de pluribus epistolaruin scriptoribus sermo sit, hic ex- 
scribere haud abs re puto. 01 fiev aXXoi rov ILXaxcovoq 
XoyoL Tov JtoXiTLXQv Xofov jrE(f,vxaCi yvcó^ovtg, jcXìjv ti ri 
xar LxXoyrjv òvofiarcor Ivtaxov jtaQi^fiéXrftai. Al oh xovxov 
'EjccOroXal ìoor rt Tìjg txelvov XoyiÒTiftog^ xaì rov t^iOTO- 
XificUov Tvjtov djioXttJcovzai. Al ótyt rov ^QiOroxéXovg 
TÓv fiBv aXXcov avTov yQafifiàrcov dot jtojg XoyoóéCTtQai, 
jiXyv ovài ralg IlXarcopixalg i^ioà^ovoi, jdìjfioo&évovg di 
o( fiìv aXXoi JtóvoL xaì Pt^tÓqwv , xaì Kqltixcov jiXjjqovoi 
rà oròfKxta, rag tjtcoroXàg 61 ovÒev afielvovg tvQìfieig ròv 
nXoTcorog. TiOiv ovr èjciazoXalg ofiiXfjtéov; xaì rloi ròv 
ljtiyv<x)od-évTa rjfilv òca TTJg Tfc;^^?;^ ;fa(>axT^().t ^^oap/t/ójoi^Tés 
Tì^v yvfivaolav ovXXe^ófié^a ; "Eori (lev aXXo JcXij^og ajttiQOV, 
'ÌJ(€z§ di, Xva (17)01 fiaxQOV ìj coi rò xrjg yvfivaoiag araóior, 
rag elg fàXaQiv txelvov ol/iac ròv ^Qayavxlvmv TvQawov 
dvag)e(fO(iévag IntoxoXàg, xaì alg BPOYTO^ ò ^Pa)fuxla>v 
oxfiax/jyòg èjttyQa^txai, xaì ròv tv BaOiXtvOi ^cXÓ6og)or, 
xaì xòv 00(piOxì]v Iv xalg jiXtloxacg At^àviov. Et óe fiovXttg 
Ovv xó xc^QccxT^fJQh ^^^ JtoXXóv àXXcov, xaì fityaXtov ovXXi^ai 
€0^7jXeiav , à^xi]Oèi col BaolXtiog o yXvxvg, xaì o xaXXovg 
ti zig aXXog tQyàxijg FQTjyÓQiog, xaì ry jcoixIXtj, xcù rffi 
^fitrégag avXrjg MovCa ìolóojQog, og SojttQ Xòyoav, avrò? 
de xaì ItQaxcx^g, xaì doxi]xix?jg sioXtxtlag xavóv toxì XQlt 
fiaxl^tiv d^ióxQBOfg ' xaì ti rcg trtQog /itrà xrjg òfiolag xQoai- 
géotcog xtjv èxtlvov lóéav ralg lólaig ^ExiCroXalg èrtówa- 
fiód^ fiOQqxóoat^at, 


Ad PhiloBtr. Ep. I. 

*) Bibl. Cod. 158, Olear., Fab. B. gr. I. 414. - 

'} Ib., Olear. Ep. 207, Fab. ib. et 437. 


149 

BaóiXianf óe 6 OtCjtéoiog Magxoé] M. Aurelium Antonìnum 
inniiere Photium pntat Fabricìus ? dum , loco modo prolato, 
TOP Iv BaóiXevOi (piXoùoifov , in Imperatoribus philosophum, 
memont; lìcct ad laliannm, qui epistolas et ipse scnpsit, re- 
spexlflse Photium censeat Montaign. < Porro verisimile mihi 
parum videtur, honorifico nomine a Photio. luliauum fnisse 
adpellatnm, quem veteres christiani scriptores, cuor addito o 
xaQaffaTfjc, apostata, vel o àdtiìfjq, impius, vel alio hujusmodi, 
pleramqne nominare solebant 

Kcii rò tÓQalov tov i^y^-ovg] Plurimum morale epistolis 
inesse debere, inqult Demetrins in libro de eloquutione ^) : 
"xhloxov óe bxézo rò ^d-ixòv ij ìjccótoXìj, mojceQ xal o 
óiàloyog' ox^éòv yàg dxóva ixaoxoq rfjg tavrov y)vx^g 
fQCifpei rrpf ImOToXfiv. Kal lori fìkv xal Ig ccXXov Xòyov 
xavxòq, lóeZv rò f^&og rov fQwpovroq' Jg ovótvòq de ovtax;, 
Ìk ImOToXfjg. Plurimum autem morale habet epistola, ut et 
dialoffus; fere enim suimetipsius imaginem quisque scrihit 
epistolam. Et ex aito guovis scripto scriptoris mores nascere 
qmdem licei, e nullo tamen sicut ex epistola. 

'HQoiófjg b k^fivatog] De Herode Attico dixi in Com- 
mentario de Vita et Scriptis Aelii Aristidis^). Ex ejas epistolis, 
qiU8 piurimaa fulsse docet^ nonnuUas nominat Philostratus alter 
in Sophistamm vitis^). 

Kal ovYxeta&ai fihv xoXixcxóg, rov óe àpQov (ir] 
axaiÓBiv] Similiter praecipìt Demetrins^): Kad'òXov óe fiefilxO-o) 
7) IxiOToX^ xazà T^v EQfifjvelav ex óvotv x^Q^^^VQ^^'^ 
Tovroiv, rovre x^p/ci^ro^, xal rov laxvov. Universe autem 
in epistola miscentor duo isti characteres, venustus et exilis, 

«) B. gr. 1. 4U. 437. 

Lipsias Inst epist. p. 28. 

»)§V. 

«) In vit HerodiB, Fab. B. gr. IV. 373. 

*) De eloquutione, LipsiuB Inst epist 3t. 


X. 

* 

Observationes 

in Theophylacti Bulgarìae 

Archiepiscopi Epistolam. 


I 


Seo^XaxTov Jl(>;i^£f^«0xójrov BovXyaQlag ÌJj€iOToXfj\ 
Tbeophjlactì £pÌ8tola8 septuaginta quinque^ primum e Codice 
Medìceo graece edidìt loannes Meursius Lagduni Batavornm 
anno 1617. Harnm latioam versionem elucubravit VÌDcentias 
MarmerìuSy in Bibliotheca Patram GoIoDÌae edita , ac deìnde 
Lngdani. Ioannes Lami Epistolas ipsas postea graece et latine, 
ex Marinerii versione, recudì cnravit, tomo octavo operum 
Meuniì, Florentìae anno 1746. Addìdit praestantissimas editor, 
ad calcem volaminis, 'Epistolas alias Theophylacti quinque et 
tiiginta, e Lanrentiano Codice recens erntasO* Hae ipsae et 
ilke, qnas Menrsius edidit, epistolae denuo prodiemnt tertio 
omnium Theophylacti opernm volnmine, Venetiis editorum. Ibi 
uuQper e Codice Vaticano iiliae Theophylacti epistolae vigintì 
ediUe snnt graece, cnm latina versione Bonifacìi Finetti Ordinis 
Praedicatornm. £a, quae hic exhibetur, epistola trigesima 
qaarta est iliarum, qnas Ioannes Lami primnm edidit Hanc, 
aliaaqae epistolas illas latine vertit Petrus Massari, sacerdos 
Florentinns, ut monet Lami in Praefatione ad volnmen octavum 
opernm Menrsianorum. Male igitur, in Veneta Theophylacti 
editìone, epistolae ipsae in earum titalo dicnntur: «latine versae 
i Ioanne Lami^. De Theophylacto iam nil adtinet dicere, 
post ea, quae de ipsins gestis, scrìptis ac doctrina dissemit vir 
eruditissimus Ioannes Franciscus Bernardi Mariae de Rnbeis 
Ordinis Praedicatornm. De eo consulendi etiam Labbè, Cave ^) 
et Fibricius ^). 

Kcà roi] Scribendnm puto: Kaì coi, quamvis tot prò 
dot Dorìce dici possii Attamen paulo post in hac epistola 
legitnr: op coi. 

') Praef. p. 11. 

*) Fab. B. gr. VL 286. 

•)Ib. 


154 

À:jtojtoulg] Ita recte Codex Vatìcanufl, prò djtojcoi^^), 

OeóipQaorog xal AfjfiijrQiog] Edebatnr: 8€6q>QaOTOi xal 
AfjfiTJTQcoi, Theophrasti et Demetril Sed Codex Vaticanas habet 
Oeóg)Qa6rog xal ATjfiijrQcog, Theophrastus et Demeirius, qnam 
lectionem alteri praetuli, quia si iila melior foret, postea, ni 
fallor, legi deberet: càv ol fisv, quorum UH quidem. Ai vero 
legitnr: (èv ò fihv, quorum ille quidem, 

^v o fiev cbtò rov d-eiÓTSQov q>Qa^etv iXaxBV ovofia] 
Theophrastus ànteà Tyrtami Domine dictns fuerat Postea, ob 
divìnam quasi eloquutionem^ Theophrasti nomen obtinuit De 
hac nominìs mutatione videndi Cicero^), Quintìiianus^), Plinins^), 
Strabo^X S^i^^ca Philosophus*)^ Stephanus ByzantinuB'Oy La^r- 
tius»), Tzetzes»), Suìdas^®). 

'O óéys ^ktjQsvg] Phalereo Demetrio hic tribuit Theo- 
phylactus libellum ingeniosissimum JtBQÌ eQfitjvelag, de eloquutione, 
qui adhue extat^ Phalereo vero reccntiorèm habet auctorem, ut 
omnibus jam eruditis viris perspectum est Hic tamen Theo- 
phylacti locus satis ostendit, multo jam ante nos tempore, 
eri'orem invaluisse de illius libelli scriptore ; adeoque locus ipse 
Talde notatu dignus videtur. Idcirco, e Vaticano Codice ex- 
cerptus, lucem jam ille adspexerat prius quam Theophylacti 
Epistola tota prodirei De illius autem libelli auctore, qnamyis 
nil certo adfirmare lioeat, videtur tamen optimo jure conjectarì 
posse, eum non differre a Demetrio ilio, de quo Galenos^O* 
àti/iijrQiog Ale^avÓQSvg, BzalQog ^aficoglvov, thifioóla Xéymv 
hxàatfjg ^fiégag slg rà nQO^aXXòfiBva xatà rtp^ lóéav r^ 
^a^cDQlvov Xé^B(og. Demetrius Alexandrinus , Phavorini and- 
cus, quavis die pubìice in proposita disputans, ad exemplar 

») Fab. ib. IV. 424. 
*) In Oratore. 
») Inst Or. X. 1. 
*) Praef. ad Hist nat. 
») Geogr. lib. Xm. 
^) Nat Quaest VI. 13. 

7) De Gent art. "Egeaog, Fab. B. gr. II. 235., Iftonag. 20&. 
«) In vit. Theophrasti lib. V. aeg. 38. 
•) Chiliad. IX. 936., XL 860., ("ab. B. gr. X. 
<®) Lex. art SeótpQaaroq, Menag. 205. 
>*) De Praecognit ad Epigen. cap. V., Menag. 223. 


155 

Phavarini verborum. Forre zéxvag j^fjTOQixàg, artes rheioricaSy 
euD Bcrìpsisse docet Laértìns^), qnod anetori libri de eloquu- 
tione opiime convenii rsyóvaci óe AtjfiijTQioi cc^ióX&yot 
iixooi . . . oyóoog, ò óiatQlfpag èv liXBgcofÓQel^ , 6oq>ióT^g, 
rixvaq ysyQagxòg ^rjtoQixàq, - "Fueruni mUem Demetrii alti 
mginH, memorata digni . . . octtwus, sophista, qui Alexandriae 
maratus est, et artes rheiaricas ecripsit. lam vero serìptorem 
libri de eloquutioney Demetrium revera dictnm fniBse, Ammonii 
Hermeae fili! probare yidetnr anctoritas, qai initio Commentarìi 
in ÀrÌBtotelÌ8 librnm d^ interpretaiione^ jìb^ì èQfitjvelag 2), baec 
ait: Ov yÒQ ó^ xa^oJtsQ àqfirjXQioq xò xeffX XoYOYQag>ixfjq 
lóiag ^t^Xlov CvyyQccipag , xaì ovxog avrò kjtifQC^aq, xbqX 
igfiip^elag, à^iol xaXtlv egfif/pelav rrp? XoyoyQuq>iX7jv lóéav. 
Haud enim ut Demeirius, qui de scribendi forma librum cam- 
posidt, eumque et ipse vnscripsit jibqì iQfitjvBlaq, bonum putat, 
fQfiìpelav vacare scribendi formam, Demetriam igitnr illum, 
de quo Galenus et Laértins , Iocìb saprà prolatis , ut aactor 
libri de eloqnntìoiie agnoscendum esse antamamnt Gerardns 
loanDes VossiuB^) ac Thomas Gale^), qui enm M. Anrelii An- 
tonini tempore yixisBe notavii Ipsis consentiunt Hudson^) et 
Fabricins*). Ante hos omnes (nondum natas erat Vossins, ut 
patet e Ladvocat et Mnreto '')) M. Antonius Maretns ^), anctorem 
libri de eloqnntione Demetriam Alexandrinam Tooaverat, ideo 
reprehensus Menagio^), qui libentìus aadit Valesiam^^), librum 
illam Dionysio Halicamasseo minus recte^ ut videtur^ tribuentem, 
qnod fecit et Isaacas Vossins^O* Sed sibi ipsi contradicit 

*) In vii Demetr. Phal. lib. V. seg. 84. 

>) Menag. ib., Fab. B. gr. lY. 424. 

») Inet Orat. VI. 2., Fab. ib. 425. 

*) Praef. ad Bhetores selectoB, Fab. ib. 

*) Praef. ad DionyB. Halicam. 

•) B. gr. ib. 

") I. 291. 

*) Cam Aristot libros de arte rhetor. interpretar! inciperat, Orat. 

*) Obsenr. et emendai in Diog. LaSrt, vit Demetr. Phal. lib. V. 
seg. 81. 

^ Ad IfìcoL Damasc. ezcerpt ex Colleotan. const Ang. Porphy- 
ro gen^ Fab. B. gr. 425., Menag. 

") Ad CatolL et de poemat canta et viribas rythmi, Fab. ib. 


156 

MeoagiaB^, dam Demetrinm Phavorini amicnm, eumdem saspi- 
catur cum illo; de quo AmmoniaB Hermeae filìus^ loco snpra 
laudato. 

JJvtnayfia ri] Codex YatìcanaB habet Ovvtayiiaxiov, 
^la>awij\ loannes hic idem forte est cum ilio, cnjas ìtt- 
vaimi Theophylactas, quinta ex epistolis, Venetiis primum ediiis. 
Inscribitur epistola illa rcp» ^Pa>fial(p, Romano, Theophjlacto 
Bcilicet, ut puto, cui ista^ quae hic exhibetnr, epistola inscribi- 
tur; sic autem incipit: ^xxexcig>Tpcàg fioi rà tota b xalòq 
^IQANNHSy XeLfutQOtaté fioi Lv KvgUp vis, fiera xQÒrotv 
rà cà óiT/yavfisvog. 


Observat etc. lib. Y. seg. 84. 



Observationes 

in Argumentum Athenaei 

Deipnosophistarum. 


^VjtaO'fóic rSv jid^vatov ABtJivocofpiCrmv] Anctor 
hojnBee argamenli ille est, cqìub jtagsxffoXal, excerpta, ex 
Àthenaei DeipnoBophìstarnm lìbrìs, adhuc extant maniisciiptay 
editis tantum, ex ipsÌB, librìs dnobns primis cum tertii parte, 
td Bnpplendnm defeetnm Athenael operlB, qui initio caret 
Male, post errantem Raphaelem VolaterraDum , anctorem illins 
Epitomes, Hermolanm a Snida vocarì adfirmarnnt Garolns 
StephanoB, LloydìiiB, Hoffmann, Morery^). Sane de Hermolao 
haec tantnm habet Snidasi): ^EQfiókaog, rQafifiaxixòg Kan^- 
dxavxlvùvxóXsax;, yQotpaq rrjv èjcirofifiv xmv è^ixóv 
UzB^f^oPOV rQafifjuzTixov , xQOC^wvfj^elùav /lovcriviavó tó 
Bacilsl, Hermolaus, Grammaticus Constantinopoleos, qui 
epiiomen confecit Gentilium Siephani Grammatici, inscriptum 
lustiniano Imperatori, Sed yerisimiliter Stephani Byzantini 
Epitomen, cnm illa Athenaei confuBit Volaterranns. Athenaei 
epitome nsnm fnisBe Enstathium observant Casanbonns^) et 
Bentlej^). De illìus anctore ita Casanbonns ^) : ),Si quia con- 
jectnrae locns est, putem confectam Constantinopoli ante annos 
qningentoB et ampliuB hanc Epitomen, ab aliqno grammatico: 
qualis fnit Hermolans* Byzantins, anctor eomm Excerptorum, 
quae hodie prò ^Ed-vix&v Stephani libris in doctornm manibns 
▼ersantnr. Enimvero, qnicunqne fuerit EclogariuB hic, neqne 
emditioniB band protritae testimoninm illi denegare, neqne ex- 
cusare interdnm negligentìam posBumns. CnlpaB hominiB non 
pancas, buIb Iocìb necoBBario indicabimuB. EmditioniB vero multa 

Fab. B. gr. UI. 632. 

<) Lex. art. "^EgfAÓXaoq, Fab. ib. 45. 

') AnimadverBion. in Athen. Deipnosoph. lib. I. cap. 1. 

«) DiBsert de Epist Phalar., Fab. B. gr. lU. 632. not 

') 0. e. p. 2. 


160 . 

passim in eius verbis testimonia '^ Argumentnm hiùc Epitomae 
praefixum, cam Athenaeo plnrìes prodilt lUnd latine vertit, 
qui totum Athenaei opus, post Natalem Conti, interpretatas est, 
lacobus Dalechamps ^). 

ji&fjvaiog] Athenaei meminere Stephanus Byzantinus 'X 
Harpocratio^), Photius^), Snidas et Eustathius saepe, Magni 
Etymologici auctor^) ac 'Aristophanis Scholiastes ®). 

'O rfjg ^ifiXov xar^g] Locum hunc, ut elegantem, com- 
mendat Casanbonns ^). Simili modo ait Synesius^): IIA1AA2 
èyò AOrOYJS iyepvT^óofifjv; et paulo post: aXl^ Ixiyvoiìi 
xìq GV OZI nATPOS tloiv tvòg cbcccvrag. Sic et Glemens 
Alexandrinus'O: xaXòv de ol/iai xal xalóag àyad-ovq rolg 
tJtHxa xaraXtljteiv , oi /lév ye Jiatótg o<ó(wxog, ìpvx^g ài 

"ErroNoi oi AoroL 

ABiXvo(ioq>iaxrig 6b ravty xoivofia] Legebat Dalechamps: 
ABixvoooq>iOxaì , Deiptwsophisiae , qnam lectionem probat Ga- 
sanbonus ^"). 

Aag^vóiog] Male, ait Fabricins ^Oy scribunt docti LaurenHus. 
Id fecerat et o xdw Casanbonns. 

Tfjg iv xcp Xóyoì xaQaóxevijg] Scripsit Dalechamps: tijg 
Iv X(S ósljtva) xagaoxtvrjg, Sed nnlla est locum emendandì 
necessitas, ut Casaubonus ^^) ostendit 

Sjd^ev] Notandum, ait, hanc particulam, Casaubonns ^'), 
atque ab Auctore adhibitam, ut significaret Deipnosophistas ad 


>) Fab. B. gr. III. 633. 

*) De Gent. art. yayy(>a, yaixovXi, xt}Voq, i^Qia, Fab. ib. IIL 61 

') Lex. art vaìq, Fab. ib. III. 633. 

*) Bibl. Cod. 161. 

») Art. fi^dfitjka, Fab. ib. X. 29. 

») Ad Plut vere. 1111., Nnb. vera. 109., Pac. vera, 1243., Fab. 
ib. I. 724. 

^) Animadvereion. in Athen. Deipnosoph. lib. L cap. 1. 

•) Epist. I. 

•) Stromat lib. L 

^) Animadversion. etc. lib. I. cap. 1. 

«) B. gr. III. 631. not (d). 

») Animadversion. etc. lib. I. cap. 1. 

'») Ib. 


161 

coenam remerà hatid veuisse, eonyivittmqae ab Àthenaeo totum 
esse eonfictam. 

MaoovQiog vóficjv lè'IYflT^q] Notns est Masuriua Sabìnas, 
jotìb peritna, Tiberio imperante, clarns, de quo peculiari scripto 
diBsemit Moller^). 

Kal rr/v kyxvxXiov] Quid Ojclicae disciplinae nomine ve- 
teres significare voluerint, docet mannscriptus Dionysiì Thracis 
ScholiasteSy ita scrìbens: ^yTcvxXtot Sk slciv réxvat, ag èvvolag 
lù^ixàg xaXovotv, olov jiotQovofila, I^stojaergla, Movóix^, 
'^docoq>la, ^lazQtx^, FQafifiaTixrj , ^Pì/toqixÌ), lEyxvxUovg 
ói avtàg xakovoiv, ori ròv XBXvlrTfi^ dea xaóóv ccvròv 
òósvovta rò j^pcicSdeg dq>^ ixàorfjg elg rtiv iavxov slcoyeiv 
óióaoxovci^). Lexicon ineditum, voce 'EyxvxXiog, haec habet^): 
lEyxvxXiog' fj yQafifioTix^ ' fi noirftixtj' tj qijtoqixti ' tj g>iko- 
aoffia' il fictd^ficcTix^' xaì xàùa rix^ ^àl Ixiùrijfifi' óià 
rò xBQilivai xavxa xovg óo^ovg òg olà rivog xvxXov. 
Cyciica: grammatica^ poetica, rhetorica, philosophia, mathema- 
tica y et ars amnis ac scientia: eo quod sapientes haec vehiti 
per circulum quemdam circumeent, 

Kàt ZotXog] Idem forte est liic Zoilas, cnm ilio, qnem 
laudat Magni Etymologici anctor'*), Cedrasensem eum yocans. 

KaTÌrQexB\ Sic recte iegi ait Casaubonus % rejicens voceìn 
xar^Qj^e, qnae magia placet nonnuUis. 

&tTai, 9j ov XBlxai] Ita membranae.. Edebatur: xetrcu, 
fi xov xétrat; exstat, vel uhinam extat? Mavnlt Casaubonus^): 
xBlrai, ^ ov xEtrcu, xaì xov xèlrat; extat ne, an non extat, 
et ìdnnam extal? Sed nihil immntandum judico. 

^l TOP lówdlfAwv PQOfiàrcop] Placet Casaubono: ixì 
roti Idmdlfiov fiffDfiarog: vel potius: èxl xov rcip IówÓI/àop 
^ifiDuàxaw ^. 


Fkb. B. lat II. 525. 

*) Fab. B. gr. U. 103. not 

>) Mingarelli Codd. Nan. 492. 

«) Art dwòqy Fab. B. gr. I. 367. 

') Animadveftion. etc. Lib. I. cap. 1. 

•)Ib. 

^ Ib. p. 633. in addendis. 

11 




162 

^t)g ToaavT èxóéócìxe óvyyQafifiata tpiJióaofpà re, xaì 
laTQixà] Legendnm guspiòabatur Casaubonus ^) : (pi2,óóog>a re 
(vel g)iXooog)ixà) xaì ^iXoXoyixà, xaì lavQixà, pMlosophìca, 
philologica et medica, Mìram enim sibi videbatur; argamenti 
li Qj asce scriptorem illad operam Oaleni genus praeteriisse, qnod 
praecipae adfine est Athenaei scrìpto. 

')Ib. 



Observationes 
in C. Solliì Apollìnarìs Sìdonìì 

Epìstolam. 


Il' 


e, SoìHi ApolUnaris SuknUi Epistola] Sidonii e veteribus 
meminere Gennadins^) et Gregorius Taronenns*^). Trea illi 
libroB, de stata animae, Olaiidianas Mamertus iuBcripsit ^X 
▼arìasqne ad ìpsum epìstolas miait Raricins, qnae adhttc ex- 
tant ^). Sidoniam memorant etiam Joannes Sarìsberiensis % 
Àlanns^) et Trìtbemins ^). E reeentìoribas de ilio agunt 
SavaroD^), Sirmoudns ^) , Jacobus de la Baane^^), Tillemont ^')) 
Cave^^, Fabricins ^3), aliique. Ejns extant, praeter caetera, 
libri novem epistolarnm^ qnarum prima bie habetar. 

Sidcmus Consiantio suo scUutem] De boc Constantio , ad 
qnem extant et aliae Apollinaris epistolae, Oonsnlendad Isidoras 

Higp BQB "). 

Q. Symmdchi] De Q. Aurelio Symmaco, nobilìsaiino saecnlì 
quarti oratore, videndi ^acrobins ^^), Oalddius^^), AasoBins^^), 

*) De virìa illoatrìbaa cap. 29., Fab. B. lat. IL 329., Sidon. proleg. 

») ffiat. Frane, lib. II. cap. 22., Fab. ib. 133. 

') Sidon. proleg. 

*) Ib. 951. not. 

») In Policrat. et Metalog. Fab. B. lat. II. 37 1. 373. 

*) Antì-^Claudian. lib. III., Fab. B. lat. IL 131. not. (e). 

De scrìptor. Eccl. 

•) Fab. B. lat U. 132. 

^ In Tit S. 'Bidoni £pi Avemomm. 

^) Praef. ad Sirmond. opp. to. I.-nnm. 11., Sidon. proleg., Fab. B. 
lat II. 133. 

") Memoirea ponr servir à THiat. Feci., S. Apolllnaire Sidoine 
fiveaq. de Clermont en Auvergne 16. 195. 
«) Fab. B. lat. IL 132. 
")Ib. 

") De vir. illaatr. eàp. 4. 

>Ó Satomal. V. 1., Fab. B. lat. II. 129., Tillemont Hiat dea 
Emper.V.407. 

'*) Ck)ninient. in Platon. Timaenm., Fab. B. lat. lì. 70. 
«T Epiat 17., Fab. ib. 129. not " 


166 

Prudentins ^), Ambrosius^), AmmìanuB MarcellìnuB ^), ProBper^), 
Aagastinas ^) y Sidonios ipse alibi®), CaBsiodoras '') , Photins^), 
SocrateB^), AlanuB ^'0 et Godices TheodoBianus ae Jnstinianens ^^). 
Praesumpttiom ^^)] Sirmondi editio habet praesumptiosis, 
Silere me in Stylo epistolari] Alii legnnt: Silere in Stylo 
epistolari ^% 

Julius Titianus] Duo eodem tempore fuere Titìani, ut patet 
ex hi» CapitoliiU ^^) verbis: ^Grammatico latino ubub est (Maxi- 
minuajaDlor) Philemone: Jurisperito Modestino : Oratore Titiano, 
filio Titiani aenioriS; qui ProviAciarom libros pulcherrimofl 
acripait) et qui diotua est Simia temporlB sui, quod cuncta 
ifliitatUB esset^^ Ita adpellatnm fuisse Tìtianum, refert etìam 
Sidouius bac in Epistola, unde patet, auctorem operis Provin- 
oiarnm, eumdem esse cum ilio, de quo ipse Sidonina. Verum 
band satis cppatat an Capitolinus Provindarum libros scrìptos 
intellexerit a seniore Titiano, vel ab bigus filio, Maximini 
magiBtro. De seniore, qui saeculo secundo declinante vixisBe 
videtur, Capitolini verba adcipit Sirmondus ^^) , Titianumque 
illum eumdem putat cum. Jnlio oratore, oujus libellum Cosmo- 
grapbicum laudat Casaiodorus ^®) , ac Titiano, cujus Chorogra- 
phiam et Themata Virgilii memorat Servins^''), ilio item, cujus 
opus de agricultura citatur a Diomede; ac tandem Titiano, 


In Symmach.y Tillemont Hist. des Emper. V 409. 

«) EpiBtt II. 2. 

3) Histor. XXVIL 3., Fab. B. lat IL 108. 

*) De promission. III. 38.» Tillemont. Hist des Emper. V. 4u9. 
Sirmond. 1531. not. 

A) Confession. V. 13., Sirmond. 1. e. 

8) Epistt. IL 11., VIIL 10., Carm. IX. ver. 301. 

7) Epistt II. 1. 

*) Bibl. ood. SO., Tillemont pluries. 

») Hist Eccl. V. 14. 

») Anti'CIaudian. lib. IIL, Fab. B. lat. IL 130. 

11) Ammian. not 

**) Sic edit pary. (Manoviae 1617) et Sirmond. in marg. 

'3) Edit parv. cit 

**ì In vìt Maximini Junior, p. 154. 

<^) Ad ApoUinar. Sidon. Epp. lib. L ep. 1. 

») De Inst Divin. Litter. cap. 25. 

") Ad Virgil. Aen. IV. 42, X. 18., Fab. B. lat L 245. 


167 

enjas memmisse existimat Isidorum Hispanum ^), ita Bcribentem : 
^Haec antem disciplina (rhetorica) a graecis inventa est 4 
Gorgia, Aliatotele, Hermagora: et translata in latinum a Tullio 
TJdelicet et Quinctìliano et Titiano/' Sed postrema verba et 
lìtiano male in Isidorum irrepsisse censent Chacon et GriaP)> 
repetitis librarìornm negligentia ac vitiatis ultimis Quinctiliani 
syllabis. Ideo in praestantissima Isidori editione, Faustini 
Arevali curia peracta, verba Illa et Titiani omissa fuerunt 
Alibi vero^) reapse^Titianum laudat Isidorus: ,,Ha8 (Amazones) 
Titianns unìmammas dicit''. Putat Sirmondus, Titiannm seniorem 
eumdem esse cum ilio quoque Titiano, quem fandi artificem 
Tocat AuBonius^), éjus Apologos memorans^). Sunt vero qui 
arbitrentur, auctores illos, qnos ad seniorem Titianum respexisse 
censet Sirmondus, juniorem potius indicasse. Cum Sirmondo 
Umen idem sensit Casaubonus ^). Sed perspicuum est de hac 
re nii certo statui posse, quaestio enim pendet ex ambiguis 
Capitolini verbis. Ad juniorem Titianum certum est respexisse 
Ànsonium'O) dum ait: ,,Quomodo Titianus magister, sed gloriosus 
ille municipalem scholam apud Visontionem Lugdunumque 
variando, non aetate quidem, sed vilitate consenuit^ Postumii 
eojusdam Titiani oratoris, pronepotis et sectatoris M. Postumii 
Pesti oratoria, mentio est in veteri lapide^). De Postumio ilio 
Feste, M. Gornelìi Frontonis acquali, consulendus Aulus Gellius ^). 

Cnr vetemosum] Ita editio Sirmondi, alii legunt: cum 
vetemosum ^®). 

Lwidoram lairatuunì] Scribunt A^ilividulorum^^). 

Percopiosis scaturientia sermocinatiombus muliiplicabuntur] 
AL'i, inverso ordine, legunt: Multiplicàbuntur percopiosis sca- 
turientia sermocinatiombus ^^). 


') Origin. n. 2. 

*) Ad S. Isidor. 1. 0. 

^ Origin. IX. 2. 

«) Epist 16. , Sirmond. Tiraboschi Stor. lettor. IL 273. 

*) p. 146. 150. 

*) Ad Jul. Capitolin. vit. Maximini junior., Tiraboschi. II. 273. 

^ Gratiarum àct prò Consulatu ad Gratian. p. 175., Tiraboschi ib. 

*) Siimond. not e., Fab. B. lat. II. 682. 

•) Noct Att. XDL. 13. w) Edit parv. oit ") Ib. ") Ib. 


/ 


\ 



Index 

Vìrorum Doctrìna Illustrium 

De Quìbua 
In CommentaruB Et Observatioiiibiis 

Actnm Est 


1t 


•• 


Index 

Illustrìnm Doctriua Virorum 

De QuiboB Hoc Volumlne Actum Est. 


ÀlajoreB numeri Gommentarios , minores Gommentariorum 
«ectiones designant: si praemisHum habeant, Observationuin 
paginas. denotant. 

A. 

AdriannB Sophiata, V. Hadrìaniis 

Alexander Golyaeus IL 6. 12 

Alexander Polyhistor Milcsius II. 6 

Anonymi U. 12. Ili. 10. 11. 0. 253 

Antiochaa Sophista IH. 6 

Antoninna M. Aurelias II. 5. 6. 9. 12. IIL 3. 4. IV. 5. 6. 7. 13. 

[0. 242 

AphthoniuB III. 12 

ApoUinariB IIL 10 

Apoliinaris Sidonias (e. SollinB), V. SìdoniuB 

ApollinariB Snlpitius IV. 8. 12 

ApoUoniiiB Tyanenflis L 6. 0. 240 

Apaines III. 9 

Aristides (AeliuB) IL 1. seqq. 

Arìstoclea IL 6 

AspaaiiiB Byblins IL 3 

Aspuins Rarennaa 0. 240 

Athenaens 0. 253. 255 

11**' 


108 d 

B. 
Brutus (M.) 0.240 

C. 

CajanuB IIL 9 

Camariota (Oeorgins) IIL13 

Camarìota (Matthaens) III. 13 

Capito IL 12 

CelsinuB (lulianus) IV. 8 

ConstantiuB 0. 260 

D. 

Demetrins Phalereus . • 0. 248 

Demetrias Phavorinì amìcuB 0. 248 

Dio Alexandrinns Lll 

Dio AristidiB amicuB L 11. II. 7 

Dio CaBBiuB 1.4.11.14 

Dio ChrysostomuB LI. seqq. 

Dio Commentator Lll 

Dio HeracleotOB Lll 

Dìo PhiloBophus L 11 

Dio Thytes L 11 

Dionyalus AlicarnasBeuB O. 250 

Doxopater (ioannes) IIL 11 

E. 

Epiphanius Petraeas III. 10 

EteoneuB IL 7. 12 

Eudaemon IL 2 

Bnphrates L 6 

EasebiuB ScholasticaB . IIL 13 

F. 

PefltuB (M. PoBtumiuB) IV. 8. O. 264 

FrontìnnB (SextuB Julius) FV. 7. 13 


168 e 

Pronto (M. Cornelins) IV. 1. seqq. 

Fronto Emisenns IV. 9 

G. 

GelliuB (Anlns) IV. 8. 11 

Gemistns Fleto (Oeorgins) IH. 13 

GenethliuB HI. 9 

GeorgiuB Camariota, V. Camariota Georgins 

Georg] US Corintliì Metropolìtai V. Gregorius 

Georgia» Dìaereta III. 11 

GeorgÌQB Gemistns Fleto, V. Gemistns 

GeorgiuB Fachymeres, V. Fachjmeres ; 

Gregorius Corinthi Metropolita III. 11 

H. 

HadriaBns Sophista IL 10 

Hermogenes Geographus HI. 8 

Hetmogenes Historicns HI. 8 

Hermogenes Tarsensis Senior IH. 2. 8. 

Hermogeres Tarsensis Jnnior IlL 1. seqq. 

Hermolans 0. 253 

HerodoB Atticns IL 5. 8. 10. 0. 243 

Herodes Focta IL 5 

Hiroerins IL 11 

L 

lamblichns IH. 11" 

Inannes Doxopater, V. Doxopater 

loannes Geometra . HI. 11 

loannes Italus 0. 251 

loannes Sicnlns IIL 1 1. 0. 252 

Inlianus IH. 10 

lulianns Imperator O. 252 

L. 

Libanins IL 11. 12. HL 6 

Longihns (Casslus Dionysins) HL 11. IV. 3 


16Sf 

M. 

Maìor IIL9 

Marcellinus III. 10 

UasnriuB 0. 256 

Matthaeus Camariota, V. Camariota Matthaens 

Menander Rhetor IIL 12 

Metrophanes Encarpìensis . IL 12. UL 12 

Metrophanes Lacharis ixyovoq ......... II. 12 

Metrophanes LebadiensÌB IL 12 

Minucìanus III. 9 

MinuciuB Felix IV. 2 

Musonius Hermogenis dìsclpuiuB III. 4 

MusoniuB StoicQS Senior III. 4 

MuBonìus Stoipus Iunior ........... IIL 4 

N. 

Nicagoras IIL 9 

NicoBtratuB IL 3 

4 
P. 

Pacliymeres (Georgius) . .^ IIL 13 

PhalereuB (Denietrius), V. Demetrìus PhalereuB 

PhavorinuB . . . . . . . . • . . . . L 6. iV. 6. 8. 12 

PhiloBtrati duo ... 0. 239 

Pleto (Georgius Gemìstus), V. Gemìstus 

PlutarchuB I. 12 

Polemo L 6. IL 4 

Porphyrius IL 10. IIL 10 

Priscianus IIL 8 

ProciuB III. 10 

S. 

Sabinus IL 10 

Sergius Zeugmatensis IL 10 

Sìdonius (C. Sollius Apollinaris) 0. 269 

SilvanuB IIL 13 


IGSg 

Simplìciud IIL 11 

Soerates Hìstoricus IIL 13 

Sopater Apameensis lamblìci discipulus . . . . IL 12. IIL 10 

Sopater ApameeoBÌs sophista IL 12. III. 10 

Sopater scriptor de UrsÌB IIL 10 

S3rmmacba8 (P. Aurelitts) 0. 260 

Syneaius L 14 

SyrianuB IIL 10. 11 

T. 

Theophrastus 0. 247 

TheophylactuB Bulgariae Archìepiscopus ..... 0. 245 

Titìanus Senior 0. 261 

TìtianuB Innior 0. 261 

TroUuB UL 13 

Tsetzes III. 11 

V. 
UlpianuB IIL 10 

Z. 
ZoUoB . 0.257 


Commentario 

Della vita e degli scritti di 

Esichio Milesio. 


Capo I* 

Dei nomi di Esicliio. 

EaìchiOy ^Hóvxwg, vale quieto, tranquillo, non altramente che 
"S^vxoq, Esico. Quindi ^Hàvxccoraly Esicasti, che noi potremmo 
rendere ^e^i>^i«^i,> appeliavansi alcuni monaci e solltarj^ bI come 
yedesi in Nilo monaco 0> in Teodoro studita^), nel Meursio^) 
e sopra tutto nel Du Gange ^). La ^hxoW'^HovxàOTQia , espri- 
mente SoUtariay trovasi in Giovanni Mosco ^). Può vedersi il 
Dq Gange ^) sopra quella di ^HùvxccCziìqcov, che egli interpreta 
Cella del solitario^ In più autori greci e nella epigrafe dei 
suoi scritti il nostro Esichio è detto ^IXXovOtQtog , Illustre^ 
parola, che eccitò controversia fra i crìtici. Taluno di questi 
riputò essere Illustre, o Illustrio un qualche cognome di 
Esichio ^. Adriano Giunio , traduttore latino dell' opuscolo di 
Esichio, Sugli nomini illustri in dottrina, del quale parlerò in 
appresso, dopo la parola Illuslrii, scrisse nel titolo Cognomento, 
11 Menagio % citando il nostro Esichio, lo chiamò „Cognomeato 
niustrium^. Altri pensarono' che la parola ^IXXovOtqloc; non 
fosse cognome di uomo, ma titolo di dignità ^). Questa opinione 
fu seguitata dal Casaubono ^^), dal quale la voce Illustrivi 
appellasi ^barbara, nec fando unquam latinis auribus audita.'^ 


Lib. IV. Ep. 17. 

') Orat. in S. Platon, num. 44. 

^ Glossar. Graeco-Barb. art "^Hcvxacftal. 

*) Glossar, ad acrìptor. med. et inf. Graecitat art. ^Havxccoral. 

*) Asifi.. e 127. — Gange. 

•) Op. cit. art ^Havx(taxriQiov. 

^) Laerzio, ed. Menag., II. 123. nota 18. 

*) Hist Mul. philos. Seg. 52. p. 495. eoi. t. 

") Laer. 1. e. 


172 

Egli dice, derivÀre il greco vocabolo ÌXXovOrQtog dal latino 
Illustrisi come xsQéwioq da perennis. Enrico Stefano disse, 
che tra le parole ^Hóvxlov iuXtjcIov IXXovCxqIov , le quali 
trovansi nel titolo del nominato opuscolo del nostro Esichio, 
la voce IXXovóxqIov avrebbe, per suo avviso, dovuto avere il 
secondo luogo e non il terzo, se la parpla ^IXXovCXQioq stata 
fosse cognome di Esichio. Egli aggiunse ^) , che spesso i grec) 
al vocabolo, che serve di cognome premettono le parole xov 
ixlxXrjv , o xov èjtovofia^ofiévov j ovvero xov èjtoìvvfuav 
ìxovxoq, ninna delle quali trovasi nel tìtolo dell* opuscolo di 
Esichio sopra mentovato. Non diversa dalla opinione del 
Oasaubono è quella del Meursio^) e del Fabrieio^): oltre i 
quali possono consultaci Martino Hank % il lonsio % il Golon- 
zesio ^) , il Chilmead ^). La seconda delle riferite opinioni è la 
vera, e sarebbe stata verosimilmente abbracciata dal Qinnio 
stesso, se egli avesse osservato ciò, che soggiungerò. Il nostro 
Esichio non è il solo, che veggasi presso gli autori greci detto 
^IXXov6XQiog. Noi troviamo in Suida IlQoxóotvoq IXXovoxQiog 
KaiOOQBvgy e XgióxóócjQog Srj^aloq ^IXXovOxQtoq^)] nelle Insti- 
tuzioni di Teofilo veggiamo fatta menzione di un Doroteo appel- 
lato lXXov6XQioq^)\ nella Cronica Pasquale leggiamo IlaxQbaoq 
^IXXovaxQiog, jivÓQiag ÌXXovCXQioc:, "ÈXjtiólog ÌXXovOXQiog ^^). 
Tra le opere di S. Massimo, una ne troviamo indirizzata XQog 
néxQov IXXovoxQiov ^^); tre le epistole di Nilo monaco non 
una ne veggiamo colla epigrafe N. iXXoxxsxQUp ^^), ed una ne 
abbiamo, indirizzata ad Elena IXXovOxl^^^). Neil' Antologia 


*>Ad Hesych. tit. 

*) Glossar, art ìkXovct^io^, et Ad.Hesyoh. tit 

») B. gr. IV. 544., VI. 24. not 

*) De Byz. ffist Script C. 4. 

<") De Scr. Hist Philos. 

«) Ad Gyral. Dial. de poet 

7) Ad Malal. Ghron. 1 1. p. 377, Fab. B. gr. VI. 240. not 

")Meurs. Glossar. 

*) Casaub. 

*•) Stor. Byz. IV. 303. A. 

") Fab. B. gr. VIII. 737. 

") Gange. 

") Ep. 170. lib. U. 


173 

ravvisiamo un Epigramma EvxoXfilov ÌXXovùtqIov ^). ÌXXoV' 
OTQtog evyevfjg, dice 1' autore del Glossario di ginrisprudenza 
pubblicato dal* Labbè, in cui male leggveasi *IXovari]Qiog^). 
Dalle sue parole rilevasi, essere ^IXXovCTQioq titolo di dignità, 
ciò, che rilevasi ancora da Fozio, presso^ cui leggesl: róv 
ÌXXovotqIg)v a^lcofia tqIttjv ajiò rcov IlaxQixlmv ragiv 
Ixéx^iv '). Ciò pure raccogliesi da Giustiniano^), da S. Massimo^) 
e da Cirillo Scitopolitano, nella cui vita manoscritta di S. Saba 
ai legge jÌQ(iivtó<^ rcg *IXXovorQiov a^lcogia bxg>v *). Nlcefpro 
Callisto scrive: 'iXXovCrQioq óé rig à^lav'^): lo anonimo para- 
frasaste degli Oracoli di Leone imperatore: xal avry zf] Td§^ 
:téqn)X€v ^IXXovóTQiog^): Cedreno*®): rlveg xwv Ix TJJgjiÓQia' 
vovxòXecag iXXovOXQioi .\ e Teofano**): àXXwv it]'. IlarQCxicjv, 
xaì 'IXXovotqIcdv, xal ^Ynaxixóv. Possono vedersi Arriano*^), 
Codino *^), Zaccheria Papa ^% Sollitze, Psello ^'% il Meursio ^% il 
Goar *^), il Du Cange ^*). La voce ÌXXovCTQtog usavasi talvolta 
ad esprimere Protospatarj. ^IXXovùxqioi , IlQanoOJiad'àQtoi, 
dice l'autore del Glossario di giurisprudenza pubblicato dal 
Labbè, Illustri, ProtospcUarj. Presso i latini eziandio trovasi 
il nome Illustris usato in senso non diverso da quello, nel 
quale il nome ^IXXovoxQiog usato si vede presso i greci. Scrisse 
Vittore ^^) „Mittit ergo tuuc ad ecclesiam Alexandrum illustrem, 


Meurs. Glossar, et Ad Hesych., Fab. B. gr. IL 717. 

') Meurs. Glossar., Cange. 

') Cange. 

^) Novell. 15. 43. 73., Meurs., Cange. 

^) £p. 43. ad Joau. Cubicular., Cange. 

') C. 70., Cange, • 

*) Lib. XVII. C. 14., Hist. Eccl., Hist. Byz. VII. Proleg. 

«) Cange. 

») Hist Comp., Hist. Byz. t Vili. p. 552. A. 

") Chronograph., Hist Byz. t Vili. 126. B., Cange. 

») Ad Epict lib. IIL e. ult 

^ De Origin. Constaninop. num. 89. 

") Dial: U. 26, UL 16, IV. 37. 

**)In Synopsi Jur., Cange. 

*•) Glossar. 1. e. 

") Ad Theoph. Chronograph., Hist Byz. t. VI. p. 46. col. 1. D. 

**) Glossar, art. ^IXXovatgioq. 

^*) De persequut. Vandal. lib. II. 


174 

hnjuBxnodi legationem deferentem''; ed Alcimo Avito ^): „Tuiic 
numerosis iUuBtrìbuB curia florebat^'. Marcello, nella inscriEÌone 
del suo libro sui medicamenti empirici, è chiamato, non dissi- 
milmente dal nostro Esichio, „Vir illustris'^; e Macrobio, nella 
epigrafe delle sue opere , „Vir clarissimus et inlustris'^ ^). Se 
per la sua nobiltà, ovvero per la sua dottrina, il nostro Esichio 
si appellasse ^IXZovorQtog, noi so decidere. Sembra che per 
la seconda di queste cagioni stimasse il Fabricio, avere Esichio 
acquistato il detto nome, poiché diss' egli ^) : „Nam et Mileainm 
istum, qui illustris etiam compeUatlone celebrari meruit etc'' 

Capo II. 
Della età di Esichio. 

Àgevol cosa si è col mezzo della testimonianza degli antichi 
scrittori determinare la età del nostro Esichio. Sappiamo da 
Suida^), avere egli condolta la sua Istoria Grionica ìlog t% 
^aaiXslag kraóraolov róv èjtovoiia^ofiévov Jixoqov, sino 
allo impero di Anastasio cognominato Dicoro. Queste parole 
però lasciano campo alla questione, se di tutto l'impero di 
Anastasio, o di una sola parte, ragionasse Esichio nella sua 
Storia ; ovvero se non ne parlasse in niun conto, potendo avere 
terminata la storia medesima nello impero dell* ultimo frn gli 
antecessori di Anastasio, e avendo in tal senso potuto dire 
Snida, averla egli condotta sino allo impero di questo prìncipe. 
Ma ogni dubitazione viene tolta da Fozio, il quale dice assai 
chiaramente^): xàxBiCi 61 [léxQt r^g rejLevr^q Àvacraùlov 
og ^Pti)(jial(DV yéyovev avxoxQarcoQ. Ascese al trono Anastasio 
Dicoro neir anno 491. dell' era Cristiana^), e dopo un impero 
di 27. anni mori nel 518^). Certo è dunque, non essere il 
nostro Esichio considerabilmente più antico di questa epoca. 
Ad Anastasio Dicoro successe Giustino Trace, il quale, asceso 


1) Homil., Meurs. Glossar. 

') Meurs. Ad Hesych. 

«) B. gr. IV. 544. 

^) Art. "^Havxioq. 

») Bibl. Cod. 69. 

•) Fab. B. gr. VI. 698., Hist. Byz. I. 9. Col. 2. 

')Ivi. 


175 

al trono nel 518, fini dì vivere nel 527^). Le gesta aneora 
di Ginstìno scrisBe il nostro Esichio, al riferire di Fozio^), il 
quale anche ci fa noto, avere egli scritto sili primordj delio impero 
di Ginstiniano'), che snccesse a Ginstino. Non fu quindi il 
nostro Esichio più antico di Giustiniano. Né a mostrar ciò fa 
d'uopo ricorrere ad argomenti rintracciati in altri scrittori. Ecco 
egli stesso, parlando di Triboniano, fu mentione di Giusti- 
niano imperatore: Tql^gìvuzvÒi; xojLaxsvmp ^ovùxivuxvòv 
^aaiXéa, etc. Egli potè però essere più recente di Giustiniano, 
ma ci vieta di crederlo Suida^), il quale narra, essere^ vissuto 
il nostro scrittore sotto Timpero di Anastasio. '^Hovx'^og . . . 
fSY^vfDQ èxl iipaCxadlov ^aóilécog, Esichio . . . vissuto sotto 
Anastasio imperatore. Cosi egli. Ma ciò, dice il Meursio^), 
asserì Snida , non so se rettamente. C" insegna in fatti Costan- 
tino Porfirogeneta, avere egli scrìtto sotto l'impero di Giustiniano. 
OircB fàg IlQOxójciog ovrs iifjfv kyad'lag •), aire MévavÓQOg, 
ovTB ^Hovxtog b ÌXXovCrQiog è/ivijixóvtvóav rov roiovrov 
ovònaxog, ol rà XQOvcxà Cvvra^avrsg èjcl rijg 'lov6xtviavov 
^OiXelag'^, poiché non fecero menzione di tal nome Procopio, 
riè Agatia, ne Menandro, ne Esichio illustre, i quali scrissero 
croniche sotto lo impero di Giustiniano. Il nostro Esichio dal 
Menagio pur anco^) e dal Fabricìo^) dicesi vissuto sotto Gius- 
tiniano, dal du Gange ^®) però si afferma vissuto sotto Anastasio 
Dicoro. Ma sotto ambedue potè egli vivere ; stante che dalla 
morte di Anastasio sino al principio dello impero di Giustiniano 
non passarono che circa nove anni I tre imperi insieme uniti 
di Anastasio, Giustino seniore e Giustiniano abbracciano lo 


Olvi. 

») Ivi. 

>) Meors., Fab. B. gr. VL 242, Hist Byz. I. 23. 

*) Art. *^Hcvxiog. 

») Ad Hesych. titul. 

>) Hist. Byz. XXII. 4. D., Meurs. VI. 1428. 

^)I>e Them. lib. I. them. 2., Fab. B. VI. gr. 242., Meurs., Hist 
Byz. L 212. 

*) Ad Laeft titul. p. 1. col. 2. 

•) B. gr. VI. 240. 

^) In Ind. Scriptor. graecor. in Glossar, ad Scriptor. med. et inf. 
Graecìt laudat. et illustrat. to. II. par. 3. p. 49. 


176 

1 

spazio dì ftettantasei anni circa, spazio, che potè bene essere 
percorso da Esichio, il qaale anche, tuttoché scrìvesse al tempo 
di Ginstìniano, potè mancare prima dei termine del suo lango 
impero di qnasi quaranta anni. Dai Meorslo, che scrlvea nel 
1613, chiamasi Esichìo: „Scriptor satis antiqnns, a qno anni 
mille fere, et centnm'^^). 11 Bozcler, nel suo trattato cronolo- 
gico sugli scrittori greci e latini^), pone Esichio, che egli 
chiama Ultcstris^ tra quelli del secolo sestb. 

Capo m. 

Della patria, dei genitori. 
Della professione e degli etuij di Esiohio. 

Patria al nostro Esichio fìi Mileto. Lo apprendiamo si dalla 
epigrafe dei suoi scritti, nella quale egli è appellato Esichio 
Milesio Illustre; che da Fozio, il quale dice'^): o óì, ovyygagìtvi 
^Hovx'^og ò iXXovOTQiog, /iiXi^aiog (ihv ex xaigldog, lo scrittore 
è Esichio illustre, Milesio di patria] e da Snida, che il chiama 
Milesio^). ^H0'vx''Og (iikijóios, Esichio Milesio; cosi egli. Dallo 
autore del Glossario di giurisprudenza pubblicato dal Labbè^) 
dicesi il nostro Esichio ò q>iXocog)rjaag rtjg MtXijGlag. 1 genitori 
del nostro Esichio furono Esichìo causidico e Sofia: lo abbiamo 
da Snida®): ^Hcvxtog fiiXijOiog^ die' egli, vlòg ^Hovxlov dwc?/- 
yÓQOv, Tcaì Sotplag, Esichio Milesio figlio di Esichio causidico') 
e di Sofia. I suoi genitóri si nominano pure da Fozio % da coi 
il nostro Esichio si appella: jtaXg ^Hov^lov xal £og>lag, figlio 
di Esichio e di Sofia. Sulla professione del nostro Esichio 
non abbiamo altra notizia, che quella, che dar ci possono la 
professione del suo genitore e questo passo dì Giorgio Codino^): 
Tavra èjcQax&Tj ró da>rféx«TG> hai rìjg ^oiXelag xov fttydXov 

In £p. dedicat. Opusculor. Hesych. Miles. 

>)Gronov. X.p. 941.D.* 

») Cod. 69. 

*) Voc. "Havx. 

*)Art IlaXfiaziovQ. 

•) Art ^Havxioq. 

^) Cosi interpetra Fabrìcio, B. «r. IX. 714., Hist Byz. 1. 174. 

•) Cod. 69. 

*) De Orìg. CoDstantinop. nnm. i7. 


177 

KanfiSravrlvov , 6vfix(fatrórra}p avrò xal ùvvsvóoxovptcov 
flq T^v TOiovtfjv oixoóofi^ tfjg tì6ag>QovQ9JTOv xÓXbo^, 
EwpQoxov xaQaxotfitofiivav Ov^qìxIov xal 'OXv^qIov tAv 
xQaixocLxaìv, ^lotócigav, xal EvotoqyIov, xal MvxatjX xQa>- 
xofieCtuxQlov, àfiqxytéQwv xotqixIoìv 6vt<ov, xal ^Hvoffióiov 
ixa(^ov, xad'fì»; lorofovoiv Evtvxiavòg XQcmoaaf/XQ^ttji; o 
•fQoiifuzTixòg, xal EvxQÒxioq b ooqìiùT^g, ò t& jiagafiav^ 
"lavXiavó ùvfiJtaQÒp iv ry IltQOlói, xal e ixuOtoXoyQaipoq 
SanfOtaPtlpog, ^EXBvCióg re óiaxopog b q>iXócoq>og, xal 
TQ<Diiog b Qi^X(OQ, b xoXìÀq aQxàc (itrà óo^rjq avvOaq, xal 
'Uifiiioq b xaxvYQCxpoqr Simiglìante a questo luogo dì Codino 
è quello di uno Anonimo^ di lui pìii antico 0^ il qnale cosi 
serisae^), secondo legge il Bandurio^): KaB-òq IcxoQOvCiv 
Evxvxtavòq yQafd/iaxixòg b XQayroaùfiXQ^xig, xal b óvfixa- 
Q<òv xó xoQafiaxy 'lovXiaPÓ kv IléQOlói EvxQÓxióq xig b 
oo^cxrjg, xal htiùxoXofQàipog Kovùxavxlvov , TQckXog b 
^Ta)Q b xoXXàs aQxàg óiavvoag fiexà óó§r]g, xal ^Hcfvx^og 
ò xaxvfQaifog. Che lo Esichio notajo mentovato da Codino 
Don altri fosse che Esichio Milesio, sospettossi dal Labbò^) e 
dal Fabrìcio^); ma ciò, che essi sospettarono, attermò scusa 
vemna dubitasìone il du Cange^). E forse il passo, che riferii, 
di Codiiio ebbe in vista il Bartio allorché chiamò il nostro 
Esiehio tabuìarium'^). Soggiunse però Codino, essere stati tutti 
gfi scrittori da lui mentovati amòxxag^)^ testimanj di vista, 
deUa instaurazione detta città di Costantinopoli, fatta da Costan- 
tino'). Oèxot xavxtg, sono sue parole, avxóxxai yerófisvoi 
rév xffvtxavxa x^ax^évxoiv, àxQi^Ag xavxl ùwtyQcnpaxo, 


') Fab. B. gr. VI. 549. 

') De Antiq. Constautiuop. par. 1. n. 5., Uist. Byz. XXII. par. 3. 
p. 4. D. 

*) Comment. in Antiq. Constantinop. Hb. I. n. 5., Uist Byz. ib. 
3&4., Baiidnrì nel tit. del to. XXII. 

Apparat Byz. Hist. par. 2. to. I. p. 23. 

*) B. gr. VI. 247. 

•) Le. 

Ó Ad Claudian., Fab. ivi 1. e. 

>) Labbè Le. 

•) Fab. 1. e. 

12 


178 

E lo AnoDuno sopra citato dice similmente^): Ovroi xavteq 
d-aazal, xaì owUstOQeq ytyòviuai róv rórs XQax^épxa^v 
axQi^Aq, Ora La instaurazione di Costantinopoli segni nel 
secolo quarto, ed Esichio Milesio visse nel sesto. Questa diffi- 
coltà notò il Fabrìcio^), e prima di lui avea notata il Labbè, il 
quale sospettò, avesse errato Codino (giacché dello Anonimo né 
egli fé* menzione, né il Fabricio) nel dire, essere stati testimonj 
oculari della instaurazione di Costantinopoli gli storici da lai 
nominati. Bignardo agli studj di Esicbio Milesio, può trarseue 
notizia da ciò, che ci rimane dei suoi scrìtti, e da quelli, che 
sappiamo avere egli fatti, dei quali parlerassi in appresso. 
Che si applicasse il nostro autore alla filosofia^ può dedarsi dal 
Glossario di giuri^rudenza pubblicato dal Labbé^), in cui 
citasi ó *lXkovcrQioq ^Hcvx'^og ò fptXocofprioaq, Esichio Illustre, 
che filosofò. Certo se 11 titolo 'iXXovùrQiog acquistò egli coi 
suoi studj, esso può darci una idea assai vantaggiosa della sua 
dottrina. 

Capo IV. 
Della religione di Esichio. 

Cercano i letterati se cultore di Cristo, o dei falsi numi, 
fosse Esichio Milesio. Snida, non veggendo, nel suo libro sogli 
nomini illustri in dottrina, fatta menzione di veruno dei dottori 
ecclesiastici, ne trae argomento di sospettare, che egli non 
fosse illuminato dalla luce evangelica ^). Elg dì ròv xlpaxa 
xóv Iv jtaióaia XafiìpdvT<av èxxXtjGtaozixóv ócdaaxaXaw 
ovósvòg (iVTjfiovevBL (og Ix tovxov vjcóvoiav jeaQtxaiv (ìtj 
elvai avTQV XqiOtlovÒv, aXkà rijg e?MjVtxrjg ftaraiojioviag 
ovcuiXbwv. Ma questo argomento, oltre che é per se mede- 
simo assai debole, non ha neppure qui luogo, secondo il 
Fabricio^), altro essendo stato, come egli dice, 4o instituto di 
Esichio. Ben più forti sono gli argomenti, che, a mostrare 


«) 1. e. 

») B. gr. Vi. 247. 

^ Art. naX/jtazlovg. 

*) Fab. B. gr. IX. 714. 

») B. gr. Vi. 240. not. (b). 


I7tf 

ifena Eiie&io dal puganeaimo, adducono altri scrittori. Omer- 
Taao CMi, che il nostro autore , parlando delia Sibilla Caldea, 
nomina Cristo. Dice egli infatti: yByóvaa da Sl^vXXai óéxa, 
òp Xifciti] 7j Xakóala, tj xsqì XqiCxov JtQoq>i]TtvOaCa. 
Alquanto dopo, parlando di Tiiboniano, lo chiama gentile ed 
aieo. ^Hv ói ò TQt^fovutvòq tXXrjV xcà ad'Sog. Cosi egli. 
Ohe il nostro fisichio fosse lontano dalle follie del gentilesimo, 
fin opinione di Enrico StefBtno, lodato dal Meursio % del Vossio % 
deUo Hanck'), del Cave, del Fabricio^) e di ^altri. Ai riferiti 
argomenti può aggiungerai quello ti-atto dal nome, Giovanni, di 
nn figlinolo di EsichìO, mentovato da Fozio^). Ma dovrò io, 
mentre Tunanime consentimento di quasi tutti gli scrittori 
c'invita a riconoscere il nostro Esicbio come partecipe delia 
luce evangelica, produrre ai^omenti, che ci ritengano dal con- 
gentii^li un tal lume? Io trovo alcerto che egli, poiché narrò 
come Dafida Telemisseo, cercando di schernire l'oracolo, recossi 
innanzi a Pìzia, e chiese, se rinvenuto avrebbe il cavallo, e 
ricevuto in risposta, che il ritroverebbe fra poco, divulgò, non 
posseder sé, né aver perduto verun cavallo, ma ben presto 
Àttalo il fé* precipitare da un luogp detto cavallo] soggiunge: 
x(d lyvm XQoq ro5 d-avaxcp, fXTj lipevod-ai xò Xor/iov; parole, 
che non sembrano assai convenire ad un cristiano. Maggiore 
ne fa comparire la sconvenevolezza il Giunio, interpretando: 
„ìtaque sub vitae exitum didicit sacrarum sortium fidem non 
foisse vanam*^. Ragionando delle origini di Bizanzio il nostro 
Esichio, riferite alcune opinioni intorno ad essa, dice, voler sé 
narrare una verisimile istoria, e mentre il lettore spera vedersi 
presentare una plausibile narrazione del seguito in riguardo a 
tale orìgine, si vede innanzi la favola di Io, dì Giove, di Mer- 
curio uccisore del custode di Io, detto Argo, di Giunone gelosa 
di Io, ed altre tali baje, che, a dir vero, hanno ogni idea dì 
una verosimile istoria. Per ciò, che spetta agli argomenti, che 
sembrano provare la fede cristiana del nostro Esichio, potrebbe 

>) Ad Hesiòh. titul. 

«) De ffist gr. 

^ De Byz. Hist. Scriptor. 

*) B. gr. V. 554, VI. 137. 240. not. (b> 

*) Ffcb. B. gr. IV. 544. 

12* 


180 

t aitino opporre ; che nel luogo, ove Esichìo parla della Sibilla 
Caldea, le parole ^ JteQÌ XQiOrav jCQO^revoaca, e ove parla 
di Triboniano, quelle tp^ óe o TQt^covuxvòq iXhp^ xaì a&eoc, 
furono forse aggiunte al suo testo da qualche cristiano, del che 
non mancherebbono esempj ; ma altri potrebbe replicare, che in 
slmil guisa può facilmente sciogliersi ogni nodo; che lo argo- 
mento tratto dai luogo', ove Esìchio parla di Dafida, è troppo 
debole, e quello tratto dalle favole da lui riferite è insufficiente; 
potendo egli nel riferirle non aver' fatto, se non narrare ciò, 
che vedea dirai dal maggior numero degli antichi poeti e 
scrittori, giusta ciò, che detto avea poco avanti: Abxtìov óè 
fjfitv o:n:a>g re J§ «PZ^5 yiyov^y «al hnó xivonv djrcoxla&fj 
ex TOP àgxaUop jtoiijTÓv xaì OvyYQaq>éci)v. La questione 
pertanto, ridotta a tale stato, potrà esser decisa da chi, o più 
ingegnoso, o più coraggioto di me, si farè^ ad esaminarla.' 

Capo V. 
Degli scrittori principabnente greci che parlarono di Esiebio. 

Faci! cosa si è il noverare quei greci scrittori, nelle opere dei 
quali troviamo futta menzione del nostro Esichio, detto talora Illu- 
stre, talora Milesìo, talora illusti'e e Milesio insieme. Egli è nel 
numero di quegli autori, dei quali le opere solo, che di loro riman- 
gono, e ben pochi scrittori di qualche antichitÀ ci danno alcuna lieve 
notizia. In questo numero è il valoroso scrittore si benemerito 
deir antica istorìa filosofica, Diogene Laerzio, seguito e tra- 
scritto ben sovente, sì come poscia vedremo, dal nostro Esichio; 
scrittore, la cui utilissima opera sulle vite de' filosofi nomìnossi 
solo da Fozio'); da Stefano Bizantino^), da guida ^) e da Eu- 
stazio^), e che, senza allegare la opera stessa, non citarono 
altri che Tzetze^) ed Esichio Milesio. Di questo parlarono 
Fozio e Snida in due articoli separati, Tuno della sua Biblio- 


») Cod. 161. 

*) Artt. /IgvUai, ^veroi et Xokklóai. 

') Art TsrgaXoyia, 

*) Ad Iliad. Hb. XII. 

*) Chil. 111. 


181 

teca % Faltro del suo Leselco % Cotesti due autori sono quelli, 
che ci somministrano le più ampie notizie, che abbianai intorno 
al nostro Esichio. Due volte fece di lui menzione Gonstantino 
Porfirogeneta^), e due volte similmente citello l'autore del 
Glossario di giurisprudenza pubblicato dal Labbè^). Giovanni 
Tsetze contasi pure tra gli scrittori greci, che rammentarono il 
nostro Eiftichio. Dice egli^): 

^Hoixioq IXXovCTQtog, nXovraQX^^ '^^ ^«* dloìv, 
Kaì AiovvCioq òfiov yQaq>ovòi ràda Jtàpxa. 

Scrivono tutto ciò V illustre Esichio, 
Dion, Plutarco e Dionigi insieme. 

Sospetta il Meursìo, che il nostro Esichio indichi l'autore del 
Grande Etimologico allorché dìce^): orza órjfuiovrai ò rov 
IXXovOtqIov, Intorno ai luoghi di un Anonimo e di Codino, 
nei quali è fatta menzione 41 Esichio Kot^jo, non diverso forse 
dal Ullesio, non accade ripetere ciò, che già dissi di sopra nel 
Capo terzo. Tra i moderni trattarono del nostro Esichio il 
Gesuer'^), il Meursio»), il Vossio»), il Jonsio^<>), lo Hanck"), 
il Labbè i^), il Fabrìcio ^^) ed altri. 

Capo TI. 

Esichio Milesio 
mal confuso con Esichio Lessicografo. 

Assai celebre ed utile, anzi, secondo il Fabriclo^^), quasi 
necessario, a coloro, che seriamente si applicano ai greci studj, 
è il Glossario, o Lessico, di un Esichio, negli encomj del quale 


») Cod. 69. . 

*) Art. ^Havxiog. 

3) lib. I. them. 2., lib. II. them. 8. 

*) Artt UaXfiatiovq et ^òXXiq, 

«) Chil. 111. vers. 877. 878., Meurs. Glossar. 

*) Art kyiiiq. 

') Morery Diction. 

•) Ad Hesych. titul. ») De Hlst. Graec. 

») De Scriptor. Hist. Phil. ") De Byz. Hist Scriptor. 

^ Apparai Byz. Hist. par. 2. 

»*) B. gr. VI. 240 seqq. ") B. gr. IV. 542. 


182 

superfluo sarebbe il difTondersì, ripetendo le lodi, colle qnall 
lo esaltarono il Meursio % il Salmasio, i Gasauboni, i Yossiiy gli 
Heinsii, i Ganter, il Brode, gli Scaligeri, i Petit, il Bartìo, il 
FuUer, Il Bochart, ed altri, che non fa d'uopo noverare. Ora 
nelle antiche ediz'oni dì questo sì famoso Lessico, anzi eziandio 
in quella elegantissima eseguita in Leyden nel 1668, e conosciuta 
sotto il nome dì Screvelìana, trovasi premesso al lessico stesso 
lo articolo di quello dì Snida, in col egli parla di Esichlo 
Milesìo, quasi a questo appartenesse il lessico, a cui tale articolo 
si premette. Il primo, che alla sua edizione prepose cotesto 
articolo, e che fu forse ciecamente seguito dai successivi 
editori, o riputò non avervi altro Estchio, che lo autore di quel 
Lessico, e consegnentemente, non potere questo essere diverso 
dallo Esichio, di cui ragiona Snida; ovvero fu tratto in errore 
dalle parole ovofiotoXóyov ij xlpaxa, nomenclature o indice, 
che trovansi in Snida stesso, avendo egli forse stimata quel 
nomenclatore non altro che il Lessico di Esichio Grammatico. 
Ma questo nel codice ms. di Giovan Giacomo Bardellonl è 
detto Alessandrino, e non Milesio; e certo nulla può trovarsi 
di commune tra il nosto Esichio e il Lessicografo. Tuttavia 
tra i più dotti scrittori puranco fuwi chi attribuì al primo di 
essi ciò, che all' altro apparteneva, e viceversa. Il Fabrìcìo'), 
notato lo errore, soggiunge: ,,Qaod monere susque deqne 
habuissem, nisi viderem viros doctos aliquando isthoc errore 
ìmprndentes abripi, ex quibus unum jam liceat adducere Marti- 
num Hanckium, qui . . . inter judicia de Hesychio Milesio, 
doctìssimi Grammatici encomium reposuit, quod Lexicographo 
nostro trìbuerat vir acutns Richardus Montacutins**. Martino 
Hanck* attribuì ad Esichio Milesio ciò, che spettava al Lessico- 
grafo, ma Guglielmo Bude e Giorgio Agricola attribuirono a 
questi ciò, che a quegli apparteneva, poiché dissero | essere 
vissuto Esichio Lessicografo al tempo di Anastasio Imperatore, 
ciò, che di Esichio Milesio detto avea Snida. E verosimil- 
mente Tinglese Tommaso Pope Blount allorché disse'), essere 
vissuto Esichio Lessicografo circa il 500 dopo Gesù Cristo; il 
disse confondendolo con Esichio Milesio. 


') Misceli. Laoon. lib. I. e. 13. 

*) B. gr. IV. 542. •) Censura celebrior. auctor. 


183 

Capo VII. 

DeH' Opuscolo di Esichio 
sugli tiomim illustri in dottrina. 

Ma se il sovraccennato Lessico non scrisse il nostro Esichio, 
egli nno ne scrisse al certo appartenente alla storia letteraria. 
Questo lessico, ovvero la sua epìtome, tuttavia ci rimane, ed 
avanza in antichità tutti 1 lessici istorici, o quelli almeno, che 
noi possediamo. Se il nostro Esichio è quegli, che primo diede 
la idea di simili lessici, non picciolo è il vantaggio da lui recato 
alla repubblica letteraria. Il suo scritto, di cui parlo, merita al 
eerto il nome di lessico, né so per qual cagione il Fabricia non 
die luogo ad Esichio Milesio, tra i Lessicografi greci nelU Indice, 
che ei ne compose e pubblicò nella sua Biblioteca Oreca^). > 
Il titolo dello scrìtto di Esichio, su cui ragionasi, è, per mio 
avviso: Da-QÌ róv èv jtaióela óiaXafiipQVtcov ; non come commu- 
nemente si legge : IlhQi róv èv jzaióela óiaXafiìparov Cofpóv ; 
si perchè Snida, nominando questo scrìtto, lo chiama solo: 
nivaxa TÓv èv Jiaióela Xa/ixpavrojv , ovvero rciv èv natóela 
ovofiaOTcàVy sì perchè la parola OogxSv sembra ridondare, come 
osservò ancora Enrico Stefano ^). Adriano Giunio, interpretando 
il titolo deir opuscolo di Esichio, scrisse: „De bis, qui erudi- 
tionis fama claruere'', non: „De sapientibus, qui eruditionìs fama 
claraere''. 11 Meursio, nominando l'opuscolo stesso, il disse ^): 
»De viris, qui eruditionìs fama claruerunt^' ; ed altra volta ^): 
,^e viris doctrina claris"; e il Lami*): „De viris eruditìone 
praestantibus^'. Onde si Jl Giunio, che il Meursio e il Lami 
non sembrano essere stati alieni dalla mia opinione. L'autore 
del Grande. Etimologico cita una opera di Ermippo, che egli 
ciiiama: Ilegl rcov èv jtatóela Xafiìpavzcov^), titolo similissimo 
a quello creduto da me genuino dell' opuscolo Esichiano. Snida 
simìgliantemente ') ricorda jclvaxeq xóv èv jzdcy ycatóela óia- 

>) Llb. y. e. 40. to. IX e X. 

>) Ad titul. 

') In Ep. dedicai Opusc. Hesych. Miles. 

«) Ad titol. p. 205. A. 

') Praef. ad Meors. opp. to. VII. p. 1. 

*) Alt Ànàfieia. 

"*) Art KaXXlficcxog, 


184 

XanìpàvTCDV, gV indici degli uomini ilhxstri in ogni dottrina, 
scrìtti da Callimaco, sui quali, fra gli altri moderni antori, pos- 
sono conBultarsi il Mearsio in più luoghi 0^ il Jonsio^) e il 
Fabricio ^). ti nostro Esichio neir opuscolo, dì cui favellasi, non 
solo seguì, ma trascrìsse eziandio, non poche fiate, parola per 
parola molti passi delle Vite scritte da Diogene Laerzio; ciò, 
che diminuisce considerabìlmente il pregio dì tale opascolo, 
avendosi già gran parte di ciò, che ivi trovasi, nella opera bio- 
grafica del mentovato Diogene. Tuttavìa l'opuscolo stesso è 
utile non solo perchè può essere impiegato ad emendare più 
errori di lezione, che trovansì nel Laerzio, ma ezìanio perchè 
favella di varj dotti, non facendo uso di questo autore. Gli ar- 
ticoli, nei quali il nostro Esichio lion segue il Laerzio sono 
trentacinque, cìo^ AjcoXXcóviov, ^QLaréov, Aìooojtogj rEvé&Xxog, 
Aa(pióaq, AtayoQav^ dldvuoq, jQaxov, "ÉJti/ievlóov, ^EQfioyivfjq^ 
^Qaroaihérijg, EvQiJiló?]g, NixóXaog, Aov(ifjVioq, ^éortoQ, 
Sc^v&og/'0(irjQog^ HaXafirjóìjgj IIlvóaQog, UfivXXa^ SrtjólxoQogj 
Sanffò, Uoq)oxXi]g, Tifialog, TifióXaog, TQi^oyvcavòg , Tvq- 
ralov, TvQavvlojp, ^Yjcaria, ^iXi^picov, ^iXiCxov, ^iXtjrag, 
0lX(op, ^tXòoxQarog, XolQtXXog : cioè Apollonio, Aristea, Esopo, 
Genetlio, Dafida, Diagora, Didimo, Bracone ^ EpimetUde, Er- 
mogene, Eratostetie, Euripide^ Nicolao, NrwieìUo, Nestore, Xanio, 
Omero, Palamede, Pindaro, Sibilla, St esicori) y Saffo, Sofocle, 
Timeo, Tiìnolao, Triboniano, Tirteo, Tirannione, Ipazia, Filemone, 
FiliscOy Fileta, Filone, Filosirato, Cherillo, Quindi di settantotto 
articoli, che compongono Topuscolo di Esichio, trentacinque sono 
quelli, nei quali egli non segue il Laerzio. A questi non oso 
aggiungere Fartìcolo Ilordfioova, poiché so dubitarsi, se dal 
Laerzio si scrivesse la vita di un Potamene, nella quale, posto che 
da lui fosse scritta, potè, parlando de' personaggi omonimi a 
Potamene , narrare intorno al retore Mitileno dì tal nome ciò, 
che riferisce il nostro Esichio. Neir articolo JScó^mv non 
segue Esichio, stesso il Laercio, se non nel fine, senza però 


Ad Hesych. Hiles. titul., Ad Hellad. Besandn. Chreatomath., 
Ad Cbalcid. Cominent in Timaeuai, et in fiibl. gr., Fab. B. gr. IL 481. 
^) De scrìptor. Hist. pbilosoph. lib. II. C. 5. , Fab. ivi 486. 
3) Ivi 487. 


185 

trascriverlo. Il nostro autore non cita che una volta il Laerzio, 
e nel citarlo non ha forse in vista le s^e Vite dei filosofi, ma 
piuttosto il suo nàfifiBTQOv, libro di epigrammi e poesie, che 
sappiamo avere egli scritto. In fatti nelV articolo kvricd^évrjq^ 
che è il luogo ove citasi Diogene Laerzio, così scrive il nostro 
Esichio: Jioyértìg Oh Aaéfftioq ùxwjtrsL avtòt* d>g ^iXóCicoov 
Iv IxiyQafificcTù ovrcog Ixovrc, Tuttavia è ad osservarsi, che 
questo epigramma riportò il Laerzio nella vita da lui scritta di 
Aiitistene. Avendo assai frequentemente trasportati nel suo 
opuscolo passi interi della opera biografica di Diogene Laerzio 
senza citarlo, fu il povero Esichio condannato dal Thomasio e 
da altri severi censori si come reo di plagiato letterario. Non 
mancò però il nostro Esichio di patrocinatore, ed. uno ne ebbe 
ben valoroso nel dottissimo Meursio, che, impotente a negare il 
futto, cercò giustificarne la causa. Fece egli uso di Snida, in 
coi leggiamo: ^Hovx^og . . . eyQatptv òvofiaroXóyop, fj 3(lvaxa 
rm Iv Jtaióalf òvofiaOTÓv, ov ijiiTOfiri èari rovro rò ^iffXlov: 
cioè Esichio . . . scrisse un nomenclatore, o un indice degli uo- 
mini famosi in dottrina, del quale è una epitome cotesto libro; 
ovvero, come interpreta Emilio Porto '), „He8ychius . . . scripsit 
nominum enarrationem , sive tabulam ac indicem virorum ob 
emdltionem celebratorum, cigus compendium est hic liber'^ Ora 
stimò il Meursio avervi in questo passo una lacuna |,quam, diss' 
egli, virìs clarissimis Hadriano Junlo ac Henrico Stephano non 
animadveraum certe miror.'^ La lacuna, secondo il Meursio, bassi 
t riempire col porre dopo la parola òvo/iaóróv quelle Jioyénpf 
top AaéQXiov fiififjCaiievoq, leggendo tutto il passo cosi : "EyQa- 
^iv orofuxToXóyov // Jtlvaxa róv Iv jtaiósl^ òpo/iaorwv 
Atùjivfp} TOP Aoìqtìop fu/iTjOofjisPogj ov èjtiro/iTJ lóri rovro 
To fiiffUop. Il Fabricio^), nel narrare la conghiettura del 
Meursio, fé' più semplice la sua emendazione, scrivendo: cog 
àioyipijg o AaéQriog, in luogo di AioyépfjP ròp AaéQXiop 
fUfiffia/iBPog. È dunque, secondo il Meursio, lo scritto di 
Eiichio Milesio un compendio della opera biografica di Diogene 
Laerzio; e certo, se ciò fosse, sarebbe il nostro autore libero 
dalla taccia di plagiario, non potendo dirsi reo di plagiato 

') Hist Byz. to. I. p. 174. ') B. gr. IH 603. noi 


186 

commesso sopra un qualche scrittore colui , che ebbe idea di 
compendiarlo. Ma, per sventura del nostro Esichio, 11 pensa- 
mento del' Meuraio non ottenne Tapprovazìone dei dottL . EM in- 
fatti esso è del tutto inammissibile. Omettendo, che sopra niun 
codice ms. di Snida potè egli fondare la sua audace conghiettara*); 
come pilo dirsi l'opuscolo di Esichio una epitome dell' oper^ 
Laerziana, se di settantotto articoli, che lo compongono, tren- 
tacinque contengono cose, delle quali nel Laerzio non è parola? 
Se oggetto del nostro Esichio fu compendiare il Laerzio, per 
qual cagione tralasciò egli di parlare di Pitagora e di Socrate, 
duo dei primi capi della filosofia? perchè di Talete, il padre 
della fisica, perchè di Anassimandro, di Anassagora e di altri 
tali celeberrimi filosofi, dei quali ragiona il Laerzio? Scopo di 
questi fu solo lo scrìvere la storia dei filosofi; ora perchè il 
nostro Esichio parlò ancora dei poeti, dei grammatici^), dei 
retori')? Meritamente Eurico Stefano riprende la edizione del 
Giunio, nella quale il margine superiore di ciascuna pagina 
indica trattarsi nel volume dei filosofi, ad essi così restringendosi, 
dice Eurico Stefano, „lllud totum et tam late patens^)^, quello 
cioè, che si promette dal titolo dell* opuscolo ^tegl rcov Iv 
jcaióela óiaXafiìpdvrcov , che abbraccia i dotti di ogni genere. 
Similmente bassi a riprendere il Fabricio, da cui ropuscolo di 
Esichio Milesio chiamasi ,)libellus de philosophis ^y^. Ma che 
dovrà dirsi del passo, che riferii di Snida? 11 Meursio nello 
emendarlo cadde in un grave errore, THolstenio^), riprendendo 
il Meursio, commise un fallo non meno considerabile. Stimò 
egli che le parole ov èjtirofifj èori tovto rò ffifiXlwv, del 
quale e una epitome cotesto libro, significassero, trovarsi nel 
Lessico di Snida, in cui le parole stesse contengonsi, inserito 
un compendio dello scritto di Esichio Milesio. Piacemi riferire 
intero il passaggio deir Holstenio. „Longe autem celeberrimi 


•) Fab. B. gr. VI. 242. 

2) Didimo, Tirannione. Di questo, Snida in Fab. B. gr. lib. Y. 
C. 40. 

3) Ermogene, Eratostene, Filisco. 
*) Ad titul. 

*) B. gr. III. 603. not. (i). 

fi) De Vit et script Porphyr. e. I. p. 210. 


187 

inni, die* egli, Diogenis Laertil libri X. xegl ^ImVy xal óoyiià* 
xiov, xcà cbtotjpO'eYfAcetcov xAv kv tpiXocotpla evóoxifirjóàvrcov, 
et Hesyehii Milesii liber J€£qI tóv Iv jtaiósla ócaXafiìpavrcov 
ùwpwVy qnem Snidas vocat ovofuxrùXòyov ìj xlvaxa rcov èv 
xaiósta èvopuxor&v , et epitomen ejns suo operi inseruit: ìd 
enim volnnt seqnentia verba: ov èjtiro(i7j ióri rovto rò ^ifiZlot^^, 
m loco BanissiiDo et integerrimo frustra ci. Meursius medicinam 
f&cere eoDatnr: ncque enim Hesychii libram recte Diogenis 
Laertii epitomen dixeris, cnm ille non solum philosophos, sed 
^mmaticos quoque et rfaetores, item poetas et historicos com- 
memoret Sed Suidam ea quae illustrium virorum vitis suo 
operi inseruit, magnam partem ex Hesychio transcripsisse non 
dabìtabit qui utrumqne contulerit. Et ostendit mihi ejusmodi 
xlvcacag veteres manuscriptos ex Snida collectos, ant potius a 
Snida transcrìptos, Jacobus Sirmondus, vir ingenio et omnis eru- 
ditìonis laude maximus^. Non dissimile dalla opinione deir Hol* 
stento sembra essere stata quella . di Carlo Stefano ^). Infatti 
questi allorché scrive, dire Snida, avere sé fatto uso del Dizio- 
nario, come lo chiama Carlo Stefano, di Esichio Milesio; non 
altro luogo di Snida potè avere in vista, che quello ov ixt- 
roptfi iati tovro rò $t^Uov, Ma il dire: cotesto libro è 
una epitome di quello scritto, non è il medesimo che il dire: 
nna epitome di quello scritto é inserita in questo libro. 
Oltrediehè chiunque confronterà i luoghi di Esichio con 
quelli di Snida, scorgerà bensì trascritto il primo, ma non 
compendiato, anzi bene spesso ampliato: né infatti gli articoli 
di Esichio sono assai suscettibili di compendio, brevissimi essendo 
per se stessi, ad eccezione di alcuni pochi, che debbonsi piuttosto 
al Laerzio. Non può dunque dirsi, che la epitome di Esichio 
ritrovisi nel Lessico di Snida, benché sia certo, avere questo 
ultimo autore fatto uso del primo. Egli ne dà indizio non solo 
negli articoli Sotvd-oq, SBVoxgarrig^) ^ ^aló(ov^)y notati dal 
Knster^), ma eziandio in quelli rBvé^Ziog^)^ /iaq>lóag^)j Aut- 

Dictìonar. hist geogr. poet. Art Hesycbius. 
*) Fab. B. gr. VI. 242., X. 9., IX. 816., Laerzio 232. narra la cosa 
di Alessandro, ma in altro modo. 

>) Fab. U. ce. e IX. 759. «) Fab. B. gr. X. 2. 9, 

') Meurs. not. *) ivi, 


188 

V(ifjQO(;% nivóagog^), SxrjClxoQog^ Xol(fiXXog^), Geneilio, 
Daftda, Diagora, Bracone^ Eratostene, Numenio, Nestore^ Omero, 
Pindaro, Siesicoro, Cherillo, ed in altri, come Alooxog, o "Ix^i, 
b nav^% Alóviioq, o XaXxtvxBQog^^) ^ 'Ejtifit/viófig/EQfiOYéviig, 
Sl^vXXa ec II Kaster nota ancora Tarticolo IIoTafiOP furv- 
Xijvalog; ma se Esichio in quello, che ad esso corrisponde, 
segui il Laerzio, potè Salda fare uso di questo più tosto, che 
del nostro scrittore. Ma tornando al passo di Snida, su cui 
ragionavasi, fuvvi chi da esso dedusse, aver noi solamente la 
epitome dello scritto di Esichio, perduta essendosi la opera più 
vasta: pensamento, che fu trattato qual baja dal Meursio. ^n 
igitur hic libellus epitome est Nomenclatoris, sive IndidS| ipse 
totns, quantus quaiisque est, tantum Nomenclator et Index 
quidam ? Nugae merae/^ Così eglL Tuttavia il Fabrieio ^'), che 
riprovò le opinioni del Meursio ^^) e dell' Holstenio ^^), stimò 
poterai dedurre da quel luogo di Snida, avere Esichio Miiesio 
scritti due libri sopra uno stesso argomento, l'uno, più vasto, 
chiamato xlvcc^, Taltro, più breve, detto ovofiatoXÒYOQ, con- 
tenente come una epitome del primo. In vero, se solo una 

• 

certa epitome ci rimane delia opera di Esichio, molto bassi a 
deplorare la perdita dello scritto più ampio. Ella è cosa osser- 
vaia, che più opere si smarrirono per esserne stata scritta la 
epitome, la quale couservossi. Si accusa Sifilino di avere occa- 
sionata la perdita di tanti libri di Dione Cassio, Floro di avere 

•) Tri. 

-') Ivi, Fab. B. gr. IX. 693. 

^) Meurs. 

M Ivi. 

») Fab. B. gr. IX. 743. 

") Meurs. 

') Fab. B. gr. IX. 768. 

«) Meurs., Fab. ivi IX. 795. 

») Meurs. 

i^") Mcnrs., Fab. B. gr. IX. 820. L 391. 

<>) Meurs. Fab. Ivi IX. 674. 686. 

»*) B. gr. VL 242. 

») Ivi. 

»♦) Ivi IX. 628. not (t). 


ì 

* 


189 

esgiOData quella di moltissimi libri di Uto Livio ') , e Giustino 
di avere fatto perdere la istoria di Trogo Pompeo. Similmente 
avrebbesi a considerare Ermolao grammatico, epitomatore di 
Stefano Bisantino, come cagione della perdita della grande opera 
etnico{;rafica scrìtta da Stefano. Kè a torto gli antichi epi- 
tomatorì vengono asroggettati a slmili accuse. Difficilissima, 
come ognnn sa, era al loro tempi, per la mancanza della stam- 
pa, la propagazione dei libri e la moltiplicazione degli esemplari. 
Narrasi, avere Platone scrìtto a Dione in Sicilia perchè compe- 
rasse al prezzo di cento mine tre libri Pitagorici da Filolao^), 
ovvero, come leggesi in A. Gcllio, avere comperati tre libri di 
Filolao al prezzo di diecimila denarj^). Cento mine, scrive 
anche Giovanni Tzetze ^). Ermippo, presso il Laerzio, dice, aver 
Platone comperato il libro stesso al prezzo di quaranta mine di 
argento Alessandrino^). Arìstotele per pochi libri di Speusippe 
sborsò, come narrasi, tre talenti*). Diminuissi dappoi la scar- 
sezza degli esemplarì, ma non pertanto difficilissima rimase la 
propagazione delle opere ^). Ora egli è ben credibile che gli 
antichi bisognosi di alcun libro, a minorare la spesa, se ne 
procacciassero il compendio, andando cosi la opera compendiata 
dapprima negletta e poscia smarrita. Quindi se il nostro Esichio 
abbreviò il suo scrìtto sugli nomini illustri in dottrina, può egli 
stesso essere considerato come causa della perdita delia sua 
più vasta opera. Ma posto che la sola epitome ci rimanga 
dello scritto di Esichio, resta a cercare se questa epitome istessa 
siaci pervenuta intera. In vista delle prime linee dell' opuscolo 
Esiebiano, io inclino alla negativa. Non veggo infatti per quale 
oggetto possano esse, affatto sole, si come sono, e separate dal 
rimanente, essere state premesse al nominato opuscolo. Parmt 
assai verosimile, avere esse formata parte di un Proemio, col 


•) Vallemont to. II, in T. Liv., Fab. B. lat. I. 630. 
*) Satyms ap. Laert. lib. III. 9. p. 169. 
>) Noct att. lib. UL oap. 17. 

*) Chil. X. vers. 804., Chil. XI. vers. 5,, Fab. B.gr. X. 268, XIV. 127. 
») Laer. Vili. 85. 

*) Phavorinus Memorab. lib. II. ap. Laert. vit. Speusip. lib. IV. 
Seg. 5., A. Geli. 1. e. 

'} Dione Cassio II. 1&51. col. 1. 


ido 

quale, per mio avviso, volle Esichio, a simigliaiiEa del Laenio, 
dare principio al suo scritto, proponendo delle generali notìzie 
intorno alla filosofìa ed alle sette in essa più celebri, tra le quali 
meritano un distinto luogo la Cinica e la Peripatetica mentovate 
in quelle prime linee deli' opuscolo, di cui ragiono. Cosi appunto 
fece il Laerzio, ed avendo Esiohio seguite bene spesso nel corso 
deir opuscolo le orme di questo scrittore, par verosimile che 
le abbia seguite ancora nel principio. Né vale il dire, non 
avere Esichio, nel suo breve preambolo, avuto altro intentO| che 
quello di mostrare la origine dei nomi delle sette filosofiche; 
posciachè per qual cagione non fé' motto della setta Stoiea, della 
Cirenaica, della Mègarica? Nel rimanente dell' opusoolo non 
ravviso indizj di mancanza. Questo, benché disposto in ordine 
alfabetico, non segue tal ordine, che in riguardo alla prima 
lettera della parola, che contraddistìngue l'artìcolo, essendo del 
tutto disordinato in riguardo alle sillabe seguenti. Quindi è che 
JigtCTtov vedesi in questo opuscolo prima di Alùxl^(èy iiXB§fvo(; 
dopo léQlcrvxnoq, Àvà^aQxoq dopo j44fx^rta(i^ e prima di 
AlC€03coq. Ma di ciò non è a farsi meraviglia. Notò già il 
Gronovio ^), non aver gli antichi posta gran cura nel disporre 
giusta l'ordine alfabetico le parole in riguardo alle diverse loro 
sillabe, contenti di avere osservata la prima lettera di ciascuna 
voce. Trovansi esempj di simile incuria nel lessico eziandio 
di Snida, ma assai minori di quelli, che trovansi nell' opuscolo 
del nostro Esichio^). 

Capo TIII. 

Delle opere perdute 
e dei frammenti che ci rimangono di Esichio. 

Una grande opera del nostro Esichio fu quella, che Fozio 
chiama : Bi^Xlov IczoQixòv (bg Iv owóìpH xoOfiix^g lùroQlag, 
e Snida: XQOvtxrp? laroQlav, istoria crtmictty e ehe „utìnam 
bona alìqua fortuna . . . exhibeat'' disse il Meursio ^): Comimciava 


Praef. ad Harpocrat 

*) Fab. B. gr. IX. 633. not (d). 

«j VII. 207. B. 


191 

poesia opera istorica dal regno di Belo, e termÌDava nella morte 
di ÀDastasìo imperatore* Ascoltisi Fozio. jivByvcicd^ , die' 
egii^y fiiffXlov iCroQixòv mg èv Owóy^ei, xoófuxijq loroglag. 
'0 de óvjYQa^èvg ^Hcvxiog b iXXovCvQioq, MiXijOiog fihv ix 
xaxQlóog, jfolg oh ^Hcvxlov xcà 2oq>lag. Ka^' o xal rj 
èxiyQa^ xùv ffifiXlov (Utà IcroQluq QC9fialix^g te, xal xavxo- 
iaxriq tvjx^^^ u4qx^^ i"^^ ovv ojtò ztjg xov Bi^Xov róv 
kùóvQlmr PaOiXécog ^atìiXslag, xareiCi ól (léxQi tfjg reJl£i;rijf$ 
Avaùtaólov og QcaiiaLoov yéyovev avzoxifoxoog, £ra divisa 
la istoria, di cai ragionasi, in sei parti, appellate da Eaichio 
iiaOTiffiaTa, secondo riferisce ^uida. ^'E/Qcc^e . . . XQ^^^^V^ 
uva laroQtccp^), cosi egli, rjv riva óislZev slg ?g ducórij fiata, 
omo yÒQ xaXal £;(a<lTO^ ^ifiXlov. L'ai*gomento della istoria 
di Esichio dichiara Snida cosi : lEv oìg (óiaùttff/aci) èx^éQOVtai 
al xatà xaiQovg ^Qa^aig tóv goafialcov, xaì al èvvaattlat 
Twv xat* 8^vo§ XQatfjcdptù, tVQawcov, xcà tà xatà tò 
Bv^aptiov TtQax^àvta lau; trjg ^aOiXslag Jipaoraclov tov 
Uovofia^o/uvov AìxÒqov. Aiaotjj/iata appellansi i libri della 
istoria Esichiana dallo, scrittore eziandio del Glossario di ginris- 
pmdenza pubblicato dal Labbè, il quale cita £sichio èv tó 
XQOvixqi óiaotij fiati t^§ lOtOQlag ^), ed èv tS <; ótaùTr^fiati *). 
Tfifjfiata lì appella Fozio, il quale ci fa noto come il primo 
libro abbracciava le cose accadute avauti la guerra Trojana, il 
secondo dalla presa di Troja stendevasi sino alla fondazione 
di Roma, il terzo dalla fondazione di Roma sino alla creazione 
de* Consoli , il quarto dalla creazione de' Consoli sino a Oinlio 
Cesare, il quinto da Giulio Cesare sino alla instaurazione di 
Costantinopoli fatta da Costantino, il sesto finalmente da Co- 
stantino sino alla morte di Anastasio imperatore. Alla istoria, 
di coi favello, stimasi appartenente un breve scritto, cbe ci 
rimane di Esichio, in cui si ragiona della origine di Bizanzio, 
e della sua elevazione allo stato di nuova Roma. Esso è inti- 
tolata ndtQm KcovCtaPTivovJtóXewg. !Nè è il solo scritto, che 
abbia portato il titolo di IlàtQùa. Rammentansi da Stefano 

') IvL 

*) Meurs. VII. 208. A, ly^aips non ly(faìfr€V. 

*) Art llaX^inlavQ, 

*) Art ^XXiQ. 


192 

Bizantino e ^* Snida 2) Hàrgia Kv^lxov^) scrìtte da Diogene 
Cìkìccuo; da Fozio tà xazQià r^g Bvd-wlaq scrìtte da Ar- 
riano % Maxsóovixà jtàxQia da Teagene ^), JtarQca r^q ^EQftov- 
jtóXafog scritte da Ei*mia Ermopolita % e la opera di Orapolline 
grammatico JtéQÌ róv JtaxQldov jiXé^avógdaq'^)] da Snida ^) 
jtàxQia rrjq KovcravrivovxóXswq ed altre opere intitolate 
jtaxQitt di Crìstodoro Egiziano. Da Stefano Bizantino rìcordasi 
Soterico poeta Oasite, o rà jtàtQia y^fQaffwq^), e da Costan- 
tino Porfirogeneta ^®) rammentansi ol rà jtatQia 6vyyiyQaq>ÓTfq 
Tov Bv^avrlov. Nel margine di un Codice Ms. di Claudiano 
ritrovò l'AlIacei; si come attesta egli stesso '0, queste parole 
Ovtog b KXavóiavòg Idrìv ò YQaìpag rà JtarQia Tagùov, 
liva^agtìov, BtìQvrovj Ntitalag, questo Claudiano è quegli, che 
scrisse le cose patrie di Tarso, Anazarbo, Ferito, Nicea. 
Pabblìcò lo Allacci stesso ^^) uno ajroùjtaófiàriov di Gallmico 
sofista ix róv elg rà xargia ^Ptàiiijg, Giovani Tzetze?') di 
Filostrato, Massimo e Meragene dice: 

rQaq)Ovcfi rama JtatQia xal xQov^l^<5v ri ytl^&og, 
Scrivon (ai patrie cose e molte croniche. 

Esistono tuttora rà jtàxQia rijg xòXsoig ^^) scritte da un Anonimo 
e pubblicate dal Bandurì nella parte «terza del suo Impero 
Orientale; ed al jteQi róv jtarQla^v rijg KG}VCravrivovjcòXiakg 

') Axtt, ÀÓQaoTBia, Béafiixog, Zékeia., Fab. B. gr. 111. 64, VI. 240. 

*-) Art. dioyivriq tj Jioyévtiavog , ,Fsl\}. ivi IX. 689., Meurs. VII. 303. 

3) Meurs. ivi. 

^) Cod. 58. , Fab. B. gr. IX. 394. 

») Cod. 161., Fab. ivi IX. 425. 

») Cod. 279., Meurs. Eilad., Fab. ivi. IX. 907. 

') 1. e Fa»', ivi IX. 508. 

*) Art XgiatóSioQoq., Fab. ivi IX. 677., Bandur. Hist. Bjz. 
XXII. 349. 

») Art. Yaaig., Fab. ivi III. 79, VI. 240. not. (d). 

10) De Themat. Hb. IL them. 12., Hist. Bjz. XXIL par. I. 24. 

**) Diatriba de Georg, et eor. script art 45., Fab. B. gr. VL 
240. Dot. (d) , X. 699. 

i<) Excerpt graecor. Sophist et Bhet, Fab. ivi VI. 240. not (d), 
X. 699. not 

") Chil. II. vera. 973., Fab. ivi VI. 241. not (d). 

'«) DiBt Bjz. XXII. par. 3. nel tit dei versi p. 3. 


193 

xoQfxPoXal ex r^g plfiXov rov xQovt^ov^) scritti da Giargio 
Codino. Questi nella opera mentovata inseri tutto quasi lo 
smtto di Eslchio^ di eui ragionavasì. Dello Anonimo ora 
nominato dice il Banduri ^) : ^Stylus . . . Anonymi nostri est 
Tarìos et inaequalis, ut potè qui opus suum, ut arbitror, ex 
diversis scriptoribus orìginum seu antiquitatum Constantinopoli- 
tanamm et ex aliis chronicorum scriptoribus, qui ante ipsum 
iloraerunt, consarcinavit prò more auctorum illius aevi. Hau- 
serìt igitur ex opusculo Hesychìi Milesii, qnod inscribitur IlaQl 
tóv UaTQlcov, sive de Originibus CP." Questo scritto credesi 
assai ragionevolmente avere formata parte della grande opera 
isterica del nostro Esichio. Pensò il Fabricio, avere esso 
costituito il principio del sesto libro di questa opera ^); e in 
esso infatti sappiamo da Fozio^) avere Bsicbio rinchiusa ia 
istoria di quel tempo , che passò da Costantino sino alla morte 
di Anastasio imperatore. Come però nel quinto libro sappiamo 
da Fozio stesso avere Esichio trattato di quel tempo , che da 
Giulio Cesare passò sino alla instaurazione di Costantinopoli 
fatta da Costantino; cosi dubitò il Labbè^) se al quinto libro, 
ovvero al sesto appartenesse lo scrìtto, di cui trattasi, e disse 
però: 9,Hesychii Milesii viri illustris de rebus patriis Constan- 
tinopoleos rà óto^òfisva ... ex ejusdem scriptoris libro V., aut 
VI. Historiae Romanae atque omnigenae videntnr fuisse delibata". 
Del rimanente ancora la Biblioteca isterica Struvio*Buderìana 
riconosce lo scritto di Esichio Milesio sulle cose patrie di 
Costantinopoli come frammento della sua grande opera isterica ^)« 
Quindi non accade cercare per qual cagione non faccia di esso 
parola Snida, trattando degli scritti di Esichio. Il Meursio, il 
quale ^) dal silenzio di Snida raccolse, non essere quello scritto 
giunto nelle sue mani, mostrò non avere posto mente alla 


') Fab. ivi. VI. 480. 

') Fraef. ad Imper. Orientai, sive Autiqq. Cpolit p. X., Fab. ivi 
VI. 550. 

») Ivi VI. 137. *) Cod. 69. 

^) Catal. Script. Hist Byz. num. ]. to. I. p. 1., Fab. B. gr. VI. 
221. 222. 

<) BibL Hist. Select. Struvio-Buder. cap.VL § 13. p. 103. 
') VII. 209. A. 

13 


194 

veroairoiglìanza, che aveavi, non essere quello scrìtto opera 
separata, ma avere formata parte della istoria cronica di Esichìo 
Milesio. Altri due frammenti ci rimangono del nostro autore, 
fuuo conservatoci da Costantino Porfirogeneta, che gli premette 
queste parole: ovt(0 yoQ ygdipsi "^Hovx^oq ò ^IkXovCTQiog, 
poiché cast scrive Esichio illustre ^)'^ l'altro trasmessoci dallo 
autore del Glossario di giurisprudenza più volte citato, il quale 
dice, prima di riportarlo ^) : ^)^v òe b IlaZfiàziog xàvv xXxyvCioq 
óià rvQavvlóa lófjfisvdTj ' :x€QÌ ov tptjOtv b iXkovCxgioq ^Hov- 
Xiog b ^iXoooffìjOag r^g (iiXijClaq, èv r<p jttfutrq) xqovitcw 
6iaoxiq(iaTi rfjg iCxoQiaq rama. Il primo di questi frammenti 
appartiene, secondo il Meursio^), non altrimenti che il secondo, 
al quinto libro delia storia cronica di Esichio. Altra opera del 
nostro autore rammentasi da Fozio^), della quale non ci rimane 
che la memoria unita al dolore di averla perduta. In essa 
narrò Esichio xà ^Iovoxìvg) jtgax^éìfxa ^) , le cose operale da 
Giustino, e trattò dei primordj dello impero di Giustiniano. La 
morte del suo figliuolo Giovanni fece, a dire di Fozio, che egli 
non curasse di continuarla. Di questa opera non fé* menzione 
Suida «). 

Capo IX. 
Delle edizioni di Esichio. 

Primo fra i due scritti di Esichio, che ci rimangono, vide 
la luce il più coiisiderabìle, quello cioè sugli uomini illustri 
in dottrina. Compievo esso nel 1572 in Anversa per Cristoforo 
Piantino con la versione latina di Adriano Giunio, o del Giona, 
posta dopo il testo greco, e con alcune sue brevi note ed emon- 
dazioni. Pervenne questo scritto .nelle mani del Giunio dalla 
biblioteca di Giovanni Sambuc „vìri, dice il Meursio ^), ad litte- 
ras promovendas propensissimi ... cui maximas gratias prò hoc 

») De Them. lib. II. thora. s. , Meurs. VII. 303. A. 

*) Art IlaXpaxiovq. 

'^) Ad Ker. Patr. Constaiitinoy. tit 

*) Cod. 69. 

6) Fab. B. gr. IX. 39s. 

") Fab. ivi VI. 242. ?) VII. 207 A. 


195 

beneficio debebit lìtterata posteritas**. Venendo per la seconda 
volta alla luce per le stampe di Enrico Stefano nel 1594 la 
opera di Diogene Laerzio , gìndìcossi opportuno di riprodurre, 
ù come si fe\ collocandolo dietro ad essa, Topascolo Esicbiano, 
in cui moltissime cose ritrovavansi contenute nel Laerzio. In 
qaeito seconda edizione del detto opuscolo, oltre la versione 
e le note del Ginnio, comparvero alcune importanti annotazioni 
di Enrico Stefano, nelle quali non pochi luoghi si emendano del 
testo greco, corrotti da negligenti libraj. Con cotesto annota- 
zioni, con quelle del Gìunio e con la versione di questi , com- 
parve di nuovo appio dei Laerzio lo scritto di Esichio in 
Ginevra nel 1615 presso Giovanni Vignon, Giacomo Stoer, 
Pietro e Giacomo Chouet e Samuele Crispino^). Ma già il 
Menrsio avealo nel 1613 ridato alla luce in Leyden colle note 
di Enrico Stefano e di Adriano Giunio, la cui versione fu 
impressa a pie del volume'). Alle annotazioni dei nominati 
autori avea egli aggiunte le sue eruditissime, nel principio 
delle quali ragionato avea alquanto sopra la vita egli scritti 
del nostro Esichio. Egli dato avea ancora nello stesso volume, 
i come apéxóoTOv^)y medito, lo scritto di Esichio sulle cose 
patrie di Costantinopoli, da lui tratto dalla biblioteca dell' 
Elettore Palatino % illustrato con note e recato nel latino idioma. 
A tutto ciò avea aggiunta ^mantissae vicem^)** una epistola 
greca del Cardinale Bessarione indirizzata al pedagogo dei figli 
di Tommaso Paleologo« Lo scritto per sé di Esichio sulle cose 
patrie di Costantinopoli non potea assolutamente dirsi àvéxóoxoq^ 
essendo stato di già pubblicato, quasi del tutto intero, nelle 
fieloghe di Giorgio Codino, dapprima da Giorgio Dousa in 
Heidelbei^a nel 1596, e poscia dallo stesso Menrsio in Ginevra 
nel 1607^). Lo scritto stesso di Esichio avea a comparire 
nella seconda parte del sintagma dei Geografi Greci, che era 


Fab. B. gr. III. 606. 

») Fab. ivi VI. 241., Meurs. I. CXIII. 

») VII. 207. A. 

•) 1. e. 

*) £p. dedicai 

•) Fab. B. gr. VI. 480. 

13* 


196 

a pubblicarsi dall' Holstenio; ma il disegno di qnesto inugne 
letterato non ebbe effetto. Esso comparve però nel corpo della 
Istoria Bizantina dopo le Ecioghe intorno alle legazioni e quelle 
di Fozio, tratte dalle istorie di Olimpiodoro, di Candido Isauro 
e di Teofane. Lo scritto stesso fn ristampato al riprodursi del 
detto Corpo. Nuova edizione del nostro Esichio eseguissi in 
Firenze nel 1746 dalle stampe Cesaree, presso Tartini e Francliiy 
imprimendosi per le cure di Giovanni Lami il volume settimo 
delle opere di Giovanni Meursio. Comparvero in questa edizione 
i due scritti di Esichio con le rispettive versioni del Giunio e 
del Meursio, poste allato del testo greco, col commentario 
Meursiano sotto posto al testo medesimo ed alla interpretazione, 
e colle note appiè di pagina del Giunio e di Enrico Stefano. 
Resisi però rarissimi gli esemplari della edizione di Esichio, 
ornata dei commentar) del Meursio, eseguita in Leyden, non 
potè il Lami venire in possesso di uno^ dei medesimi se non 
col mezzo di molte ricerche, sì come apparisce da questi passi 
di due epistole, Tuna di Giovanni Guglielmo Feverlin, Taltra di 
Giacomo Brucker, dirette al Lami stesso, che pubblicò i detti 
passaggi nella prefazione da lui premessa al primo volume delle 
opere del Meursio. Il primo dei mentovati passi è il seguente, 
nln Hesychium, Codinum et Apulejum a Meursio edit per 
Germaniam inquirere coepi, apud exteros eosdem et Paneg^rìcam 
Jacobo J. R. Angl. dictum quaesiturus, si in Germania non 
invenero. Dolco antem optimum Wolfium, ^ qui lubentissime 
mecum quaesivisset, nupera aestate diem supremum obiisse, 
magno sai desiderio litteratis omnibus relicto. Doleo etiam 
bibliothecam Fabricianam citius fuisse venditam, quam tnas 
acceperam litteras: erat enim in illa Hesychius Meursli ; praeter 
hunc vero, ex scriptis, qnae desideras, Meursianis, nulium: 
presso tamen haec vestigio sequar, emtorem Hesycbii Menrsiani 
sine dubio indagatnrus^. L'altro passo è questo che segue: 
^Interim quum anxie desiderai'es aliquot libros Meursianos, quos 
frustra in Italia quaesivisti, omnem movi lapidem, omnem pulsavi 
januam ut tuis desideriis velifìcarem: sed, quod doleo, hactenus 
frustra, ob insignem raritatem eorum. Tandem, non sine gaudio, 
precio precibusque ex bibliotheca quadam viri alici\jus cele- 
berrimi extorsi Hesycbii Milesii viri illnstris opuscula, partim 


197 

hacteBUS non edita. Joannes Meursins graece ac latine prìmns 
aimul vnlgavit cnm notis. Bis adjecta Bessarionis epiatola 
graeco-barbara, Lugduni Batavoram 1613. Continet lìbellas 
utramque, quem desideras, tractatum: De viris doctrina claris, 
et De rebus^patrìis Constantinopolitanìs, sed pretinm libro raria- 
6Ìmo statntnm est qaataor thalerorum imperialinm ; id, qaod tibi 
BÌguifieandum ' antea duxi, ut/ per aliquem nostratiam soluta i Uà 
pecuniae samma, libram accipias. Rogo itaqae, ut prima oeca- 
8Ìone rescrìbas et qno modo liber a te tantopere desideratus 
queat transferrì indices^^'- In un esemplare della propria 
edizione di Esichio avea il Mearsio fatte di sua mano alcune 
aggiunte alle di luì note già impresse, le quali communicate col 
Lami da Gustavo Benzelptierna , prefetto della regia biblioteca 
di Stockoim, fu]:pno dal Lami stesso pubblicate nella seconda 
pagina della sua prefazione al volume VII. delie opere Meursiane. 

Capo X. 
Dei varj Esichj. 

È costumanza degli eruditi lo annoverare, trattando di 
alcuno scrittore, i personaggi ad esso omonimi, quelli cioè, che 
con esso lui commune ebbero il nome. Così il Meursìo, poiché 
parlò di Eraclide Pontico, enumerò i varj Eraclidi; nelle note 
ad Aristosseno, Nicomaco ed Alipio ragionò dei varj Aristosseni, 
Nicomachi ed Alipii; alla collezione delle storie mirabili di 
Antigono Coristio, da lui pubblicate, aggiunse il trattato sui 
varj Antigeni; alla storia favolosa di Apollonio Discolo, il 
sintagma dei varj scrittori dinominati Apollonj; alle epistole di 
FiloBtrato, la dissertazione sui varj Filostrati. Così TOleario 
nei prolegomeni alle opere dei due Filostrati trattò pure del 
varj Filostrati '^): così M. di Valois ed il Maussac, parlando di 
Valerio Arpocrazione, enumerarono i varj Arpocrazioni^): cosi 
il Reimar nel Commentario della vita e degli scritti di Dione 
Gasaio, trattò de' varj Dioni^): e così altri, trattando di altri 


») Meurs. I. XXVL 

«) Fab. B. gr. IV. 56. 

») Fab. ivi. IV. 589. 

Ó § 2., che sia di Beimar ved. 2. praef. p. 2. 


198 

scrittori. Né ciò facendo ebbero essi per solo fine II far pompa 
d'iBUtìle erudizione, ma il chiudere la vìa a mille errori, che 
dalla confusione di più personaggi omonimi vengono frequente- 
mente occasionati. Infatti accuratamente distinguendo le pro- 
prietà appartenenti a ciascuno dei personaggi fra loro omonimi, 
viensi a far sì, che all' uno non venga dagl* imperiti attribuito 
ciò, che all' altro appartiene. Seguendo pertanto la ragionevole 
costumanza dei crìtici, ragionerò qui dei varj Esichj, che, oltre 
il Milesio, trovansi rammemorati negli antichi scritti. Se alcuno 
veggendo presso il diligentissimo Fabricio il catalogo del varj 
Esichj O7 accusar voglia d'inutile il mio travaglio; non farò io 
che provocarlo al confronto dei due cataloghi. Rammenterò 
dunque 

E^ichio Vescovo di Alessandria minore 
che f^ presente ai concilj Antiocheno e Niceno primo. 

Giustino Esichio Apameense 
Adottato per figlio da Amelio filosofo, che a lui donò i suoi 
numerosi libri di Scolastiche Commentazioni, si come appren- 
diamo da Porfirio 2). 

Esichio contemporaneo di S. Basilio 
Conservansi di quest' ultimo due lettere a lui indirizzate'). 

Esichio Vescovo Castabalense 

Esichio Causidico 
Padre del nostro autore. Di lui feci menzione nel Capo IIL 

Esichio uomo consolare 
Mentovato da S. Girolamo^), e non diverso, secondo pensa il 
Fabricio^), da Esichio proconsole di Acaja rammemorato nel 
Codice Teodosiano. Una epistola di Nilo conservasi ad Esichio 
proconsole ^), e al proconsole pure, per suspicione del Fabricio ^, 
è indirizzata la epistola di Libanio diretta ad un Esichio, e non 
a Mesichio, òome male leggevasi^). 


*) B. gr. VI. 243 sqq. 

«) Vit. Plot. 0. 3. 

») Ep. 350. 351., Fab. B. gr. VTIL 109. 

*) Ep. 101. ad Pammaoh. 

») B. gr. VI. 243. 

•) Uh. IL Ep. 292. 

') B. gr. VI. 243. •) Fab.- ivi VU. 405. 




199 

Esichio Sacerdote Costantinopolitano 
Di cui rammentansi da Fozio ^) Elq ròv xaXxovv o<ptv Xóyoc 
(T, Hbri 4. sopra il serpente di bronzo. Egli non è torse 
diverso da qnelV Esichio sacerdote costantinopolitano, di cui 
parìa Filostorgio ^). 

Esichio Egiziano 
Vescovo e martire, di cni parlano i martirologj al di .26. di 
Novembre. Egli è mentovato da Eusebio, che dice, annoverando 
alcuni martiri ^) :* ^iXéag te, xaì Hovxiog, xaì Ua^cAfiiog, xal 
6sóÓ€OQog TOP àii(fì top AlyvjcTOv IxxXrjCióv IjtKSxojtoi, 
Lo stesso Esichio rammentasi negli atti della passione dì Pietro 
Alessandrino^), nei quali* Pietro dice ad Achilia e ad Alessandro: 
ovx fjxiOTa de ^tgl top fiaxaglwp Ig^gópTiCop Intùxoxwv, 
^iXéov q)i]fÀ\ , xaì Hcvxlov, Ilaxcofiiov te, xal Seoótógov oi 
olà T7[P slg XqiótÒp jiIótip Ttp ó(:OficoT?]Qlq7 èyxX€i6{^ttn:^g 
itaXauciDQOvv^ icoq avTovo, tÒ fiaxagiop óieóé^ato téXoc, 
xcà èv T€p aóg>aXsl top ^Iop xaTéd-ePTO. Questo Esichio 
eredesi non diverso da quello, che emendò la greca versione 
del Vecchio Testamento, e che, secondo sospettò il Fabricio*), 
scrisse dapprima il Ab^lxÒp, Lessico, che interpolato poi e 
troncato è pervenuto sino a noi sotto il nome dì Esichio 
Aleasandrìno. 

Esichio Esico Eroe 
Rammentasi da Polemone, che cosi dice presso lo Scoliaste di 
Sofocle*): Kaì jcQO^voPTat (ol ^Cvxlóai) nQÒ Tfjq d^vólag 
Torn^ XQiòv ^CVXV ^^Q^^ ^qg>i, tovtov ovroy xaXovPTtq 
olà TT^v evg>7ifilav, e dello Scoliaste medesimo, che scrive''): 
xcà dia TOVTO ol àjcò ^Hovxov xatayófisvoi d^ovcip avralg 
(EvfiBvlci) ») 


«) Cod. 51., Fab. ivi IX. 390. 
«) VI. 1. 
ffist VL 13. 

«) Not ad Euseb. I 

*) Dissert. de num. Septuag. § 16., Disserta de Lex. gr., B.gr. IV. | 

545, VL243. 

•) Ad Oed. Col, Meun. I. 186.A. 

TLC 

•) Meurs. IL 1247 D. 


200 

Esichio Patriarca Gerosolimitano 
Detto anche Isichio, e male Isacco nella Cronaca Pasquale^), 
confnso da alcuno con il sacerdote di tal nome. A lui scrisse 
S. Gregorio Papa una epistola, che tuttora conservasi^) 

Esichio contemporaneo di S. Isidoro Pelusiota 
che a lui indirizzò una sua lettera^) 

Esichio Lessicografo 
Non diverso; come dissi, dallo Egiziano, per conghiettura del 
Fahricio. Sopra il suo As^ixòv, Lessico, accennai alcuna cosa 
nel Capo VL 

Esichj Liberti 
Più di uno di cotesti vedonsi nominati nel Tesoro Gmteriano 
delle Iscrizioni 

Esichj Martiri 
Molti di questi, oltre TEgiziano, veggonsi mentovati nei Mar- 
tirologj e Menologj, come al dì 15. di Giugno, 3. di Luglio, 
2. di Settembre, 3. di Ottobre, 7. e 18. dì Novembre. 

Esichio Medico 
Padre di Giacomo pur medico. Possono intornio a lui consul- 
tarsi Fozio*) e Snida ^). 

Esichio Monaco 
Amicò di S. Darione, mentovato da S. Girolamo®), da Palladio "Oy 
inoltre da Sozomeno ^) e Niceforo ^), i quali lo chiamano Esica 
(ffavxà) 1»). 

Esichio Notajo 
Non diverso forse da Esichio Milesio. Di luì parlai nel Capo UL 

Esichio Protonotario 
A cui scrisse Teodoro Studita^^* 


») p. 874., Fab. B. gr. X. 172. 

«) Ep. 4. lib! IX., Fab. ivi X. 172. 

») Ep. 156. lib. II. 

*) Cod. 242. , Fab. B. gr. IX. 493. 

*) Art ìàxatfiog, 

•) In Vit. S. Hilarion. 

^ Hist Laui. cap. 130. 

•) Lib. nL e. 13., lib. VI. e. 31. 

«) Hist. Eccl. Ub. IX. e. 15., lib. XI. 0. 39. 

w) Meurs. Vni. 606. 

") Fab. B. gr. IX. 240. 


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V olgarìzzamento 
Jell' opera dì Esìchìo Mìlesìo 

Degli nomini illustri in dottrina. 


Volgarizzamento 
Dell' opera di Esìchìo Mìlesìo 

Degli nomini illustri in dottrina. 


Proemio. 

La Cinica filosofia fu così detta per averne Antistene gettati 
i fondamenti nel ginnasio Cìnosarge. La Peripatetica scuola 
però assunse tal nome dall' averle Aristotele dato principio in 
nn passeggio; overo orto. 

Capo I. 

A. 
Apollonio Tianeo. 

Essendo gravida di Apollonio Tianeo la di lui madre, vide 
UDO spìrìtOy che dicea^ sé esser colui, di cui divenuta era gravida: 
eioè Proteo £gizio: per il che stimossiO esser egli figlio di 
Proteo. 

Aristea Proconnesio. 

Spacciano, come l'anima di Aristea Proconnesio, uscita a 
suo piacimento dal corpo, di nuovo vi si riponea. 

Esohine. 

Eschine figliuolo di . un salsicciajo venne accusato da Mene- 
demo Eretriese di essersi falsamente attribuiti moltissimi dialoghi 
dì Socrate, che ricevuti avea da Xautippe; tra i quali quelli, che 
imperfetti si appeflano, troppo son deboli e lontani dalla Socra- 
tica ^) Questi, narrano, essersi recato in Sicìiia presso 

Dionigi a cagione della indigenza, e, disprezzato da Platone, 


') Si metta vnsiXijqì^at come Enrico Stefano nelle note, non come 
è nel testo. 

') In Diog. Laerz. I. 116., ove sono le stesse parole di Ksichio, 
fii legge svxovlav, non svS^oviav, e nelle note Enrico Stefano dice che 
ù scrìva €V7ioQÌav, cioè facuUas^ copia dicendù 


206 

essere stato commendato ^) da Aristippo, ed, offerti alcuni scrìtti 
aver ricevati dei doni: quindi venuto in Atene ^) non avere 
osato di fiu*si a professar filosofia; ottenendo lode') Platone in 
quel tempo: aver però tenute mercenarie lezioni. I snoi^) 
dialoghi ebbe Aristippo eziandio per sospetti, poiché, leggendoli 
in Megara, narrano aver motteggiato dicendo: Donde avesti tu 
ciò; ladrone? 

Aristippo . di Cirene. 

Aristippo di Cirene segui in vero i piaceri , ma non cercò 
con fatica alcun godimento non presente: onde Diogene chia- 
mavalo Cane Reale. Interrogato egli in che agli altri fossero 
i filosofi superiori, disse: se tutte si abolisser le leggi, vivremmo 
siccome ora viviamo. Affermò prender sé dell' argento dai 
domestici, non per farne uso, ma perchè quelli apprendessero 
in che fa d'uopo impiegarlo. A tale, che il rimproverava perchè 
egli discepolo di Socrate riceveva dell' argento: il faccio, disse, 
a ragione, poiché Socrate inviandogli *taluno vino e frumento; 
poco risei*vandosi; rimetteva il restante. Facea uso dello schiavo 
Eutichide e di Laide meretrice^), oàde a chi ciò rinfaceiavagli : 
Posseggo, disse. Laide; non son posseduto: ottimo è il vincere 
le voluttà, e non esserne vinto; non cosi però il non fiire di 
esse alcun uso. Interrogato, che debbano apprendere i fanciulli 
di onesta nascita: Quello, disse, di cui, uomini, faranno uso. 
Riputava essere il fine un placido moto diffuso per i sensi. 


Alessino di 

Alessino di Elide, per essere al sommo contenzioso, fu so- 
prannominato Eleusino. Narrano, comC; passato questi da Elide 
a Olimpia, diessì a filosofare; e interrogato dai suoi discepoli, 


II verbo (Tvora^^vai per commendare^ è anche in Porfirio cmp, 3. 

^) Cosi l'interprete del Laerzio p. 116. 

*) In Laerzio, in luogo di ivevóoxifiofiiztov, far legge svóoxiptovy- 
XQìv, particip. imperf. da evóoxifiéw, che vale lo stesso che ivsvóoxifiém; 
questo è posto dal Tusani, quello dallo Screvelio. Credo debba porsi 
come in Laerzio, poiché nell' altro modo nulla significa. 

*) Laerz. 117, dice rovtov, ove Meurs. dice tovxovq. 

*) Veggansi le osservazioni su questi passi fatti nel Laerz. 1. 123. 
not., e li. 111. 


207 

per qnal ragioDe quel luogo aTesse eletto ad abitare; disse, avere 
in animo di stabilire una setta, che sortisse il nome dì Olimpiaca ; 
ma quelli afflitti per difetto di viatico 0, e conosciuta la in- 
salubrità del luogo, lo abbandonarono, e rimane Alessino con 
un sol domestico. Spacciasi, esser quindi venuto a morte ferito 
da una canna mentre nuotava nel fiume Alfeo. Avvi su di lui 
questo epigramma 2): 

„ Quella favola in ver vana') non era, 
Che a un nuotante infelice il piò trafitto 
Daun chiodo fu, poiché Alessin, l'Alfeo 
Pria di varcar, perì da canna punto/' 

Aristcytele^) Stagirita. 

Narrasi, come, avendo Aristotele di Stagira scritto un inno 
Pean^) air ennnco Ermia suo suocero, venne condannato a bere 
Taconito, e fini di vivere^). Vuol questi che doppia dottrina 
contengasi nella filosofia; altra pratica, altra teoretica: ap- 
partenere alla pratica la etica e la politica, di cui è officio il 
trattare e delle pubbliche cose e delle domestiche. Esser di per- 
tinenza della teoretica la fisica dottrina e la logica, questa però 
Don universalmente, ma come esatto strumento. E poiché 
suppose di essa doppio lo scopo, dichiarò Tuno essere il vero- 
simile, e Taltro il vero. Di due facoltà fa poi uso per ciascuno 
di essi'Oy della dialettica cioè e delia retorica per il verosimile; 
deir analitica e della filosofia per il vero: niente omettendo di 

Budeo p. 719 e 759 parla della parola iipóówv. 

*) Qui le notizie, che dà il Fabricio sagli epigrammi. Egli vi 
omette un Socrate, di -cui Laerzio p. 109; ed Apollonio Rodio, di cui 
egli li 524, e Meursio VII. 195. DE; e Corinna, dì cui egli L 579; e 
Arìgnote, di cui egli IX. 683; e Pindaro, di cai ivi 769; e Orfeo 
Ciconeo, ivi 731 ; e Pitagora, ivi t. L ove pai'la delle sue opere; ed un 
Arhita, Laer. Vili. 82; e Porfirio, Fab. B.gr.lY. 190; ed un Teodoro, 
Lser. 140; ed un Licone, Laer. Y. 69. 

3) Dove Esichio dice sixato, Laerzio '144, dice stkaTog. 

*) j^che nelle note del Meurs. dioesi kifiarórektj , non Àqi- 
cxóreXxfv. 

*) Di quesf inno, il Laers. 270 e 272. 

*) Proeopio, in Fab. B. gr. VL 266, dice, esser morto nel flusso 
del mare. Y. Euseb. Praep. Evang. 793. A. 

'') Di tutto ciò Laerz. 383. segg. 


208 

ciò, che alla invenzione , o al giadicio, o alV nso appartiene. 
Per la. invenzione poi, e le topiche cose e le metodiche, die 
lina mollitudine di proposizioni, dalle quali abbondantemente trar 
si possono problemi di verosimili ai^omenti. Scrisse per il gin- 
dicio i primi libri analitici e i posteriori: dai primi si gnidicano 
i lemmi, dai posteriori si esamina la collezione. Riguardo air oso, 
parlò e delle disputazionì, e delle interrogazioni, a delle contese 
dei sofistici elenchi, dei sillogismi, e di cose a queste simiglianti. 
Giudice della verità degli effetti prodotti dalla fantasia stimò 
essere il senso. Delle cose morali però riguardanti e la pub- 
blica e la famìliar disciplina, e le leggi, riputò arbitra la mente. 
Unico fine dichiarò esser Tuso fatto della virtù in una vita 
perfetta. Disse consistere la felicità in un compimento composto 
di tre beni : quelli, cioè, dell' anima, da lui chiamati primi nella 
forzaci quelli, in posterior luogo, del corpo, quali sono la 
sanità, la robustezza, la beltà, e simili; e quelli, che ali* esterno 
appartengono, le ricchezze, cioè, la nobiltà, le stima, e simiglianti. 
Negò esser la virtù sufficiente a se stessa per la felicità, avendo 
mestieri dei beni corporei ed esterni, ed essendo infelice il 
sapiente oppresso dalle fatiche ^), dalla inopia, o da simili avver- 
sità. La malizia poi disse esser bastante per condurre alla in- 
felicità, benché abbondi di beni esterni e corporei. Affermò 
non esser le virtù segnai Tuna deir altra, potendo avvenire che 
tal uomo prudente e giusto sia ancora intemperante ed incon- 
tinente. Disse non essere il saggio imperturbabile; turbarsi 
bensì mediocremente. . Definì Famicizia, una corrispondente 
equabilità di benevolenza: di essa, altra, disse, appartenere alla 
ospitalità, ed altra alla affinità^). Spettar l'amore non solo ad 
uso venereo, ma eziandio alla filosofia : „Amerà, disse, il sapiente, 
né amministrerà la repubblica, si unirà in matrimonio, e convi- 
verà col principe'^ Tcriplice essendo la vita^), contemplatrice, 
voluttuosa e pratica, die alla prima la preferenza. Stimò le 


1) „Quae sane prima (in) potentia appellat". Così l'interprete 
del Laerzio. 

>) Si scriva qui nel testo come yuole Enrico Stefano nelle note. 

^) Si scrìva qui, come vuole lo Stefano, prima ^vyyeviìtf(»\ e poi 
SevixTiVy lasciando é^atzixi^v, che non è nei codici. 

*) Si corregga come vuole lo Stefano. 


209 

Gberali discipline ^ giovevoli per racqnÌ8to della virtù. Ebbe 
gran cara di render ragione*^) delle cose naturali , estendendo 
tal pensiero eziandìo alle minime. Siccome Platon e, riputo Dio 
ineorporeo: stimò estender questi la sua provvidenza perfino 
alle cose celesti, rimanendo tuttavia immobile: esser le cose 
terrestri disposte per modo, che naturalmente corrispondano alle 
eelestL Oltre i quattro elementi , riputò esisterne un quinto, 
onde le eteree cose fosser composte; esser però differente il di 
lui moto, aggirandosi esso circolarmente. Incorporea asserì pure 
esser l'anima, e chianiolla prima perfezione^ cioè del corpo 
Daturale ed organico vivente per la potenza. Doppia, giusta il 
di Ini sentimento, è questa perfezione, per la quale intese quella, 
di cui esiste una qualche specie incorporea. Ora di questa, 
altra è secondo la potenza, siccome nella cera Mercurio atto a 
ricevere gl'impressi lineamenti, ovver come simulacro di bronzo; 
altra dicesi secondo Tabito, ed è siccome la compita effigie di 
Mercurio, e il perfezionato simulacro. Del corpo naturale disse 
poi, come altro è artificiale, quali sono una torre, un vascello 
&bbrìcato dai manifattori; altro è mera opera della natura, 
siccome i vegetabili e gli animali. Disse poi, perfezione del 
corpo organico; e ciò vale destinato a qualche uso, siccome 
rocchio a vedere, e ad udire Torecchio: aggiunse, vivente per 
la potenza; e ciò come in se stesso.^) Doppio è ciò che è 
secondo la potenza; altro cioè secondo l'atto, ed altro secondo 
Tabito. Secondo l'atto è siccome colui, che veglia, il quale 
dfeesi aver Tanima secondo l'atto; secondo, l'abito colui, che 
dorme, il quale dicesi averla secondo l'abito. Perchè dunque 
ancor questo veng» compreso, aggiunse la Voce potenza. 


1) Può vedersi in Fab. B. gr. to. III., al luogo ove parla di Cleo- 
mede in notis, ciò che ditie sulla parola xtxkvxrj^ V. pure Mingarelli 
Codd. Nan. p. 492; Gronov. 11. 1113. 

*) aizioXoyoharog, non aiziwzaToq, poiché la prima parola esprìme : 
qui raUonem reddii, e Taltra: qui maxime est causa o in causa, e 
non è consentanea al contesto. 

') Dalla parola tò óvvafjiet sino a xad-svówv si metta come in 
Laerzio 287. 


14 


210 

Antistene Cinioo« ^) 

Antistene Cinico venia chiamato puro cane. Diogene 
Laerzio^) lo motteggia, siccome amante della vita, in un epi- 
gramma di tal tenore: 

,, Antistene, qual can vivo mordesti 
Non con la bocca, ma co* detti il cuore: 
Putre il corpo, cadesti a morte in braccio: 
E donde ciò? talun forse richiede; 
Per gir di Dite al regno uopo è di guida". 
Tali furono le sue 'opinioni. Mostrò potersi col mezzo della 
dottrina fare acquisto della virtù: consister questa nelle opere, 
uè aver d^uopo di molte parole, o di alcuna disciplina. Essere 
il saggio sufficiente a se stesso, suo essendo tutto l'altrui. Esser 
la oscurità del nome un bene, e somigliare alla fatica. Non 
vivere^) il sapiente a norma delle stabilite leggi, bensì giusta 
quelle della virtù. Unirsi in matrimonio a fine di generar 
figliuoli, conversare con le più belle ed amare, perchè al solo 
sapiente è noto a qual faccia duopo poiiiare affetto. Nulla al 
saggio essere straniero. Degno essere il sapiente di venire 
amato. Gli onesti uomini doversi tener per amici. Dover 
ciascuno farsi compagno dei magnanimi e dei giustL Esser la 
virtù un* arma, di cui non può alcuno venire spogliato. Meglio 
aver sortito colui, che con pochi buoni combatte contra molti 
cattivi, di quello, che, assistito da molti cattivi, viene con pochi 
buoni a cimento. Doversi sollecitamente osservare grinìmici, 
essendo questi i primi ad avvedersi dei mancamenti dei rivali. 
L'uomo giusto essere a stimarsi più del consanguineo. Essere 
la virtù dell' uomo la medesima, che quella della donna. Buono 
esser ciò, che è bello; cattivo ciò, che è turpe. Doversi le 
aliene cose riputar malvagie. Essere la prudenza un muro 

>) Di alcune opere dì Antistene V., Fab. B. gr. III. 645 — Di un 
Antistene V., Diodoro p. 678. 

^) Una ediz. del Laer. sta nelle Notizie letter. di Ceseua L 400; 
un* altra ignorata dal catalogo, che è in Laerzio, V. nel Fontanini p. 104., 
V. pure Haym p. 7S e Gai-ampi Storia, Numm. 16081. 82. 83. 84. 
to. V. p. 141. 

') Ttokirevofiai o noXixevw può spiegarsi in repubUca versor, il 
quale spiega qualunque significato di questi termini. 


211 

sieariaaimo, il quale né o-ade^ uè prendesi con tradimento. 
Doversi fabbricare nn mnro nei nostri invincibili raziocinj. ^) 

* 

Aroesilao. 

Arcesilao ad un giovane, che garriva piili ferocemente del 
convenevole: e ni ano, disse, il correggerà colla sferza? A tale 
che veniva accusato di , e che opponevagli, non sem- 
brargli che l'uno fosse deir altro maggiore; addimandò, se 
neppure colui, che ha dieci diti, maggiore sembravagli di colui, 
che ne ha sei. Ad un dialettico, discepolo di Alessino, che non 
valeva a dichiarare convenevolmente uno dei detti del medesimo, 
rammentò ciò, che co' fornaciaj fatto avea Filosseno. Poiché 
questi uditili cantare in malvagia guisa alcuni dei di lui com- 
ponimenti, diessi a conculcare i loro mattoni, dicendo: Siccome 
voi le mie cose conculcate; io cosi le vostre. Fu egli felice^) 
nel ritrovare, destramente recandosi incontro alle obbiezioni. 
Abile era in persuadere^) sopra qualsivoglia altro. Perlochè 
grande era il numero dei concorrenti alle sue scuole, tuttoché 
punti fossero dalla sua acutezza, il che volonterosamente 
tolleravano. Era egli ass^ dabbene, e gli ascoltanti riempia di 
speranze: facilissimamente communieava le sue facoltà, pron- 
tissimo era a beneficare, modestissimo nel cercare che ascoso 
rimanesse il beneficio. Recatosi un dì presso Ctesibio, e vedu- 
tolo oppresso dalla indigenza, nascostamente una borsa sottopose 
al capezzale,, e ritrovandola quegli: è ciò, disse, uno scherzo 
di Arcesilao. ^Avendo taluno, per ricevere gli amici a convito, 
da lui tolta un' argentea suppellettile, né rendendola; egli né 
da lui ricercolla, né rivendicolla a se stesso. Ewi chi narra, 
come avendogliela egli data industriosamente, perchè ne fesse 
nso; donogliela a causa della sua indigenza. Non fu coltivatore 
di verun re : quindi esercitando per la patria Tofficio di legato 
ad Antigono, non conseguì ciò, che bramava. Era egli amante 


Così tutti gì* interpreti; ma più chiaro TAmbrog., ediz. del 
1400. p. 55. 

*) evQsatXoy wTOTog, come in Laerz., non svQiaiXoyiuxatOQ, come 
ÌB EbìcIuo. 

*) nstatixiÓTatog non mar. . . . Stef. 


212 

dei fanciulli, proclive alle libidini^), ed usava con le meretrìci. 
Avvedutosi come taluno da lui amato trattava familiarmente 
con Democare, disse^ ceder se^). Ad Arideto, che, proposto 
un teorema in un convito, esortollo a far parola su di esso: 
Ma, egli disse, è proprio della filosofia il sapere di tutte le cose 
il tempo opportuno. Lo deride Timone, quale seguace deli* 
aura popolare, in questo tenore: 

„Dis8e, ed entrò tra il circostante volgo: 
Quel, come augelli a coccoveggia intorno,^) 
Stupisce a tal veder; lo stolto addita: 
Perchè*) seguir la turba, e per non grande 
Opra, meschino, insuperbir qual folle?'' 
Fu' egli però talmente alieno dal fasto, che ammonì i suoi disce- 
poli ad ascoltare ^ancora altri 

Arohita Pitagorico. 

Archita Pitagorico essendo condottiere dell' esercito, non 
fu giammai superato ^) : toccato però una sola volta dalla invidia, 
abbandonò il comando, e Tesercito fu tosto preda dell' inimico. 

Archita Miusico. 

Archita Musico, rimproverato di non essere udito: Ma io 
strumento, disse, parla combattendo in mio favore. 

Anaasarco Abderita. 

« 

Anassarco Abderita disse, non saper sé neppure, che nulla 
egli sapeva. 

Esopo. ' 

Esopo, diverso dal favoleggiatore, scrisse su di Elena: in 

xataffSQTjg, Scapula, p. 730, dice essere stato usato dal Laerzio 
per xazafpBQ^q eig xa d<p^ólaia. 

') Giudico meglio por qui ava^ixaxiaq, che àró^ixaxiag. V. Laer. 
IL 574. 

^ Si scriva nèQi anl^ai.^ 

*) Farmi debba scriversi otov fvexa, non otvexa, come vuole lo 
Stefano; perchè oi'vexa vale cujtis causa: onde iizov ovvexa cujus 
cujus causa, valendo órov cujus. Tuttavia Apollonio Rodio presso 
Carli, X. 34 not, zòvóe fihv oio neg (cioè ovTTf (>) ovvexa, Ubim cujus 
cujus caussa, 

^) Laerz. p. 545. 


213 

tale scrìtto, narra appellarsi Pana un pesce del genere delle 
baiane: ritrovarsi in questo una pietra stellata, che viene info- 
eata dal sole ed ha forza sopra i veleni amatorj. 

Capo n. 

Bione Borìstenita. 1) 

Bioné Boristènita negava esistere gli Dei^ per lo che avvi 
Bo di lui questo epigramma: 

^Bion Boristènita, a cui die luce^) 
La Scitica regione, i sommi numi 
Essere un nulla, aver già detto udimmo; 
£ ben dirsi potrìa, se sostenuto 
Sentenza tal perseverante avesse, 
Tuttoché male, aver pensanto almeno. 
Ora da lungo morivo, ora di morte ^) 
Oppresso dal timor, colui, che ai numi 
L'esistenza negò, niun tempio vide. 
Che i mortali derise àllor che ai numi 
Vittime offrìan, che mai su d'ara o mensa 
Con odoralo fumo, adipe, o farro ^) 
Le nari ai numi empì, giammai non disse: 
Peccai, perdono ai falli miei donate; 
Ma di vegliarda sottopose il collo 
Agli incanti, e alle funi, ubbidienti 
Porse le braccia, e al liminare impose 
E ranno e lauro; onde scampar da morte 
Tutto pronto ad oprar: folle, che i numi 
Mercenarj chiamò, quasi allor solo 
Fosser quando Bion così pensasse. 
Vane le cure fur, le fauci allora 


Di un Bione, Laer. 125^ e Tindiee a Clem. Aless. nel Fab. 
B. gr. V., e Fab. ivi VUL 701, V. 118, XIV. 30. 

*) Si Scrìva il verso come in Laer. 

^) ^avy colla jota soscrìt, cosi Laer. 

*) ^hjfjia, far, per errore così si dice nei lessici, dee dirsi 
^vrikfifjia^ Stef. 


214 

Oh' ulcerate sentì, la man protesa, 4 
Salve, al fine sciamò^ salve, Platone''. 

Bione Abderita. 

Altro Bione Abderita scrisse, avervi alcuni luoghi abitati, 
nei qualr di sei mesi è la notte, e di sei il giorno. 

Capo m. 

G^netlio di Palestina. 

Genetlio di Palestina in una sola orazione tutta mostrò 
la filosofia. 

Capo IV. 
Dafida Telmiaseo. 

Dafida Telmisseo tutti ingiuriava, non perdonando neppure 
agli stessi Dei. Per lo che fu nemico ad Aitalo, re di Per- 
gamo. Questi, recatosi presso Pitia, dileggiò^), Foracolo, e 
per derisione interrogollo, se avrebbe ritrovato il cavallo. Ebbe 
in risposta, che sarebbeglì ben presto venuto fatto di rinvenirlo; 
ma egli divulgò, che né possedea, né avea perduto cavallo 
alcuno. Fatto però Aitalo di ciò consapevole, essendo Dafida 
di quivi partito, die ordine, che si precipitasse dall' alto. 11 
luogo, in cui si esegui tal comando, addlmandavaai Cavallo^). 
Apprese quindi egli morendo, non essersi l'Oracolo ingannato. 

Diagora. 

Diagora, figlio di Telecide, conosciuto da Democrito per 
uomo di pronto ingegno, essendo in condizione di servo, fu da 
lui riscattato col prezzo di diecimila dramme, e fatto proprio 
discepolo. Diede egli opera all' arte lirica. Fu soprannomato 
Empio, perché taluno, che aveva atteso all' arte medesima, 
accusato da lui di avere involato un Pean da sé composto, 
giurò, non essere reo di tal furto. Quindi a poco datolo in 
luce, fu secondato dalla fama. Afflitto per tal causa, Diagora 
scrisse i ragionamenti àjioytvQyl^ovrag contenenti 


*) Cosi interpreta Casaubono in Laer. 261. 
*) laxQfmsv, non iotant. 

3) Sopra gli oraceli v. Calmei, Appariz. p. 35. Forse questo 
passo è un' obbiezione alla Cristianità di Esichio. 


215 


Diodoro di laso. 

Diodoro di laso, cognominato Crono, dialettico, che primo 
reputasi avere trovato l'argomento Cornato e l'occulto, dimo- 
rando presso Ptolomeo Sotere , Interrogato da Stilpone su di 
alcuni argomenti dialettici, né avendo di sabito potato sciorli, 
oltre agli altri rimprocci udì dal re, per dileggiamento, chia- 
marBÌ Crono. Uscito del convito, e scritto an libro sai problema 
propostogli, per Tafflizìone dell' anime cessò di vivere. Su di 
lui avvi tale epigramma: 

nCrono Diodoro, e qual fu mai dei Demoni 

Che con acerbo duolo 
L'alma ti spinse a profondar nel tartaro 

Poiché non disciogliesti 
L^enimma di Stilpon? Crono ognun vedeti 
Con r r. il e. rimoto ^)". 
Di lui dice Callimaco negli epigrammi: 

n Memo stesso 

Sulle pareti scrisse: è Crono un Saggio^'. 

Demetrio Falereo. 

Demetrio Falereo era dì tal venustà, che da alcuni appel- 
lavasi Lampeto e Grazioso di palpebre. 

Demetrio Iasione. 

Altro Demetrio fu detto Issione, perchè ^) fu sorpreso nell' 
ttto che involava alcune lamine di oro del simulacro di Giunone 
in Alessandria^. 

Didimo Alessandrino ^). 

Didimo Alessandrino per i^ suo indefesso attendere ai libri, 
fu cognominato XaXxéptsQÒg, Narrano, aver lui scritto oltre 
t tremila quattrocento libri. 


^) ovog asmus, cosi xQÓvog senza q e x. 

*) Sion non óió ti, 

^) Dei varj Demetrj ti*attò forse Demetrio Magnesio citato, dal 
Laerzio 307. 

*) Didimo ehiamoBsi anche S. Tommaso Apostolo. Di due Didimi 
Fab. VL 185. Didimo soldato si travesti cogli abiti di Teodora ver- 
gine (la cui festa 27. Aprile), e la liberò dalla carcere. 


x 


214 


y 


Oh' ulcerate sentì, la man prol/. i • ^ 

, X , ^/>gina con acclamazione 

Salve, al fine sclamo, salve, „ , . , , . .,.,.. 

^ ' '/c/le leggi da Im stabilite, 

Bione A^j/chey gettati sopra il suo capo. 
Altro Bione Abderita se* 
nei qualp di sei mesi è la ^OTito H. 

giodi esercitavasi ^) neir esplorare le 
r Rivolta in solitudine e dimorando fra i 
. J:m col fratello le sostanze, e scelta la 
Genetlio '^.-;.^' Gimnosofistì, e viaggiò nell' India e netf 
la filosofia, .^ /j^ yjgg^ miserìsaimo , avendo consumate tutte 
^ '-• ' f'" ^t 1'^ sua indigenza venia sostentato dal fratello 
'"^p^^fenào acquistata celebrità per alcune predizioni 
^' ^ ^el futuro , fu da moltissimi riputato degno degli 
f H^^afitìì^ spirato da estro divino*). Fu suo pensamento, 
,^L iotte esser principio gli atomi e il vuoto. Dipendere 
jfi^ .^ rimanente dalle opinioni. Infiniti essere i mondi, 
^^r$^ e corruttibili. Nulla formarsi dal non esistente, uè 
^toperai in ciò che non è^). Esser gli atomi infiniti per 
^jezza e per numero, trasportarsi e aggirarsi nel tutto, e 
ffiDAre per tal modo le cose composte ; il fuoco, l'acqua, Faria, 
jf terra, essere ancor queste costituite dagli atomi, impassibili 
Q immutabili per la loro solidità. 11 sole e la luna essere 
composti da così fatti vortici e rotondi agglomeramenti^), e 
l'anima similmente, che' credè lo stesso che lo intelletto. Veder 
noi, per il cadére delle immagini su noi medesimi, tatto farsi 
necessariamente, essendo causa della generazione di tutte le» 
cose quel vorticoso movimento, che appellò necessità. Il fine 
essere la tranquillità dell' anima, non la stessa che la voluttà, 

Sui varj Democriti, Demetrio Magnesio in Laer. 560. 

•) aaxiùtf V. Laer. II. 573. 

>) Si metta cosi come in Laer. 570. al fine. 

*) Questa, e non divinuSy è la significazione di ìvB'Boq, Stef. e 
Scr. art irB-sd^eiv. 

') Laerz. ov non ov, <pd^ei^€o9-at non x^^^9^o^^^- 

') Si ponga come Stef. Sivtóv, É sbaglio di stampa ove dice ohe 
Giunio corresse 6i <ov ponendo óipwv, dovea dire tivtSvy così infitti il 
Ginn, nota (d). 


217 

siccome alcuni negligentemente interpretarono; ma quella, se- 
coodo la qnale Tanima vive con tranquillità ^ con costanza^ 
non agitata da vemn timore, o superstizione, o da altro pertur- 
bamento. Chiamala egli Eveóró, e con altri molti nomi. Ciò, 
che è fatto, esser legittimo: nella natura le individue cose ed 
il vuoto. 

Diogene ApoUoniate. 

Diogene ApoUoniate disse, elemento esser Tarla, infiniti 
essere i mondi ^d infinito il vuoto, Tarla addensata e rarefatta 
essere^ la generatrice dei mondi, ninna cosa formarsi dal nulla, 
nel nulla corrompersL Esser la terra orbicolarmente allnn- 
gata, stabile; aver fondata la sua dimora nel mezzo, circondata 
essendo dai calore, e resa solida dal freddo. 

Capo Y. 
Epimenide Cretese ^j. 

Di Epimenide Cretese è fama, come uscia la sua anima 
del aorpo, a di lei piacimento, e di nuovo vi entrava qualo^ 
il riputava opportuno. Morto che fu, ritrovossi la sua pelle 
marcata da lettere. 

Brmogene. 

Apertosi il corpo di Ermogene retore dopo la sua morte, 
ritrovossi il suo cuore coperto di peli, e di grandezza molto 
superiore a quella, che ordinaria è nella natura delT uomo. 

XSratostene* 

Eratostene appellossi B., perchè ai sommi uomini vicino in 
qualsivoglia genere di disciplina, tenea le seconde parti. 

Eiiripide. 

Euripide venne alla luce nel giorno, in cui dai Greci si 
sconfissero i Persiani nella pugna navale centra Serse; giorno 
per gli Ateniesi di fausto augurio. 


yaXfivfàq non yakuvóq^ cosi Laerz. 
*) y. Meurs. in Cret Cypr. Bhod. etc. 


218 


Euclide di Megara. 

Euclide di Mégara dopo la morte di Socrate Accolse in 
sua casa Platone e gli altri filosofi » che torneano la crudeltà 
dei tiranni. Questi stimò, uno solo essere il bene, appellato 
con più dinominazionl : talora Prudenza, talora^) Dio, altra- 
mente Intelletto, e in simili fogge. Die bando alle cose opposte 
al bene, dicendo, tali cose non esistere. Serviasi di dimostra- 
zioni fatte non coli* assumere, ma collo inferire. 

Epicuro. . 

Alcuni, che accusano Epicuro, dicono, aver lui scritto a 
Pitocle, giovine di bello aspetto, in questo tenore: „Sederò 
aspettando il desiderabile e quasi divino tuo ingresso'^ E nel 
libro del Fine, avere così scritto: „Non so io in vero che in- 
tendere per bene, se da me tolgansi le voluttà veneree e i 
piaceri del gusto e dell' udito'^ E lo stesso Epicuro, narrano, 
avere scritto di ^ausifane, discepolo di Pirrone: „Queste cose 
il condussero a tale stupore di mente, che contro di lui pro- 
nunziò delle ingiurie, né diegli il nome di maestro ^)". Chiamò 
poi egli Nausifane, siccome narrano, polmone, illetterato, im- 
postore e giovine osceno. Ai Platonici diede il nome di pa- 
rassiti di Dionigi, allo stesso Platone di aureo, e ad Aristotele 
di prodigo: perchè, divorate le paterne sostanze, dato erasi a 
militare e a spacciare medicine. Chiamò Protagora portatore 
di corbe, amanuense di Democrito, e disse, insegnar egli le 
lettere nelle contrade. Appellò Eraclito imitatore; Democrito 
censore di inezie ; Antidoro uomo, che, a guisa di cane, applaude 
ai doni^) col movere della coda; i Cirenaici^) nemici della 
Grecia; i Dialettici molto invidiosi; Pirrone indotto e privo di 


*) ore sign. quando ^ non et Me, perchè cosi si darebbero varj 
beni, il che non ammette Euclide: oltre a ciò quando dioesi ori 


non ore. 


*) vovv non vvv, Laer. 

3) Si scrìva come vuole lo Stef. Sttrs fièv oi XoióoQsiaxai, xaì /iti 
anoxaXBiv óiódaxakov. 

*) Scrìvasi aaivl6(DQoq. 

^) Cirenaici, non Ciziceni^ vuole scrìvasi il Gassen, e II Meibom. 
in Laer. 607. 


219 

lettere. Fu Crisippo emalo ad Epicuro nella moltitudine degli 
scritti, onde Cameade chiamoilo parassito dei di. lui libri. 
Poiché, se alcuna cosa scrìveasì da Epicuro, altrettanto cercava 
di scrivere Crisippo ; e quindi avvenne, che spesse volte scrisse 
egli le cose medesime e ciò che in mente sopravvenivaglì. Per 
la troppa sollecitudine più scritti trasse alla luce impossibili 
ad emendarsi, e cosi abbondanti di testimonianze ^), che di esse 
sole sono i libri ricolmi. Narrano, essere stato Epicuro^) al 
principio maestro di lettere, quindi, abbattutosi a leggere gli 
scrìtti di Democrito, essersi dato alla filosofia. Per lo che 
Timone di lui così parla : 

„Uom tra i fisici estremo, inverecondo 

Di Samo uscito, precettor di lettere, 

Uom dissoluto più ch'ogni vivente ^)". 
Essendo per lo spazio di quattordici giorni giaciuto infermo, 
entrò in un vaso di bronzo pieno di acqua calda, chiesto del 
vino, lo bevve, ed esortati gli amici a rammentarsi dei di lui 
dogmi, spirò. Avvi su di esso questo epigramma^): 

„Memori i dogmi miei serbate, addio; 
Pria di spirare a' suoi dice Epicuro: 
Entrato in caldo ^) bagno e il vin sorbito, 
Del freddo Dite alla magione è spinto". 

Exnpodoole. 

Acrone medico, per il subUme luogo, che tenea tra i 
medici, avendo chiesto al senato Agrigentino un luogo, ove 
fabbricare il paterno monumento; fattosi innanzi Empedocle, 
vietò che egli conseguisse ciò, che bramava, e ragionato avendo 
sulla eguaglianza, interrogollo : Qual lugubre epigrafe sovrap- 
porremo al monumento? forse questa^)? 


*) Di questa abbondanza di testimon. parla Laer. 478. 
') Epicuro, non Crisippo. Laer. 604. 
*) É questo epigr. in Laer. p. 604. 
^ E m Laer. p. 610. 

*) d-SQfjiiiv come in Laer., non XaXx^v, poiché questo non ha 
opposizione con tf;vx^òv. 

*) Laer. 553. — Sopra quest' epigram. V. Fab. B. gr. XIII. 33. 


220 

jyAcron medico sommo Agrigentiuo 

Dì sommo padre; della eccelsa patria 

Giace in un alta sommitade ascosto^^ 
Questi, resa la vita ad una femmina estinta , divenuto glorioso 
per tale azione , fé' un sacrificio alla presenza di alcuno degli 
amici. Terminato il convito, separatisi gli altri , dieronsi a 
riposare, taluno sotto degli alberi, poiché adjacente era il 
campo, tal altro ove più piacquegli. Restò però egli ove erasi 
assiso. Fatto giorno destaronsi gli altri, solo egli non ritro- 
vessi Cercatolo, interrogati i domestici, e protestandosene 
questi inconsapevoli; narrò un tale, aver sé udita nel mezzo 
della notte una voce grande oltremodo, che gridava ad Empe- 
docle, e poiché questi destossi, aver veduta una luce celeste, 
e nulla più. Attoniti a tal racconto, riputossi dovere a lui 
sacrificarsi si come a un Dio. La morta da lui richiamata in 
vita tale narrano essere stata, che per lo spazio di trenta 
giorni serbò il corpo privo di respiro e di cibo. Lo stesso 
Empedocle con le proprie sostanze forni di dote più cittadine, 
che ne erano prive ^). Per lo che, vestita la porpora, sovrap- 
posegli un' aurea fascia, e di più tolse calzari di bronzo e la 
corona delfica. Avea lunga capigliatura e fanciulli suoi seguaci, 
ed egli severo sempre mostravasi in una sola attitudine. Goti 
compariva, spingendovelo ed esortandovelo i cittadini, quasi 
recasse insegna d'impero. Finalmente, in occasione di una 
solenne festività, recandosi sul cocchio a Messina, e caduto, 
ebbe franta una gamba; onde giacque infermo e morì, si 
come narra Neante Ciziceno. 

Capo YI. 

Zenone Cittiao. 

Zenone Cittieo fu ammirato dal re Antigono, il quale in- 
terrogato perchè lo ammirasse: Perchè, rispose, ricevuti da me 
molti e grandi beneficj, giammai insuperbi, né videai umiliato. 
A tal uomo di vago aspetto^), che dicea, non istimar sè^, che 
il saggio fosse per amare ^) : Nulla disse, di voi, o belli, sarebbe 

Laer. 536. 
») Laer. 577. 
') Vuole Stef. ohe i^aodiicea^ai si prenda in signifioaz. attiva, 


221 

più infelice, se noi non amassimo. Dicendo egli, non essere il 
sapiente soggetto ad attristarsi, e volendo il re Antigono farne 
esperimento, fecegli falsamente annnncìare, come i suoi poderi 
erano stati devastati dagl' inimici, ed involata se gli era la 
moglie co' figli E comparendo egli abbattuto: Vedi, disse, 
come non sono le ricchezze cose indifferenti. 

Zenone Eleate ^). 

Zenone Eleate disse, esìstere bensì i mondi ^), non però 
il vuoto. Essere la natura delle cose formata del caldo, del 
freddo^), dell' umido, del secco, che commutansi vicendevol- 
mente. Generarsi gli uomini dalla terra e formarsi l'anima 
dall' unione dei detti principj, ninno di essi restando all' altro 
snperiore. Dicono, che essendo stato questi ingiuriato, risen- 
tissene, e a chi ne lo rimproverava rispose: Se dissimulerò^) 
ingiuriato, neppure sarò sensibile alle lodi 

Capo vn. 

Eraclito ^). 

Eraclito, caduto infermo d'idropisia, interrogò i medici, se 
alcuno potea comprimere le viscere e trar fuori®) l'umore. 
Negandolo questi, egli espostosi al sole fé' che i fanciulli il 
ricoprissero di fimo. Così distesosi, non potendo poi rimuovere 
da sé il fimo, né essendo riconosciuto per il cangiamento della 
sua figura, direnne pasto dei cani. Questi non ascoltò veruno. 


altrimenti, dice, come si muoverebbe questione di ciò, che non è in 
potere del saggio, cioè di essere o no amato, se si prendesse in 
signif. passiva? 

Sui varj Zenoni v. Demetr. Magnes. in Laer. 565. 784. 

') KóofiovQ, scrìv. come Laer. . 

^ SfjQov non Se^ov, Laer. 566. • 

*) TiQoanoiovfxai unito alla particella ^^ signif. dissnntUare; 
COBI Gìunio: onde forse dovrà, come in Laer., unirsi fir^ a tcqo- 
onoiovfiat, e non dire si firi XoióoQovfievoq rcQoanoiovficu, interponendo 
hióo^vfisvoq. 

*) Dei varj Eracliti v. Demetr. Magnes. in Laer. 556. 

') iSe^oai, non i^siQ^aai, che è errore dì stampa; cosi- pure 
Uiuoio. 


222 

• 
ma disse dì aver tutto Investigato ed appreso da se medesimo. 

Avvi su di esso un Epigramma di tal tenore ^). 

^^Eraclito ammirai spesso, che mesto 

Così vissuto, cadde quindi estinto 

Poiché il corpo irrigando aspro malore, 

Co* discorrenti umori il lume spense 

Nelle pupille, e tetra notte addusse. 
Questi chiamava la estimazione un sacro morbo, e dicea, esaere 
la vista ingannatrice; il fuoco essere un elemento, e far le 
veci del fuoco le cose tutte formate dalla rarità e dalla den- 
sità: manifestamente nulla egli spiega. Tutto, dicea, formarsi 
da cose tra sé contrarie, e scorrere a guisa di fiume. L'uni- 
verso esser limitato ^) , ed esistere un solo mondo. Essere 
stato questo generato dal fuoco, e di nuovo ardere alternati- 
vamente per periodi, durante tutta la estensione del tempo, e 
farsi ciò per forza del fato. Altro dei contrarj, che spetta 
alla generazione, appellarsi guerra e discordia; altro, che in- 
fiamma, dinominarsi concordia e pace. Essere la mutazione una 
via, che al di sopra e al di sotto ^) conduce, e farsi il mondo 
a seconda di essa. Addensato il fuoco, liquefarsi, e qualora 
sia consistente, divenire acqua. Conglutinata questa, cangiarsi 
in terra y ed esser essa la via, che guida al di sotto: vicen- 
devolmente liquefarsi la terra, e di essa formarsi Tacqua. Da 
questa generarsi presso a poco il rimanente; poiché ridncea 
egli le cose tutte alla esalazione del mare; e questa, dicea, 
essere la vìa, che conduce al di sopra: prodursi le esalazioni 
e dalla terra e dal mare, altre splendide e limpide, ed altre 
oscure: ricevere il fuoco aumento dalle splendide, dalle altre 
la umidità. Di qual fatta però sia ciò che tali cose contiene, 
ei non dichiara. Dice bensì, essere in esso più corpi a foggia 
di schifo, che la parte concava hanno rivolta verso noi, e con- 
gregate in cotesti corpi la lucide esalazioni^ formare le fiamme, 
e queste essere le stelle: splendidissimo e caldissimo essere il 
fuoco del sole. Più lontani dalla terra essere gli astri, e 
perciò meno del sole risplendere e riscaldare. La luna, aie- 

Si scriva come è in Laer. p. 550. 

') nsTcsQaod^ai, non nsne^dv&ai Laer. IK, 9. 

*) xarw, non xaì ra> Laer. 


223 

come più vicina alla terra, non aggirarsi pel luogo paro; ma 
il sole mnoversi in parte splendida e limpida; ed essere da 
noi mediocremente distante; riscaldare qaindi ed illuminare 
maggiormente. Mancare il sole e la luna, voltisi gli schifi al 
di sopra. Farsi in ciascun mese le fasi della luna al rivol- 
gersi, che fa lo schifo appoco in se stesso. Il di, la 
notte, i mesi, le annue vicende dei tempi, gli anni, le pioggie, i 
venti ed altre cose a queste simigliane farsi a seconda delle 
differenti esalazioni; poiché la esalazione splendente, infiammata 
nel cerchio del sole, genera il giorno ; e la contraria, rimanendo 
anperiore, produce la notte; così accresciuto il calore dalla 
Incida esalazione forma la estate, e, dalla esalazione oscura 
resa abbondante, la umidità genera il verno. Nulla stabili 
intomo alla qualità della terra. Hannovi su di esso cotesti 
epigrammi. 

„Eraclito son io, perchè vessarmi ^), 

imperiti, perchè? nò che per voi 

Tal travaglio non è, pei dotti è solo. 

Prezzo un uom per tremila, e nulla il volgo. 

Così nella regìon d'Ecate io parlo^. 
Altro: 

„Nò, non voler d'Eraclito lo scritto 

Scorrer con pie veloce: aspra è la via. 

Dense son le tenebre; òr se taluno 

Ne' misterj versato a te sia guida. 

Tutto del sol vedrai più chiaro ancora'^ 
Aperto era egli però e perspicuo negli scritti per modo, che 
nomo eziandio di tardo intelletto potea facilmente compren- 
derlo, e tosto penetrava nella mente. La brevità poi e la 
gravità della orazione era incomparabile. 

Capo Vili. 

N. 

Teodoro Ateo^). 

Teodoro cognominato Ateo e poscia Dio, abolì tutte le 
opinioni, che aveansi degli Dei. Stimava il fine essere gaudio 


Parla un libro di Eraclito, quindi volgere sosfopra. 
«) Laer. 137. 


224 

e tristezza: quello per la prudenza , questa per la imprudenza. 
Boni essere la prudenza e la ^ustizìa, mali gli abiti opposti; la 
voluttà e la fatica trovarsi nei mezzo. Abolì Tamicizia, perchè 
non ha questa luogo uè presso gli stolti, né presso i saggi, e, 
tolta la utilità, ella è ben presto sprezzata. Disse, i saggi, 
sufficienti a se stessi, non aver d'uopo di amicizia. Essere 
ragionevole che Tuomo probo sottraggasi al pericolo di morire 
per la patria, non dovendo gittarsi la prudenza per arrecare 
sowenimento a degli stolti, e tutto il mondo essendo patria. 
Involare il sapiente, commettere e adulterj e sacrìlegj in tempo 
opportuno; nulla di tali cose essendo turpe in natura, se tol- 
gasi la opinione ammessa per contenere gli imprudenti in officio. 
Trovossi questi una volta in pericolo di essere recato air 
Areopago (cioè iu giudizio), ma Demetrio Falereo ne lo liberò. 
Non manca però chi dica aver egli bevuta la cicuta, condan- 
nato in giudizio. 

Teodoro Samio. 

Altro Teodoro, Samio, consigliò di sottoporre dei carboni 
ai fondamenti del tempio di Efeso ^), poiché, disse, i carboni, 
spogliati della natura del legno, acquistare una solidità sicura 
dai danneggiamenti dell' acqua. 

Teofrasto ^). 

Dicesi, avere sino a duemila uditori frequentata la scuoUi 
di Teofrasto. 

Capo IX. 

Ippaso di Metaponto 3). 

Ippaso di Metaponto disse, essere stabilito il tempo della 
mutazione del mondo: Tuniverso aver limiti e venire agitato 
da perpetuo moto. 


*) Eratostrato, ossia Erostrato, arse questo tempio, se questo è 
quello di Diana, su cui V. Fab. B. gr. II. 218, e Algarotti, Pensieri, 

') Teofrasto fu impresso dal Bodoni , V. il Suo Catal. p. 3., V. 
pure Notlz. leti di Cesena II. 104. 

') Dei varj Ippasi V. Demetr. Magnes. in Laer. 54.S. 


225 

Capo X. 
Cameade di Libia. 

Morto il filosofo Carneade di Libia, ai ecelissò la luna e 
il Bole ai fé' oBcnro. 

Grate e Polemone. 

Orate e Polemone amaronsi scambievolmente per modo, 
che, vivendo, non solo furono ambedue dediti ad un solo stadio; 
ma quasi sino ali* ultimo respiro furono tra sé conformi , e 
morti parteciparono di uno stesso sepolcro. Quindi Arcèsilao, 
passando da Teofrasto a loro, dicea, esser essi Dei e reliquie 
del secolo di oro : poiché non cercavano il popolare applauso 0^ 
ma somigliavano Dionisiodoro trombettiere, il quale, narrano, 
aver detto di vantarsi perchè ninno avea uditi mai i sonori suoi 
colpi né sulla trireme, né presso i fonti, sì come quelli di 
Ismenia ^). 

Grantore Soleae. 

Crantore Solese ammirava Omero ed Euripide dicendo, non 
potersi senza operosa industria scrivere tragicamente e con 
affetto. Ed allegava un passo del Bellorofonte : 

„Oimè, per qual cagione oimé sclamare? 

Mortali cose in ver noi sopportammo'^ 
Abile era egli nel formare i vocaboli. Disse, i versi di 
certo poeta essere pieni di stoppa^), e le tesi di Teofrasto 
essere state scritte col murice. 

Cleante. 

Cleante discepolo di Gratete così amò il travaglio, che 
venne appellato un secondo Ercole. Non avendo di che 
cibarsi, bevea nella notte Faequa, che riceveva per mercede: 
durante il giorno attendeva agli studj, onde fu cognominato 

iptXoéfifjiwóee, e non con un solo e. Laer. 

*) Forse ^Icfifivlaq, ov, onde Ismenia, non Ismenio. 

^ Si metta oxl^ijq, non alX^ijg come Giunio: poiché 1® se do- 
YesBe dirsi olkiptiq, direbbe Esichio ^Qwxovq non fiecxovqi V perché 
non direbbe slvai, ma in futuro: 3® perché avrebbe detto alkq>ùtv, 
non oiX^q; 4fi perché non vedo perché scabbia a mutare, quando la 
parola che vi é, corrisponde al testo: axifpriq dice pure Snida presso 
F»b. B. gr. IX. 783. 828. 

15 


226 

Freantle. Questi, recato una volta nel mezzo dei familiari il 
danajo^ raccolto col bqo trayaglio: Cleante, disse, potrebbe, 
quando il volesse, nutrire eziandìo un altro Cleante. Ma coloro, 
che hanno onde nutrirsi 0? ^d altri chiedono Le cose necessarie 
alla vita, tuttoché negligentemente diano opera alla filosofia. 
Dicendo taluno, non adempire Arcesilao ai necessari officj: 
Cessa, disse, né vituperarlo, poiché se colle parole toglie gli 
officj, li ammette colle opere. Non presto orecchio, disse 
Arcesilao, air adulazione; al che Cleante: Certo, rispose, te 
adulo affermando, altro essere ciò, che dici, ed altro ciò, che 
fai. Interrogato da taluno, qual cosa dovesse inculcare al suo 
figliuolo, disse quelle parole di Elettra. 

„Deh taci, taci, debole vestigio"^). 
Ammise in grazia Sositeo poeta, che avealo offeso, e che con- 
cepito ne avea dispiacimento; dicendo, essere fuori dì ragione 
che Bacco ed Ercole, derisi dai poeti, non s'irritassero, ed egli 
non tollerasse una ingiuria ricevuta. 

Capo XL 
Iieuoiiypo Siesta. 

Leucippo dicea, essere le cose tutte infinite, e scambievol- 
mente commutarsi. Vuoto essere l'universo e pieno di corpi. 
Formarsi i mondi al cadere dei corpi nel vuoto e al complicarsi 
che fanno insieme. E dal moto, giusta il loro accrescimento, 
generarsi la natura degli astri. Aggirarsi il sole in un circolo 
maggiore all' intorno della luna. Muoversi la terra ravvol- 
gendosi intorno al mezzo: la sua figura somigliare quella di 
un timpano. Fu egli il primo, che stabilì gli atomi per prin- 
cipj delle cose. Disse, l'universo essere infinito, di questo, 
parte essere piena, parte vuota. Gli elementi e i mondi da 
essi composti essere infiniti, e sciogliersi questi mondi ^) negli 
stessi elementi. Formarsi i mondi in tal guisa. Trasportarsi 
nel gran vuoto, separati dallo infinito, molti corpi di ogni 

') Scrivasi o^ev rgé^tovrai in soggiuntivo, poiché cosi pure 
poche righe prima dice f/fi txatv oO^sv TQct<py in soggiuntivo. 

^ Scriv. AfTTTÒv, poiché dal verso intero riferito dal Giunto, e 
dalV occasione, in cui dice servirsene Eurip., parmi meglio che Xfvxòr. 

^) Dopo xóa/4ov^ re scriv. èsc zovtwv, cosi Laer. 


22T 

figura; questi uniti formare un solo vortice , per cui, perco- 
tendo ^) e in tutte le fogge recati in giro, vengano a separarsi 
i simili con i loro simili. Essendo poi equilibrati , né più 
potendo aggirarsi, a causa della loro moltitudine, trapassare i 
tenni corpuscoli nel vuoto esteriore, quasi gittati in un cribro. 
I restanti corpi rimanere insieme, e con vicendevole compllca- 
mento concorrere tra loro, e formare il primo coagolo di figura 
sferica. Conformarsi questo in sembianza di una membrana 
contenente in se stessa corpi di ogni genere, aggirandosi i 
quali, giusta la reazione del mezzo, attenuarsi la circostante 
membrana, scorrendo di continuo insieme i corpi contigui, pel 
contatto della vertigine: e così formarsi la terra, acquistando 
consistenza neir unirsi i corpi trasportati nel mezzo. Di nuovo 
U circostante materia accrescersi, configurandosi a guisa di 
membrana, soggettati i corpi esteriori: e aggirata dal moto 
Tertiginoso, impadronirsi di quei corpi, che tocca. Di questi, 
alcuni insieme connessi^) formare una massa umida dapprima 
e limacciosa. Disseccati e recati in giro con la universale 
Tertigine, quindi infiammati, formare la natura degli astri. 
Essere il cìrcolo del sole il più Lontano, e quello della luna 
il più prossimo aUa terra. Quelli degli astri essere nel mezzo 
a questi. Accendersi gli astri per la velocità del loro corso. 
Essere il sole infiammato ancora dagli astri, e la luna parte- 
cipare a poco fuoco. Ecclissarsi il sole e la luna pel declinare 
che fa la terra verso il meriggio. Le regioni settentrionali 
essere sempre sottoposte alle nevi, ai freddi ed ai geli. Rare 
volte ecclissarsi il sole, e frequentemente la luna, inuguali 
essendo i loro circoli^). Sì come^) le generazioni del mondo, 
cosi avvenire gli aumenti e le corruzioni^) giusta qualche 
nesessità. Come poi ciò avvenga egli non spiega^). 

*} nQoaxQovvxa ha il Laer. si avverta che UQoaxovvxa, come ha 
Esichio, è particip. neutro attico, onde xad^ $v non può rendersi a 
qua in signif. pass., come rende il Giunio. 

') nnkwósq, non n^Xéósq come Giunio. 

•) Laerz. avvBX(5(; e àviaovq. 

*) Laen. ciansQ. 

*) Laen. ovxm . . ipMoeiq. 

^ Laerz. ov ótanaipet, non explanat; laddove il Giunio spiega 
exphtuU. 

15* 


228 

Capo xn. 

Menedemo Eretriese^). 

Menedemo Eretriese era figliuolo dì un architetto, o, se- 
condo altri, di un pittore di scene '^); onde avendo promulgato 
un decreto, fu punto da un seguace di Alessino col detto, che 
non è ad un saggio conveniente uè pingere scene, né scrivere 
decreti. Mandato dagli Eretriesi in presidio a Megara, recossi 
ali* Accademia di Platone, e preso quasi al laccio, abbandonò 
la milizia. Fu uomo assai grave, onde Orate disse di lui: 

^11 Fliasio Asclepiade, 

11 Toro Eretriese**. 
E Timone così ne parlò: 

„Vane ciancie spacciando, il sopracciglio 

Alto estollendo, cogF Indotti altero". 
Tale fu la sua severità^ che Euriloco Cassandreo, chiamato da 
Antigono col fanciullo Cleippide Ciziceno, ricusò di corrispon- 
dere allo invito dicendo, temer sé che Menedemo noi risapesse. 
Poiché era egli mordace^) e libepo parlatore. Chiedendo Anti- 
gono per consiglio^), che cosa avrebbe detto, se recato si fosse 
ad un lussurioso convito; tacendo sul rimanente impose, che 
se gli annunziasse ; esser egli ^) figliuolo di un re. Un insensato, 

che interrogò, se possedeva alcun podere, 

rispostogli, che moltissimi: Va dunque, soggiunse, ed abbine 
cura, perché non avvengati di corrompere quelli eziandio, e di 
perdere così il nome di accorto privato^). A tale, che dicea, 
molti essere i beni, addimandò, quale ne fosse il numero, e se 
riputasse questo oltrepassare quello di cento ''j. Era egli di 
animo mansueto % e indifferente intorno alla sua scuola. Quindi 

•) V. Laer. IL 573. 

^) Scrìv. axTjvoyQÓfpog — queste parole vuole aggiungansi 11 Henr. 

*) Ì7iiax<vnTtjq Laer. 

*) ovfjtpovkevofiévov Laer. 154. 

*) Cioè, Antigono, n. d. Tr. 

^) Questa pai*mi la più acconcia interpretaaione. 

'J Laer. 156. 

') exXvrov no, ma exlvrog; così Casaubono. Stento perù ad 
ammettere questa voce, o almeno il significato, che gli dà il Giunio, poi- 
ché poco dop<ì dic^Esichio, che era Menedemo acerrimo nelle dispute, 
e perchè tutto il suo carattere mi sembra assai alieno dalla mansuetudine. 


j 


^ 229 

né ordine «Icnno era a vedersi presBo di luì, né stabiliti eransi 
ìd circolo i "Bedili; ma ciasenno ascoltavalo in quel luogo ; che 

avea sortito camminando, o sedendo 

.... Importunato da Orate e rimproverato per avere 
assunta^) ramministrazione dei civili negozj, comandò ad al* 
tunìy che il TÌnserrassero in carcere; ma egli nullameiio osser- 
vavalo allora «he passava e sovrastava alla turba, e chiamavalo 
Agamennonio e signore della città. Eccedeva egli alquanto 
nella superstizione. Avendo quindi una volta unitamente ad 
Asclepiade mangiato di alcune carni gettate in un pubblico 
ospizio senza essere di ciò consapevole , poiché ne venne in 
cognizione, fu sorpreso da nausea e impallidi, finché rimpro- 
verato da Asclepiade disse, non averlo in conta alcuno turbato 
le cami, ma una apprensione intorno ad esse. Amava egli i 
conviti, e oppresso da morbo in Eretria, fu più assiduo ai' 
banchetti '). Molto apprezzava Omero ed i lirici, quindi Sofocle 
ed Acheo, a cui attribuì il secondo luogo tra i satiri, dando 
ad Eschilo ^) il primo. Onde a coloro, che contrarj erangU 

m 

neU* amministrazione dei pubblici affari, proponeva questi versi: 

„È dai deboli ancor preso il veloce, 

Dalla testuggin l'aquila- in brev' ora''. 
Tratti son questi dalla Omlale satirica di Acheo. Quindi errano 
coloro, i quali spacciano, non aver egli letto più che la Medea 
di Euripide. Lodando Stilpone, non altro disse, se non che 
era egli liberale. Così era bellicoso nelle disputazioni, che 
partiva suggellato in più parti del volto. Erano egli ed Ascle- 
piade amici vicendevolmente, per modo, ohe loro avendo de- 
8tin te Archipoli tremila monete, venuti con fermi animi a 

*) hvxB a Tvxzflfva», il quale ricerca il genit., quindi ov av ^xtx- 
aroq hvxs. L'altro passo xaì avtov xovxov ròv xQÓnov Siaxsifiivov 
è affatto trascurato dai traduttori. Avverto che in gr. per dire tVi 
questo modo dicese xovxov xQÓnov in accusat, cosi ancora Laer. 160. 
lin. 9. 

') Laer. xa^anxófxsvoq. 

') Si corregga, come corregge il Gasaubono 157., questo passo, 
che ora non traduco per mancanza di Diz., solo avverto che in luogo 
di TiXelc» giudicherei doversi scrìvere nXeZaxof, o xketaxov. 

*) Una ediz. di 2 traged. di Eschilo e di Sofocle è nel Giom. 
lettor, dltal. num. 33. 


230 

1 

contesa sulla questione, chi per secondo dovesse riceverle; 
ninno le ricevè. Presero in isposa, la figlia Asclepìade, e la 
madre Menedemo. Quindi morta la moglie ad Asclepiadei 
unissi questo in matrimonio con quella di Menedemo, e 
questi di nuovo, poiché assunse il regime della repubblica» 
si congiunse a ricca donna: permise però alla prima con- 
sorte Famministrazione della casa. Si diportava egli nei 
conviti cosi. Cibavasi, unitamente a due o tre, sino ad ora 
già tarda del giorno ^). Quindi alcuno appellava coloro, 
che ivi eransi recati e che aveano di già seduto a mensa. 
Onde se alcuno più prestamente era quivi venuto, divergendo 
interrogava coloro, che uscivano, qual cosa fosse suUa mensa, 
e quanto rimanesse di tempo. Se eranyi erbe, o cose salate, 
partivano, se carni, entravano. Ooprivansi i letti di stuoje in 
tempo di estate, e di pelli in tempo del verno. Facea d'uopo 
poi che ciascuno recasse seco il capessale. Il calice, che 
recavasi in giro, non era maggiore di un ... I cibi della 
seconda mensa erano lupini, o fave, talora frutta del tempo, 

pere, melagrane, , o anche Lieo* 

frone, che scrisse il di lui encomio così ne parla: 

„In convito frugai picciola taiza 

Reoasi in cerchio, e di seconde mense 

Il luogo tien dotto sermone e saggio. 

Che agli avidi di udir compagni apprestasi.'' 
Narrano, avere questi più volte liberata la patria dai tiranni. 
Essersi perciò recato presso Antigono ed aver voluto di nuovo 
liberarla; ma mostratosi questi renitente, |)er Talfliiione, avendo 
egli trascurato per lo spaxio di sette giorni di prendere cibo, 
cessò di vivere^). 

MelisBO. 

Melisso dicea, essere l'universo infinito, immutabile, immo- 
hile, unico, simigliante a se stesso, e pieno. Non esistere il 
moto, ma sembrare che esista. Nulla far d'uopo, che atabilisc&u 
intomo agli Dei, non essendo essi conosciuti. 


^) ivjq (ìQaóèiog così Laer. 
^) Qui Buonafede Suicidio. 


231 

Capo xin. 

Nioolao Damasceno. 

Nicolaoy filosofo Damasceno, così fa amato da Augusto 
Cesare, che le focacce 7 che egli invìavagli, chiamavansi da 
Angusto Nicolae. E tuttavia loro rimane cosiffatta appellazione. 

Numerio di Apamea. 

Numerio, Pitagorico di Apamea, accusò lìngegno di Platone 
di aver tolto dai libri Mosaici ciò, che dice di Dio e del mondo. 
Perloohè : Che cosa è, disse. Piatone, se non Mosè, che atticìsza? 

Nestore di Licia. 

Nestore, poeta epico di Licia, scrìsse la Iliade mancante 
di alcune lettere. Poiché nel primo libro notato dalla lettera 
Aj tal lettera non ritrovasi, e così, giusta la tessitura dei versi, 
tralasciasr la lettera, che contraddistingue ciascun libro. E, in 
simll modo a lui, scrìsse Trifodoro la Odissea. 

Capo XIV. 
Xanto di Udia. 

Xanto di lidia, istorìco, nel secondo libro della Istorìa 
Lidiaca^) narra, aver Glge, re dei Lidj, reso, il primo, le fem- 
mine eunuche, onde far uso di esse sempre floride di età* 

Xenocrate. 

Xenocrate, filosofo, inviatigli da Alessandro Macedone trenta 
talenti di oro, rimandoglieli dieendo, avere un re mestieri dì 
danajo, non un filosofo. Venuto Antipatro in Atene e salutato 
Xenocrate, non prima gli rese egli il saluto, che avesse termi- 
nata la orazione cominciata. Allenissimo dal fasto, spesso nel 
giorno meditava tra se medesimo, e un' ora di^va al silenzio. 
Un tanto uomo fu nulladimeno venduto dagli Ateniesi, essendo 
impotente ad appendere ^) il tributo degli inquilini^). ComproUo 

<) Sopra le focacce v. Ateneo 125. F, Fab. B. gr. III. 667. 635. 
671. 675. 679., Meur. III. 1066 B. 

<) QuesV op. è cit in Fab. B. gr. II. 676. 679., e IIL 693. 

^ Appendere traduce Ginnlo, e nella Stona delP Astronomia ho 
k) scritto, seguendo Fabricio, che gli astrologi doveano appendere un 
fhtxtviiiiov, tributo degli stolti, 

*) fie xoixiov, Giunio nelle note, Meur. e Laer. 


232 

Demetrio Fidereo, e Bovvenendo ad ambedue le parti, diede a 
Xenocrate la libertà, agli Ateniesi il tributo degP ìnquilinL 

Xenofane Colofonio. 

Xenofane Colofonio dicea, quattro essere gli elementi delle 
cose , i mondi essere infiniti ed immutabili ^). Coagularsi le 
nubi, alzandosi per forza del sole i vapori, e venendo dalla 
forca stessa trasportate nelP ambiente. La essenza di Dio 
essere rotonda, in nulla simigliante .alla umana: tutto vedere 
ed udire, non però respirare: essere (Dio) tutto insieme mente, 
prudenza, eternità. Primo asserì, eorrompersi tutto ciò, òhe 
producesì, e l'anima essere spirito. Disse, più cose essere alla 
mente inferiori. Doversi coi tiranni o non favellare per niun 
conto, favellare soavissimamente. Dettogli da Empedocle, Jion 
essersi ancora ritrovato un sapiente: Bene dicesti, rispose, 
poiché fa d'uopo che il sapiente, conosca il sapiente. Primo 
disse, essere le cose tutte incomprensibili. 

Capo XT. 
Omero* 

Narraci, essere Omero divenuto cieco per non aver ceduto 
alla, concupiscenza, che entra per gli occhi ^). 

Capo XYI. 
Palamede. 

Palamede ritrovò i letterali elementi ^, n, q>, %. 


cataQaXXàxxov(;y Laer. 

*) Qui Cerati, Cesarotti, Bozoli, Monti. Il !<> lib. della Iliade 
tradotto, eredo sia nel Mafifei. Qui TOdissea del Parnaso. Dader 
(Anna) tradusse l'Iliade in frane, Bnonefede II. 36. nota 4. Egli si 
vegga intorno ad Omero ivi 30., v. pure Ladvocat art. Grotto, e Nuovo 
Giorn. lett. d'Ital. num. 24. Traduz. lat dell* Iliade e Odissea., v. 
Pazzini Avviso tipogr. agli amatori delle gr. e lat. poesia., v. Pope., 
v. Nota di libri ultimamente arrivati p. 2., v. Nota di libri e loro prezzi 
ristretti., v. pure il Catal. grande di Storti p. 98. 99. e il Catal. senza 
titolo art Zav agnoli, e catal. di Zatta 1780 art Eustaihius, e Storti 
catal. piccolo par. 3. p. 15 e par. 1 p. 67., v. Gazzetta lettor, p. 260. 
to. I., Fab. B. Ut I. 79. nota. 


233 

Pindaro. 

Pindaro, lirico, chiesto, che se gli concedesse ciò, che nella 
vita è più bello, mori dlmprovviso nel teatro chinato sulle 
gìnocchie di Teoxeno da lui amato. 

Platone. ^ 

Dicesi, non avere Platone' tollerato verun matrimonio, né 
venta eongresso Venereo Narrano, essere la sua madre per un 
divino sguardo divenuta gravida, essendole apparso Apollo. E 
poiché die Platone alla lucey ebbe con lei commercio il suo 
consorte. Largo essendo di petto, ovvero di fronte, appellossi 
Platone. Secondo alcuni fu così chiamato per Tampiezza della 
Boa orazione. Timone nei Siili, prendendosi di lui giuoco, dice: 

^Di tutti conduttor sen giva amplissimo 

Dolce oratore, alle cicale simile 0, 

Che di £cademo^) assise sopra Tarbore 

Risonar fanno la lor voce florida.** 
Poiché TAcademia fu dapprima chiamata il fondo della £ca- 
^mia^). Fé' questi un misto delle ragioni Eraclitiche, Pita- 
goriche e Socratiche ; giacché sulle cose sensibili filosofò secondo 
Eraclito, sulle appartenenti allo intelletto secondo Pitagora, sulle 
polìtiche secondo Socrate. Molto giovossì ancora delle dottrine 
di Epicarmo. Poiché così paria Alcimo^). Dicono i saggi, 


Qui si ragioni sul pregio in cui era la voce delle cicale, v. 
Algarotti, Pensieri; Meurs. YIL 6. notale testo; Sisti num. 354.; Ana- 
cani ec.; Cesarotti Padova 111. 129; Fab. B. gr. I. 426. Un. penult — 
xitxL^iv Laer. 

•) ^Exadiifiav scriv., cosi Laer. e Meur. not (2) — oì ^* dice Laer. 

>) Cosi ho interpretato seguendo la lezione di Esichio. Diogene 
dioe in&tti ohe TAcademia fu dapprima chiamata Ecademia. Forse 
in luogo di ^ExaàTi/ilag dovria scriversi Exaórifjiov; e questa lezione 
è favorita da Ulpiano citato dal Meur., che dice, essere stato un fondo 
di Ecademo quello su cui si stabili TAcademia; e panni ancora fa- 
vorita dai versi precedenti, che dicono, cantare le cicale sull* arbore 
dì Ecademo; onde le parole nQÒreQov yÙQ ec, dovendo spiegare la 
cagione, per cui queir arbore é detto ^i Ecademo; sembra 'che più 
convenevolmente scrivasi '^Exa^fiov che '^ExaSrifiiaq. 

*) Dubito nel testo di Esichio, dopo le parole (priaì yaQ o 'Enlxagfiog 
(leg. kXxtfiog)f manchino quelle di Alcimo stesso citate dal Laer. p. 170 
falvtt€u oh xal nXttXiov noXXh r<3v ^EnCx<xQfiov Xéyottv; e dubito an- 


234 

• 

altre cose sentire Tamma per mezso del corpO; siccome udendo 
e vedendo; altre concepire per se medesima, in niun conto 
facendo uso del corpo, e perciò degli esseri altri conoscersi 
coi sensi, altri collo intendimento. Quindi disse Platone, far 
d'uopo che coloro, i quali bramano di adunare nella mente i 
principj dell' universo, distinguano prima le idee secondo se 
medesime* Come la simigiiansSa, la unità, la moltitudine, la 
grandezza, la quiete, il moto suppongano in seoondo luogo 
Tonesto, il buono, il giusto e le altre cose di tal genwe, per 
se medesime. In terzo luogo distinguano quante idee abbiano 
correlazione tra loro, si come la scienza, la grandezza, il do- 
minio : rìflettendo, che le cose a noi appartenenti, conciosaiaehè 
partecipano delle mentovate, con loroO oommune hanno il 
nome. Dico, a cagione di esempio, giuste essere quelle cose, 
che col giusto communicano, oneste quelle, che communicano 
coir onesto. Ciascuna delle specie è eterna, intelligibile, e 
libera oltracciò da ogni perturbazione *^). Perlochè dice esistere 
nella natura le idee, si come esemplari. Loro simigliare le altre 
cose stabilite, si come similitudini di esse. Quindi Epicarmo, 
del bene e delle idee cosi parla ^): 

^11 Buon di tromba è cosa alcuna? alcerto; 
È dunque Tuomo un suon di tromba; errasti. 
Orsù che cosa è un trombettier? qual sembrati? 
Non forse un uomo? tale appunto; or dunque 
Tal non reputi il bene? il ben non dici 
Esister per se stesso? ognuno al certo, 
Che, appresolo, il conobbe, è di già bnono.^ 
Platone accompagnossi con Cabria, prefetto della milizia, acca- 
sato di delitto capitale, non avendo voluto farlo veruno dei 
cittadini. In quel tempo, ascendendo egli la rocca unitamente 

Cora doversi poi aggiungere og xal in ^al, dicendo con simili parole 
Laer. p. 173. 

Laer. ixtivoiq, non ixlvaig. 

*) Così interpreta TAldobrand., onde in luogo di vóiifia si scriTS 
vofjTÓv, ovvero dopo vótjfia tolgasi il xql, e potrebbe allora interpre- 
tarsi: „ Ciascuna delle specie è eterna e la intelligenza è libera ec.', 
come interpreta TAmbrog. corretto dal Meibomio. 

3) Scrive in versi queste parole Laec., e versi li chiama il Menr. 
Si scriv. come il Casaub. li scrìve. 


235 

a Cabrìa, Crobilo delatore^ fattoseglì ìnoontra: Vieni, diase, per 
recare altrui soccorso; ignori che ti aspetta la cicuta di Socrate? 
Rispose egli: Allora quando militava per la patria, tollerava dì 
fis^Tm ai pericoli y ed ora, per non mancare air officio, il 
tollero a causa dell' amico. Un tanto uomo fu nondimeno 
deriso dai comici. Disse Teopompo: 

nPoich' uno non è un, valgono appena 

Due per formare un sol; cosi' Platone^. 
Oltre a questo, Anaasandride: 

„Quando di olive, qual Platon, cibavasi'^ 
£ Timone, alludendo al suo nome: 

„Si come scaltro finse 

Platon vani portenti^. 


„Yieni opportuno, poi eh io, dubitosa, 

£ su mi aggiro e giù, come Platone, 

Né fummi un Saggio di trovar concesso; 

Ma lasse sento e deboli le gambe'^. 
E di nuovo: 

„Parli di ciò, che ignori e scorri, appunto 

A Platon simiglìante; or tu del nitro, 

Or tu della cipolla avrai contezza^. 
Amfi nell' Amficrate: 

„Qual sia quel ben, che tu per questa avrai 

A conseguire, meno ancor, signore, 

Del bene di Platon certo mi è noto^ 
Awerisce Platone ciò^ che egli ha conosciuto. Le false coso 
combatte. Si astiene dal pronunciare sulle oscure. Manifesta 
le sue opinioni per mezzo di quattro persone, Socrate, Timeo, 
uo Ospite Ateniese ed uno Straniero Eleate. Introduce poi e 
a combattere il falso Trasimaco, Callide, Polo e Gorgia. Dicea, 
avere Tanima un principio aritmetico, e il corpo, geometrico. 
Definia l'anima stessa, una forma dello spirito per ogni parte 
distante e moventesi per propria forza. 

Pirrone di Elide. 

- Pirrone di £lide, fattosi compagno di Anassarco, unissi ai 
Gimnosofisti ed ai Magi Introdusse questi una forma d'incom^ 


236 

prensibilità e d'inoertezza. Poiché nulla, dicea, essere onesto, 
né turpe, giusto, né ingiusto, e cosi del rimanente; nulla, 
dicendo, essere in verità. Asseriva, tutto operar Tuomo per 
legge, per consuetudine, non essendo una cosa mitggoire 
deir altra. Narrano, come egli usciva e ritiravasi in solitu- 
dine, di rado mostrandosi ai domestici, e ciò facea avendo 
udito un Indiano rinfacciare ad Anassarco, che frequentando 
egli le regie corti, non ammaestrava altri nel bene. Narrano 
di più, aver egli sempre perseverato nel costume di proseguire 
il discorso, tuttoché nel mezzo del dire fosse abbandonato dallo 
ascoltatore. Intraprendea spesse volte un viaggio senza averne 
fatta parola ad alcuno, e vagava con chi piacevaglL Udito 
ragionare fra se stesso, e ricercato della ragione, disse, meditar 
sé di rendersi utile. Nelle quistioni da ninno' disprezsavaai, 
poiché parlava^) e adattandosi alla interro- 
gazione. Così fu egli onorato dalla patria, che venne stabilito 
sommo pontefice, ed a suo riguardo, per decreto della plebe, 
si concesse a tutti i filosofi la immunità dalle imposte. Piamente 
convisse con la sorella, che esercitava Pofficio di levatrice. 
Vendea gli augelli e i porcellini, qualora occorrea, recandoli 
egli stesso nel foro, e indifferentemente mondava nella casa 
gli utensili. Sdegnatosi per certa cagiohe centra la sorella, 
Filista di nome, disse a chi ne lo riprendea: in una donnic- 
ciuola non aversi a far mostra dlndifferenza ^). Postosi in 
fuga^), assalito da un cane, disse a chi ciò ascriveagli a delitto: 
esser difficile lo spogliarsi interamente dell' uomo. Doversi 
però cercare di farlo ^) dapprima per quanto é posubile con 
le opere, e se non venga fatto, colla ragione. 

Fotamone di Mitìline^). 

Potamene di Mitilene, retore, tornando una volta alla 
patria, fa da Cesare Tiberio munito di queste lettere: Se alcuno 

>) i^oÒLXwq si cerchi. 

>) V. Euseb. Praep. Evang. XIV. 17. p. 763, 

') óiaaofirj&ivzogy può mettersi in genit assoluto, e óiaao^^fù;. 
Questo però pare a preferirsi per la xaxo^ovia, che VtàiitL voce 
farebbe con' inevex^évrog. 

*) éiaycavC^sad^ai, Laer. 

*) Di un Potamene Fab. B. gr. IV. 109, 


237 

« 

irdiBce di offendere Potamone figlio di Lesbonatte, consideri 
86 meco Yale a far guerra. 

Capo XTIL 

SibiUe. 


Sibilla è una voce Romana , che a interpreta profetessa. 
Quindi le femmine vaticinanti , con nn solo nome, appellavansi 
Sibille. Furonoi dieci Sibille, la prima delle quali fu la Caldea, 
che yaticinò sopra Cristo. Se di questa troyansi i veru imper- 
fetti e discordanti dalle metriche leggi, non è ciò per causa 

di lei, ma bensi dei notaj, che 1a 

eontinuità del discorso, poiché al cessare della divina inspira- 
zione estinguevasi la memoria delle cose già dette. 

m 

Stesiooro. 

Stesicoro, lirico, scritto avendo in vituperio di Elena, 
divenne cieco. Composto l'encomio della medesima, ricuperò il 
vedere. Venne detto Stesicoro, perchè primo stabili il coro nel 
canto colla cetra, essendo stato antecedentemente appellato Tisia. 

Saffo Lesbia. 

Saffo Lesbia, per l'amore di Faone, da Leùcate precipitossi 
nel mare. 

Sofoole 2). 
Sofocle tragico cognominossi Ape per la sua soavità. 

Sofrone SiraouBano. 

Sofrone Siracusano, figliuolo di Agatode, scrisse prosaica- 
mente, nel dialetto dorico, i mimi maschili e muliebrL Narrano, 
Averne Platone sempre fittto uso, per modo, che soleva eziandio 
dormire^ riposando sopra di essi. 


*) Si cerchi d0vfig>^aaavTwVf che forse da ipS^àtfw, 

') Sofocle trad. da Bochefort. v. Nota de* lib. nltimamen. arrivati 

p* 3., V. pure Storti Catal. piccolo art. Tragedie^ e Notiz. letter. L 88. 

4U8., e Mem. KncicL 1783. 211. 


238 

Stilpone di Xegara. 

Stilpone di Megara nella invenzione e nella erudizione ') 
8i rese agli altri superiore per modo, che poco mancò perchè 
tatta la Grecia, sovra lui intenta collo sguardo, Megarìzzasse. 
Tolse quindi a Teofrasto Metrodoro, studioso della contempla- 
zione, e Timagora Gelco: ad Aristotele Cirenaico Cliiarco e 
Simmia: ai Dialettici Peonio appartenente ad Aristide, ed altri 
molti ^). Ebbe poi per seguaci Difilo Bosforiano e Mirmece 
figliuolo di Exeneto ^), che a lui recavansi per fine di oppugnare 
con argomenti. Questi fu accolto da Ptolomeo Sotere, impa- 
dronitosi di Megara, che diedegli dell' argento ed esortollo a 
seco navigare in Egitto. Ma egli, preso poco danajo e ricusato 
avendo di porsi col Re in viaggio, ritirossi in Egina ed ivi 
dimorò finché Ptolemeo non si pose in mare. Demetrio puran- 
che figliuolo di Antigono, occupata Megara, ebbe cura che la 
sua casa si rispettasse, e se gli rendesse ciò, che eragli stato 
rapito: quando Stilpone, volendo Demetrio da lui ricevere la 
tavola indicante le cose, che avea perdute, disse: hon avere 
perduta alcuna delle proprie sostanze, poiché ninno aveagli 
tolta la dottrina, e rimanevagli la eloquenza e la scienza. 
Parlando a Demetrio sopra la umana beneficenza, cosi attrasse 
la sua attenzione, che pendeva egli dalle di lui parole. £ra 
egli assai facondo, semplice, alleno dalla simulazione e manieroso 
eziandio cogl* idioti. Visto Orate in tempo di verno penetrato 
dal freddo *) : Mi sembra, disse, o Orate, avere te d'uopo di un 
nuovo pallio, ossia .di mente e di veste. E Orate parodicamente 
così disse di lui: 


*) ev^atXoyia, Laer., eruditio interpr. Aldobran. 

^ Il luogo di Esìchio è manifestamente mutilato, poiché come 
può dire akXovq noXkovg, se niun altro ne ha annoverato? dopo ie 
parole dnéanaas fihv ovv, si metta nagà SeofpQacxov, come in Laer., 
sino a '4^iareÌóov, e allora si ponga xaì akXovQ noXXovg, Che non 
vi sia sbaglio di stampa *ved. dalla versione del Giunio, in cui si vede 
che cerca di rendere il luogo intero, e che non é stato tolto vernn 
paragrafo, poiché non mette la voce iilios, ma solo rmdtos. 

^) Vuole il Meur. che scrìv. ^E^svérov, non lo vuole il Casaub., 
lo lascia indeciso il Menag., v. Fab. B. gr. IL 822., III. 602. nota (p> 

*) ovyxtxavofiivov vuole il Meur. che si scriva col Liaer. 


439 

„yìd' 10 Stilpon, che acerbi mali avea, 

In Megara, ove sede ebbe Tifeo, 

Al eomuDC parlare: ivi le risse 

Egli agitava^ da gran turba cinto 

Sol di yirtude alle parole intenta V' 
Invecchiato stilpone ed infermo, bevve del vino onde più presto 
ueire di vita, sì come avenne. Toglieva egli le specie, ed 
asseriva, che colai, il quale dice, esservi un uomo; non dice 
diversamente da chi dicesse, non esservene alcuno: poiché né 
dì questo dice, né di quello in particolare; e perché infatti 
di questo più tosto, che di quello^)? Non dunque di questo. 
Cosi la erba, che mostraai, non é; poiché oravi la erba prima 
di mille anni allo indietro: non ò dunque questa erba. 

Capo XTm. 

Timeo Taiiromenìta. 

IHmeo Tauromenita appellossi vecchia raccoglitrice, perché 
scrìveva cose di poco conto. 

Timolao di Larissa. 

Timolao di Larissa, retore, addoppiò la lUade, interpretando 
verso a verso così^): 

«L'ira deh canta di Pelide, o Diva, 
Che per la figlia concepì di Crise, 
Fatai causa agli Achei di mille mali. 
Privi di duce a battagliar condotti, 
Ch' anime invitte profondò neir Orco, 
D*eroi, per man d'fittor, dal ferro estinti". 

Triboniano. 

Trìboniano, adulando Giustiniano imperatore, persuadevaìo 
die egli non saria morto; ma insieme col corpo sarìa stato 
trasportato nel cielo. Era Triboniano gentile ed empio. 


^) ÓKÙxovTsq, Laer. e Casaub. 
') Cosi interpr. Casaub. 140. not 21. 

') Li cita Snida, Fab. B. gr. IX. 809. Simile cosa fé* Ideo, Fab. 
ivi 720., Henr. ili. 760. C. 


240 

Tìrteo. 

Tìrteo, come narrasi, alloraquando combattevano i Lace- 
demoni con i Messenj; fé' uso dei yersi per eccitare i primi, 
e in coiai modo li rese vittoriosi. 

Tirannioiie Emiseno. 

Tirannione Emiseno , chiamato prima Teofrasto , cangiato 
nome, fa detto Tirannione, come persecutore degli ugnali a 
sé nella scuola. Questi, fatto cattivo da LucuUo, e arricchitosi 
in Roma, possedè oltre a trentamila libri. 

Capo XIX. 

Ipasia ^). 

Ipazìa, figliuola di Teone filosofo Alessandrino e seguace 
ancor essa della sapienza, fu fatta in pezzi dagli Alessandrini, 
ed i brani del suo corpo, reso oggetto di contumelia, furono 
sparsi per tutta la città. Ciò ella soffrì per la sua insigne 
perizia in particolar modo nelle cose astronomiche 


Capo 

Fedone di Elide. 

Fedone di Elide, discepolo di Socrate, fatto prigioniero 
dagr Indiani, e venduto ad uomo addetto al lenocinlo, fu da 
lui in Atene prostituito ^) ad uso infame. Questi, udito parlare 
Socrate nella sua scuola, fu colpito dai suoi discorsi e chiese 
di essere liberato. Fu da Socrate persuaso Alcibiade a redi- 
merlo, e da quel tempo diessi Fedone a filosofare'). Die 
questi principio alla setta chiamatir, dalla di lui patria, Eliaca, 
e quindi da Menedemo Eretriese chiamata Eretriaca. 


») Sopra Ipazia v. Fab. B. gr. Vili. 588., VI. 190.; di due Ipazie 
ivi VI. 270., una Ipazia figlia di Eritro ivi IX. 755., un Ipazio ivi VII. 
523. 638,, VI. 190., IX. 83. 240. par. 2». 93. 104., Vili. 110., IX, 240. 

') Casaub. 141. not 2. dice npovarrj. 

') La presente lezione di Esichio è iv np ivrevB^ev ^iX6ao<fog, 
ovvero ^v T<p ivrevd^ev, non zò, come dice nel testo; che debba dirai 
Tip ved. nella not. 7. Meur. Io però leggo ix tot ivB^sv^ev i^do- 
<f6<pH, leggendosi questa ultima parola anche in Laer. 


241 

Feraoide di Soìro 9. 

Dieono, Feracide dì Soiro (è Sciro una delle isole Gieladi) 
non aVere avuto verun maestro; ma ia, se medesimo essersi 
esercitato nello studio ^ acquistati avendo ì libri apocrifi dei 
Fenicj. Primo introdusse il discorso della metempsicosi. Fu 
consumato dai^) 

Filemone Siraonsano. 

Filemone Siracusano morì per il troppo riso^ come ancora 
Filìstione di Nicea, sul quale avvi (questo epigramma: 

„Filistione di Nìcea col riso 

Il vivere infelice uni deir uomo^. 
Scrisse questi l'Amatore del riso. 

Filisco Milesio. 

Filisco Milesio, retore^ antecedentemente famosissimo trom- 
bettiere, era chiamato da Isocrate Retore foratore di trombe. 

Fileta Coo. 

Fìleta Coo, divenuto macilente per ricercare il raziocinio 
appellato fallace, cessò di vivere. 

Filone Ebreo. 

Filone Ebreo cosi somigliò Platone e nella foggia del dire 
e nello ingegno, che venne presso i Greci in proverbio questo 
detto: Platone Filonizza, Filone Platonizza ^). 

Filostrato di Lemno. 

Filostrato di Lemno, scrittore delle Immagini, era figliuolo 
del primo sofista Filostrato di Lemno. Questi per secondo 
insegnò in Atene, poscia in Roma sotto Severo imperatore. 

Capo XXI. 

CherUlo Samio. 

Cherillo Samio, poeta, scrisse la vittoria riportata dagli 
Ateniesi centra Serse, e ricevè per ciascun verso di questo 

Su Feraoide v. Meur. VII. 145. 

^ 9^^f Qo^ (Leop.) — da morbo pedictUare (Ed.). 

>) y. Nicolai L 80. 

16 


Ì42 

poema uno statere dì oro; essendosi in oltre decretato^ che tal 
poema si leggesse con gli scritti di Omero. 

Crisippo <). 

Accusa taluno Crisippo perchè disse, aver sé preveduto 
in qual foggia ha il filosofo a far guadagno. Poiché mostra 
per qual ragione deve il medesimo andarne in traccia: giacché 
se per la vita, la vita é indifferente; se per la voluttà, é in- 
differente ancor essa; se però per U( virtù; essa è sofficiente a 
condun'c di per se sola alla felicità. Ma, come dicono, ridicoli 
sono guadagni di tal foggia, e se derivino da un Re, poiché 
a lui dovrà necessariaménte cedei*8i; e se dall' amicizia, poiché 
sarà questa venale; e se dalla sapienza, giacché mercenaria 
sarebbe la sapienza eziandio. Narrano, essersi Crisippo dato^) 
alla filosofia, poi che dal regio fisco assorbironsi le sue paterne 
sostanze. 

Belle cose patrie di CostantinopoU. 

Passati 362. anni dopo la monarchia di Augusto Cesare'), 
giunta la vecchia Jtoma e i suoi affari al loro termine; Costan- 
tino, figliuolo di Costanzo, impadronitosi dello scettro, stabilisce 
una nuova Roma, ordinando, che uguale alla prima si appellL 
Era infatti convenevole^) che quella, che da tiranni o da re 
era stata retta, che governata erasi alla foggia aristocratica e 
demoeratica, fosse finalmente innalzata ad una tale grandena. 
Come abbia, questa città avuto principio, di chi sia stata colonia, 
abbiamo noi a manifestare appoggiandoci sugli antichi poeti e 
scrittori, «che ne fecero argocùento del loro dire. Spacciasi, 
come gli Argivi, dato loro da Pitia così fatto oracolo: 

„Venturosi color, che quella sacra 

Cìttade abiteranno e la Treiicia 

Sponda alla bocca dell' acquoso Ponto, 

Di un Crisippo Fab. B. gr. III. 654. Sopra alcune opere di 
Crisippo V. Fab. ivi 111. 567. 

*) ijiai, non 5Sf/v. Meur. not (6). 

>) Simili parole in Codino, St Biz. XVII. p. 7. dell' op. di Codino 
A. V. le note del Lambec. a quel luogo. 

*) Scriv. tjóìj Ó6Ì fjilv yÒQ, cosi prefaz. p. VI.: forse óeì per ióii 
imperf., per non fare la cacofonia r/(f// ìóct, oado potrìa serìv. ancora 
/(>»/v, decebaL 


243 

Ore due cagttolinì il mar caauto 
Lambendo vanno, e, come il peace^ il cenro 
Di cibarai a nna foggia ha per costume 0;'^ 
fissarono la loro dimora in quel luogo, nel quale i fiumi Cidaro 
e Borbise, scorrendo Fune dalla parte boreale, Valtro da quella 
dell' occaso, presso all' ara della ninfa detta Semestre si con- 
fondono col mare. Poi che dunque, per forza del fato, qua 
gìnnsero, e eoi sacrificj propizj si resero i numi del luogo; uno 
sparviero, rapita pecciola parte della vittima, trasportoUa in 
altra parte, che ha nome Bosforo, e stati essendo quelli istruiti 
da un custode di armenti intorno alla strada, che ruccello 
avea tenuta, fu pure quel luogo appellato Bucolia. Narrano 
altri, avere 1 Megaresi, discendenti da Niso \ navigato a quella 
volta sotto il comando del duce Bizante, dal di cui nome, favo- 
leggiano, essersi tratto quello della città ^X Altri fingono, essere 
dalla niufa indigena Semestre nato un figlio detto Biiante. 
Diferenti sono pertanto i sentimenti degli scrittori. Ma volendo 
noi, a coloro, che bramanla, esporre una verosi^iile istoria, 
assumiamo convenevolmente il principio da Io, figliuola di 
Inaeo^). Poiché fu questa figlia di Inaco, re degli Argivi 
Della sua verginità era custode Argo, che appellano "di più 
occkL Ma Giove, invaghito della fanciulla, persuaso a Mercurio 
ad uccidere Argo con inganno, e tolta ad Io la verginità, la 
trasforma in giovenca* Sdegnata Giunone, trae la giovenca in 
furore ^), ed aggirala per tutta la terrestre ed acquosa regione* 
Poiché giunse nella Tracia, lasciò al luogo il nome di Bosforo, 
e venuta nella parte, che ha nome Ceras, presso cui si con- 
giungono il Cidaro e il Borbise, disvelando agli abitanti' il 
futuro, vicino all' ara di Semestre diede alla luce una bambina 
detta Ceroessa, dal di cui nome prese il luogo quello di Ceras. 


ig ctvxòv vofiòv non signif. come traduce Meur., simul; md^juxia 
eamdem consuetudmem, 

*) JNiaov, non N^aav, pref. VI. 

y. Mingarelli codd. Nan. 435. 

*) Questa iavola è una prova del paganesimo d'£0ichio; se pure 
non voglia dirsi, che ciò, che scrìsse di Triboniano, lo abbia scritto 
dopo il presente passo. 

*) a infuriare. 


244 

Altri però traggono più toeto tal nome dalla posizione del luogo, 
altri, per kt copia dei frutti, danno al laogo stesso il nome di 
Corno della Capra Amaltea. Ceroessa dunque, nutrita presso 
alla ninfa Semestre e dotata dWredibile bellezsa, .per modo, 
che superava di molto le altre vergini di Tracia, usato avendo 
con il marino Nettuno, dà alla luce il bambino detto Bizante, 
traendo tal nome dalla Tracia ninfa Bìzia'); che alimentoUo, e 
della cui acqua attingono tuttavia i cittadini. Poiché dunque 
giunse il giovine al fiore della età, e dimorando nei monti della 
Tracia, si rese formidabile alle fiere ed ai barbari; ricevè le- 
gati dai signori del luogo, che invitavanlo ad essere loro 
commilitone ed amico. Inviato da Melia, re dei Traci, al 
combattimento della fiera, ne tornò Bizante con gloria, e mentre 
il toro soggiogato offre in sacrificio, e le patrie divinità rendesi 
propizie, presso al mentovato confiuente dei fiumi Cidaro e 
Borbise comparsa un' aquila, d'improvviso rapisce il cuore della 
vittima, e volata fino alla estremità del lido del Bosforo, fermasi 
d'incontro alla città detta Crisopoli; la quale' Crise, figlio 
di Agamennone dato in luce da Criseide, che fuggito erasi per 
sottrarsi alle insidie di Clitemnestra dopo la uccisione del padre, 
e che andava in traccia d'Ifigenia; sorpreso dalla morte lasciò 
per monumento del suo sepolcro. Bizante pertanto nella 
estremità del lido; presso al mare Bosforo, descrisse una città: 
e coir ajuto, si come narrano, di Nettuno e di Apollo, edificò 
le mura di eccellenza superiore a ogni dire. Poiché sette torri 
ivi collocate compose in guisa, che tra loro rispondeann a 
vicenda, e scambievolmente diffondevansi il suono. Se> infatti 
strepito di tromba, o di altro genere, udivasi talvolta risonare 
nelle torri, communicavasi questo da una torre ad un' altra ^), 
e irasmettevasi per fino alla ultima^). Ma non passeremo noi 
sótto silenzio veruna altra cosa rammentata^), che su tale 


*> vvfji^ xaxà xriv ^Qaxr^v può spiegarsi forse ninfa di DroM, e 
cosi qui spiega Meur., ma, p. 575, spiega ninfa che lo nutri netta Tracia. 

*) Scriv. come p. 576 sino a ìtìqu, si aliquando enim tuba aui 
vox quaedam alia etc. una ex alia (redpiens) echo transferebat etc, 
forse dee scriv. non i^ Ìtbqov, ma ^ìq ité^ov. 

') xttl rcQÒq xò ni^ag ec; tra xal e Ti^q^ p. 576., mettesi r^. 

*) Aggiungi col testo: da altri scrittori (Ed.). 


245 

oggetto fecero parola. Poscia che la torre detta di Ercole 
disvela^ si come narrasi, a colqro, che trovansi entro le mura, 
gli iurcani degF inimici. Dopo il circuito delle muraglie, diessi 
a costniire templi agli Dei. Stabilì quello di Bea col di lei 
BUDolacro nel luogo 0> che dicesi della Basilica, nel quale la 
Fortuna^) eziandio venerossi dai cittadini Edificò il tempio di 
Nettano presso al maro. Quivi si ha ora stabilita la sede del 
martire Mena. Collocò il tempio di Ecate nel luogo, che è 
ora dello Ippodromo: quello dei Dìoscurì, di Castore^), dico, 
e di Polluce, all' ara di Semestre e al confluente dei fiumi, 
dove liberati erano gli uomini dalle infèripità. Presso al luogo 
detto Strategie innalzò le are di ^ace e di Achille. Oggidì 
quel luogo stesso appellasi tuttavia il bagno di Achille ^). Edi- 
ficò il tempio dello eroe Amfiarao nelle così dette Siche, che 
la loro dinominazione trassero dagli arbori di fichi. Alcun 
poco al di sopra del tempio di Nettuno avvi quello detto di 
Venere, e al monte della Tracia quello di Diana. Ordinata in 
tal guisa la città di Bizante, rimanea di por freno alle incur- 
ùoni dei barbari, e in particolar modo di Emo, tiranno della 
Tracia, il quale giunse sino aUa città di Bizante, invitando al 
cimento lo stesso eroe, e dandosi a credere di tutto essere per 
devastare. Non tollerando la venuta del barbaro ^) , . viene 
Bizante con lui a singolare tenzone, ed abbatte Emo sul colle, 
che porta il nome dello stesso. Dopo questa vittoria, poiché 
grinimiei spinse Bizante nella Tracia, Odrise, re degli Sciti, 
varcato Tlstro, e recatosi sino presso le mura della città, 
strinse gli abitanti di assedio. Centra questo la consorte di 
Bizante, Tammirabile Fidalia, in nìun conto atterrita dalla molti- 
tadinB degF inimici, prese con la muliebre mano a combattere 


Dopo tÓTtov non va il (.), cosi p. 576. 

*) p. 576 Bcriv. Meur. rvxetov, qui si dice rvxatov, si cerchi se 
tvx€wv o xvxoMv signif. fortuna^ diversamente si scriva zixn- 

*) KaaroQoq p. 576. 

*) xal vvv rò rov AxiXXÌìoq p. 576. 

*) Non può spiegarsi: non exspectato adventu barbari ^ poiché 
esso era già venuto. Pure così male spiega il Meur. 577. Dee spie.- 
garsi però, che egli non tollerando che il Barbaro fosse v^uto in^ 
Bisanzio) impaziente di scacciarlo, venne seco lui a singolare cimento. 


246 

saggiameiitei ponendo con tra il barbaro in opera il soccorso dei 
draghi. Poichè| serbando essa raccolti in certo Inogo i serpenti, 
che ritrovati si erano nella città, e comparsa d'improvviso allo 
inimico, lanciòlli a foggia di dardi e di saette, e fatta strage 
di gran moltitudine, condusse la città a salvamento. Quindi 
queir antico detto, non aversi ad uccidere i serpenti presi nella 
città, si come quelli, che ne erano stati i bene&ttorL Indi a 
non molto un uomo, per nome Strombo, figliuolo ancor egli di 
Ceroessa, con grandi forze mosse guerra a Bizante. Tutta 
pertanto suscitossi la Scitica nazione ^) , accorsero i principi 
della Grecia ed una non isprezzabile armata di Rodi, oltre a 
Dineo, signore della vicina Calcedonia^), che qua con una 
colonia crasi recato dicinnove anni avanti al principato di 
Bizante. Fu il luogo detto Galcedonia a causa, sì come pensa 
taluno, del fiume Galcedone, ovvero, come altri vuole, del figlio 
deir indovino Calcante, vissuto dopo la guerra di Troja, o 
finalmente, come altri pure stima, dai coloni quivi inviati da 
Calcide, città della Eubea, i quali appellaronsi ciechi per non 
avere osservata la città di Bizanzio. Venuto pertanto Dineo 
con molte navi in soccorso di Bizante, né avendo potato 
appressarsi alla città per essere il Re morto poco innanzi, e 
per ritrovarsi tutto il popolo^) in angoscia, giunse al luogo 
detto Anaplo, e quivi ^) avendo dimorato, diede al luogo stesso 
il nome di Estìas. Quindi a poco recatosi nella città e scacciati 
i barbari, divenne duce del popolo di Bizanzio. Infestarono i 
draghi in quel tempo la città, recando nocumento a coloro, che 
in essa dimoravano. Questi furono uccisi^) dagli abitanti col 
mezzo degli uccelli detti cicogne, cooperando Nettuno, si come 
narrano, al loro disegno. Quindi a non molto, fattisi loro ini- 
mici gli uccelli stessi, e presentando occasioni di morte col 
gittare i serpenti da essi afferrati nei serbatoj di acque e nelle 


*) Questi Sciti e Greci ec. . suscitaronsi a favore, non contra 
Bizante. 

') Forse è a scriv. Calcedone, non Galcedonia. 

*) SrifAOV, non dtifiov. 

*) ivd'U si scriva, non Iv^ev, poiché SiaxQÌp<o è verbo di quiete, 
non di moto. 

■) SiexBiQiaavto p. 671. 


247 

pubbliche vie sopra grimprovvedntl cittadini, rimase il popolo 
smarrito. Un uomo di Tiane, per nome AppoHonio^), eresse 
tre cicogne di polita pietra, che con le opposte faccio scambie- 
volmente si riguardavano. Rimasero queste sino al presente, 
non permettendo che nella città entrino cicogne. Morto frattanto 
il duce Dineo, assunse Leone le redini del governo dei Bizan- 
tini Sotto di ìm^) Filippo, re dei Macedoni, figliuolo di 
Aminta, con considerabili forze strinse la città di assedio, 
appressandosi alle mura ,col mezzo di vie sotterranee ^) - e dì 
macchine belliche di ogni foggia. £ certo se ne sarebbe 
impadronito avvalendosi del favore di una notte, non illuminata 
dalla luna, e di una rovinosa' pioggia, se forza divina non 
avesse soccorsi gli abitanti, eccitando a latrare i cani della 
città, e facendo apparire nubi di fuoco alle parti settentrionali. 

Destati quindi i cittadini è^) 

liberarono la città, di già sottomessa a Filippo. Ristaurarono 
le offese torri colle pietre sepolcrali, e risarcirono le fortifica- 
zioni delie muraglie, per lo che diedero al muro il nome di 
'nmbosine. Alzarono la statua di Ecate, che recava un luminare. 
Quindi in una pugna navale riportarono sopra i Macedoni uua 
illustre vittoria, e sciolta per tal modo la guerm, cede Filippo 
ai Bizantini Morto ancora Leone, Carote, duce degli Ateniesi, , 
venendo con quaranta navi in soccorso dei Bizantini centra 
Filippo, occupò il promontorio della Propontide, che giace tra 
Crisopoli e Calcedonia. Quivi giunto, fé' sperimento della 
guerra: e perduta nel luogo stesso, oppressa da morbo, la 
consorte, che lo seguiva, la depose in un sepolcro, alzando^) 
un' ara ed una colonna composta, nella quale vedesi una 
giovenca di polita pietra. Poiché con tal nome principalmente 
quella appellossi. Si è questa^) dinominazione serbata sino ai 

V. nelle not Meur. VII. 791. 

*) i^' ùlneQ, sub quo^ cosi Meur. in Codino. 

^ SifOQvSh Codino. 

*) Veggasi come può spiegarsi frvfji<péQw (da cui viene avvsvs- 
X^ivt€g\f e se per noXffjiioi deve piuttosto intendersi i soldati amici, 
che i nemici. 

*) Piuttosto amerei scriv. avvd'Siq. 

^ Il nomin. iju^ dee riferirsi ad inmwfilav ì^ perchè non può 
riferirsi a óàiiaXi^, o xiova, come fu il Meur., poiché la proposizione 


248 

uoBiri tempi col mezzo di questi vera! posti in iacrisione^ Soiio 
questi i seguenti: 

^Non d'Inachia giovenca è questa immago. 
Né il mar Bosforio opposto ha da me nome; 
Poiché cotesta pria già daU' acerho 
Sdegno fu di Giunon tratta nel Faro. 
Ma Cecropia^) son io, che estinta giaccio: 
Moglie fui. di parete, e s, lui compagna 
Quando al mare affidossi ed alle navi. 
Emulo di Filippo. Allor giovenca 
Fui detta, or moglie di Carete io sono: 
D'ambe le terre di goder m'è dato^. 
Navigato avendo Carete ad Atene, sucoedè neir officio di duce 
Protomaco, il quale, sottomessi colla forza delle armi grinsorti 
Traci, nel luogo della città detto ^) Millo eresse un trofeo di 
bronzo. Venuto questo a morte, un uomo per nome TimeaiOi 
educato tra gli Argivi, dapprima al mare detto Enssino, nel 
luogo detto Efesiate (ove gli Efesj, mandate una volta delle 
colonie, e tentato avendo di edificare una città, dì nuovo udirono 
l'oracolo Bizantino : 

nOve due cagnolini il mar canuto 
Lambendo vanno, e, come il pesce, il cervo 
Di cibarsi a una foggia ha per costume)**, 
avendo cercato di costruire una opposta città, e deluso nella 
sua speranza, recessi ad abitare') coi Bizantini, ed eletto a 
duce di tutto il popolo, ridusse tutta insieme la città ad uno 
stato migliore ed utile, promulgate avendo delle leggi per norma 
del quotidiano commercio, e stabiliti gli anni civili ed i giorni^), 
col quali mezzi rese i cittadini urbani e socievoli. Edificò egli 
medesimo moltissimi templi agli Dei, e pose in buona foggia gli 


olà non significò mai cum: 29. perchè il testo di Codino è affatto 
favorevole a questa interpretazione. 

*) Credo debba dirsi Kfx^nio, e vaglia Attìcus; poiché T Attica 
fu chiamata Cecropia da Ceorope, e infatti questa era moglie di Carete 
ateniese. 

*) Codino xcctoixo/Àèvov. 

^) Codino fiete^i^id-fii^t. 

*) Credo debba scriversi rifiigat;. 


249 

antichi Poiché ristaurò quello già dirato posto bdI promontorio 
del mare Pontieo e consecrato da Giasone a dodici Dei, e 
rinnovò Faitro di Diana collocato nel porto detto Frisso. Oltre 
a ciò Calliade, duce di Bisanzio , che illustri azioni fé' nelle 
guerre esterne e civili, pose la celebre statua di Bìzante nella 
cosi delta Basilica, con questa epigrafe: 

^^izaate, il prode, e. la gentil Fidalia, > 
Ambo adornando) insiem pose Calliade''. 
Tali venture ebbero adunque in diversi tempi i Bizantini, 
talora governati in guisa aristocratica, talora democratica, talora 
anche dominati dai tiranni. Ma posciachè colle militari spedi- 
zioni dei consoli l'Impero Romano superò tutti gli altri princi- 
pati, sottomise^) eziandio la nazione Greca, e simigliantemente 
persuasi 1 Bizantini, allo Impero stesso si assoggettarono. Quindi, 
passato alcun tempo, occupando Severo la sede imperiale di 
Roma^), preferite avendo le parti di Nigro, tiranno dell' Oriente, 
ardirono venire collo Imperatore alle mani, da lui spogliati 
perciò dei civili loro diritti, privati del circuito delle loro mu- 
raglie, e costretti a servire ai Perintii, detti Eradeoti. Gessato 
però lo sdegno^) di Severo, furono di nuovo condotti ad un 
ordine migliore, avendo questi in magnifica forma costruito un 
grandissimo bagno presso air ara di Giove equestre, ossia il 
cosi detto bosco di Ercole, che, domati quivi i cavalli di Dio- 
mede, impose al luogo, si come narrano, il nome di Zeusippo; 
di più ornato avendo il vicino ippodromo sacro ai Dioscuri 
con tavolati e con portici, ove anche al presente mostrano le 
curvature gFindicj dell' ascesa per mezzo delle parti superiori, 
che riposano sopra obelischi di bronzo. Per la esecuzione di tali 
opere assegnò Severo l'argento deir erario militare. Fino a che 
visse Severo ed il suo figlio Antonino, la città fu detta Anto- 
ninia, ma resa che fu ai divini Imperatori^), di nuovo assunse 
il nome di Bisanzio. Giunto però Costantino alla suprema 
autorità fra i Romani, fu essa appellata Costantinopoli, volen- 

') xttxsóovXmas, Codino. 
*) Meur. nelle note, e Codino paaiXevòvxoq. 
*) Codino 7tavaaiAÌvfiq, 

*) Perchè debba dirsi xoXq Moig in dativo, e rwv fiaaikéatv in 
genitivo (se qui non v'è sbaglio) non lo intendo. 


250 

terosamente sofferto avendo di cangiare dinominaaione per la 
insigne munificenza dello Imperatore verso di essa; resa aven- 
dola questi di meravigliosa bellezia^ e condotte sino ai cosi 

detti ^) le mura, che dapprima non 

oltrepassavano il luogo dinominato Foro del Re: avendo altreri 
resa la città più splendida con bagni e sacri templi e concedu- 
tigli tutti i diritti, ad esempio dell' antica Roma; il che fé* 
scolpire su di una colonna di pietra nel foro detto Stratego, 
ove una volta i capi della milizia della città riceveano i meri» 
tati onori. Alzò la statna della sua genitrice su di una colonna, 
e die al luogo il nome di Augusteo. Ai senatori, che dalla 
grande Roma venuti erano al suo seguito, fé' dono d^li al- 
berghi da lui edificati colle facoltà del proprio erario. Inoltre, 
tenendo Costanzo le redini dello impero, fu aggiunto alla città 
uno acquedotto, si eressero^) due fornici nel eosl detto foro, 
ed innalzossi la insigne colonna purpurea, sulla quale veggiamo 
collocato Costantino, che, a simiglianza del sole, risplende ai 
cittadini. Oltre alle accennate cose, edificaronsi le abitazioni 
del consiglio senatorio, e appellaronsi queste Senati e Corte 
Reale. Tutto compiutosi da Costantino nella guisa indicata, 
celebratosi il giorno degli Encenj, undecime del mese di Ma^o, 
nell' anno venticinquesimo del suo regno, contemplatisi i giuochi 
circensi; ordinò egli, che in avvenire nel giorno suo natalizio 
dai viventi Imperatori e dal popolo, coi consueti onori si ri- 
guardasse la sua colonna. Por cosi fatta guisa fu Costantino- 
poli innalzata a tale sublimità, governata, sino ai nostri tempi, 
dai successivi Imperatori. 

*) ifipòXoq si cerchi nel Gange, o nella St Biz., nei Glossai] 
premessi a molte op. ivi contenute. 

*) Surrexcrunt duo fomicos eto., poiché ov/ari;^/^ signif. anche 
Surgo, 


Osservazìom 
Sulle Opere dì Esichìo 

m 

Mìlesio. 


Proemio. 

n^olfiiop] Farmi assai yerosimlle avere questo pezzo, 
affatto separato dal rimanente deir opera, formata parte di un 
proemio, col quale, per mio avviso, volle Esichio, a somiglianza 
del Laerzio, dare principio air opera stessa, proponendo delie 
generali notizie intorno alla filosofia e alle sette di essa più 
celebri, tra le quali meritano un luogo la Cinica e la Peripa- 
tetica. Di esse fa menzioàe il nostro Esichio in questo fram- 
mento, che ci è rimasto del Proemio, che in tutta la sua inte- 
grità non è, a mio credere, pervenuto sino a noL Cosi appunto 
fece il Laerzio, e avendo Esichio nel corso dell' opera seguite 
qoasi sempre le orme di questo scrittore, mi sembra probabile 
che le abbia seguite ancora nel principio. Né può dirsi che 
intero ci rimane il suo preambolo perchè Esichio non ebbe in 
etto altro intento , che quello di mostrare la orìgine dei nomi 
dati alle sette filosofiche; posciachè per qual cagione tacere 
sol nome della setta Stoica, della Cirenaica, della MegaricaO? 
Certo, per mio avviso, forza è confessare che alcuna parte 
smarrissi di questo preambolo. Le parole del Proemio di 
Diogene Laerzio, che corrispondono a quelle, che ci rimangono 
del Proemio Esichiano sono queste^): Tóv (tè q>iXoo6q>cov, ol 
lihp dxò nòltoov XQOùyffOQBvd^dav , mq ol "HXeuxxol, xal 
Meyoiftxoì, xaì ^stqìxoì, xaì KvQtfvatxol ' ol oh cbtò rójtaw, 
àg ol Jixaififiaixoì xal Stmixol' cbtò iJvfi3tTa}(U)ST<ov oh, òg 
ol IleifixaxijttxoX ' xcà àxò óxwfi/iàratp, wg ol Kwixoì. Dei 
fiiosofi (Utri furano dinominaii dalie città, s^i come gli Eliaci, i 
Megaresi, gli Eretriesi, i Cirenaici; altri dai luoghi, st come gli 
Academici e gli Stoici; altri dallo evento ^, si come i Peripor 
telici; altri dalle cavillazioni, sì come i Cinici. Nella persua- 

*) Di queste Sette V. Menag. p. 10. ooL 1. 
') Diog. Laer. Proem. § 17. p. 11. 

*) Evento interpreta Ambrogio presso Stef. e simpUcJk) presso 
Menagio. 


254 

sione ì;he qaesto pezzo separato fosse frammento del Proemio 
Esichiano, di cui si è ^ per mio avviso, perduto il rimanente; 
posi avanti al medesimo il titolo di IlQOolfiiov, Proehno, non 
sapendo d'altronde quale altro titolo premettergli, né a quale 
altra opinione appigliarmi intorno ad esso. 

Kvvix^ 6xXi]&7j q>LXo<5o^la\ Dice Enrico Stefano, non 
avere Esichio avvertito come il Laerzio nella vita di Antistene 
dice solo, essere opinione di alcuni che la setta Cinica tì^ieese 
la sua dinominazione dal ginnasio Ginosarge. „Non animadvertit 
' hic Hesjchius, sono parole dello Stefano 0; Diogenem Laertium 
In Antìsthene ita hanc appellatlonis istius rationem reddere, ut 
eam nonnuUis tantum adscribat^ Ma tuttoché lo abbia egli 
avvertito, non potea forse abbracciare e rendere propria cotesta 
opinione? Così ha egli fatto più volte in quest' opera, e mentre 
il Laerzio riferisce alcuna cosa come opinione altrui, egli la 
riferisce i^ come propria. Aggiunge però lo Stefano, essere 
credibile che altronde abbiano i Cinici tratta la loro dinomi- 
nazione. „Est vero credibile, aiiunde potius sectam hanc Ita 
fuisse appeUatam, quum et qui eam profitebantnr, canea j^pel- 
larentur, ipse autem Antisthenes non simpliciter xvmv, sed 
àjcXoxvoav. Ac certe, quod credibile -esse dico, omnino credi- 
disse et persuasum habuisse Diogenem nostrum, ex eo i^paret^ 
quod in prooemio rationem reddens diversarum, quae diverais 
tributae sectis fuerunt, appellationum, exemplum eorum, qui a 
scommatibus (cbrò oxa^iifioTaw , quod Ambrosias minus recte, 
ab ifi^namima) eam habuerunt, ex Cynicis petit Quìbns addo, 
esse verisimile, Graecos, si ab ilio Gjmnasio, cui nomen erat 
Cjnosarges, denominare, minimeque ipsa eos appellatioBe inti- 
mare voluissent, vocaturos potius fuisse Cynosargìcoi^^ È favo- 
rita la opinione dello Stefano 4a Ammonio^), da Moioomilo') 
similmente e da Nonno ^). Simplicio, parlando delle dinomiaa- 
zioni delle sette filosofiche cosi dice^): Al làv ùIp xarà 
q>iloCoqAav aigiceig hxraxàg òvofid^ovzar ^ ojvò cvùtf/oa- 

*) Not ad Hesych. Miles. De bis qui erudit. etc. ad Prooem. 

') Comment in Aristot Categor., Meurs. VIL 208. F. 

') y. Menag. 231. col. 1. 

*) A Qregor. Nazianzen., v. Menag. ivL 

^) In Praef. ad Aristot Pradicam., Menag. 10. col. 1. 


255 

liivav xipf aigtcìv, dog ol nvd-ayÓQBioij xaì IJXatwpixol . . . 
^ axò xùv elóovg rrjq ^ca^g, cog ol Kwixól, Le sette appar- 
tenenti alia filosofia appellate furono in sette foggie: ò da 
colui, che siabitì la setta, sì carne i Pitagorici ed i Platonici, . . . 
dalla forma del viverCy sì come i Cinici^. E Lattanzio'): 

„Quid ego de Oynicls loqaar? Qnid mirum si a 

canibiiSy qaornm vitam imitaiitnr, etiam vocabulnm nomenque 
tmeruBt?^ Al qual luogo è simigiiante quello di S. Isidoro di 
Siviglia ^) : „Cynici ... et a oanibuB, quorum vitam imitabantur, 
etiam vocabulum nomenque traxerunt'^ 

Jià rò iv KwocoQyu ró yv/évaolco xatoQ^aùd-ai amrjg 
ròv ÀvTiC'&évfiv] Diogene Laersio^) óisXtyezo, dice parlando 
di Antistenei ó* èv ró KvvoóaQY^i yvfivaalco /iìxqÒv catatB'SV 
T(3r jtviciv. ^'OO-ev Tivhg xaì t^v Kvvixijv g>aciv ètrcevd^sv 
ovo/iaa&ijvai. Tenea conciane nel ginnasio Cinasarge poco 
distante dalle porte. Quindi vogliano alcuni avere la setta 
Cinica tratta la sua denominazione. Che dal Cinosarge deri- 
visse il nome di Cìnica hanno stimato, oltre il nostro EsiehiO; 
Siida, che così {Mirla^): ovrog ovv xaì xijg KwiTcfjg xar^Q- 
§ato ^Xoaog)lag, fjrig ovra^g èxh]tì7j óià rò èv KvvoaoQYBi 
xm -fvfivaólq» óióa^ai avxóv. Questi (Antistene) diede principio 
alla Cinica filosofia, così detta per avere egli insegnato nel 
ghmasio Cinosarge; e il Fabricio^). Riguardo al CinosargCi 
fii questo, a dire di Stefano il Geografo^), un ginnasio nell' 
Attica e un popolo: KvvócoQyeg, yvfivdoiov èv xfj jÌxxit^, 
xcH àijfiog. Perchè cosi fosse appellato narrasi da Esichlo 
Lessicografo, diverso dal nostro Esichìo^): Kwóoaifyeg, xójtog 
l^ifóg, cirofiaOd^ oh axò xoiavxrjg alxlag, Jcó/dov g>aol 
^vovxog ^HQaxÌÀt, xxmv aiQjtacag xà fifjQla, t^pvye óto»x6- 
(tevog- èxXi]'^ óe b xóxog ovxcog, fj cbtò xfjg XBVxóxrfCog 
Tot; xwig, fj xov xcqupvg. Cmosarge^ luogo sacro appellato 


*) Divin. Instit Ub. IL e. 19. 

>) Origìn. lib. YIIL cap. 6. 

') Lib. VI. in vit Antisthen. p. 332. 

*) y. Menag. 230. coL 2. 

Ó B. gr. II. 360 not. 

^ Y. Meurs. L 304. C. 

') V. Meurs. L 304. D. 


256 

in questa foggia per tal cagione. Sacrificando, si come narrano. 
Dumo ad Ercole, vn cane, rapite le cosde dèlia vittima, fug^ 
essendo inseguito, E trasse il luogo il suo nome o dalia 
bianchezza, o delia velocità del cane. Ji^hg vale infatti bianco 
adun tempo e veloce. . Vuole il Menagio che in qneBto passo 
di Esichio Lessicografo tra le parole xvcov e aQJtàcaq pongasi 
quella di Xevxòg bianco. Narrasi pare il fatto da Stefano, il Geo- 
grafo. KwóooQysq, die' egU, yvfivàciov iv rf] jÌttix^] xal óiffiog, 
parole dì sopra citate, alle quali aggiunge *''): dxò Aicàfiov, 
àip ov b XooQÒq Aicófieia- xaXetrat. Aim/iog yÒQ HQOxXel, 
obg ^eó, &VWP, rà ^svbioa^v lega HQaxXel i^QoaH Mbi^e, xcà 
* xvwv Xet)xòg aQJtdoag za fitjQla elg rovro rò x^oglop fjveyxev, 
Cinosarge, ginnc^sio e popolo nelf Attica da Diomo, da cui U 
luogo ^) detto è Diomeia. Poiché Diamo, immolando ad Ercole, 
sì come a Dio, mostrò^) all' eroe un ospitale sacrificio^), e 
un cane bianco, rapite le cosfiie della vittima, recolie in questo 
luogo. Si ascolti ora Snida ^). Kvpóóa^sg' xóxog zig èùti 
jtaQ* Àd^tHiloig, xaì ìbqÒv ^HQOxXéovg, xar cclzlav zoiavzip^. 
Jlóv/iog (lege Alcofiog) 6 ÀdTjvalòg sdvsv èp z^ tozl^' alza 
xvoìP Xivxòg jtoQciv, ^QJtaCB zò IsqbIov xal ^ax^Xd-cov BÌg 
ziva zóxov djiéd-ezo' 6 óe, JiBQiÓBTig ìpf bx^Ob ók avrò o 
d'BÒg, OZI, Big ixBlvov zòv zòotov , ov zò IbqbIov caté&BZO, 
^HQaxXéovg fiofiòv ófpBlXBi lÓQvùaCdixi' od'BV ixìJfiij Evvó- 
oaQYBg. Cinosarge: è un luogo presso gli Ateniesi, e un 
tempio di Ercole per questa cagione. Diomo Ateniese offriva 
ad Èrcole un sacrificio netta stui casa. Essendo quindi pre- 
sente un cane bianco, involata la vittima, partì e deposela in 
certo luogo. Rimastone quagli spaventato, dissegU il Dio, 
come doveasi innalzare ad Ercole un* ara nel luogo dove la 
vittima era stata deposta. Onde fu il luogo stesso detto 
Cinosarge. lieggevasi in Snida ALóvfiog o À&fjvaZog, ma il 


Ad Laert VI. 13. p. 231. 
*) V. Menag. ivi 231. col. 1. 

*) Scrìvo x<^P^^ ^^^ XOQOQ, che vale cero. Infatti il Meanio 
nota (4) dice, che quel luogo, non coro, fu detto óicifuta. 
*) eóeii il Meursio interpreta ostendit. 
*) Menrs. I. 141. C. „Bacra Herculi heroi ostendit 
•) V. Menag. 231. col. 1. 


257 

Hennio ^à il Menagio ') stimano doversi leggere Jlofiog o 
jtdrpnaoq; ed infittii Diomo, non Didimo, dicono Esiehio Lessi* 
eografo e Stefano ii Geografo. Alquanto differisce dal racconto 
di Esichio e di Stefano quello di Nonno. KwócaQyeq oh 
rpwwiBP 6 róxog, die* egli^), axò tovtov. 0volag jilffolov 
jiPOfiiPTjg, €l4S€Xd'(òp xvcov fJQsiaùe xQsa xov ^fiozog xcà 
fJYoysv èv TOVTcp ró rojtó ' xaì èxal ixrlod'fi rig vscòg, xaì 
ixlij&f] KwècaQjeq, olov KvvócaQxtg, àjtò top oaQxóv 
xal xov xwóq' voteQov oh rov K s^aX&óptog sla^Xd-e rò 
r, óiò Tcaì KwoóaQysg xaXsZrcu, /Vi il luogo detto Cinosarge 
per questa cagione. Facendosi in luogo a quello vicino un 
sacrificio j entrato tm cane, rapì' le carni della vittima e tra- 
sportone nel luogo j di cui parlo. Fu ivi costruito un tempio, 
e si disse Cinosarge, quasi CinosarcCj dalle carni e dal cane. 
Quindi al e. sostituissi il g,, e perciò appellasi Cinosarge. 
Ma conforme al racconto di Esichio e di Stefano è quello di 
Ulpiano^). Tò oh KvvóoaQyBg (IxXi^dTJ), sono sue parole^ 
ix xov noxé d^ovxog {xov Aiófiov) xó^H(}axXet, xvva Xsvxòv^ 
'OQxagai xà (itjQla xov leQèloVy xaì àjtod'éùd'at avrò tlq xòv 
róxov xùvxov, h^a ècxì xò yviivàùiov. Il Cinosarge (fu 
detto con) per avere un cane bianco rapite le coscie della 
vittima, mentre ad Ercole offria (Diomo) un sacrificio, e de- 
piatele nel luogo ove ora e il ginnasio. Favorévoli pure a 
siffligUante narrativa sono quelle parole di Pausania^): iBùxt 
ài ^HQOxXéovg IsqÒv xaXovfisvov KvvócaQyeg. . Kaì xà fihv 
ig XTjv xvva hòhvat xrjv Xevxrp^ èxiXe^afiévoig èùxì xòv 
Xiffilióv. Avvi eziandio un tempio di Ercole detto Cinosarge. 
ColorOj ai quali noto è foracelo, sono istruiti su ciò, che spetta 
al cane bianco. E simigliantemente queste di Eustazio^): 
KwóùoQYsg, x^Q^ov, ovxa> xXij^hv catò xvvòg Xsr)XOv, ^v/iaxi 
oxpoQxàaavxog, xal Ixógaiióvxog èxsl. Cinosarge, luogo con 


^) A Hesych. Miles. Prooem., Athen. Attic. iib. II. e. 2. to. I. 
151. B., e Iib. De populls Atticae art. Kw6aaQY^(i- 
>) Ad Laert VI. 13. 231. 

') Ad Grog. Nasiauz. centra Inlian., Menag. 231. col. 1. 
^) Ad Demosth. Orat in Timocr., Meurs. L 151. D. 
>) In Attic, Meurs. ivi E 
*) Ad Hom. Iliad. IL, Meurs. I. 151. A. 

17 


25S 

dinominato a causa di un cane, che qui fuggi j rapita una 
vittima, Esponevansi nel Cinosarge ì fancioUi projetti^ i quali 
veniano ricevuti ed istruiti nelle liberali discipline^). S. Gre- 
gorio Nazianzeno^) raXXuy dice, & àxe^lq^ai elg rò xvvó- 
coQYsg, aióxsQ rò xàkai xovq vód-avg. Gettisi U rimanente 
nel Cinosarge, siccome negli antichi tempi f accasi de' figliuoli 
spurj. Giovanni Tzetze similmente^). 

'jE^pwrror slg KvvócaQfsq, tójtog ó* ^aOr/vaig rovxo,. 
Ov xal rovg vód'ovg l^QtJcrov rolg XQOVoig rotg JtQoréQOig. 
Nel Cinosarge li getiavan: questo 
Un luogo era di Atene, ove gli spurj 
FiglrupH ai prischi di giitar solevan'si. 

Odasi Plutarco ^). Aio xal rcov vód^ov elg KvvócaQysg awre- 
XovvTcov (rovro ó* lóxiv ì^co nvXwv yv/ivaCiov ^HQcacXéovg, 
Ijisl xaxelvog ovx ^v yvrfitog Iv d'BOlg, àX)^ ivelxsro vo&tla 
olà TTjv (ifjT^Qa d^t'tjrfjv ovoav) ìjcuré rivag b &s(iiCTOxXfjQ 
ròv ev yByovóroìV veavl6xa)V xaxa(ìalvovrag slg rò Kwó- 
óagyeg aXd(f)B6d-ai (isr avtov' xal rovrov yevofiévov óoxsl 
jtavovQywg ròv xóv vód^cov xal yvrjùlcov diogiOfiòv dvBXslr. 
Snida*) 'EjtHà^ oiv, dice, ò^HQàxX^g óoxet vó&og slvai, óià 
TOVTO txtl 01 vòd-oi lyvfwà^omo , al f£i^s xgòg /itjtqÒc, 
(il] re jcQog jiaxQÒg jcoXhai. Perchè Ercole stimavasi spurio, 
esercitavansi in quel luogo (nel Cinosarge) coloro, che ne 
cittadini erano per la parte materna, ne per la patema. Ove 
crederono i dotti aversi a leggere Ixglvovto, giudicavansi , in 
luogo di lyvfivà^oìyto , esercitavansi, e ammoni il Menagio^), 
potere pur anche leggersi l^rjxà^oi'xo. Quindi nacque il pro- 
verbio tlg KvpóaaQytg, nel Cinosarge, sul quale Apostolio*): 
tlg KvvócaQysg, sÌQìjxai ijtl v^qsi xal àgatg, ioxt oh xóxog 
iv xìj 'éxxixfj tv oj xovg jtaióag Ixojcxor. Nel Cinosarge- 
Dicesi per contumelia ed esecrazione. È un luogo nelf Attica, 
in cui collocavansi i fanciulli. Leggevasi in qnesto passo 

Gronov. VI. 2736. D. 

3) In lulian. Orat 1., Menrs. I. 153. A. 

3) Chil. III., Men». I. 305. D. 

*) In Themistocle^ Menni. L 153. D. 

«^i Meurs. I. 305. E. 

«) Ad Laert VI. 13. p. 231. Menrs. L 306. E. 


259 

jródo^. Vuole ii Menreio che leggasi vó&ovg. Ma più con- 
sentonea parmi la parola xcUóaq alla parola Jióóag, colla quale 
la parola vóO-ovg non ha veruna correlazione. Vero è che la 
parola xaióag non è quanto vód-ovg adattata al aoggetto; ma 
non trovo impoesibìle che Apostolio abbia fatto ubo di una 
parola non del tutto accomodata al soggetto , mentre cotante 
De veggiamo di cotal foggia presso i moderni autori. Di nuovo 
si ascolti Sttida ^), !Eg KvvócaQytg, Oloi^ai EvvóaaQxea ajtò 
Tov, ^vclag jthfilor Ysyofitvtjg ehsX&ópTa xvi'a, xal ixQ- 
xàoavxa xQtag tov ^fiaxog àyocftlv Ixtlae ' Iv co xal vaòg 
Ixrle^' xal ol vó&oi èvrav^a IxqIvopto, d xovóe 6pTO}g 
jiyovèp vióg ' ixaXovp ós ji&tjvaloi xcà tovg àjtBXev9^tQ0vg, 
voB^ovg, Nonno Stesso^) KwóóaQysg, dice, ròjtog i^v èv 
kéfjvcug, Iv m ai vó&oi IxqIvovxo, al rovós ovxG)g yiyovav 
vió^. ' Cmosarge era vn luogo m Atene, nel quale gli spurj 
discemevansi se figliuoli erano di alcuno uomo determinato. 
Zenobio') quasi colle parole medesime: KwóùaQyag, xòxog 
Iv ò ol vó&oi I^sxqIvopto, Cinosarge, luogo, nel quale 
discemevansi gli spurj. Ascoltiamo Dione Crisostomo*). Il 
ovr, dxB, xaxà rovzo xookvsi fie Iv KvvoooQyei àXel^sùd^at^ 
fiera TÓv vód-mv; ehteQ ix fitfXQÒg iXév&éQag^ lao:)g oh xal 
àaz^g, Tvyxóp(o yeyopoig. Che dunque, disse, m' impedisce 
perciò^ di essere nel Cinosarge unto cogli spurj? Mentre forse 
da madre libera e cittadina sortiti ho i natali, A questo luogo 
appartiene quel passo di Plutarco^): Tovro rò :xà^og ÓBt 
xaXatv iQona d^tjXvv, xal vòd-ov, Sojìbq slg KvvócaQyeg 
owTBlovvra. Questo affatto fa d'uopo appellare amore effe- 
minato e iilegittimo, spettante al Cinosarge. Degne ancora 
di essere ricordate sono quelle parole di Demostene ^) : aXX elg 
Tovg va&ovg ixtt awtsX$l, xa^àjcsQ Jtore Iv&aSe èlg Kvt^ó- 
(kxQyBg ol vod'OL Ma quivi è noverato fra gli spurj, sì come 
una volta gV illegittimi qui nel Cinosarge. Dei Cinosarge fa pure 

*) Art ÌSq Kwóaa^ysg^ Menag. 231. eoi. 1. 

') Ad Nazianz. centra lulian., Menag. ivi. 

*) Cent V. prov. 94, Meurs. I. 305. C. 

*) Orat 15., Meurs. L 306. D. 

^) In Erotico, Meurs. I. 153. A. 

•) Orat in Arìsiocr., Meurs. 1. 306. B. 

17* 


260 

altrove meoeione lo stesso Demostene ^). Parlonne ancon il 
Pseado Platone^) neir Axioco, introdneendo Socrate a dire 
nel principio del Dialogo: ^^lóvTt fioi ex KvvóoaQyeg, a me 
che uscia dal Cinosarge; e nel fine: xàrfò 6b èxàpeiftì iq 
KwòcaqyBq èg jisQlxatov, bxòd-Bv ósvqo fisréxXrid^, ed io 
tomo al passeggio nel Cinosarge onde qua fui chiamato. Dice 
Erodoto^): xaì Àyx'^fioUov èicl tag>al Ttjg krxix^g jihoxi' 
x^Oi, àyxov Tov ^HQaxXrjlov rov ìp KvvoóaQyBi. Trovami 
i sepolcri di Anchemolio neir Attica presso al tempio di Ercole, 
che è nel Cinosarge. Oltre a tatti i citati autori fecero men- 
sione del Cinosarge Ateneo, che cosi parla ^): *Ev KwooaQysi 
fiev , Iv tm ^HQaxjiel4p oxrjXrj ri; iùriv iv ^ tpi^g)iafia phv 
kjLxifftaóov YQafiiiaxBvq 61 2riq>avoQ ò Oovxvólóov, Nel 
Cinosarge j nel tempio di Ercole e una colonna, su età awi il 
decreto di Alcibiade. E lo scrittore Stefano di Tucidide: 
Arpocrasione, in cui leggonsi queste parole^): IIoXXcov ovxoìv 
róv xaxà r^v ^ttixtjv 'HqoxXbIcov , vvv av ò àijfioad^éifijc 
pv7]fiovevec róv tv MaQad'CÒPi, ^ róv èv Kvvoùoqy^* ^^^ 
essendo i templi di Ercole nell* Attica, rammenta Demostene 
quelli di Maratona e del Cinosarge; Clemènte^), che parla in 
tal guisa: Nvv phv ròv Maxeóóva ròv ex UéXXrig, ràp À^vzov 
^IXtnxov , iv KvvoaaQysi vofiod-erovvrBg JtQOCTCfWBlv , Ora 
decretando che Macedone di Fella e Filippo, figlio di Aminta, 
-fossero adorati nel Cinosarge; Tito Livio, che così dice^): 
„Philippu8 . . . castra ad Cynosarges (templum Herculis 
gymnasinmque et Incus erat circumiectus) posnit^', ed altrove^): 
„Sed Cynosarges et Lycenm et quidquid sancti amoenlve circa 
nrbem erat, incensum est.^ Due luoghi citai di Plutarco j nei 
quali fassi mensione del Cinosarge. A questi è da aggiungerà 
un terzo, in cui così egli favella*): ^àipri 61 fisrà tf/g cvyyt' 

Oraf. contra Timocr., Meiirs. II. 61. B. 

«) Gronov. VI. 2736. D. 

3) Meurs. I. 151. F. 

M Deipnos. lib. VI., Meurs. I. 152. A. 

') Meurs. I. 305. B. 

«) In Protrept, Meurs. I. 489. C. 

7) Lib. XXXI. C. 24. 

•) Ivi 

«) De X. Rhet in Vit. Isocrat., Meurs. L 154. A. 


261 

velag, xXficlov KvvoOoQyovg èjtl rov kùg)ov àQiotaQa. Sul 
Cìnosarge e sulla dinominazione dei Cinici, la qaale derivò dal 
GinoBargey se crediamo al nostra Esichio, sono a consultarsi 
Eliano j Diogeniiùio ^) , Elia Cretese ^) , Giovanni Doujat % 
Gioachino Stefano^), Giuseppe Lorenzo^), Giovanni Metirsio^), 
Egidio Menagio^), il Lipsio»), lo Stollio<<>); il Potter ^0> lo 
Stanley, il Bruekert, il Budeo*^), il Knhnio'^), lo Spon, il 
VoBsio '^). Che Àntistene, sì come qui dice il nostro Esichio^ 
fosse Io institntore della setta Cinica, è ai dotti notissimo, e lo 
attesta il Laerzio, che di lai dice^^): KatrJQ^s JtQcitog ttyù 
Kvviòftav, primo mstUut la setta Cinica; e Cicerone, che cosi 
parla ^*): „Ab Antisthene, qui patientiam et duritìam in Soera- 
ileo sermone maxime adamaverat, Cynici primum, deinde Stoici.'^ 
Assai noto è quel passo di Ausonio, citato in questa occasione 
medesima dal Meursio ^'^\ dal Menagio ^% dal Fabricio ^% 

nlnventor prìmus Cynices ego, quae ratio isthaec? 

Alcides molto dicitur esse prior. 

Alcida quondam fueram doctore secundus; 

Nunc ego sum Cynices primus, et ille deos'^)". 


1) Var. Hist IX. 36., Buonafede IlL 260. note. 

«) Cent V. prov. 94., Meurs. I.* 152 F. 

') Ad Grog. Nazianz. Orat. ad Ennom., e Orat post redit. 

«) Ad Liv. XXXI. 24. 

*) De lurìsdict. vet. Graecor. cap. 1. e 13., Gronov. VI. 2686. E. 
2736. D. 

•) De prof, orat nomencl. et litter. e. 1., Gronov. X. 1166. A. 

^ Aben. Attic. lib. II. e. 2., De pop. Att art. Kwò<saQYBc. 

•) Ad Laert VL 13. p. 2:U. 

*) Manud. ad. pbil. st. lib. I. diss. 13., Buonafede III. 260. not 
») De Antisthen. Cyn. 
") De Arcbaeol. Gr. lib. I. e. 9. 
^) Op. di S. Greg. Nazianz. p. 783. B. 
») Fab. B. Antìq. IL 941. 
^) De sect philos. e IS. § 2. 
'^) Lib. VL in vit Antisthan. 
»«) De Oratore Lib. UI. 
*0 Ad Hesych. Miles. Prooem. 
») Ad Laert. VL 2. p. 228. 
'•)B. gr. IL 361. 
") Epigr. 27. 


202 

Polluce parlando della voce xvcap^), jigiOToyslrrnv és, dice, 
ó Kvóifictxov, xvojv ótcc rrjv zóXfiav èxaXelro xal xvveg 
ol aj€ Àvtio^évovg. Aristogitane di Cidimaco appeliavasi 
Cane per la sìm audacia, e cani furano detti i seguaci 
di Antiviene. Oenomao però, cui acconBente Oialìano^, 
negava, seguire i Cinici ciecamente le. sentenze di Antlstene, 

di Diogene, ed asseriva, proporsi essi ad imitare i più 
saggi nomini e più forti. Non vo^ lasciare d'avvertire che 
il Gianio dà qui sid bel principio una prova della infe- 
deltà della sua traduzione. „Oyniea secta, cosi interpreta egli, 
nomen adepta est ab Antisthene, qui prìmus eam orsns fuit in 
gymnasio, qmod (a candido cane) Cynosarges nomen accepit^. 
Le parole „a candido cane'' non ritrovansi per vemn conto 
nel testo greco. 

^H óe n^QtTcatfirixrj , dia xò iv jtBQixaxco fjxoi xtptm 
xaraQ^t «vr% jiQiOToréXrjv]. Corregge Enrico Stefìino') il 
nostro Esichio. „Ne hoc quidem convenit, die' egli, eam eo, 
quod a Diogene nostro in eodem loco (Prooem. § 17) seribitur, 
et quidem iis verbis, quae proxime pracedunt ea, qnae modo 
de Cynicis attuli. His enim verbis: xal cbcò óxcopfiàvatv , (OC 

01 KwLxoì, praefixa sunt ista: à^tò CvfuirmiiaTiDV oh, (bg ol 
neQUtarriTcxol .... Potuit autem alioqui Diogenes magis 
usitato sermone ntens dicere àxò rov òvii^avrog. Dicti snnt 
igitur Peripatetici non a loco deambulationi accomodato et 
destinato, qnalis erat Xystus, sed ex eo ipso, quod eveoisset 
ut lUis deambulalo placeret, xeQUtavTjxixol videllcet, quasi 
deambulatoreS) àxò zov jtaQUtatfjoaà^. Pensiero inetto, a dire 
del Menagio^). „Inepte Henricus Stephanus in notis ad He- 
sychium Milesium^^ Divise sono le opinioni dei dotU sulla 
questione, se dal luogo, ovvero dall' azione traessero i Peripa- 
tetici il loro nome. Poiché JcsQljcazog vale ad esprimere sì 
il luogo del passeggio, che l'azione del camminare. Svetonio 
eziandio prende la parola ambulationes per loci ambulatianum. 
Ora che i Peripatetici dinominati fossero dal luogo è opiniose 

Lib. y. 0. 2., Menag. 228. col. 2. 
*) Orat. 6., Fab. B. gr. II. 360. 
3) Ad Hesych. Miles. 
*) Ad Laert Prooem. p. IO. col. 2. 


263 

del nostro Esichìo, a cui consentono Tantore anonimo della vita 
di Aristotile pabblieata dal Menagio ^ Snida, che cosi parla ^) : 
jiQunoTéXijg i^Q§e . . . r^ neQixatfjTixfjq xXtjd'slo^g ipiXo- 
owpUxq, olà rè iv jtBQUtanpy ijroi x^Jtm 6vóa%ai àvoxco^ 
covra rijg jixaótjfjilag , iv ^ Dldroìv èólóa^ev, Aristotele 
die principio . . . alla fiiofofia delta Peripatetica, perchè 
partito egU dall' Accademia, ove inseguò Platone, fessi ad 
impegnare nel peripato , avvero orto. Oltre Snida e il detto 
ÀBoniniOy nnmera Estohìo tra i partigiani della sna opinione 
Oioyaniii lonsio^) ed Egidio Menagio ^)^ nomi famosi negli 
annali della letteratura. Ma ho il rammarico di annoneiare, 
che molti dei più antorevoli e più antichi scrittori tengono la 
opinione contraria a quella del nostro Esichio. Occupa tra 
questi un distinto luogo M. Tullio, ohe dall' azione^ e non dal 
luogo, £a derivare il nome dei peripatetici: „Cum Speusippum, 
Bororìs filium, die' egli^), Plato philosophiae quasi heredem 
reliquisset; duos antem praestantissimos studio atque doctrina, 
Xenocratem Chalcedonicum et Ànstotelem Stagirìtem : qui erant 
eum Aristotele Peripatetici dicti sunt, quia dispntabant inam- 
bulantes in Ljciò: illi autem, qui Piatonis instiiuto in Acade- 
mia, quod est alterum gymnasium, coetus erant et sermones 
habere soliti, e loci voeabulo nomen habuerunt^. Conforme al 
racconto di Cicerone è quello di Ammonio^). Narra questi, 
come due scuole Peripatetiche furonvi dopo la morte di Platone, 
di Senoerate l'uaa, l'altra di Aristotele. I seguaci di questo 
furono detti ol ex Avxslov XBQixaxrfttxol; i seguaci di quello 
ol è§ jixaàfjfilaq XBQuttnriTtxoL Avvenne quindi ohe i primi 
si appropriassero il nome tr/v cacò r^g ipsgyslag, derivante 
dair azione f perdendo quello ex rov tójtov, derivante dai 
luogo j e appellandosi perciò Peripatetici; che i secondi aPo 
incontro lasciando quello ex r^g IvsQyslag, derivante dall' 
azione j ritenessero quello ex rov rójrov, derivante dal luogOf 

Ad Laert. V. 35. p. 201. 

*) Art ÀQiazoxiXtiq, Menag. 187. col. 1. 

*) Menag. 10. col. 2. 

«) Ad Laert V. 2. p. 1S7. col. 1. 

*) Academ. Quaest I. 4. 

*) Laert. in vit Aristot p. 269. nota 11. 


264 

chìftmmti essendo Academici. A Cicerone e ad Ammonio , con- 
trarj ad Esichìo Miiesio, favorevole è il racconto dell' autore 
^iXoó6g>ov lùTOQlaq, delia istoria filosofica attribuita a 
Galeno 0- *^ ^h ^^c' ^E^h ^è àvE^elag, mg ^ IlBQixazfiTtxi], 
ròv yÒQ ^lùToréXfìP xcctà rovg jtBQiJtariwg OwavtUag XQog 
bfiiXf/vàg xoiovfisvov rrjq èxtowfilag raùrrig xata^uóùai tfjv 
xax avròv g>iXoCo^lav. Altra setta trasse ii nome daiT 
azione, si come la Peripatetica. Poscia che camminando Ari- 
stotele nel conversare con coloro ^ che ad udirlo accorrevano, 
riputassi la di hU filosofia degna di così fatta dinomimuione. 
Similmente opina Simplicio^) il famoso commentatore dì Ari- 
stotele capo dei peripatetici: ^ {aÌQteiq^ àxò Mfifiefiijxvlag 
ivsQyelag (òvofid^szcu) G>g j^sQixatfftixol. Tal setta dànami^ 
nasi dallo evento delf azioncj si come la peripatetica. Queste 
è pure la opii^ione di Origene'). Né diverso è il parere di 
S. Isidoro di Siviglia^): ^Peripatetici a deambnlatione dicti| 
eo quod Arìstoteles author eomm deambnlans disputare solìtoa 
esset'^. A cotesti autori consentono Pietro Castellano^) e 
Desiderio Oiacoszo^). Veggansi lo Schmid''), il Potter ^)y e il 
Brucker % Riguardo al Peripato, intendendo con questa parola 
il luogo ) ritrovavasi esso nel Liceo. Cosi Ermippo presso il 
Laerzio *^): ^al óe "EQ/iutxog iv xolg filoig . . . èXéaSut 
{ÀQUixoxéhjv) jteQlxatov ròv ip AvxeUp. Narra ermippo 
nelle Vite . . . avere (Aristotele eletto il peripato nel Liceo. 
Esservi stato nel Liceo un luogo destinato al passeggio, yedesi 
ancora presso Luciano ^0- ^^^ Óeixwjoo/IBV , die* egli, q ó" 
og b KaXXixXijg, sha rò óeiXivòv XBQi6iVfjC6iis9ii èv AvxsUp, 
Era H Liceo un tempio di Apolline così chiamato, se crediamo 

<) Menag. 10. eoi. 2. 

') Ad A risto t Pradicam. Praef., Menag. ivi. 
3) In philosophic, Gronov. X. 2S5. B. 
«) Origin. VIIL 6. 

^) In vit vet et ili. medicor., Gronov. X. 877. B. 
^ •) De Philos. doctr., Gronov. ivi 351. D. 
7) De Gymn. litt. Athen. 
•) De Archaeol. gr. I. S. 
*) Buonafede IV. S. note. 
. <«) In vit Arìstot p. 269. 
**) In Lexiphane. 


265 

a PaosaDÌa, da Lieo figlinolo di Pandione 0: Avxeiov óe, ojtò 
[uv Avxov, rov Havólopoq, Ixtt xò ovofia. Il Liceo ho 
nome da Lieo figliuolo di Pandione, Di questo famoso eroe 
parlano Erodoto, Aristofane -), Pansania 3), Esichio Lessicografo, 
Snida, Polluce, Arpocrazione ^) e lo Scoliaste di Aristofane^). 
Dedicato era ad Apolline tm Avxoxrópw, Lupicida, ovvero 
Qccisore dei lupi, a dire di Ulpiano^): Tò oh Avxsiov rov 
AvxoxtÓvov ^tftóXXcavoq , ^ ori Nófiiog o d-eòg vofilQsrai, 
ix %ov d-fitevùcu À6(AÌifcq> * xaì avàyxTj rfp àvsXtlv òg vófuoVj 
rovg ^x^P^^S ovtag ralg Jtolfivaig. ij art Xvxatv jrorè èjteX- 
^ovxojv rg jtòXei r^ róv Ji&fjvalcov, xeà jtoXXovg ràv 
k^poUov ttV€UQOvvxcDV , IxQriOBV ò d-sòg d^)Biv fiaXiora iv 
tó TÓxip' xcà Xoutòv he x&v òó/idiv cunwXXwxo ol Xvxoi. 
xcà ix TOVT0V, x^Q^^ òfioXoyovvtag ol uid^aZot ró ÀnòX- 
l(opi, IsqÒv èxtZCB avTOv xateórijCavro , xaXéóecvreg avrò, 
AvxoxtÓvov lijioXXoovog. Il Liceo sacro al Lupicida Apol- 
Une, sia perchè reputasi Dio pastorale, avendo servito ad 
Admeto ed essendo stato a lui necessario, si come a pastore, 
f uccider e i lupi nemici alle greggie; sia perchè penetrati una 
volta i lupi nella città degli Ateniesi, e facendo strage di essi, 
ammonilli il nume per mezzo di oracolo a sacrificare princi- 
palmente nel luogo, e quindi per l'odore perirono i hipL. 
Perciò gli Ateniesi grati mostrandosi ad Apolline, quini innal- 
zarono un tempio, che appellarono di Apolline Lupicida. Altri 
narra, essere stato il Liceo sacro ad Apolline reo Avxlco, Licio^ 
di cui quivi vedeasi il simulacro descritto d& J9olone presso 
Luciano ^) in questa foggia: ^0 pìkv X'^Q^^ avxòg, o jAvaxoQCi, 
yvfivaùiov %xp rjfióv orofid^exai, xcà lùxtv IsQÒv ÀstòXXoavog 
Tov Avxlov, xaì xò ayaXfux oh avxov ogàg, xòv- ksà x^ 
ax^XQ xBxXi/iévov, x^ oQiOxsQq^ /isv, xò xó^ov ix^pxa* ij 
degia oh, vxhg x^g xB^Xijg àvaxBxXaófiévij , SfixsQ ex xa- 


Menrs. I. 154. D. 

*) In Vespis. 

*) In Attìc, Messeniac, et Phocic. 

*) Art. Asxal^iov, Heurs. I. 1117. D. 

') Ad Vesp., Meurs. ivi 442. F. 

*) Ad Demosth. Orat. in Timocr., Meurs. L 154. I>. 

De Gymnas., Meurs. I. 155. A. 


266 

fiatov fiaxQov dvajtavcifiepov óelxpvói ròv d'sóv. Il luogo 
stesso, Anacarsiy da noi si appella ginnasio, ed è il tempio 
di Apolline Lido, la di cui statua tu vedi inclinala su di una 
colonna, tenente farco nella sinistra, riflessa la destra sul 
capo per modo che mostra il nume in atto di prendere ripose 
dopo lunga fatica. Parla di simile statua ancora Pansania^* 
Fa questo gÌDnasio costrnito per opera di Pisistrato, secondo 
Teopompo, e di Pericle, secondo Filocoro. Avxeiov, dice 
Snida ^), èv róv JcaQ* k-dT/valou; yvfwaiSlcov, o Oeójto/ijroc 
lùv IltvoldXQarov xoi^óai xprict, ^iXóxoQag oh èxióra- 
tovvrog IleQixXiovg ytviód-ai. Liceo, uno de gbmasj, che 
sono presso gli Ateniesi, costruito, sì come dice Teopompo, da 
Pisistrato, e come FUocoro^ da Pericle. Lo stesso asseriscono 
gli autori medesimi presso Arpocrazione. ^Ev róv xoq* ^^- 
valoig yvfivaolaw ècrì rò Avxsiov, ^t> óì StóxofiJtoq (àv 
èv v^ xa\ TOP neiólóxQoxov jcoi^aai' ^iXóxogog ó' èv ry 
xetàQT^ IleQixXéovg ^ólv èjtiOrazovvTog avrò jevéod-ai. 
Tra i ginnasj, che sono presso gli Ateniesi, contasi il Liceo, 
Dice Teopompo nel ventunesimo libro, averlo eretto Pisistrato: 
Filocoro nel libro quarto, esseme autore. Pericle. Corrottissimo 
era questo passo di Arpocrazione, poiché in esso leggerasi o 
de SeóxofiJtog piv èv tf] xarà IléiclùTQaroty xoirfiai, ^iXó- 
XOQog d* èv t^ rsvdgvfj xsqì xXsovg, <priclv èjticratovvtog 
avrò fsvéod-cu,. Rettamente fti questo luogo corretto dal 
Meursio'), e giusta la di lui emendazione lo ho io riportato. 
La rettitudine^ di questa ottima emendazione del Meursio vien 
comprovata dallo Scoliaste di Luciano^), il quale scrive poco 
diversamente da Arpocrazione, ove la lacuna hassi a supplire 
fiXóxoQog, ed in luogo di èv^ty X\ hassi verisimilmente a 
leggere èv r^ ó\ seppure èv ry )i non si ha a leggere in 
Arpocrazione^ Addita Arpocrazione, giusta lo stesso Meursio, 
il libro ventano della istoria Filippica di Teopompo, e il quarto 
r^ àtd-lóog di Filocoro; poiché tale opera citata da Dionigi 


1) Lib. L e. 10, Anacarsi IL 262. not d. 
>) Meurs. 155. B. 

Ó Ad Hesych. Prooem. to. VII. p. 210. 
*) Ad Piacator. seu Bevìviscent 


267 

di Alicarnasso, da S. Giustino 0, da Pollace^), da Ateneo, da 
Arpocrazione^)^ da Stefano il Geografo^), da Macrobio, da 
A. Gellio^), dal Grande Etimologico^), compose, al riferire di 
Sòidn'O, Filoeoro, sì come anche Androzione^), Demo, Istro^), 
EUanlco^^), Melantio^O? Amelesagora, o Melesagora ^^) , Faxo- 
demo '^), Clidemo ^^) ed Egesinoo', che scrissela in versi. Dell' 
opera di qnest' ultimo fa menzione Pansania^^), dicendo però, 
essere essa di già smarrita. Un dramma di Alessi comico, 
intitolato krO'lg, rammentasi da Snida ^^) e da Ateneo ^^). Degli 
scrittori róv krB'lóùw parla Giuseppe Ebreo **): Ov^ ai jtsQÌ 
róv jitrixcTV ol rag ^ixd-lóag óvyysyQaipoTtq tj x^qì róv 
kqyoJuxwv, ol rà xsqI ^Qyòg IcroQovvzeg dXX^Xotg xaxfj- 
xolov0^xa0t. Cosi né coloro^ che delle Attiche cose scrissero 
le Attidi, ne coloro che delle Ar gotiche treUtarono, scrivendo 
su di Argo, tun f altro scambievolmente seguironsi. Facendo 
ritomo al nostro proposito, è a notarsi, che a Filocoro consente 
Esichio Lessicografo^®), affermando^ essere Pericle Fautore del 
Liceo: AvxstoVy xójtog' IlBQtxXéovg ixióxaxfjOavtog xov 
ìqyov. Liceo, luogo costruito presiedendo air opera Pericle, 
Hayyi chi delF opera stessa fa onore a Licurgo oratore, figliuolo 
di Licofrone. Di lui dice Pausania^^): xà ó* èjtì xfjg avxov 


>) Fab. B. gr. V. 65. 

«) Ivi IV. 502. 

') Ivi IV. 613. 

^) Ivi III. 74. 

») Meurs. IL 857. D. 

•) Fab. B. gr. X. 44. 

T Ivi IX. 763. 

•) Ivi IV. 591. 

») Ivi IV. 608. 

«0 Ivi IV. 603. ' . 

") Ivi IV. 612., I. 683. 

«) Meurs. n. 607, VII. 10. 

») Athenaeus lib. III. p. 1 14. 

") Id. lib. VI. p. 235., Fab, B. gr. IV. 595., Meurs. III. 1227 A. 

») In Boeotic. ••) Art M&Xlov. 

") Fab. B. gr. L 737. IIL 638. 

<*) Centra Apion. Lib. I. 

>») Meurs. L 155. F. 

*») Meurs. I. 155. F. 


268 

jioXvtdaq, a (pxoóófitióev, Iv IIsiQcuel V8(6g tlciv oìxoi, xcà 
tò jtQÒg r(p Avxslm xakov(iév<p yvfivàoiov. Piatarco^ sul 
medeBimo facendo parola^), dice: xoXXà rijg JtóXeoìq ixrjVOQr 
d'foóB, xal tQiiJQS$g rw óijfiq) ytagsiSxsvaoe rszQOXOóiaq, xcà 
rò èv Avxéio} yvfivàótov èxolffOe, xaì èq>vt8v6£, xal xìpf 
jeakalcrgav cixoóófiffie. Malie cose ristaurò nella città, 
forni il popolo di quattrocento triremi, fece e piantò il gin- 
nasio nel Liceo, ed edificò la palestra. Fu il ginnasio del 
Liceo, sì come il tempio, dedicato ad Apolline. Lo appren- 
diamo da Plutarco^): Kaì fi^v, die' egli, ovóh ji^f/valovg 
tlxóg kcxtv ÀxòXXatVL xa^ieQWóai rò yvfivà^tov àXórf<aq, 
xal avTOfiatGjg' aXXà xag ov rrjv tr/Uiav txofisv O-sov^ 
xovTOV ev€§lap re óióóvai, xal Qcófiijv, èjtl rovg àyópccg 
Avrò. Erano le mura di questo gimaaio ornate e decorate da 
pittare. Cosi Senofonte'). Vedeasi nel Liceo un acquedotto 
ed un platano. ^iByB ovv, dice Teofrasto^), iv xA Avxiiqo ^ 
jtXaxavog i] xaxa xòv óxsxòv, exi véa oica, jrapl XQelg xal 
XQiaxovxa xiiXBu; àfpfixsv. Quel platano adunque, che e nel 
Liceo presso alT acquedotto^ tuttora nuovo, giungeva a trentatre 
cubiti circa di altezza. Massimo Tirio^), lEXsye oh xavxa, 
dice, (lóvov ovx èp fiéóa^ ^EXÀt/Ocv , àXXà ^al ohcoi, xcH 
ÓTjfiOóla, èv avfiJtooloig, èv léxaófj/ila , èv UeipaisZ, èv òóó, 
vjtò jtXaxàvcpy èv Avxelm. Tali cose diceva non solo nel 
mezzo ai Greci, ma nella casa eziandio, pubblicamente, nei 
conviti, nelf Academia, nel Pireo, nella via, sotto al platano, 
nel Liceo. Fa- pure del platano menzione Temistio^): ^iXo- 
óóg>ov ÓB ovóév xi fietov ò X&foq si) ex£h ^9*^ ^^P xXaxàvcp 
Xéyexat fióvy xav xexxlycav àxQoofiévmv. La orazione dei 
filosofo in nulla è deteriore, o dicasi sotto al platano, o ascol- 
tandola le cicale. Qua spetta quel luogo di Plinio "O*. „Oele- 
bratae sunt (platani) primum in ambulatione Academiae Àthenis, 


De X. Rhet Vit Licurg., Meurs. I. 156. A. 

*) Sympos. lib. YUI. qnaest. 4., Meurs. I. 155. C. 

s) De Exped. Cyr. lib. VIL, Anacarsi II. 262. not e 

«) Hist plant. L 12., Meurs. I. 156. G. 

') Dissert 8., Meurs. I. 156. D. 

«) Orai. I., Meurs. L 156. E. 

7) H. N. XIL 1., Meurs. I. 156. D. 


269 

eabìtorum trigìnia sex, anins radice ramos antecedente. Nnnc 
est Clara in Lyceo, gelidi fontiB socia amoenitate, itineri ad- 
posita, domicilii modo cava octoginta atqne unias pedum Bpectt, 
nemoroso vertice^ et se vastis protegens ramis, arboram instai-, 
agros loifgis obtinens umbris/' Di un fonte, che al Liceo 
ritrovavasi, parlano, oltre Plinio nel Inogo citato, Platone, che 
così dice^): 'EjeoQSvófifp^ (lìp è^ jixaórifilag svd^ Avxalov 
rtfV ?§a> relxovgy ixel ó* iyevófifjv xazà xi}V JtvXlóa, ^ ^ 
ndvojEog xQfjvfi, icravd^a awérvxov ÌJtgod^aXsi, Andava dall' 
Àcademia al Liceo per la retta via, che e fuori delle mura, 
quando, giunto alla parie ove è il fante di Panope, mi abbatei 
in Ippotak; e Strabene, che favella in tal foggia^): EìoX fihv 
al xrjffCiL xad'aQùv, xaì Jtorlfiovr vóatog, Sg g>aoiv, èxtog 
Tov /ItoxaQùvg xaXov/iévaiv xvXcàv , JtXfjùlov rov Avxalov, 
xQùtBQOv Ó€ xaì xQijVfj xoTSOxevaOzó zig xXì]olov, noXXov, 
xaì TcaXnv , vóaxog, ti oh fttj vvv, ti av eli] d-avfiaCtòv , il 
xaXai jtoXv xaì xa&aQùv i^v. Sara xaì jtótifiov elvcu, 
(lariffaXe ók vOraQov; Trovansiy siccome narrano, delle fonti 
di acqua pura e potabile fuori delle porte dette di Diocone 
presso al Liceo, Fu una volta eziandio costruito un vicino 
fonte di molla e buona aequa. Che se questa non è tale al 
presente, qual meraviglia, essendo un tempo stata molta e 
pura, sino ad essere potabile, cangiata però essendosi nel 
seguito? Era dietro al Liceo il monnmento di Niso^ re de' 
Megaresi. Cosi narra Pansanìa^): ieri oh oxiad-av rov Av- 
xalov, Ntóov fivrjfia' ov àxod'OtvòvTa vjtò Mlv€p, fiaùiXavovra 
MéyoQonf, xofilaavzag Adiralo t tavxin {^àjtrovoiv, È dietro 
al Liceo il monumento di Niso re de^ Megaresi, il quale fu 
ucciso da Minosse, e trasportato dagli Ateniesi^ qua fu deposto. 
Dù Ino^i, che erano sopra il Liceo scendeva il fiume Uisso. 
ISoTc 6a toiùvrog pàXiCta 6 ^Xicaóg, dice Strabone^), Ix 
d'OTiQov fiigovg rov aoraog ^icov alg rfjv avxfp> xaQaXlav, 
ix TÓv vjthQ rijg "AyQoi, xaì rov Avxalov fiagóv. Tale è 
in particolar modo lo Uisso, che doli* alta parte della città 

In Lysid., Meurs. I. 158. B. 
>) Lib. IX., Meurs. I. 158. C. 
') Meurs. I. 158. D. 
*) Lib. IX., Meurs. I. 227. E. 


270 

scorre per lo stesso lido, scendendo dai luoghi, che sono sopra 
Agra e il Liceo. Fu nn tempo ìi Liceo la sede dei Polemarchì, 
non avendo per anco ordinato Solone, che i nove arconti ai 

^ adunassero in nn solo luogo. Dice Snida 0^ HiQXOvreg, ol èv- 
véa Tivég. tì-sOfiod^érai ?g, oqxodp, jtoléfiojQXoq, paoiXtvg, xcà 
jiQÒ (ihp TOP SoXcovoq vóficav, ovx è^fjv avzolg afta óixà^siv. 
aXX" o fihv ^aoilsvg, xad^^ato Jtagà vó xcdov/iévw Bovxo- 
Xbio)' zò oh, riv jtXfjOlov tov IIqvtovbIov. o 6h xoZéfiaQxog, 
èv Avxslq}, xal ò aQXcav xaQa rovq "Éjtwwfiovg ' ol d-eOfiO- 
d-ixat, jioQa rò Beofiod-éoiov. Gli Arconti erano nove^ sei 
Tesmoteti, l'Arconte, il Re, il Polemarco. Prima delle leggi 
di Solone j loro non era lecito di giudicare insieme: ma sedeva 
il Re al luogo detto Bucoleo presso al Pritaneo, il Polemarco 
nel Liceo, l'Arconte agli Eponimi, i Tesmoteti al Tesmotesio. 
Erra Esichio il Lessicografo il quale dice 2): ^EstiXvxMV , dif- 
X^lov r&v 3toJiB(iàQxo}v Àd^jv^oiv. Epilicio, curia dei magi- 
strati in Atene. Sembra certo avere egli ritrovato, presso 
alcuno autore, scrìtto ^jtiXvxiov in luogo di ^Jtì AvxsioVj 
e ciò avere cagionato il suo errore. Fu il Liceo un laogo, 
ove tenevasi scuola di sapienza. Lo vedemmo dalle sopra 
citate parole del Laerzio, in cui riporta egli la opinione dì 
Ermippo, e vedere lo possiamo eziandìo in altro luogo del 
Laerzio stesso, ove egli dice^): àvéyPo 6\ A^vrioiv Iv ry 
EÒQijtldov olxla, rj, Sg riveq, èv ry MeyaxZelóov alXoi, 
tv Avxelcp, (laBTjTOv r^v ipmvijv avxép xQ^Oavroq ^px^/ópov 
Tov Seoóórov, Lesse in Atene nella casa di Euripide, o, 
giusta alcuni, di Megaclide; secondo altri però nel Liceo, 
prestandogli la sua voce il discepolo Arcagora, figlio di Tea- 
doto, E presso Clemente Alessandrino, che così parla ^): xaQa 
nXàxaypi jéQtcroxiXrjq g>ikoOog>?iOaq , (iBxeXQ-mv elg xò Av- 
xeiop, xxl^ei xi(P nsQUtaxrftixffP aS^sciv, Filosofato avendo 

, Aristotele presso Platone, passato al Liceo, istituisce la setta 


<) Meurs. L 155. D. 

^) Meurs. I. 155. E. Non può in Esichio Lessicografo esaere 
errore di lezione, perchè ^EniXvxiov è una parola, con cui eomincia 
un articolo del suo Lessico. 

') Lib. IX. 54. p. 577. 

♦) Strom. lib. L e. U. 


271 

Ptrìpatetica, Presso Plutarco BimilmentOy di cai abbiamo queste 
parole 1): ijrl xovq Cog>ovg iXd'S, xeà rag Co^àg ^i^tjvyùi 
oxoXàg xal óiazQifiàg àveutéfixaocu rag Iv Avxeltp, rag èv 
ÀxairiiiLa, vì/v Uroàp, tò IlaXX&ótov, rò ììóelov. Vanne 
01 sapienti e ti riduci alla memoria le saggie scuole di Atene, 
e le disputaziani dell' Academia, del Liceo, il Portico, il 
Palladio f fOdeo. Essere stato il Liceo luogo di stadj, vedesi 
ancora in Dionigi d'Alicarnasso, che dice di Aristotele^): Msxà 
Sk xìp> ^iXhijtov reisvz^v^ èn Evcuvirav OQXovzogj àipucó- 
(uvoq elg Ji^ijvag loxóXa^sv Iv AvxeLq> xqÓvov èvóp ócióexa. 
Dopo la morte di Filippo, sotto l'arconte Eveneto, recatosi in 
Atene, attese agli studj nel Liceo per lo spazio di dodici anni. 
Ad altri esercizj era ancora destinato il Liceo. Lo veggiamo 
in Senofonte y ohe cosi parla nello Ipparchio^): ùxav ys pfjv 
xqò tov àxovxiCpov óuXavvaxuv Iv Avx(lq>, xaXòv ixaréQag 
rag jtéprs q>vXàg ijtì xov psrcijtov iXavveip, oHSJtsQ elg 
[iaxfiv. £ neir opera stessa ^)'/Ex8iTa, dice, oxcog rà^ Jtofijcàg 
Ip talg ioQtaZg à^iod'eàTOVQ xoii^^ ' lori ós xai xaXXa Sua 
Ixióeixpvvoi ÓBl ry jiòXei, 0Jta}g fj ówatòv xaXXiora vxó- 
ótl^y tot' èv jixaóf^fila, xal rà èv Avxslcf). Quindi perchè 
nei di festivi faccia pompe degne di essere rimirate, e rappre- 
senti quanto è possibile bellissime le altre cose, che alla città 
fa (Tuopo rappresentare e neir Academia e nel Liceo. Dice 
Aristofane^): . . . xax Avxslov Ovv ÓOQÌ, Ovv àojtlói 
T£. £ lo Scoliaste di Aiistofane a quel luogo ^): Tò Avxeiov, 
yvfipàoéov À^tfpyCLV, oxov jiqò tov JtoXépov lóóxow yvpvà- 
^soB^u. Il Liceo y ginnasio m Atene, ove sembra che avanti 
olla guerra gli Ateniesi si esercitassero. Fu ancora nel Liceo 
inatituita una cena, sì come vedesi in Ateneo''): 'Ev Àd^vaig 
^ loTOQOvOi, dice questo autore, ov xavv oqx^^^xìv óvolv 
ytvoiiévwv óklxvayp èv Avxeltp re xal kxaStjula, tov (ihv 


>) Menrs. I. 487. A. 

') Epist. ad Ammaeum, Maura. II. 1101. B. 

') Heurs. I. 157. C. 

«) Menrs. I. 157. D. 

*) In Pace, Menrs. I. 157. B. 

•) Menrs. ivi C. 

^) Deipnosoph. lib. IV.^ Menrs. I. 157. F. 


272 

w 

elg Tfjv Àxaófjfilav slóBVSYxavtog èìpojtoiùv XoxaSa, xQÒq 
Mgav riva XQ^^^'^» ^^ xéQa/iov rccra^ai xavxaq rovq Ibqìh 
jtocovq, Sq iicacQod-iv ovx aorelaq xaQBiCÒvcswq yevofiépfjg, 
óéovTog ànéxEOd-ca tAp (JicacQÒd'BV. ròv Sk èv ró AvxsUp, 
xgiaq xaQVjutjQÒv slg xoQixoc; óiaCxtvaoavta (laoxiyapBfpHU, 
cog jtaQaoo^i^ófievov xavrjQAg. Narrano, cwne in Atene due 
cene facendosi non molto antiche nel Liceo e nelt Acadetma, 
mtrodottosi dal cuoco ad altro uso un piatto di terra, /U 
questo fatto in pezzi da tutti i ministri delle sacre operazioni, 
come insinuaiosi inurbanamente troppo lungi, facendo ^uopo 
che da coloro, che lontani erano, fosse distante. Nei Liceo 
poi il cuoco apprestata carne salata a foggia di pesce candito 
con sale, fu battuto con flagelli, sì come malvagiamente m- 
gegnoso. Cita lo stesso Ateneo un passo di Gleofane presao 
Àntifane, in cui parlasi del Liceo. Eccone una parte ^) . . xò 
Sk xvQttWBlv èaxiv, ij xl xoxs xò axovóaZov àxoXovO'etv fyig 
èv xw Avxelq} (ièxà cog>iox€9P vii Ala Xsxxàv, àalxa>v, cv- 
xIpcov, Xiyov^^ 8xi, Fu il Liceo, si come anche il Cinosarge 
e l'Academia, arso da Filippo re dei Macedoni Parla di questo 
incendio T. Livio, le cui parole recammo parlando del Cinoaarge. 
Plutarco ci narra, che da Siila devastossi e rAcademia e il 
Liceo ^). Ti^v xe ÀxaAriplav Ixbiqs, die* egli, dtvÒQOfpoQo- 
xaxTjv TtQoacxBloov ùòaap, xal xò Aixeiov. Devastò e fAca- 
demia, oltre a tutti i sobborghi, abbondante di alberi, ed il 
Liceo, Liceo avea nome eziandio un ginnasio nel TuscaUtno, 
sì come leggiamo in Cicerone'). „Nuper quum essem cnm 
Quincto fratre in Tusculano, dispntatum est, nam, quum ambu* 
landi causa in Lyceum venissemus, id enim superiori gymnasio 
nomen est; perlegi, inquit ille, tuum paulo ante tertium De 
natura Deorum.'' E l'imperatore Adriano dio lo stesBo nome 
ad un luogo della villa Tiburtina. „Tiburtinam villam, dice 
Sparziano^), mire exaedificavit ; ita ut in ea et provinciarum 
et locorum celeberrìmorum nomina inscriberet; velut Lyceum, 
Academiam, Prytaneum." È a notarsi, che non bastò al Ginnìo 

») Ivi lib. m. 

>) In Sulla, Meurs. L 158. F. 
*) De Divin. lib. I., Meurs. ivi £. 
*) In vit. Hadrian., Meurs. ivi F. 


273 

di avere dato già, nel coreo brevissimo del frammento , che ci 
rimane del proemio di Esichio, una prova del diritto, che egli 
ha al titolo di parafrastico traduttore; posciochò volle aggiun- 
gerne una seconda, interpretando il passo di Esichio in tal 
foggia: ,yAt Peripatetica (secta) dieta est-, quod primordium 
ceperit ab Aristotele docente in Xysto, seu horto, ambulationi 
accomodato^'. Nel greco testo niuna menzione si fa del Xisto, 
come avverte anche Enrico Stefano '): |^n graecis Hesychii 
Terbis nuUam Xysti mentionem habemus: sed tantum horti.^ 
Del portico detto Xisto è fatta menzione da Senofonte'^). 

Apollonio Tianeo. 

jbtoXXóviov TOP Tvavéa], Nulla riferisce il nostro 
Esichio delle azioni di Apollonio Tianeo ; così detto per avere 
Bortitì i natali in Tlana, città di Cappadocia ^). Filosofo dei più 
celebri, che abbia avuti il paganesimo^ empiamente dal bestem- 
miatore Jerocle^) paragonato al Divino Salvatore, e giunto a 
tal grado di fama, che la di lui immagine fu da Alessandro 
Severo collocata con quelle di * Cristo , di Abramo e di varj 
lodevoli principi in un luogo privato del suo palagio ^). Fu la 
vita di questo filosofo descritta in otto libri da Filostrato ^), la 
di cui opera non Blog jLjtoXXoovlov, vita di Apollonio, era da 
intitolarsi; ma ^JtiÓ7)(ila slg àvTQcijtovg Geov, dice il pazzo 
Eunapio ''). jijtoXXcivióq re^ b ex Tvàvcov, ovx m ipiX6coq>og, 
ali rjv XI d'sóv xal dvd-Qcijtov (iéoov . . . àXXà rò (iiv 
dq TOVTOV ò AijfÀViog ijteréXsoe ^iXóóTQOTog, filov èjti- 
7Qay)ag JixoXXcovlov rà ^ifiXta, óéov hmór^filav èg dvd'Qci' 
xovg d-BOv xaXelv, Apollonio Tianeo non più era filosofo, ma 
una cosa di mezzo tra il Dio e l'uomo . . . ^ulladimanco 
di lui' scrisse Filostrato Lemnio piit libri, che intitolò Vita di 
Apollonio, avendo dovuto piuttosto appellarla soggiorno di un 
dio tra gli uomini. Che la opera di Filostrato scritta fosse con 

^) Ad HesycL Prooem. 

*) Oeconom. lib. V., Anacavsi IL 259. 

') St Univ. XXXVI. 208. 

*) In Philalethe, Fab. B. gr. IV. 45. 

>) Lamprìd. in Vit. Veri, St. Univ. XXXYL 220. 

•) Meure. VII. 210. A. 

''ì Prooem. ad Vit Sophist., Meurs. ivi, Fab. B. gr. IV. 45. 

18 


274 

malvagia fede e affine di toglier credito allo Evangelo e agli 
scritti apostolici, fa opinione dell' Haet Oy del Jenkin, del Pri- 
deaux e di Tommaso Arto. Nota il lipsio^) che spease 
volte si fa Filostrato reo di grossolani abbaglj, ed è con se 
medesimo frequentemente in contraddizione riguardo a ciò, che 
scrive sulla istoria romana. Tra gli antichi poi ^Eusebio ^) 
chiama la sua opera un romanzo , e Fozio^), conchiudendo il 
suo discorso sulla medesima, simiglianti cose, dice, piene di 
stoltezza, ed altre molte e prodigiose egli finge: quindi in otto 
libri consumasi la opera di un vanissimo travaglio. Veggansi 
il Possevino^), lo Scaligero '*) > il Vossio''), il Gasaubono^), il 
Du Pin»), Ladvocat^»), il Bayle ^>), il Tillemont *2). Intorno 
alle edizioni e versioni della opera di Filostrato è a consul- 
tarsi il Fabricio ^^). Debbono notarsi però un errore e una 
mancanza di questo autore. Errore si è Taver detto, la tradu- 
zione italiana della opera di Filostrato fatta dal Baldelli essere 
stata impressa nel 1549 in Venezia, mentre essa lo fu neir 
anno stesso in f^renze pel Torrentino ^^). Mancanza si è l'avere 
tralasciato di notare la traduzione italiana della opera dì filo- 
strato fatta da Leone Dolce, e venuta alla luce in Venezia 
presso il Goito nell' anno stesso, in cui comparve quella del 
Baldelli ^^), anno, che marca Fepoca della impressione della 
stessa versione del Dolce fatta pure in Venezia presso il Val- 
grisi, e quella della pubblicazione della opera di Filostrato, 

*) Demonstr. £vang.. 

>) Ad Tac. Hist lib. III. num. 80., st Univ. XXILVI. 223. 

') In Hìerocl. 

*) Cod. 44. 

•) Bibl. sei. XVI. 2. 

*) In Euseb. Chron. 

7) De Hist. gr. II. 15. 

«) In Spart. 

*) Crìtique sur l'Hist d'Apoll. de Tyane. 
^) Art ApoUon. 

11) Dict art ApoUon., Crevier Hist des Emper. Rom. VUL 180. 
«) Ivi 211. nota. 
1») B. gr. Ub. IV. 24. § 2. 

*«) Ladv. art Fìlostr.^ Fontaninì Bibl. dell* Eloq. ital. to. II, 
p. 160; Haym. Bibl. ital. ec. p. 78. 
«) Ivi 11. ce. 


>75 

reeata in italiano da Giovanni Bernardo Gualandi, {atta per 
Comin da Trino in Venezia, edizione e traduzione dimenticata 
pare dal Fabrieio^. Si il Baldelli, che il Dolce tradussero la 
vita di Apollonio dal latino dì Alamanno Binuccini^). La vita 
di Apollonio composta da Filostrato fu da taluno attribuita a 
Laciano, si come vedesi ne' commentar) di Filandro a Yitruvio» 
Ma tale errore è combattuto dal Vossio ^) e notato dal F^ricio ^). 
Filostrato non fu il solo scrìttore della vita di Apollonio Tianeo, 
Prima di luì aveane scrìtto Damide Assirio citato da Filostrato 
stesso^), e di cui dice Suida^): àa/iig olvì/Q qvx àcofpo(;, xfjv 
oQjualap olxóv Nlvov, ovxO(; rm ^jioXjLcovlq) jtQOCgìijLoCo- 
^^oaq cbcodfj/ilag re avrov àvaytyQagìBv. Damide iwmo non 
indotto abitatore della antica Nino, Questi, filosofato avendo 
presso Apollonio, descrisse i di lui pellegrinaggi. Egli da 
Filostrato è detto Nlviog, Ninio. Parlane Eusebio '') dicendo: 
Eire Zig Aafiig ^ccvQcog, eh e ^iXóoxQaToq, eira tig gvy- 
YQa^ev^j ì] XoyoyQag>og. Di Massimo Sgeo e Meragene 
dice Filostrato ^): 'Evérvxov 61 xal Ma^Lpov rov Alyttog 
^liw ^weiXri^óri xà èv Alyalg ÀJtoXXoplov Jtàvxa. Tuà 
iut&fpcat Sk x^ jijtoXXoavUp ysyQafpovxaL, stoQ cov vxdgxBi 
(lad'sZv, mg vxo&eià^oov xrpf g>iXo0oq>lav èyévexo, ov yàg 
xol Moiqoyìvbl ye xifocexxéov, ffiffXla pev ^vvd-évxi^ alg 
AxoXXoipiov xéxxaQa, xoXXà oh xóav xeQÌ xòv àvóga 
àyvoi^cavxi. Mi abbattei nel libro di Massimo Egeo, in cui 
comprendesi tutto quello, che operossi da Apollonio in Ega% 
Fha ancora il testamento scritto da Apollonio, donde si può 
raccogliere come egU per divina ispirazione filosofasse. Che 
non l da tener conio di Meragene, il quale scrisse quattro 
libri intorno ad Apollonio; ma ignorò molte delle cose da hU 
operaie. Dice Giovanni Tsetze^^): 

•) Haym L 158. nnm. 2. «) Ivi n<>. 4. 

*) De Hist. gr. U. 25. 

«) B. gr. lib. lY. e te. § 5., 0. 24. § 2. 

») Fab. B. gr. IV. 45. 

Menrs. VIL 210. A. 

^ In Hierocl., Menrs. ivi. 

•) Vit ApoU. I. 3., Menrs. ivi. 

^ Fin qui tradusse il Leopardi. 

^ Cbil. IL, Menrs. ivi. 

18* 


276 

FgàipovCi tavra JtaxQta xaì xQOVixóv ri jtX^&og, 

^iXóùTQarogy xaì Magifiog ofiov, xaì MoiQayéPfjg. 

Simili patrie cose^ e moltitudine 

Di croniche in iscritto pon Filostrato 

E Massimo pur anco e Meragene, 
Rammenta Origene,^) xà fhyQaiifiéva Moi^yévBi xbqì tcot» 
jÌ3toXXa)vlov rov Tvavéa)g fiàyov, xaì g)iXoa6g>ov ajtofitfi- 
fiovsvfiaraìv. Soterico Oasite vìssuto sotto Diocleziano scrìsBe 
pure la vita di Apollonio Tianeo, al riferire di Snida ^). È omesso 
questo autore dal Menrsio nel novero, che egli fa degli scrittori 
della vita di Apollonio Tlaneo'). Di questa sua omissione 
però egli sa bene compensare il lettore collo indicargli altri 
due scrìttori, come egli li appella, di tal vita, i quali, secondo 
ogni verisimiglianza, non furono che trascrittori della open 
di Filostrato ^). Quel passo di Sidonio Apollinare^), in cui dice 
questo autore d'inviare a Leone consigliere di Evarige e del 
suo successore Alarico: „Apollonii Pythagorìci vitam, non ut 
Nicomachus senior e Philostrati, sed ut Tascius Victorianas e 
Nicomachi schedio exscripsit, quia jusseras, misi"; il quale dal 
Meursio^) è citato in prova della sua assertiva, giusta il Sir 
mondo, seguito dal Fabricio, consegna solo avere Nicomaco e 
Vittoriano castigata e corretta la vita di Apollonio, liberandola 
dagli errori, dei quali la negligenza dei copisti aveala imbrattate. 
Né tale opinione è una mera conghiettura priva di solido fonda- 
mento. Riferisce il Sirmondo^), esistere alcuni codici mano- 
scritti di T. Livio, nei quali trovasi scritto: „Nicomacbu8 Dexter 
V. C. emendavi, ad exemplum parentis mei Glementiani, ab Urbe 
condita . . . Victorìanus V. C. emendabam Dominis Symmacis^ 
Ed altrove^): „Emendavi Nicomachus Flavianus V. C. Praefectas 
urbi apud Hennam, ab Urbe condita .... Victorinus V. C 


') Contra Cels. lib. VL 

») Fab. B. gr. IV. 61., IX. 794. 

') Ad Hesycb. art ApoU. Tyan. 

*) Fab. B. gr. IV. 47. 62. 

») Lib. Vm. Ep. 3. 

') Ad Hesycb. art. Apollon. Tyan. 

T) Fab. B. gr. IV. 47. 

•) Ivi. 


277 

emendabun Domnis SjmmachÌB^^ Qiiindl s^inferìgoey eesersi 
Nìeomaco e Vittoriano esercitati in questo utile tri^vaglio di 
correggere i viziosi codici e purgarli dagli errori Fu la vita 
dì Apollonio trasportata dal greco in latino da Sidonio Apol- 
linare: così il Cave e il Fabricio nella BiUioteca greca ^). Il 
Sirmondo però prova, non intendersi da Sidonio una versione 
latina della opera greca, ma una traduzione della medesima; 
ed il Fabricio stesso nella Biblioteca latina ^) non sembra alieno 
dal di lui sentimento. Yopìsco nella vita di Aureliano^) pro- 
mette di scrìvere le azioni di Apollonio Tianeo, di cui alcuna 
cosa riferisce nella vita stessa di Aureliano. Ragionato avendo 
saglì scrittori della vita di Apollonio Tianeo^ passo a far parola 
sulle sue opere. Sono esse le seguenti. 

^jtiOroXal, Epistole. 

Di queste furono pubblicate ottastacinque, ti» le quali però 
comprendonsi varie Epistole altrui, indirizzate ad ApoUoiùo^). 
Le Epistole di questo filosofo spesso sono rammentate da 
Stobeo, da Snida e da Fìlostrato^), il quale dice di averne 
tratte delle nozioni intomo alla vita di Apollonio. "ÈbtéineXXe 
ói ^aiXsvóif ooipióTc^g, "ÉXeloa;, AeXipolq, ìvóotg, Alyvjttlotq, 
y^xÌQ d-eAv, vxtQ èd^óv, VJthg ifi'&v, vitkq v6[juov, naq ovg 
0, ti av JtQavToiro èjtr^vwQ&ovv. Scrisse cu re, cU sofisti, 
agli Elei, ai Delfici, agV Indiani, agli Egizj, sugli Dei, sulle 
nazioni^ sui costumi, sulle leggi, e giusta le sue epistole retti- 
ficai il racconto delle di lui azioni, Apollonio Tianeo ygàipoov 
rolg BQaxfiàoiVj scrivente ai Bractnani, citasi da Porfirio®). 
Molte delle Epistole di Apollonio sonosi smarrite. Sulle edi- 
zioni ed interpretazioni di quelle, che ci rimangono, consultisi 
il Fabricio^. In un codice cartaceo scritto nel secolo deci- 
mosesto, ignoto a questo autore, e che ha per titolo ^ÉbtiOroXal 


') IV. 62. 

«) IL 133. 

«) Gap. 24. 

«) Meurs. VIL 196., Fab. B. gr. L 41&. 

•) Vit ApolL lib. L 0. 2., Fab. ivi. 

Ó De Styge, Fab. ivi IV. IW. 

") Ivi lib. IL e. 10. I 11. 


278 

^oXXoovlov rov Vvavéen^, Epistole di Apollonio Titmeo, con- 
tengonal Ben ottaDtfteinqae,*iua ottantasette di tali epistole 0* 

^Hvo(; elg Mvfjfioovvfjv, Inno sulla Memoria. 

Di questo inno, dimenticato dal Meuraio ^), parla Filostrato, 
il quale ci narra^ essere stato Apollonio, ancora centenario, dì 
memoria migliore di quella di Simonide. , 

nv&ayÓQov dó^ai, Opinioni di Pitagora. 

iBv rolq JtBQÌ nv^ayógov, negli scritti di Pitagora, è citato 
Apollonio da Porfirio^), e da Ennapio') è detto rrjv Uvd-a- 
yÓQstov (piXocoq)lav t^rjXwóaq, imitatore della filosofia Pitagorica, 
La sua opera sulle opinioni di Pitagora è rammentata da 
Filostrato ^), né meritava di essere dimenticata dal Meursio^). 

nvd-ayÓQOv fitòg, Vita di Pitagora. 

Quesli' opei« , di €\iì parla Snida, e di cui non fa mensione 
il MeuihiioT), non è forse diversa dalla precedente. 

Aiad-rpcai, Testamento. 

Ricordano questo scrìtto Suìda e Filostrato ^}, da cui sap- 
pialo, essere stato, esso composto nel dialetto Jonico. 

knoXoybz, Apologia. 

tlsiste presso Filostrato ^), ed è diretta a combattere va ìptvÒfi | 
YQafi/iata, i pseudo-scritti, di Eufrate filosofo Egizio, del qaali | 
parla Snida ^% Fu questa composta da Apollonio con disegno 
di recitarla innanzi a Domiziano, ma egli, tuttoché dotato di ! 
spirito profetico, non prevedea che lo Imperatore non lo avrebbe 
ascoltato ^0* Fu Eufrate riputato il più grande filosofo dei 

I) Mingareili codd. Naniani p. 461. 

') In Apollon. sive de antiq. ejusd. nomin. sorìptor. syntagm., i 
B. gr. lib. I. 

») In vit, Pytbag., Pah. B. gr. IV. 196. 

^) Vit. Sophist Prooem. 

*) Vit Apollon. Ub. VIIL e. 19. 

•) IL ce. ') IL ce. 

•) Vit Ap. Ub. I. e. 3., Ub* VII. e. 35. 

») Ivi Ub. VIIL e 7, 

*«) Art S:o^oxX^(:, Fab. B. gr. L 415. I 

») Philostr. lib. Vili. e. 7., st univ. XXXVL 217. 


279 

suoi tempi 0, e io stesso Apollonio, prima della disputa avuta 
aeco lui^ lo rappresentò a Vespasiano, sì come uomo di un 
carattere integerrimo. Plinio^) ed Arriano^) ne fanno grandi 
elogj. Sembra che Eunapio^) attribuiscagli scritti più nobili 
di quelli, che fé' contra Apollonio. Con la permissione di 
Adriano pose egli fine ai disagj della yecchiaja avvelenandosi ^X 
Cerca Filostrato di porlo in discredito, e tutto il biasimo gli 
attribuisce della contesa, a cui venne con Apollonio. Altrove 
però^) confessa egli stesso,. non essersi in cotesta occasione né 
Apollonio, né Eufrate diportati a quella foggia, nella quale a 
filosofi era convenevole di diportarsi. La opera di Apollonio, 
della quale abbiamo parlato, omettesi dal Meursìo "O* 

IleQÌ fiaptelag àoxéQCDV, Della divinazione per 

mezzo degli astri. 

Di questa opera divisa in quattro libri parlarono Filostrato ^) 
e Meragene presso lo stesso^). Eccole parole del primo: Tòv 
^ixoXXdviOV ovu^iXodOipelv reo ^làf^xq., xal óvyyQcafxa (ùv 
èxEt&BV IleQl (icnnelag àtìtéQmv ^lfiXov<; TirraQag, wv xal 
MolQayévfig cbisfit^od-i]. Avere Apollonio filosofato con JarcOy 
e qtùndi avere scritti quattro libri della divinazione per mezzo 
degli astri, i quali rammentò ancora Meragene. 

IIbqì &vou5v, Dei sacrificj. 

Opera ricordata da Snida e da Filostrato, il quale così ne 
parla*®): SvyyQatpai oh jcegl &v6iéiv, ocal cog av rigBxdórq} 
^B<p XQOCq)ÒQa>q re, x«l xexccQiOfiiviog , dvoi. Avere scritto 
dei sacrificj, e come può alcuno sacrificare a ciascuno degli 
Dei acconciamente e in modo ai medesimi accetto. Ed altrove *0« 


*) Euseb. in Hierocl. 

>) Epist I. 10. 

») Epict. lib. III. e. 14., lib. IV. e. 8. 
, •) Vit Sophist Procem. " 

») Dio Gas. Ub. LXIX, St. Univ. XXXVl. 225. 226. 

•) Vit Sophist cap. 7. 

7) In Apollon. sive etc. 

•) Vit ApolL Ub. m. e 13. 

•) 1. e 

») Vit Apoll. lib. III. e. 13., Meurs. VII. 196. E. 
>*) Ivi lib. IV. 0. 6., Meurs. ivi 


f^ ^^jlf^fO% èneiòri g>iXod-vtaQ xovq jiB^- 

V- 0f9' ^ •'f wifw^ àieXi^axo , xaì òq av zig tv to' 

,%s: '^'^''J^ro/xeroP, xal^ JtT^vlxa rfjq Tìfièfag^ re xal 

^gatff^ V^' f OJféP^h ^ Bvxovto • xal ^i^Um kxoXXoo- 

ytixr^' ^ Jp iótiPy Iv m taira ry iavxov (pwvy èxói- 

p/ov '^P^ /-rtiiiiDeiito di questa opera eerboeci Eusebio 0. 

OeoXoyia, Teologia, 

n ocbè questa opera non sia verosimilmente diversa dalla 

denteai 7 meritava tuttavia di essere sotto questo tìtolo 

^dicàt» àal Fabricio e dal Meurslo, i quali non ne fanno 

jiroi» ^)' ^^^ ^ citata da Eusebio , il quale ne riporta qneste 

nHfole *)' „Ovxayq xolwv fiàXiCxa av xig, olfiai, xtjv JiQOOrf- 

xovoaP èjtifiéXeiav jtoiolxo xov Ostov, xtr/x^^oi xs (xvxó&ev 

Ueoi xs xal svfievovg avxov jtag" ovxiva ovv fióvog àv- 

^Q<ùxo3V' bI &£w [àv, ov Sri jìqóxov %q>a(iBV, évi re ovxi 

xfxo?()«0^ef?a> xavxarv, fisO'^ ov yvcoglC^eod-ai xovg Xoixova 

àvar/Tcalov, puff dvoi xi x^v oQXfìV, fiijxe dvcatxoi xvq, fitfte 

xad-óXov XI xóv alcd^^aiv ijtovofid^oi ' [óetxcu yÒQ ovóevòg, 

ovóh jtaQa xóv xqsixxovwv rjotBQ fifielq' ove* eóxiv o xtjv 

dgx^ dvlrjoi yrj gwxòv, r xQé<pei ^Sov, ì/j «ij(>, o fitj xgòc 

avxov yé xi filaCfia.] fióva> ók XQ^"^^ ^QÒq avxòv^ahì xq) 

XQslxxovi Xóy<p' Xtya> oh xS ^ij óià óxófiaxog lóvxt' xcà 

jtagà xov xaXXloxov xóv ovxoov y ótà xov xaXXlcxov, xóv 

ovxov, olà xov xaXXloxov xóv èv r]fitv alxolij xaya&a' 

vovg Ó6 ióxiv ovxog, OQyàvov fifj ótofiBVog*'. 

Xqi]C(ìoì, Oracoli, 

Pari» di questi Snida ^), Kad^ è^algexov, cosi leggiamo in 
Codino*^), dg xàq x^^^dg JtvXag xóv hxdxmv t^fiegóv xóv 
lieXXóìfX(x>v dal jtàoai al laxoQlai, ag èoxfjXciaazo ^oX- 

») Praep. Evang. lib. IV. e. 12., Fab. B. gr. IV. 61., St Univ. 
XXXVI. 227. 

«) St Univ. ivi. 

s) Fab. B. gr. lib. IV. e. 24. § 15. to. IV. «0. 61., Mears. in 
Apollon. etc.^et in B. gr. lib. I. 

*) Praep. Evang. IV. 13. 

») Fab. B. gr. IX. 661. 

*) Excerpt. ex lib. chron. de Orig. ConstantiaopoL, Meurs. VIL 629. 


281 

hoviùq o Tv(xvtv(; slg fivrjfiijv top ivtvyx^'^^'^^'^ > ^*« rò 
oafi^aXsixxov bIvcu, Precipuamente nelle porte di bronzo 
veggonsi tutte le istorie dei futuri ultimi giorni, scritte da 
Apollonio Tianeo a memoria indelebile degli avvenimenti. Se- 
condo rOleario , seguito dal Fabrìcio ^) , in inogo di nvXaq, 
porte, è a leggersi crriXaq, colonne. Trovasi in Codino fatta 
pare altra volta menzione delle predizioni di Apollonio Tianeo ^). 
SvùTf jfidria oh ì'ctavrat fiéoov xov q>6^ov ev^móa ijcl xiòvoov, 
h olq ófjXovvtat Iv Icroglaiq rà fiéXXovta yBvqOeCd-aL èv 
tf xólei. ravra oh jtàvra èotrjXmGEV ÀxoXX(6viog èxetvoq 
b Tvavevg, h óog>òg xaì àgiórog àorgovófiog, xal èCToi- 
XsioioaTO ùvóftara èjtiXQOtslag ^cog réZavg alcóvcov. Nel 
mezzo del foro compagini e figure sono stabilite sopra co- 
lonne e in esse mostrasi descritto in istorie ciò che h per 
avvenire alla città. Furono tutte queste erette da queir 
Apollonio Tianeo, saggio ed ottimo astronomo, il quale in 
oUre vi scolpi ordinatamente i nomi dei principi sino al fine 
dei secoli. 

Aoyot, Ragionamenti. 

Più colloqnj di Apollonio con i saggi di Babilonia, dello 
Egitto, della India veggonsi tratti dagli scritti di Damide e 
inserili nella vita di Apollonio composta da Filostrato. Sopra 
Apollonio Tianeo sono a leggersi Dione Cassio^), Ammiano 
Marcellino^), Apulejo'*), Enea Gazeo*), 8. Agostino "0, il Criso- 
stomo^), Lattanzio*) e 8. Giustino*^). Altro Apollonio Tianeo 
giuniore, filosofo anch' egli, visse sotto l'imperatore Adriano. 
Cosi Agresfonte presso Snida**)* ^4jtoZX(6viog ^regog Tvavévg 

») B. gr. I\. 61. 
«) ). e, Menrs. VII. 640. 

») Lib. VII. eLXXVIIL, St. Univ. XXXVI. 222. not.(y). 220. not. (e). 
*) Lib. XXI. e. 14., lib. XXIII. e. 6., Fab. B. lat. II. 103. 
») In Apolog., Fab. ivi. 29. 
«) In Teophras., Menrs. VII. 210 F. 

^ £p. 102, al. 49, sen qnaest. contr. pag. expos. quaest. 6., 
£p. 138, al. 5. 

*) Advers. Indaeos Orat 5. 
•) Div. Instit lib. V. e. 3. 
^) Besp. ad Orthod. qnaest 24. 
") Menrs. VII. 196. F. 


282 

g>tXo66ipog, vsansQoq, yeyovwg Ijtl ^óquxpov tov PaóiXtcog, 
mg kyQécqxov èv ró X€qì bfi(ovvfia>p. Altro Apollonio Tianeo 
filosofo ffumiore, vissuto sotto lo imperatore Adriano, st come 
dice Agresftmie nel libro degli omonimi. Il catalogo dei vaij 
Apollonj fa scritto, secondo ogni apparenza, da cotesto Agre- 
sfonte. Il sintagma degli antichi scrittori di tal nome uni il 
Menrsio alla istoria favolosa di Apollonio Discolo ^ da Ini^ iUa- 
strata con un ampio commentario. Di molti Apollonj trattò 
purè nella Biblioteca greca ^). Dopo il Meursio ragionarono 
dei varj Apollonj il Vossio, il Jonsio, THendreich e H Fabricio ^. 
Alle loro opere io rimetto quindi il lettore, giudicando inutile 
di replicare ciò, che fu di già detto da tali dottissimi uominL 

éalfiova Id-sàùavó]. È riferito Tavvenimento, o a meglio 
dire la favola, ancora da Filostrato '^). Kvovóy d' avtòv xy 
fifjrQÌ tpàcfut f/Xd-ep Alyvxrlov ócdfiovog, ò IlQWTevq, 6 
xoQa Ttp^O/i'^oq} IgaXXdtroìP. fj óe, ovósv óelóaóa, ijqìto 
avróv TI àxoxvTjCot. o di, èfil eljie. ùv 6ì zig, Bbcovoi]g, 
IlQanevg, Ig/rj, o AlyvJirtog d-sóg. Alla madre gravida ài lui 
apparve una immagine di Egizio spirito. Proteo cioè, quegli^ 
che presso Omero cangiaci di figura. La donna, in niun conto 
atterrita, interrogollo, di chi fosse gravida. Di me, rispose il 
fantasma, E chiedendo quella, chi fosse egli: Proteo, disse, 
il nume Egiziano, Veggasi Eusebio^) e Snida. 

IlQoréa xòv AlYV3txiov\ Proteo era, secondo la favola, 
il custode delle Foche | o dei cavalli marini destinati a tirare 
il cocchio di Nettuno. Presso alla isola del Faro ne eseguiva 
la rivista e dava a ciascuno un pascolo uguale. Se taluna se 
gli approssimava, cangiavasi di figura e prendea quella forma, 
che più piacevagli. Secondo il Sig. Finche ^), era Proteo lo 
annunzio della permutazione dei prodotti dello Egitto con le 
derrate, che dai vascelli Fenicj recavansi air isola del Faro. 
Il nome nnc, poret, parlo, fecondità, da cui, giusta il Finche, 
deriva quello di Proteo, e ohe, secondo il medesimo', ha dato 


») 1. e. 

>) B. gr. IL 527 sqq. 

») Meurs. VII. 210. F. 

*) Contra'Hierocl. 

«) Hist. du del liv. I. chap. 2. § 24. 


283 

orìgine alle parole di porto, di portare, favorisce, a dire dello 
ateasO; la sua eonghiettura. Il cambio delle merci, ovvero la 
diversa forma e qualità delle medesime, ha prodotta, per sentimento 
del Picche, la favola del cangiamento di figura, che avveniva 
in Proteo. 

^TxBlXrixxaC\, Leggevasi in Esichio vJtoX^d'ac. Mera- 
viglia è che il Giunio, non emendando il luogo, abbia tollerato 
tale lesione, che in niun conto può sostenersi. Ad vjtoXìjq)d'<u 
sostituì Enrico Stefano ^) vxBiXfjipd^aL, essersi stimato. Ma non 
veggo da qual j>arola penda quesjio infinito. Dice lo Stefano, 
pendere esso dalla parola g>a6\, dicono, la quale Botto intendesi. 
Non trovando però io necessità di sotto intendere tal parola, 
e veggendo d'altronde, che Esichio óalfiova è&eaoaro, vide 
uno spirito, detto avea poco sopra, non óal/iova d-eàoaód-ai, 
aver veduto uno spirito; giudicai miglior consiglio sostituire 
alla parola vjtoX^g>d'ai quella di vjtelZTjjtrai, stimossi, in luogo 
d' vjteiX^g>9-cu, ovvero vjtoX€Xijg)d-ai, essersi stimato, 

ArMea Proconnetio. 

jÌqiótìov xov IIqoxoppijoIov], Tra gli scrittori più an- 
tichi di Omero fu Aristea Proconnesio annoverato da Taziano ^). 
V'ebbe pur anco, a testimonianza di Strabene e di Eustazio^), 
chi lo fé' precettore di Omero stesso. Ma comune sentimento 
dei dotti è, che egli vivesse ai tempi di Creso e di Ciro, sì 
come mostra il Vossio. Snida dice, essere egli nato nella cin- 
quantesima Olimpiade. Era figliuolo Aristea, a dire dello autore 
medesimo, dì Democaride, o di Caustorbio. Figlio di Caustorbio 
è detto una volta da Tzetae^). Le opere, che a lui attrìbui- 
ronsi, sono quelle, che seguono. 

JiQifiaajteia htij, Versi Arimaspei. 

Parla di questa opera Strabene*). Toiovrovq yoQ rivag 
Tovg ÀQifiaóxovg q>aalp, ovg èv totg kQifiaóyceloiq ijteùiv 
èxiéócaxev ^AQi^xéaq o IlQocxopvijoiog, Poiché tali dicono 

Ad Hesych. art ApoUon. Tyan. 

^ Orat ad Graec. 

^) Ad Iliad. lib. U. 

*) Chil. VII. vers. 679., Fab. B. gr. X. 267. 

») Meurs. UI. 1132. 0. 


284 

essere certi Arimaspi, i quali nei versi Arinuupei die fuori 
Aristea Procannesio, Giovanni Tzetze ne fa pure menzione 0* 

Metà ó^ Bjcrà XQOvovq ^vsìg jtàXiv ò kQKftéag 
ISjtf] xà ÀQifiaOJteia Xejófisva óvyyQOxpsi. 
Già pervenuti sette tempi al fine 
Nuovamente Aristea venuto in luce, 
A scriver dossi i carmi Arimaspei. 

Così è a correggersi, secondo il Meursio^), il laogo di Tzetze, 
in cui leggevasì sjteira AQifi&òxtux. Questa opera attribuita 
ad Aristea è pure mentovata da Taziano^). jiQióréa rov 
IlQOixovPTjólov rov rà ^QifiaóJteca óvyyQatpavrog. Di Aristea 
Proconnesio, scrittore degli Arlmaspei. Dionisio Cassio Lon- 
gino^) cita questi versi degli Arimaspei: 

Oavfi tj/ilv xaì xovto liéya (pQBóìv ìj/istìqOiv' 
!!ivÓQeg vóooQ valovciv ajtò x^ovòg Iv JceXayeoci 
àvOxrjvol riveg sloiv exovùi yoQ BQya JtovrjQa' 
X^pfiar èv aOTQOiói, tpvxfjv ó* èv Jtóvzcp ?;|fOV(J4r. 
'Hjtov JtoZXà d-BOtCì g>llag ava x^^^Q ix^VTBg 
EvxoovTcu óJcXayx^OLCi xax&q dvafiaXXoftévoici. 

Versi, ohe tradotti dal Gorì % suonano così nella nostra Ungna: 

Mirahil cosa, ed alle menti nostre 
Nuova si vide: han per sua casa r acqua, 
Lungi da terra, uomini nel mare. 
Vivono alcuni miserabilmente. 
Poiché sono occupati in lavor tristo, 
Tengon fissi i lor occhi nelle stelle, 
E la mente nel mar: spesso agli Dei 
Le care mani innalzano; e le fibre 
Malamente indicando, jìoU porgono. 

Altri versi della medesima opera cita Tzetze^). Di tale opera, 
che esisteva tuttavia ai tempi di Dionigi di Alicarnasaoi da cni 


Chil. IL vers. 732., Fab. B. gr. X. 257., Meurs. ivi. 

«) B. gr. lib. I. 

3) Orat ad Graec, Meurs. ivi. 

*) De Subì. cap. Vili., Fab. B. gr. IV. 441. 

») Trad. di Longino. 

•) ChiL VII. vers. 688., Fab. B. gr. X. 257. 


285 

^vdìeoBsi supposta y fecero pare menzione Erodoto, Polluce 
e Snida 0; dal quale sappiamo, essere stata essa divisa in tr^ 
libri ^). Senza citare il titolo dello scritto di Aristea, dice 
A. Gelfio'): ,,£rant autem isti omnes libri Oraeci, miraculorum 
fabularumque pieni: res inauditae, incredalae; scriptores veteres 
non parvae aactoritatis : Aristeas Proconnesius et Isìgonus 
Nicaensis et Ctesias et Onesicritus et Polystepbanas et Hege- 
sias . . . Erant in illis libris scrìpta hujuscemodi . . . esse 
bomines . . . unum oculum habentes in frontis medio, qui 
appellantur Arìmaspi: qua facie fuìsse xvxZwJtag poetae ferunt''. 
Veggansi Pausania^), il Meursio^), il Vossio^), il Fabricio ^). 
Trattavano gli Arimaspei di Aristea della guerra tra gli Ari- 
maspi, gente scitica, o iperborea, ed i grifi custodi dell* oro. 
Furono gli Arìmaspi chiamati fiovójeeg, monocoli, da Eschilo, 
poiché Arima in lingua scitica valea uno, e Spu, occhio. 
Così Erodoto^): oQtiia yoQ tv xaXéovoi Sxvd-at, OJiov 61 
TOP òipd-aXfLÓv, Uno è detto Arima dagli Sciti^ ed occhio Spu, 
Da Orfeo ^) furono gli Arìmaspi detti OQOooJteg, o aQfojtBq, 
come vuole THolstenio, perchè periti erano neir arte di lanciar 
freccio, e ponendo Tareo nella opportuna direzione, solcano 
chiudere uno degli occhi Così Eustazio ^^). Affermava Aristea, 
come vedesi in Ateneo ^0, di essersi recato tra gì' Iperborei. 
Amri fj ^OQCaXla èv Msrajtovrlq) vjtò xcov Iv ry àyogà 
licanifDVy ysvofiévTjg qxovfjg Ix xfJQ óàq>vfjg xì^q xaXxfiq, rjv 
BOtfjóap MeraJtovxlvoL xarà rrjv Àgtoréa xov IIqoxovì^oIov 
hiiÓTjfdav, ore e^^^Oer ig "^VjteQ^OQécov naqayhyovivoL, wq 
ràj^iód-a (Sg>&7i slq ttjv ayo^àv Ifi^akovóa, èfificcpcòv ysvo- 


Quadrio stor. e rag. d'ogni poesia VI. 7t7., Plinio Hist Nat 
lib. VIL e 2. 

*) Fab. B. gr. IX. 664. 

>) Noct. Att. lib. IX. e. 4. n. 2d3. 234. 

«) In Attìo. et Eliao., Meurs. VII. 211. e B. gr. 

») B. gr. Ub. I. 

«) De Hist gr. lib. IV. e. 2. 

T B. gr. L 9. 

•) Fab. B. gr. L io. not* 

*) Argonaut vers. 1061. 

^) Ad Dionys. Perieg. vers. 31. 

") DeipnoB. Ub. XIU. 


286 

(lévmv TOP fiavtBonff ótecxaódTj vx ctvxmv. Sopra il auppoBto 
popolo degli Iperborei scrissero, oltre Aristea, Oleno di ImìMj 
a riferire di Pansania, Ecateo, Diodoro^ Pompoaio Mela, Plinio 0» 
Solino, Eliano ^), Straboue \ Clemente Alessandrino % Veggansi 
il Rudbeck^), il Sedvyn^), il Banier^), il Quadrio^). 

Otoyovla, Teogonia. 

Parla di questa opera Suida, il quale ci avverte, essere 
stata essa composta Crlxoig, di versi, in numero di mille circa. 

£cco il catalogo di coloro , che tra gli antichi dinominatì 
furono Aristea o Aristeo, poiché in ambedue i modi credesi^) 
possano appellarsi. Veggasi il Perizon '®) nel Commentario al 
libro terzo della Varia istoria di Eliano. 

Aristea di Ammius ^0. 

Rammentato da Giuseppe Elreo ^') , il quale lo chiama 
YQafifiatevc rrjg ^ovXijq, scrinare dei consiglio. 

Aristeo figlio di Apolline e di Cirene. 

Personaggio favoloso, su cui possono leggersi Diodoro di 
Sicilia »3), VirgiUo % Servio % Apollonio di Rodi "), Pindaro *"), 


•) Hist Nat. VII. 2. 

•) Var. Hist III. 18. 

') Geogr. XV. 

*) Pag. 642. not. 6. 

*) Atlantic, cap. 9. 

*) Dans l*Hi8t de TAcad. des Insoript etc. 

') Ivi. 

■) Stor. e rag. d'ogni, poes. VI. 716. 

*} Si metta eredesù poiché lo negano le note in nargioe, on so 
di quale autore, a Plinio I. 337. 
») Fab. B. gr. I. 9. nof • 

*0 L'Alessandrino, di cni Meursio III. 1131. nota 6., dee essere 
il Pseudo -Aristea. Moreri distingue Aristea d'AmmAms dagli altri 
Ariste!. 

««) De BeU. lud. V. 13. 

«•) Bibl. Hist. IV. 14. 

") Georg. IV. 

«») Ivi. 

'^ Argon, n. 

") Pit 9. 


S87 

Strabone, Solino *), il Salmaaìo, HofinaDDO^), Massimo Tirio^); 
e che, secondo l'Huet^), non è altri che Mosò. 

Arìsteo Arconte. 

Parla di questo Aristotele ^). Ne è pure fatta menzione da 
Filopono^). Sospetta il Meursio'O, che in luogo di IjcX jÌqi- 
oxalov cLQXoinoq, abbia nel testo di Aristotele a leggersi Ini 
ÀCTtlav ofxovTog. Ed io non posso non indurmi nella mede- 
sima suspicione. Dello arconte Asteo parla Diodoro , l'Autore 
della Descrizione delle Olimpiadi, Demostene % Pausania ^). Ne 
è Catta pure menzione nelle epoche dei greci trascritte dai 
Marmi Arnndelliani, e pubblicate da Giovanni Selden ^% 

V Arìsteo Argivo. 

È citato da Clemente Alessandrino ^^). Questo Arìsteo non 
è lo scrittore della storia dei settanta interpreti, poiché in essa, 
da me diligentemente scorsa, questo passo non si trova. Dal 
Fabrìcio '^) e da Clemente ^^) è distinto dal Proconnesio. 

Arìsteo Vescovo di Capua. 
Martire, mentovato da Beda ^% e da Usuardo ^^). 

Arìsteo di Corinto ^% 

Figlio di Adimante, e condottiere dei Corintj, sulle cui 
imprese è a consultarsi Tucidide. 


«) Polyhist e. 9. 
') Art. Arìstaeus. 
') Dissert 34., Buonafede IL Ì9. 
*) Demonstrat Evang., Morerì. 
*) Meteorolog. I. 6., Mevrs. I. 859. A. 
•) Ad Meteorolog. Arist, Fab. B. gr. IX. 607. 
^) De Arcont. Athen. IV. 2. 
•) In Neaer. et in Umoth. 
') In Achaic. et in Boeot. 
«0 Meurs. I. 858. noi (a)., 763. not. (b). 
") Strom. L 21. 
") B. gr. VL 40. 
») To. n. 1056. 

^ In Martirol. 3. Non. Sapt. Beda t II. 
^ ^ In Martirol. 3. Sept 
>•) GronoT. IV. 254. D. E. 


288 

ArÌBteo Crotoniate. 

Figlio di DamofoDte, e sticceBSore di Pitagora, di cui parla 
Jamblico ^). Questi è forse colui, che scrisse suir anima , si 
come leggesi in Claudiano Mamerto '^). A tui ancora appartiene 
forse la opera jcsqI ^Qfiovlag citata da Stobeo^). 

Aristea Filasio. 

Detto anche Aristio ed Aristilo ^), tragico, secondo Erasmo, 
e comico, secondo il Sataker ^) e il Fabricio ^). È mentovato da 
Eliano ''j, che poeta comico lo appella ancor egli. Eoa "l^vxoq 
o ^Prffloq, xal Àgicréag, xal jÌjtoXZog>àvijg, jtoirjrcà xofioh 
ólag aóovatv avròv. Ed Ibleo di Reggio, ed Aristea, ed 
ApoUofane, poeti comici lo cantmw. Di Aristia comico, ossia 
Arìsteo, è creduto dal Casaubono ^) quel verso citato da Ateneo ^). 
MvxaiOi ó) (DQtx^si tÒ Xàtvov jtéóov. 

Ricordansi le seguenti sue opere. 

KvxXcoxeq, I Ciclopi, 

Rammentasi questa opera da Camaleonte^®), Zeiiobio ed 
Apostolio **) al proverbio ^jtóXeoag ròv oìvov èxtxéccg vòodq, 
Perdesti il vino, infondesti f acqua, 

KiJQsg, Le Parche. 

Opera citata da Ateneo ^^), che cosi parla: Kal xarà ròv 
^Xiàoiov ó* ÀQiOxlav, Tcal yàg ovxog Iv xalg èjctyQa^ofiévaig 
KrjQOlv Igwy. 


Vit Pythag.y et in Comment. ad Nicom. Arithin., Fab. B. gr. 
IV. 291. 

>) De stat. an. II. 7., Fab. ivi 1. 492. 

') In Ed., Fab. ivi I. 496. — La opeia dell' Armonia trattava 
del numero Pitagorico V. Fab. ivi IV. 20. 

^) Quadrio III. par. 2^. p. 28. 

^) Adversar. Misceli, e. 5., Ladvocat 

«) B. gr. I. 747. 

7) Hist Animai. VI. 51., Meurs. III. 1132. A. 

«) Ad Athenae. II. 19. 

») Lib. n., Fab. B. gr. lU. 647. 

i^") Ap. Suid. art ÀnfóXeca^, Meurs. UL 1197. C, Fab. ivi DL 824. 

») Cent IV. prov. 7., Meurs. III. 1132. B., Fab. ivi L 747. III. 287. 

") Lib. XV., Meurs. UL 1132. B. 


289 

*OQg>svg, Orfeo. 

A Lui attribuisce il Fabricio ^) questa opera mentovata da 
Polince % benché il Menrsio tratti in dne articoli separati della 
sua Biblioteca greca ') di Aristea autore deli' Orfeo, e del Filasio. 

negl xLd-aQcpóóv, Dei sonatori di cetra. 

Giudico doversi al medesimo attribuire questa opera, benché 
il Meursio^) separi T Aristea autore di essa, dal Filasio. Tale 
opera è citata da Ateneo ^). ^v qnjOiv ^lOrtag èv xó jtsQÌ 
xi^Qcoóóif èv ji^vaiq xaxoixovvxa, xal JtXrjClov rov 
^eoTQov olxovvxa, 

Aristea Geometra Seniore. 
Questi non è, secondo alcuni autori, a distinguersi dal Croto- 
nìate, di cui parlai poco sopra ^). Sognò chi lo fé' discepolo 
di Euclide "*). Sono sue opere: 

V Koovixà, I Conici. 

Scritto ricordato da Pappo ^), il quale dice, essere stato 
Aristeo seguito da Euclide^). 

IleQÌ xojtoTP cxeQscov fii^Xla jtévxe. 
Dei luoghi solidi libri V. 

Citati da Pappo stesso ^^). La perdita di questa opera fu 
compensata da Vincenzo Viviani. Posciachè una divinazione 
geometrica egli compose su di essa intitolata. „De locis solidis 
secanda divinatio geometrica in quinque libros Aristei^ Tre 
libri di questa opera di strano gusto furono pubblicati nel 1701. 
Altra simile divinazione avea pubblicata il Viviani nel 1659. 
eoi titolo „De maximis et minimis, Geometrica Divinatio in 


») B. gr. L 747. 

^ In Onomast, Fab. ivi IV. 493. 

»)Ub. L 

*) l. e. 

*) Deipnos. XIV., Meurs. III. 1131. F. 

Ó Fab. B. gr. I. 496., Buonafede II. 217. 

^ Saverieu Hìst des progrés etc. Hist de la Geometr. p. 70. 

•) Mathem. GoUeot. Ub. VII. 

•) Fab. B. gr. I. 496., H. 368. 

«) I. e, Fab. ivi I. 496. 

19 


2d0 

quintum Conicorum ApoUonii Pergaeì adhac deslderatum.'^ E 
quando nel 1661. comparve la traduzione del quinto, del aesto e 
del settimo libro della opera di Apollonio, ritrovata da Alfonso 
Borelli manoscritta in un codice arabico, si vide che il Vivìani 
era giunto ancora più lungi di Apollonio. Quindi ,,aparemment, 
dice il Sig. di FontenelleO? il seroit à souhalter pour son 
honneur qn* Aristèe pùt ressusciter, comme fit ApoUoniua.^ 

névre CXTjficcTcov OvyxQiCiq. 
Comparazione delle cinque figure. 

Giudico all' Aristea, di cui ragiono, sia ad attribuirsi questa 
opera, di cui parla Ipsicle*). Tovto ób YQaq>erai vxò (àìv 
^Qiaralov èv rò tJtiyQa^ofiévw ' Jitvra oxf](^ccT(DV CvyxQioig. 
Ciò scrivesi da Aristeo nel libro intitolato : Comparazione delle 
cinque figure. Leggevasi nel testo dlpsicle AQioxtQOv, in 
luogo di ÀQLOxalov, e tale errore non fu corretto dal Meursio 
nel citare che fé' le riferite parole d'Ipsicle.. Anzi di Aristero 
e di Aristeo Geometra trattò egli in due separati articoli della 
sua Biblioteca greca ^). Fu però tale errore emendato nella 
edizione di Euclide fatta in Oxford^), e notato dal Fabricio^). 

Aristeo Geometra Giuniore®). 

Credesi, essere vissuto un altro Aristeo Geometra Giuniore, 
poiché Pappo, parlando di quello, di cui ora ragionai, lo chiama 
Seniore: nò tal nome può indicare, essere egli il più antico di tutti 
gli AristeL In fatti, secondo la opinione di coloro, i quali non lo 
distinguono dal Grotoniate, fu egli posteriore, o al sonuno con- 
temporaneo, ad Aristeo Proconnesio. 


Eloge de M. Yiviani p. 50. 

>) Ad Euclid. Uh. XIV. propos. 2., Fab. B. gr. IL 372. 

•) Lib. L 

*) Fab. B. gr. I. 496. 

•) Ivi e n. 384. not** 

*) Niuno degli altri Ariste! qui mentovati può essere, almeno 
che sappiasi, lo stesso che questo Geometra; poiché del Metapontino, 
che è il solo, di cui può sospettarsi, non parla ohe il solo Jamblico, 
che lo chiama Pitagorico: cosi Fabricio B. gr. I. 490 note. Se il so- 
fista poi fosse stato Geometra, lo avrebbe notato Stefano. Di più, 
Fabricio, Meursio, Ladvocat e Morerì, che chiamano il primo Seniore, 
non parlano del secondo: onde vedesi, che egli è sconosciuto. 


i 


291 

AriBteo Istorico. 

Da Ptoiomeo Filadelfo, re di Egitto, si come narnaiOy fu 
questi con Andrea spedito al Pontefice Eleazaro per impetrarne 
i saeri libri, ed interpreti atti ad escgnirne la greca versione ^). 
Egli è chiamato da 8. Girolamo vxeQacxiùt^g di Ptoiomeo'). 
Ugone Cardinale, credendo tal voce composta da vjthg, molto, 
t xlartig, fede, la interpreta fedele. Altri giudicandola formata 
da vxÌQ, soprGy e xiaróg, fededegno, interpreta Noterò. Ambedue 
eosi fatte interpretazioni sono derise da Erasmo, e riprovate da 
Tommaso Ittìgio ^). E di vero più probabilmente vjcsQaCJuar^g 
significa sateìlUe, o custode della persona, derivando, secondo 
ogni verosimiglianza, da vxìq ed àcxìg, scudo. Infatti c'in- 
segna Giuseppe Ebreo ^), essere stata affidata ad Aristeo la 
custodia della reale persona. jiXXà {IhoXsiuaoq) àjffi^TQiov, 
xòv ^aXffQéa, xal Àvógéav, xal ÀQiCxéa, ròv (ikv JtcuÓBlct, 
rwp xad-^ eavzòv óiaq>égovra AtifiijrQcov , xovg ós tip^ xov 
(kófiOToq ovrov ^hxx^ èyxsxI^iQiCfiévovgy èm zfjg ixifieXelag 
tavTfjg ita^sv. Furono allo Aristea, di cui ragiono attribuite le 
seguenti opere. 

Il£(fì xfjg kQ/ièvelag xov x&v lòvóalxaiv p6/ìov, 
Della interpretazione della legge dei Giudei, 

Con tal titolo cita Eusebio ^) questa famosissima opera, in cui 
si espone la istoria dei settantaduc interpreti, si accennano i 
loro nomi, e di altre Cose simiglianti diffusamente ragionasi''). 
È mentovata questa opera da Giuseppe Ebreo ^) , da B. Giro- 
Umo*), da Tertulliano <<>), da S. Epifanio ^O; da Sincello ^^). 

Si come narrasi, si dice» poiché ciò pure si nega. V. Duhamel I. 
p. XXXY. col. 1. 

>) Fab. B. gr. II. 317., Gius. Ebr. IL par. 1K p. 101. col. 1. 

*) Praef. in Pentateuch. . 

^) Proleg. ad Flav. los. op. p. 94. 

*) Contra Apion. lib. II. 

^ Praep. Evang. IX. 38. 

"^ Fab. B. gr. IL 317. 

•) Antiq. Ind. XIL 2. 

*) Piaef. in Pentateuch. 

») Apol. e 18. 

") De pender, et mensur. e. 9. sq. 

^ ChronograpL IL par. 1*. 94. ooL 1. 

19* 


292 

Sulle edizioni e traduzioni della medesima conBaltìnsi lo litìgio 0» 
il Walton-), il Fabricio^); avvertendo, che la tradoiione italiana 
della opera attribuita ad Aristea, pubblicata in Firenze nel 1560, 
traduzione, di cui dice il Fabricio d'ignorare Tautore; e di 
Lodovico Domenichi^), e che la opera stessa fu recata nello 
idioma italiano da Leonardo Cernotì, ^ venne alla luce in 
Trevigi nel ló93; versione dimenticata dal Fabricio^). Inoltre 
è a rimarcarsi, che la opera attribuita ad Aristea comparve greca 
e latina in un appendice alla edizione delle opere di Giuseppe 
Ebreo eseguita nel 172H, edizione, che dal Fabricio non trovasi 
notata, poiché la sua Biblioteca greca scrisse egli avanti alla 
esecuzione della medesima. Grande controversia è fra i dotti 
sul dubbio, se la opera, di cui trattasi, sia veramente di Aristea, 
più tosto di altri, che la dio fuori sotto il nome di Aristea 
stesso. Fautori della prima opinione sono il Gasaubono, lo 
Usserio^), il Walton^), il Nourit^) ed Isacco Vossio*), il quale, 
benché dapprima nelle note alla Epistola di Barnaba, citando 
il libro sui settanta interpreti, lo avesse appellato non di Aristea, 
ma del Pseudo - Aristea ; non ebbe poi difficoltà di farai animo* 
samente a sostenere la contraria sentenza. Apocrifo, ed opera 
di un Giudeo ellenista fu creduto il libro sui settanta interpreti 
dallo Scaligero ^^) , dal Bellarmino ^ ^ , dal Van-Dale^^)^ ^^i ^^ 
Pini»), dal Simon 1*), dair Hody*^) e da Enrico di Valois"). 

PrOleg. ad. FI. los. op. p. 94. col. 1. 

>) Proleg. VI. ad Bibl. Polyglot § 2. 

') B. gr. IL 317. sq. *) Haym. p. 252. num. 12. 

*) B. gr. IL 317. sq. 

*) Poliglotta to. I. p. 55. col. 2. 

') Proleg. IX. ad Bibl. Polyglot § 2 et 4. 

«) Apparat ad Bibl. Max. Patr. lib. L diss. 12. e. 1. 

*) In Synt. de LXX. interpr. e. 4., Fab. B. gr. IL 319., Nicolai 
I. 42. nota (2). 

i<*) Not ad Enseb. Chron. num. 1735., Fab. ivi, Nicolai ivi, Morerì 
art. Aristée. 

i<) De verbo Dei IL 6., Nicolai ivi. 

*>) Dissert de Aristea, Nicolai ivi. 

») Proleg. ad Bibl. I. 6. § 2. et 3., Fab. B. gr. II. 319. Nioolal ivi. 

") Hist. crit. du Vieux Test II. 2., Nicolai ivi. 

**) De text or., Nicolai ivi. 

») Not. ad Enseb. Hist Eccl., Nicolai ivi, Fab. 1. e. 


203 

Fu pure questa opinione favorita da Luigi Cappe], dal Fabrìcìo 
e da altri molti tra i protestanti; e piacque pure al Vives^), 
alSalmeron^) e, per quanto apparisce, al Du HameM). Ninna 
delle due opinioni è abbracciata dallo Ittigio^). £gli non fa 
ehe riferirle soggiungendo: ^^Nostrum jam non est tantas eom- 
ponere lìtes^. Esaminando gli argomenti recati in campo dai 
dottiseimi mentovati personaggi, potrà ciascuno appigliarsi alla 
opinione, che più giudichi ragionevole. 

IIbqì lòvóalov, Dei Giudei, 

È citata questa opera da Alessandro Poliistore presso 
Eusebio^), e di essa è stimato autore, o vero, o supposto, lo 
Aristea, di cui ragiono, dal Fabricio '') e dal Du Hamel ^). 

Delle regie Consultazioni 

Questo scritto, dì cui non parla il Fabricio % è mentovato 
daUo Schard ^% 

Aristeo Martire Lionese. 

Ne è fatta menzione da Adone di Vienna ^^). 

Aristea consobri no di Merico. 

Di lui parla Crate presso Luciano ^^) a questa foggia: 
MoIqlxov tòv xXovOiov lylvcooxeg, ò /Itóyereg, ròv Jtavv 
jrXovCiov, ròv Ix KoqIvB'Ov, ròv rag jtoXXàg bXxdóag exovra, 
ov àvtìpiòg ÀQiCréag, jtXoxHiiog xal avròg óv; . . xaì rò^ 
óia^ijxag èg rò q>avBQÒv Irld-evro. l4QiCréav [ùv b Molgcxog 
d XQoajtod^avoc ÓBOJfórr/v d^ielg róv havrov Jtdvroov, Mol- 
QiXOv óe b Jigioréag, si JtgoajtéXd^oi avrov. Taira fikv 

B. gr. II. 319. 

>) Ad Aug. De Civ. Dei Ub. D. 

*) Proleg. VI. ad lib. Nov. Test 

4) Inst. Bibl. etc. Dfss. 3. e. 1. § 2. 

^ Proleg. ad FI. los. opp. 

^ Praep. Evang. IX. 25. 

T B. gr. L in. e. 12 p. 320, e 1. IV. e 6. § 18. 

•) 1. e. 

•) B. gr. IL 317. sqq. 

^ Proleg. ad AristeaeMe leg. div. etc. 

») MartTTol. die 2. lun. 

») DiaL Mori XL 1. 


294 

lyéyQojero. Ol 6* è&SQOjtevov aXXtjXovc vjrf^Q^aXXófisvoi ttj 
xoXaxela. Eaì ol fiàvtsig, sire axò T<5v aorpcov rex/iaigò- 
fuvoi xò fiiXXov, tire róv òvscQàrcov, Sg ys XaXóalcinf 
xalÓBQ, àXXà xaì b Uvd-ioq cevròg, apri fitP jiQióréa xoQeìx^ 
rò xQorogj a(fti 6k MoiqIx<p ' xaì tà xàXavza xoih fikv èxì 
rovTOV vvv ó* in ixslvov i^QSxe. àlOF. TI ohv xéQoq 
iyévtzo, <o KQotfjq; Axovóai fàg a^iov. KPAT, "Aiofxo 
ts&vàciv Ijtl fiiag ^/itQog' ol oh ^xXiJQOi kg Evvófuov xaì 
GgaóvXéa xéQvfjXd-ov, àfi^pm ùvyyBVBlg ovrag, ovóh xcÌxotb 
XQO/iavTtvofiivovg ovxco yévéad^ai ravta. AiaxXéovxeg yàg 
cbtò Sixvmvog èg Kl^Qav, xarà (lécov xòv jtoQOV xXayUo 
jceQuteoóvteg ró ^làjtvyi, àvBtQOLJcrjCav. Conoscesti, o Diogene, 
Merico, uomo ricco, assai dovizioso, di patria Corintio, posses- 
sore di molte navi cariche di merci, di cui consobrino era 
Aristea facoltoso ancor egli? Pubblicarono ambedue i loro 
testamenti, lasciando Merico erede di tutte le sue sostanze 
Aristea, se prima di lui fosse morto; ed Aristea Merico, se 
nella morte lo avesse preceduto ....*). 

Aristea Metapontino. ^ 

Filosofo Pitagorico rammentato da Jamblico ^). Un ArÌBteo 
Pitagorico è mentovato nella opera intitolata OeoXoyovfieva 
AQi&fifjTix^ di autore incerto ; ma che, per Buspieione del 
Gale, è in gran parte di Jamblico BtesBo'). 

ÀriBteo Poeta. 

Iloirjr^g è chiamato questi da Snida % il quale dice, essere 
egli antore di alcune poesie attribuite a Pisandro di Rodi, su 
cui può leggersi il Meursio^). Forse questo Aristeo non è a 
distinguersi dal Filasio. 

Aristea Proconnesio. 
Di questo si è parlato, e parlerassi ancora qui appresso. 


*) Il Leopardi tralascia di tradurre il rimanente. 

*) Vit. Pyihag. e. uit, Fab. B. gr. I. 490. nota, 497. 

») Fab. ivi IV. 11. 

«) Art UdaopÓQoq, Fab. ivi IX. 769. 824. 

>) Rbod. lib. U. e. II. 


295 

Aristea di Rodi. 

Ne parlano Eroziano ^), e Galeno, ossia Erodoto ^). Galeno 
stesso fa menzione di nn antidoto di Aristeo, dvrlóorog Agi- 
ótécog ÀQiCronaxov, È Niccolò Mìrepso parla di Aristea di 
Rodi nel sno libro degli antidoti^). 

Aristeo Sofista. 

Vissuto ai tempi dello imperatore Antonino. Parla di lai 
Carlo Stefano % 

Tra i moderni ricordasi un Aristeo Milanese, autore di 
alcuni versi ^). 

^acì rifi" y?vxflP l^iévai ore èffovlsTo xcù ixavUvat 
xaXip]. Narrasi Tavvenimento, o la favola, da Enea Gazeo^) 
a questa foggia: jiQiOxéav ^àcì tòv IIqoxovpiJCiov elcsX&ùPta 
xoQa tòv xvag>éa èv n(foxovvi]0q)j èxtl xal tB&vapac. Kaì 
ag)api0d-évTa Kv^ixrjpotg ^vsQÓg óiaXéyeO'd'Cu. Eaì óiaxo- 
olocg vCreQOp srsoi xal teOOaQoxotrva èv 'iraXla Msraxov- 
Tivolg àq)d^(Uy xal xelsveiv kavTÒv d^volaig rc/iàv. Spcx- 
ciano, come Aristea Proconnesio, entrato presso un tintore nel 
Ptoconneso, ivi mori. Discomparso, parlò alla comun vista ai 
Ciziceni. Fossati duecento quaranta anni, fu veduto in Italia 
dai Metapontini, che da lui riceverono comando di onorarlo 
con sacrificj. Simile racconto leggesi in Erodoto ''). Apollonio 
Dìscolo^) ^Qioréav óe lùxoQBlxai ròv IIqoxovvijóìov , dice, 
h rivi yvaq>Blcp xvjq TlQoxowrfiov rBXBVxrfiavra^ èv ry avz^ 
iìfiéQOj xal Sgg: èv HixsUg^ vxò noXX&v d-Ba>Qij0^vai, fgàp- 
fiata ócóàùTcovrat ^'Od-ev xoXXaxig avrò xov xoiovtov óv/i- 
fialvovxogy xal xbqI q>apavg yiypofiépov età jcoXXóp èxòp, 
xal xvxpÒxbqop iv x^ HixeXla ^pxa^ofiépov , ol SixeXol 
Uqóp xb xad'iÓQvoapxo avxó, xal bB^Cccp cog tqoh. Narrasi, 
Aristea Proconnesio, morto in certa officina di tintore, nello 

1) In Lex. Hippocr., Meurs. III. 753. A. 

>) In Introduct siv. Med., Fab. B. gr. XIII. 82. 

») C. IX., Meurs. III. 753. A. 

*) Dici. hist. geogr. poet., art Aristeus. 

«) Quadrio n. 319. 

*) In Tlieophrasto, Meurs. VII. 211. A. 

^ rV. 14. 

■) Hist. Comment. e. 2,, Meurs. VII. 141. 


296 

stesso giorno é nella ora medesima essere stato da molti veduto 
in Sicilia insegnando le lettere, E ciò più volte aweiìuto, e 
resosi Aristea per molti anni visibile, comparendo piti frequen- 
temente nella Sicilia, avergli alzato i Siciliani un tempio e 
sacrificato sì come ad Eroe, Parlarono di simigliante prodigio 
Pindaro, Origene e Celso presso lo stesso. Ne fanno pare 
menzione Plinio^), che favella in tal guisa: ,,Aristaei etiam 
Tisam (animam) evolantem ex ore in Proconneso, corri effigie 
magna, quae seqnitnr fabulositate'^ ; e Plutarco ^)9 che cosi 
parla: jigiCréav ftev yag iv rivi xvatpslcp rekevrijóai q>aci, 
xaì tò oófia fiBTióvrov avrov xSìv g>lXa}p d^aveg olxsod^ai' 
Xéyuv 6ì xivaq ev^g ig cotodfjfilaq rpcovrac 'Ivrvxslv ^Qt- 
créa Tfjv èjtl SgÓTCovog jtoQsvofiévfp. Antenagora dice, essere 
stato Aristea venerato dai Chii, non dai Siciliani, come Apollonio 
Discolo, né dal Mentapontìni, come Erodoto ed Enea Gazeo^). 
Veggansi Massimo Tirio ^), Tsetze ®), il Menrsio ^, il Menagio % 
il Gassendi^). Avvi chi la favola del ritorno dell' anima nel 
corpo di Aristea dice appartenere non al Proconnesio di tal 
nome, ma al favoloso figlio di Apolline e di Cirene, di cai 
parlossi non molto sopra ^% Simigliante ventura ebbe luogo, 
si come narrasi, in Epimenide ed in Ermotimo Claaomenio. 
Del primo avrò occasione di j^arlare in appresso, del secondo 
favella Plinio ^^ a questa foggia: „Reperimas inter exempla, 
Hermotimi Clazomenii animam, reticto corpore, errare solitam, 
vagamque e longìnquo multa annuntiare, quae nisi a praesenti 
nosci non possent, corpore interim semianimi: donec, cremato 
eo, inimici^ qui Cantharidae vocabantur, remeanti animae, velai 
vaginam, ademerint'^ Apollonio Discolo ^^) pure ne parla in tal 

<) Contra Cels. lib. Uh 

«) Nat Hist VII. 52. 

^ In vit. Romul. 28. 

*) In Legat. prò Christian., Meurs. VII. 143. B. 

») Diss. 22 et 28., Meurs. VII. 143. 

s) Chil. IL, Meurs. ivi. 

^) Ad Apoll. Dysc. Hist Comment. e 2. 

^ Ad Laert I. 109. p. 63. col. 1. 

•) Phys. sect 3*. lib. XIV. e. 4. to. IL p. 577. coL 1. 

»») Buonafede IL 29. 30. <>) Nat Hist lib. VIL e. 51 

1^) Hist comment e. 3., Meurs. VII. 144. 


297 

guisa: nBQÌ óì ^EQfioxlfiov rov KXa^o/isvlov xotavxà riva 
fivd-ùXoYelrai, tpacìv yÒQ avvov rrjv ^n)X^y àjtò rov óci/iaToq 
xXaiùiiévi]v, axoÓ7j(iBtP èjtì JcoXXà exìj, xal xaxà xojtqvg 
yivonévfjv, jtQoXiysiv xà [léXXovxa à^to^rjCBGd-ac, olov ofi- 
^Qovg (lèyaXovq, xal àvofi^Qlag, ixi de óeiOfiovg xb , xal 
Xotfiovg, xal stoQoxXriCux , xov Ccofiarlov XBi/iévov. xtjv Sh 
^yriv xa&aj€BQ Big iXvxQOV óià XQÓvmv xiv&v Blc^QXOfiévfjv, 
óieYBlQSiv xò óófia. Tovxo oh avxov jioXXaxig 3ioiovvxog, 
xal xfjg yvvaixòg èvxoXàg vJt ccvrov èxovotjg, oxb fiéXXoc 
X<OQl^B6d-ai, (iijóéva d^LjBiv xov óatfiaxlov, lirjóé xtva xmv 
jtoXixàVy fifió' aXXfov àvd'QmtJtwv. BloeXd-óvxBg xiveg Big xr^v 
olxlaVy xal èxXixa^HavTBg xò yvvaiov, id-BcoQrióav x^t^^ 
xBifiBVOv yv/ivòv xòv ^EQfióxifiov , àxlvrftov, ol óe, jtvQ 3^a- 
^óvxeg, xaxéxavoav avxóv olófiBvoi, xrjg tpvxfjg JtaQccyBvo- 
fiipfig, xal (ifpcéxi IxovCrig ojtov BlcóvOBxai, xavxBXóg oxb- 

qflCBOd^l xov ^^V ' OJtBQ xal 6\>PBJtBCBV, TÒV flBV 'EQfiÓxifiOV 

KXa^ofiéviot xifiACi fiéxQ^ xov vvv , xal Ibqov avxov xad-L- 
ÓQvxai, tlg o YVvij ovx BloéQXBxai, óià x^v otQOBtQrniévr^v 
alxUtp,- Di Ermotimo Glazomeìiio narratisi cotesie favole. 
Dicono come la sua anima, vagaìido fuori del corpo, pelle- 
grinò per molti anni; e recatasi in varj luoghi, predisse i 
futuri avvenimenti, sì come grandi pioggie, siccità, e tremoti 
inoltre e contagj e cose simiglianti; giacendo frattanto il cor- 
picchiolo f reso poi desto per alcun tempo dall' anima entrata 
m esso SI come m uno involucro. Ciò facendo egli frequen- 
temente, e da lui, vicino a partire, ricevuto avendo la consorte 
ordine di non fare che verun cittadino, o qualsivoglia altro 
toccasse il suo corpicciuolo ; entrati alcuni nella casa e^) 

la donna videro Ermotimo giacente nudo ed immo- 
bile, onde, recato il fuoco, lo arsero, stimando che f anima 
al suo ritomo più non trovando ove ricovrarsi rimarrebbe del 
tutto priva di vita: si come avvenne. Quei di Clazomene ren- 
dono dunque anche od presente omaggio ad Ermotimo, erettogli 
wi tempio y nel quale non entra donna alcuna per la detta 
cagione. Ciò è confermato da Tertulliano^). Luciano Samo- 


Si cerchi àxXinaQÌw, 
') De Anima e 44. 


298 

satense^), parlando della mosca, sjcaXfjB-svsc , dice, tòv xsqÌ 
'Eq/iotI/iov rov KXaCpfiévov fiv&iov, ori xokXdxiq àxpBloa 
(tir òr fj ywxv cattórifieC xad^ eavrtjp, etra èxaveXdx^vOa, 
tJiXfjQOV av&iq rò aàfia, xal dviora ròv ^EQfiórtfiov, Veri- 
fica la favola di Eroiimo, la quale narra, come spesso l'anima, 
abbandonatolo, pellegrinava di per se ^ola. Fatto poscia 
ritorno, empiva di nuovo il corpo e stiscitava Ermotimo. Celso 
presso Origene narra pure tal favola ^). ^). Dicea Pitagora, avere 
la sua anima abitato nel corpo di Erotimo. Così S. Girolamo^): 
,,Se primum fuisse (dicebat) Enphorbnm, secando Callidem, tertìo 
Hermotimnm, quarto Pyrrnm, ad extremum Pythagoram". Por- 
firio *) XQtioTOP (ihv, dice, ''EixpoQ^oq léycov Ytvéa&ai, óbvtbqov 
Ó£ Ald^aXLÓ7}q, rglrov ^EQfióri/iog , xéraQrov de IIv^Qog, vvv 
óe nv&ayÓQog, Dicendo, essere dapprima stato Euforbo, in 
secondo Etalide, in terzo luogo Ermptimo, in quarto Pirro, ed 
ora Pitagora, Lo stesso leggasi presso il Laerzio^). *Execó^ 
óe Evq>oQ^oq àxod-avoi (eJU/fc) /lera^^vai r^v ^yv^v avtov 
slg 'EQfióri/iov .... èxeiót^ ós "^EQfiórifiog àxéd^avt, 
yevéod-at IIv^qov ròv àfjXiov àXiéa' xol xavra xàXtv fiVf}- 
povtvBLV , xA(^ xQood'BV Ald-aXlófjg , eira E&q>OQ^oq, eira 
^t^póripog, eira IIv^Qog yévocro. Morto Euforbo ftUcevaJ 

essere la di lui anima passata in Ermotimo Poi 

che Ermotimo venne a morte, essere egli divenuto Pirro pesca- 
tore di Belo: e rammentarsi come dapprima fu egli Etalide, 
dappoi Euforbo, quindi Ermotimo, poscia Pirro. Origene simil- 
mente''): iXeyev eavróv, dice, xgò phv rc5v T^aìHixàv Al^a- 
Xlóijv yeyovévai' Iv de rolq TQa>txol^ EÌvfpoQ^ov, (urà òì 

*) In Muse, encom. 

^) Orìgen. contra Cels. lib. 111. 

3) Questo passo {cioè dalle parole „Dicea Pitagora'') sino slle 
parole di Tertulliano (^quam totiens alius atque alius?"*) da me citate 
neir altra {seguente) pagina , si lasci dei tatto , poiché qnell' Erotimo 
di Pitagora era Samio, come dice Origene, non Clastomenio. Potrà il 
passo stesso trasferirsi nelle Note, che ho intensione di fare ek xa 
ipiXoao<poviieva rov ì)Qiyivovg. 

*) In ApoL ad Rufin., Laert. 490. note col. 2. 

») In vii Pythag., Laert. ivi. 

«) In vit Pythag. p. 491. 

^ In Philosophum. to. I. 881. 


299 

tcevra ^EQfiórifiov ^àfiiov, fisd-^ 8v IIvqqov AtiXlov, jzé/ÀJtrov 
nv&ce/OQccv. Dicea, essere egli stato Fialide avanti ai tempi 
Drojani, nei tempi medesimi Eu/brho, dopo di bssi Ermotimo 
Sanùo, quindi Pirro di Belo, e in quinto luogo Pitagora. 
Leggevasi in Origene SaXXlótjv , Tallide, in luogo di Ald-a- 
Uófiv, Etalide; ma che Ald-aXl&qv, EtaMde, debba leggersi 
stimò ancora il Wolfio *). E infatti Aid-aXldrjV , Etalide, non 
SaXXlÓTjVy Tallide, leggesi nel Laerzio e in Porfirio. Potrebbe 
però sospettarsi che KaXXló?jv, Callide, avesse a leggersi, 
parola^ che più facilmente paò la negligenza dei copisti avere 
cangiata con GaXXlótjV, Tallide. ,,Callidem^^ in fatti si legge 
nel passo sopra citato di S. Girolamo , e ,,Oallideam^^ in Aulo 
Gelilo^). Di questa folle opinione, che Pitagora avea dì se 
stesso, si fa beffe Tertulliano^). „Quomado credam, sono sue 
parole, non mentiri Pythagoram, qui mentitur ut credam? 
Quomodo mihì persuadebit Aethalidem, et Euphorbum, et Pyrrum 
piscatorem, et Hermotimum se retro ante Pythagoram tuisse, 
ut persuadeat, vivos ex mortuis effici, qui iterum se Pythagoram 
pejeravit? Quanto enim credìbilius ipse ex semetipso semel 
redisset in vitam, quam totiens alius atque alius?'' Il ritorno 
delle anime, benché, secondo ogni verisimiglianza, favoloso, nei 
corpi di Aristea, di Epimenide, di Ermotimo, sembrami un 
manifesto vestigio di reviviscenza neir antichità. Analogo allo 
argomento , di cui ragiono , è quello dei Vampiri ^) , del quale 
trattò lo eruditissimo P. D. Agostino Calmet in una dotta 
Dissertazione sopra tal materia^). Dei Vampiri ragionò pure 
il Davanzati in altra Dissertazione impressa in Napoli nel 1774. 

Esohìne. 

AlóxlPfJQ]' Fu Eschine filosofo Socratico. Familiare di 
Socrate^ JkxncQàrovg iraiQog, è detto da Luciano ^), e Diogene 

Not. ad. Orig. Philosophnm 1. e. 

«) Noct att. IV. 1 1. 

>) Lib. De Anima, Menag. 349. col. 2. 

*) Vampiro non ò quello, che solo risuscita, ma che anche sugge 
il sangue, o annunzia la morte ai suoi parenti. Oltre a che il fatto di 
Aristea è riferito dal Calmet p. 166. 

*) Sur les apparìtions des esprit et sur les Vampires. 

•) Imagines. 


300 

Laerzio^) dice di luì: JkxtxQarovg ovx ajtéorrj' óiò xaì lleye' 
Movoq fifiag olós n/iàp b xov aXXavxooioLOv. Non àiìontomossi 
nuU da Socrate. Per io che dicea questi: Solo seppe onorarci 
il figliuolo del ScUdcciajo. Egli fu colui, a dire dldomeneo % 
che cercò di persuadere Socrate a sottrarsi colla fuga alla 
prigionia. Rammentassi come sue opere. 

^iXxrj^iadrjg, Alcibiade, 

Dialogo mentovato dal Laerzio^), da Snida ^), da Elio 
Aristide^), che ne cita un passaggio, da Ateneo^), da Prisci«no^). 

k^loxog, Axioco, 

Altro Dialogo, di cui fanno menzione il Laerzio % Snida % 
Apocrazione *®) , che così parla: Alcxlv^ ró JkxncQarixw Sia- 
Xoyoq lyQoxpfi k^loxog xaXoviisvog , Da Eschine Socratico si 
scrisse un Dialogo appellato Axioco; Ateneo*'), che così dice 
di Eschine : ^Ev dh, tò À^i6xq> jtcxQÒq ÀXxiffiàóov xazoTQéxsi, 
Nello Axioco acerbamente perseguita ^'^ì Alcibiade; PoUuce'') 
finalmente, che favella in tal guisa: Taxà ó^ av tovtoic JtQO- 
orjxotev xaì al àXexzQvg^ÓQOi ovg oivópa^ev Lv ^èióxcp 
Alcxlvriq. Un Dialogo avvi fra quelli per errore attribuiti a 
Platone, il quale ha pure per titolo À^loxog. Axioco; e questo 
dal Meursio *^) è ci*eduto quello medesimo , che fu scritto da 
Eschine. Snida **) dice infatti : Alcxlv\j ró UtoxQaztxóì dia- 
Xoyog èyQa<pfj k^loxog TcaXovpsvog. nXata)voq èjtiyéyQaxrat. 


^) In vit. Aeschin. p. 115. 

') Ap. Laert L e. 

>) 1. e. 

*) Meurs. U. 604. D. 

») Orat. I. Fiat, Fab. B. gr. L 829. II. 15. 

«) Lib. XIV. p. 506., Fab. ivi U. 15. 

7) Lib. XVII., Meurs. II. 604. B. 

•) 1. e 

«) Meurs. IL 604. C. 

<o) Art ÀSloxoq, Meaag. 105. col. 1., Meurs. IL 603. F. nota e. 

<0 Lib. V. p. 220, Fab. B. gr. I. 829., Menag. 1. e 

>*) o inveisce contro. 

«») Lib. VII. e. 30., Meurs. H. 604. A. ' 

i«) Bibl. Att. Ub. 1. p. 604. A. 

i>) Art kiloxoq, Menag. 1. e. 


301 

Da Eschine Socràtico fu scritto tm Dialogo detto Axioco. 
Attribuissi a Platone. Ma di vero, dicendo Ateneo 7 che 
£Bchine in tal Dialogo scagliavasi centra Alcibiade , siccome 
eoDtra.uomo ebrio e corruttore delle donne altrai, e simil cosa 
non ritroYandosi nello Axioco attribuito a Platone; forza è 
dire, esser questo Dialogo mancante di qnalche sua parte, 
aversi a distinguere da quello di Eschìne '^). 

jio^acla, Aspasia. 

Di questo Dialogo è fatta menzione dal Laerzio^), da 
Snida "*), da Ateneo ^)| da Arpocrazione ^). Ecco le parole di 
Ateneo: *Ev óe r^ ^OJtaola {AÌoxìvtj^ ^IjtJtóvixov (ikv ròv 
KaXXlov xoàXefiov JtQogayoQsvec , ràq ó" ex t^$ ^Icopiag yv- 
valTcag, avXXi^ffófjv (loixàóag xaì xsQÓaXéaq. Nelt^ Aspasia 
{Eschiné) chiama slalido Ipponico, adultere e astute'^) tutte insieme 
le dorme di Ionia. Ecco quelle di Arpocrazione: Avólag ex tw 
JtQog AloxlPfjv TOP £(DXQatixóv. Alóylvrjg Hancgarixòg tv* 
diaXÓycp èjtLYQaq)Ofiévq) Xojtaola. Mvrmovtvooi ó* avx^g 
xoXXaxiq xaì al aXXoi J^coxQarixoì. Lisia nella orazione 
contro Eschine Socratico: Eschine Socratico nel Dialogo inti- 
tolato Aspasia. Di essa farmo menzione altri Socratici. Leg- 
gevasi in Arpocrazione®): AvClag èv ró :nQÒg Alcx^vrjv %òv 
ScoxQorixóv ' óiaXeyófiBVog ÌJtiYQaq>ofiévm, jlcxaola. ^j^Quae 
postrema verba Casaubonum ad Athenaeum, et Maussacum ad 
Harpocrationem mire et frustra exercuerunt^' dice il Menagio % 
il quale, corretto il luogo, soggiunge: ^Socraticum quemdam 
fuisse ibi laudatum apparet ex sequentibus (ivi](iovsvovOi ó" 
avtrjg noXXàxig xaì al aXXoi ScaxQoxixoL Praeterea Dialogi 
Aspaaiae auctor fuit Aeschines Socraticus, teste Laertio et 
Athenaeo, non Lysias. Iteratum Aeschinis nomen Librarium 

^) Menag. 105. col 1. 

>) Fab. 6. gr. I. 829. 

*) 1. e 

*) Meurs. L e. 

•) Lib. V. 

*) Art. kanaala, Menag. 1. e, Meurs. II. 603 nota (d). 

^) piuttosto oggetti di lucro. 

*) Menag. 106. col. 2. 

•)Ivi. 


302 

in errorem ìnduxit^. Fuvvi chi stimò 0^ avecsi a leggere: èv 
TÒi Jt^ò^ Aloxlvriv xòv Jkoxgazixòv óiaXeyófievop , èxiyga- 
(fio/Àbvcp, jiojtacla. Giusta il Laerzio'^) però, la orazione di 
Lisia centra Eschine ebbe per titolo non Aoxaùla, Aspasia; 
ina ntQÌ cvxo(pavi:laQ, Della Calunma. Kaì Avoiaq Ó€X4xt* 
avToi ovyyiYQa^e Xóyov, JttQÌ avxog>iXPtlag èxiyQa^Hzq. 
Lisia scrisse cmitra lui una orazione che intitolò della Calunma, 
Tov(; xójv ovfi^oXaloìV Xóyovq, e Xòyov XQSOvq l'appella 
Ateneo ^). Tlq yaQ, die' egli *), tjXjciobv ALcxlvfiv ròv IkoxQa- 
xLxòv TOiovrop ytytvfjcdiZLj bnolòv (pfjCi Avolag 6 QiqxcoQ 
èp TOl(; TÓv avfiffoXaioov Xóyoiq. E altrove*): AòyovxQhOvq 
àXX' oys Avolag Iv to5 èjnyQatpofiévco Xóyo? ovroHA, XQÒg 
AlcxiPfìV 2!coxQarixòv , XQ^^^^- '^^^^ orazione di Lisia è 
mentovata da Arpocrazione , non solo nel luogo citato, ma 
altrove eziandio^). Al Dialogo di Eschine intitolato AspcLsia 
ebbe riguardo, giusta ogni verosimiglianza QuintìL'ano '') allora 
che disse: ,,Etiam in illis interrogationibus Socraticis, quamm 
paulo ante feci mentionem, cavendum ne incaute respondeas: 
ut apud Aeschinem Socraticum male respondit Aspasiae Xeno- 
phontls uxor; quod Cicero bis verbìs transfert, etc." 

^Imv, Jone, 

Leggesi nel Laerzio^): Aio xal dó&erécrsQÓP jtiog ^£<. 
Il Meursio'^), citando questo passo, omette le parole óiò xài 
aùd-tvtoxBQÓv jta>g ix^i; ma esse non si omisero nella edisione 
del Laerzio eseguita nel 1692 in Amsterdam, in cui leggesi 
nella interpretazione latina: „Ion quodammodo imbecilior est^. 
Onde l'interprete lesse nel Laerzio ^Iwp in luogo di dio; ma 
óiò lessero Ambrogio Camaldolese ^^) ed il Fabricio ^0> il q^ÈÌt 


Menag. ivi. 

*) L. e. p. 1 17. 

») Lib. XIIL 

*) Menag. 1. o. 

^) Ivi, Menag. 1. e 

«) Artt. KatankTfS et "Àaxixxov x^Q^^> Fab. B. gr. IV. 609. 

') Inst. Orat. V. 11. 27. 

•) In Vit Aesch. p. 116. 

«) Bibl. Att lib. L p. 604. £. 

>») Ediz. del 1400. ") B. gr. L 829. 


303 

però dice, essersi contato un Dialogo, tra quelli dì Eschiue, 
intitolato J<me^)y benché uou ne faccia menzione nel catalogo, 
che dà degli scritti di Eschine. Forse non mancherà chi sospetti, 
aversi a leggere nel passo di Ateneo, che citai parlando dell* 
Aspasia di Eschine, non rag tx XTJg ìawlag ywatxag, ma 
rà^ èv r& tiovi ywatxag. A mostrare che da Eschiue non si 
scrìsse un Dialogo intitolato '/(oi^ , pu5 addursi che il Laerzio 
asaeri, sette essere stati i suoi Dialoghi, non computando gli 
Acefali, e ehe il Dialogo ^"Icov, unito a quelli dal Laerzio anno- 
Ycrati, formerebbe il numero di otto: che Snida, noverando i 
Dialoghi di Eschinc, non fa menzione rav "icovoq: che final- 
mente sette diconsi presso Fozio'^) i Dialoghi di Esehine stesso. 
Ma a tutto ciò può rispondersi, che il Laerzio disse, sette essere 
i Dialoghi di Eschine espressi alla foggia Socratica, onde sog- 
giungendo ^lixìv xal ào&evéOTSQÓv jicog ì^x^i, il Jone ha certa 
cosa di più debole, dà assai bene a vedere la cagione, per cui 
non lo uni agli altri «ette. L'autorità poi di Snida non è in 
questa occasione di gran pe.so, si sa quante volte trascrisse 
questo autore passi interi del Laerzio, senza citarlo^). Ora, 
benché nel luogo, in cui parla di Eschine, non trascriva parola 
per parola il Laerzio; è nuUameno verosimile che egli abbia 
da questo autore tratte delle nozioni intorno agli scritti di 
Eschine, e potrebbe egli, ritrovato il testo del Laerzio già 
corrotto e letto dio in luogo di ^Ioìv , avere tralasciato di far 
menzione del Dialogo Jone, Assai frequentemente infatti fu 
tratto Snida in errore da codici depravati, come osservossi dal 
Casaubono^), dall' Holstenio e dal Kuster^). Quindi è che 
k(iàoT7ig scrisse egH per ^pf^aor^^)^ ^Qijfiag per Ai èQrj/iagy 
Asi^avreg per Jirj^avrsg, kXlpvsg per ol Al^vsg, ^oiraXfiiog 
per ^vzaXplog'^), Koilióiócovreg per KvXoióióovreg, ùxwXia 


>) Ivi n. 19. 

*) Cod. 158, Menag. p. 106. 
«) Fab. B. gr. X. 7. 
*) Ad Athenae. lib. I. e. 6. 

*) Praef. ad Suid., Fab. B. gr. IX. 629. note e testo : ohe il testo 
sia ivi la prefazione del Kuster, ved. a pag. 622. 
•) Fab. ivi 630. 
^) Fab. ivi 629. note. 


304 

per aóxwXia, gov^àéiov^og per cov^aóiov^oq, e cosi di altre 
parole. Per ciò, che spetta a Frinico^ dice Fczio, che egli 
esalta Eschine per la eccellenza dì sette saoi Dialoghi, né tra 
di essi avrebbe meritato di essere unito quello intitolato ^Iwv, 
poiché questo peccava di qualche imbecillità, a dire del Laerùo, 
qualora suppongasi che nel suo testo abbia a leggersi ^Icov, in 
luogo di 6iò. Fìnalmenle potrebbe dirsi, non essere strano il 
titolo òì^Icov, poiché un Dialogo col tìtolo stesso contasi tra 
quelli di Platone 0- Una commedia eziandio di Eubulo intito- 
lata ''/o»^ rammentasi da Polluce^), e più volte da Ateneo^). 
Una tragedia di Euripide ci rimane col titolo stesso^), ed nn' 
altra di Sofocle, ugualmente intitolata, rammentasi da Eaichio 
Lessicografo ^) e da Stobeo ®). Ciò vaglia a far conoscere non 
avervi positivo argomento centra la opinione, che una volta 
esistesse il Dialogo ^^ov scritto da Eschine. Può bene però 
contra di essa farsi uso di un argomento negativo, quale è la 
mancanza di prove atte a mostrare, essersi scritto da E^hlce 
cotesto Dialogo. La causa, per cui talvolta nella latina versione 
del Laerzio sì scrisse „Jon'', quasi nel testo greco si leggesse 
*^Ion\ e non ótò, è accennata da Enrico Stefano ^), le cui parole 
piacemi di riferire. „Memini et Jon quodam in loco ha1>eri prò 
Ideo. Quod accidìt ex compendio, quo voculam istam nonnulli 
scrìbunt, nimirum cum i et o titulum habente'^. 

EaXXlaq, Càllia. 

Rammentasi questo Dialogo dal Laerzio^), da Snida ^), da 
Ateneo *^). ^0 61 KaXXtag avtov (Alaxlvov), dice quest' ultimo, 
jttQuxBt T^v tov KaXXlov :xQÒg tòv JtaréQa óia^oQàv, xaì 
rrjv Dqoóìxov xal kvct^arfÓQov xóv Sog>t(Sxcèv ótdnAxrfiiv, 


Fab. ivi U. 19. 

>) Onomast. X. 24., Meurs. II. 730. F., Fab. ivi IV. 497. 

') Meurs. ivi. 

«) Meurs. II. 1004. B., Fab. B. gr. L 646. 

•) Art XeQoevBi. 

•) Meurs. E. 963. C. 

7) Proleg. ad Laert. II. 571. 

•) 1. e. 

») Meurs. IL 603. 

'<>) Lib. y. p. 220., Fab. B. gr. III. 635., Menag. 105. col. 1. 


305 

Mfjótoq, Meda, 

Dialogo mentovato dal Laerzio ^ da Saida ^). Esso fa 
attribuito anche a Fedone e a Polìeno^). 

MiXxlaéfig , Milziade. 

Altro Dialogo, di cai fanno pare menxione Diogene^) e 
Salda, ed, oltre a qaesti, Luciano Samosatense '^). 

^Plvcov, Nasuto. 

Il Laerzio^), Snida e Polluce^) ricordano questo Dialogo* 
kQYVQOXoxelov, dice Polluce, a^ Alùx^vtjq ^Mvcovi. 

Djkavyijg, Telauge. 

Oltre Diogene ^) e Snida, fanno^ menzione di questo Dialogo 
Ateneo*) e FAutore del libro xbqì lQfiì]velaq, attribuito a 
Demetrio Falereo. Ecco le parole di ques.' ultimo ^^): IloXXaxy 
(iivroi xaì èxafig)OTSQl^ovCiv , olg èoixévai slrt^ èd-éXoi, xal 
tpcyovg slxoKnpóypvq elvai d'iXoi zig, jiagccóetyiiq rò rov 
Alóxlvov èxl Tov TìiXavyovg. Jtàaa yàg óxsóòv fj jteQÌ 
TOP TijXavyì] ónjyrjOtg oatoQlav JtaQcioxoi av, bIxb d-aviiaCfiòg, 
ehe XXsvaCfióg èari. Secondo Ateneo ^0 , Eschine in questo 
Dialogo prendeasi giuoco di Telauge e del retore Telesante. 
Ui^pvxaói & ol JtXBtdxot xmv fpiXoGÓipcov , x&v Kcofiixóìp 
xax^OQOi fiaXXov elvai, elys xal AloxlvTjg o JScooégaxixòg 
iv fshp xó TqXavyu Kqixo^ovXov xòv KQlxoìVog ex ofta&la 
xal ^xaQÓxijxi piov xa)fiq}Ó6t. xòv xe Tf]Xavyr/v avxòv, 
luaxiov /ikv ^OQ^cemg xad^ fjfiéQov rnum^óXiov xvagìst 
teXovpxa fiiod'òv, xtodlm ó'k è^oOfiévov, xaì xà vxoò/i(iaxa 
oxoQxloig èvfj/iiiipov ùojiQOlg. xal TsXéóapxa xòp ^xoga 

<) In Yit Phaedon. 

*) Fab. B. gr. IX. 759. 

*) Laert. 1. e, Fab. ivi I. 837. 

*)1. e 

B) In Parasita 

•)!. e. 

7) Onomaat VII. 24., Mears. IL 604. B., Fab. B. gr. IV. 49t. 

•)L e 

•)L e 

^ Menag. 105. col. 2. 

>0 Llb. V. e. 20., Menag. 105. col 1. 

20 


306 

ov fierglcDg óiaysXà. Dì tal Dialogo fe^ pare menzione M. 
Antonino, secondo il Menagio % così leggendo egli nel libro VII: 
Tóv slg tavxòv, dei dodici^) da Antonino scritti a se stesso, 
Jtód-ev ÌC/iev el TìjXavyovg UoxQotTjq xrp> óia&sóiv xqbIcùwv 
^v^). Tale lezione fn seguita nella interpretazione francese 
della opera di Antonino fatta da Andrea ed Anna Daoier, e 
pubblicata nel 1691 e 1710^). Riguardo a Telavge, egli fa 
figlinolo di Pitagora ^) e di Teano, a dire di Empedocle presso 
Ippoboto citato dal Laerzio^). Ne è fatta menzione dall' Ano- 
nimo autore della vita di Pitagora, del quale vedeal uno 
estratto presso Fozio "O^ da Jamblico ^) e da Porfirio ^). Fa egli 
precettore di Empedocle ^^), se gli attribuì una epistola XQÒq 
^tXoXaov, a Filolao, citata dal Laerzio ^0; ^^^ ^<^ ài essa: 
rr^v jt8QifpeQ0(ibvrjv Jigòq TfjXavyovg èjtiCroXì]P .... fi^ elvcu 
à§,i6jti0Tov, Tale epistola fu scritta dopo la morte di Empedocle, 
poiché in essa dicevasi, essere questo filosofo caduto in mare, e 
morto in tal foggia. Cosi il Laerzio ^^) : kv Ós z^ jcQO€C(ffifLév(p 
TtjXavyovg èjciaroXslq), X^yerac^^) avxòv alg d'àXazrav vxò 
yrjQfoq òhcd^Cavxa TeXevrìjóai. Nella sopraddetta epistola di 
Telauge narrasi, essere egli (Empedocle) morto, caduto che fu 
per vecchiaja nel mare. Da alcuni Pitagorici, al riferire di 
Jamblico ^% attribuissi a Telauge un discorso sacro, o sermone, 
degr Iddii, da altri ascritto a Pitagora. Scrisse, a dire di 
Snida ^^), quattro libri della Tetracti, o del Quaternione. Dice 
il Fabrìcio ^% come presso il Laerzio si asserisce, nulla essersi 

<) Ad Laert IL 61. 

») Fab. B. gr. IV. 22. 

>) Menag. 10&. col 2. 

^) Fab. B. gr. IV. 30. 

6) Porphyr. in vit Pythag., Fab. ivi 1. 521., Menag. t06. col. 2. 

•) In vit. Pythag. p. 522. 

') Cod. 259. 

») In Vit. Pythag., Menag. 373. col. 2. 

») In Vit. Pythag., Menag. ivi col. 1. 

») Laert. vit. Pythag. p. 522. 

») Vit Empedool. p. 528. 

«) p. 537. 

**) Non iXiytxo, 

**) Vit. Pythag., Fab. B. gr. L 521. 

»») Fab. ivi »•) Ivi. 


307 

seritio da Telauge. Ma in Diogene io leggo soltanto^): JE^/- 
YQoiiffa 6$ q>ÌQézai rav Tìjjtavyovg ìwósp. Ciò, ehe, per mio 
avviso 9 significa solo^ bob avere eaiatito al tempo del Laerzio 
veron libro di Telauge; non già, nulla esso avere scrìtto. 
Conviene però dire, ohe dal Laerzio non istimosiì genuina la 
mentovata epistola a Filolao aitrìbnita a Telange^ poiché essa 
si SQO tempo tuttavia esisteva, come vedesi nel Laerzio stesso, 
il quale dice: èv oh r^ J€QOBéQfjfjtév(p Tf/Xavyovg èxiaroXBlq>y 
ìèfBxai airtòv elg d'àXarrccp vjtò /i/(ko§ òXtaB-fjaavza reXsv- 
tffiai. Parole, che citai di sopra* 

Ilegl dgsT^g, Della virtù. 

Uno de' sette Dialoghi detti jlxétpaXoi, Acefali, cioè privi 
di capo, imperfetti, mentovati da Suida. Esiste tuttavia, e 
nel 1711. fu pubblicato colle note del le Clero in Amsterdam: 
quindi nel 1718. in Laeuwarden, colla versione dì Pietro Horreo. 

IIbqI jtXovrov, Della ricchezza. 

Dialogo pubblicato nel 1711. e nel 1718. insieme col 
precedente. 

IIsqI d'ovaxov, Della Morie ^), 

Comparve unitamente ai due Dialoghi sovraccennati. 

AQaxcov, Dracme, 

Altro degli Acefali rammentato da Suida, sì come anche 
i cinque seguenti: 

^EQaclOTQcrtog, Erasistraio. 
lEQV^laq, Erixia. 
noXvaivoq, Polieno. 
Sxvd-iocol, Gli Scitici. 
^cUóofv, Fedone, 

knoXoyla rov jiccrgòg ^alxog xov CXQaxfjyov. 
Apologia del genitore Feaco capo della milizia. 

Ne è fatta menzione dal Laerzio ^), che dice, avere Eschine 

Vit Empedocl. p. 522. 

') Avvertasi che VAxioco è intitolato ^Axiacbus sire de morte" 
eosi Fozio, e Fab. B. gr. II. 29. 
*) Vit Aesch. p. 117. 

20* 


3o8 

imitato in purtieolar gnisa Oeor^a Leontiao. MàXiCra ék 
fuiABlzai roQylav ròv Asovrlvov. Precipuamente imita Gorgia 
Leantino. Fa questo Gorgia , retore famoso e sofista, mento- 
vato da Longino ^), dall' autore del libro xsqì kQfifii^lag attri- 
buito a Demetrio Falereo^), da Oicerone^), da Diodoro di 
Sieilia^), da Dionigi di Alicamasso ^), da Aristotele^), da Pan- 
sania^), da Valerio Massimo^), da Plinio*), da Ermippo e da 
. Clearco presso Ateneo i^), da Quintiliano ^Oy da Boeaio^^), da 
Snida ^^), da Satiro presso il Laereio^^), da ApoUodoro presso 
lo stesso ^^), da Clemente Alessandrino^^), da Temistio^^), da 
.Olimpiodoro ^^), da Luciano^*), da Plutarco ^''), da Sesto Empi- 
^rico*^*), da Fulgenzio"), da Elio Aristide ^3), da Troilo SofisU"); 
deriso da Platone ^^) e lodato da Filostrato, clie ne serisse la 
vita^*). Suoi imitatori furono, oltre Eschine, Proclo Nancrate, 
Scopeliano sofista ed altri notati da Filostrato ^'^j. 

>) De Sublim., Fab. B. gr. IV. 441. 

>) § 12. 15. 29. 

3) Orat. § 49. 52. et in Bruto § 12. et de Fin. lib. II. 

*) Lib. XII. 

^) Epist. ad Ammae. e. 2. 

«) Bhetor. III. 14. 

') Fab. B. gr. 111. 476. 

*) Lib. Vili. e. 15. extern, num. 2. 

») Nat Hìst. XXXIII. 4. 

>») Lib. XII. p. 548. D. 

") Inst. orat. III. 1. ' 

«) Fab. B. gr. IL 288. 

«) Fab. ivi IX. 706. 

»*) Vili. 58. 59. 

»») Ivi 58. 

i«) Strom. lib. VI., Meurs. VII. 10. B. 

") Fab. B. gr. Vili. 21. 

») Ad Platon. Gorg. 

»») In Macrob. 

») Fab. B. gr. lU. 381. 

>0 Adv. Math., Fab. ivi III. 598. 

^) Expos. antiq. verb., Fab. ivi I. 812. 

») Fab. ivi IV. 400. 

'^) In prooem. Rhet. 

») In Gorg., Fab. B. gr. IV. 400. 

*•) Vit. Sophistar. lib. 1., Fab. ivi IV. 49. 

") Fab. ivi. I. 811. 


309 

nsQÌ Ttjq SaQytiXlag X6yo<;. 
Discorso di Targeiia, 

Questa opera dimenticata dal Meureio nella Biblioteca 
Attica^), è mentovata da Filostrato ^). Alcxiprjq oh, dice egli, 
ó axò Tov SooxQOTOvgy vjtsQ ov XQmrjv èojiovóà^sg, cog 
ovx axpavóiq rovg óiaXóyovg xoXa^ovrog ovx coxvei yoQ- 
yto^eiv iv rw jthQÌ rijg SoQyoXlcu; X&foi s). Eschine Socratico, 
a favore del qttale poco fa ti occupanti, sì come a favore di 
scrittore castigato di non oscuri dialoghi, non ebbe a vile di 
gorgiezare nel discorso di Targeiia; óiaXòyovq xoXà^wv inter- 
pretai scrittor castigato di dialoghi, non so se rettamente. 
Forse bassi a leggere nel passo citato di Filostrato: oog ovx 
axpavùvq xolq óiaXóyoic, CxoXàC,ovrog. 

kjcoXoyla SkwcQarovg, 
Apologia di Socrate. 

Ne è fatta menzione da Luciano^). lénoXoyla fitv yoQ 
SwxQoxovg lori, xaì Aloxlvov,' xal'^VjtsQlóov, xaì àfjiio- 
od'évovg, xaì róv JtXslcrcov Cx^òév ri grftÓQOiv xaì ooq>Av. 
È a dubitarsi che questa Apologia, di cai tacciono il Meursio ^) 
ed il Fabricio % non sia a distinguersi da qualcuno dei sopram- 
mentovali dialoghi. In un dialogo fu da Platone eziandio scritta 
TApologia di Socrate. 

lEjtiCToXaì évo, Epistole due. 

Una indirizzata à Dionigi rammentasi da Laerzio '0^ l'altra 
attribuita ad Escbine comparve in Parigi nel 1637 tra le epi- 
stole pubblicate, sotto il nome di Socrate e dei Socratici, da 
Leone Allacci con la propria versione e con note^). 


») Lib. I. 

*) In £p. ad. Julian. Aug. 

^ Scrivo Say^XlaQ, non Sa^eXiag, così Fab., Laerz. 117. not 14; 
Meurs. Vii. 8.1. not (e) — yoQyiiiEtv pure, non yeoQyià^eiv, cosi 
Laerz. 1. e. e Meurs. 1. e. testo. 

*) In Dial. de Parasito. 

») Bibl. Att lib. I. 

•) B gr. I. 828. sqq. 

') In Vit. Aesch. p. 177. 

*) Fab. B. gr. I. 430. 


310 

Olto Eschinì conta il Laenio ^\ uno a questi ne aggiunge 
il Meursìo ^) , altri il Menagio ^), altri il Fabrìcio % ed altri ne 
aggiungerò io nel seguente catalogo degli antichi Eschini. 

Eschìne Arcade. 

Tiene questo il quarto luogo nel catalogo del Laerzio, che 
lo chiama discepolo di Isocrate ^). Térofrog, ÀQxag, fia&fir^ 
ìcoxQOTOvg, Il quarto, Arcade, discepolo d'Isocrate. 

•) Eschine Eretico^). 
Mentovato da Tertulliano^). 

Eschine Gnidio. 

Padre di Eudosso. ESióo^og Alcxlvov Evlóiog, Eudosso 
figlio di Eschine Gnidio. Così il Laerzio ®) e Suida ^^): EvóogQQ 
Aloxlvov Kvlóioq (piX6ooq>oq. 

Eschìne Istorìeo. 
Mentovato da 8. Girolamo ^0. 

Eschine Lamprense. 

Ne parla Plutarco *^). \)xxò drj die' egli, tivaq ex xoXXóóv 
CvvéXaPs' xal rovroov óve fiev, olg JtQcivoiq ^ xgleiq xqo- 
Bygàg)?/, ot Tcaì jtXslOTtjv alxlav slxov, Aloxlvi^ AafiJiTQtvg 
xal Ayriclag kxaQvevg. 


') In vit. Àesch. 

*) Ad Hesycb. art Aesch. 

«) Ad taert IL 64. 

*) B. gr. I. 928. 

») p. 118. 

0) Di un Eschine Eleusinio parla il Fabrìcio (B. gr. I. 929.^ note). 
Forse è lo stesso che il Messenio. Eleusine era una città neir Attica, 
in cai celebravansi dei giuochi (Anacarsi X. 11. 12). 

') Fab. B. gr. Vili. 458. 

*) De Haereticor. praescrìpt, Fab. ivi. IL 276. 

") In Eudox. 

*®) Ivi in not 

^*) De loc. Haebr., Menag. p. 107. 

») In Arìstìd. 13m Fab. B. gr. L 929. 


311 

Eschine Lnsiense. 

RammentaBi da beo^), che così favella: KatéXuts yÒQ 
EhxoXig ^vyaxéQoq avo, zavrijv re, ^ vvv à(i(piC^7ixel, xaì 
ngovajtsi OvvoixBl * Tuà aXXtjv, ^v ìcx^v Alcx^vtq 6 AovCievg, 

Eschioe Medico Ateniese. 
Ne è fatta menzione da Plinio^). 

Eschìne Medico di Ohio. 

Che liberò dalla morte Eunapio Sardiano. Di lui parla 
Ennapio stesso nella vita di Proeresio ^). 

' Eechine Messenio. 
Vincitore Eleo mentovato da Pausania^). 

• Eschìne Milesio. 

Settimo nel novero del- Laerzio ^). ^'E^ÓOfiog, MiZTJatog, 
xoXirtxòq CxyfYQafpevq, Il settimo^ Milesio, politico scrittore. 
Fu contemporaneo di M. Tullio. „Aliud antem genus est, die' 
egli^), non tam sententiis frequentatami quam verbis volucre 
atque ìncitatum: qualis est nunc Asia tota: nec fulmine solum 
orationiS; sed etiam exomato et faceto genere verborum, quo 
fait Aeschylus Cnidius et meus aequalis Milesius Aeschines^. 
Strabone, parlando degli uomini illustri di MUeto, tuxB^ ^(^cig 
ós, dice \ Aioxl'Vfjg o Qt^xcoQ, oq tv q^vyy ÓUTéXaùe, xc^qt}- 
ouxaofievog xéQov rov /utqIov xQog Doiui^iov Màyvov, 
Ai nostri tempi Eschine Oratore, il quale dimorò in esilio per 
avere parlato liberamente y oltre ai limiti del mediocre, centra 
Pompeo Magno. 

Eschine Mitileneo. 

Occupa il quinto luogo nel catalogo del Laerzio^). DéfKJtxoq, 
Mixvlfivaloq, ov xaì QfjxoQOfiàoxtya èxdXovv. Il quinto, 

<) Meurs. I. 312. D. 

>) Nfit HiBt. XXVIIL 4. et alibi, Fab. B. gr. XIII. 40. 

') Menag. p. 107. 

*) Eliac. Ub. IJ., Meurs. I. 741. E. 

*) p. 118. 

^ In Bruto, Menag. 107. col. l. 

T) Ub. XIV., Menag. ivi. •) p. 118. 


312. 

lUitileneo, che fu anche chiamato flagello dei Retori. Di lai 
yyjiescio quia fuerit, dice il Menagio '), albuB an ater homo''. 

Eschine Napoletano. 

Dal Laerzio nel sno catalogo collocato nel sesto Inogo^). 
^lExxoq, NsajtoUrtjg, q>iX6co(poq ^xaórifiaixóg. Il sestOj Napo- 
letano, filosofo Academico. Di lai dice Plutarco^): 6 [jàì* ovv 
^xaófifiaixóg Aloxlvrjg, So^ioróv riva)v Xeyóvrajv, ori 
jtQOCnoulxai yByovévai KaQVsdóov, fifi ytyovòq, fuxd-ffr^q' 
dXZà T&cs ya, ebtsv, lyò KdQVtàdov óirpcovóv , oxb xtff 
gaxlav xal ròv ìp6q>ov àtpBixòq h Xóyoq avzov óià rò y^ag, 
elg rò xQV^'^f^^^ ovv^xro xal xoLva>vix6v. Eschine Academico 
pertanto, dicendo alcuni sofisti, fingere egli sé essere stato 
discepolo di Cameade, ciò essendo falso: Io, disse, allora udn 
Cameade, quando il suo dire, abbandonato il fiotto e lo stre- 
pito, alle utili cose e communicabili si ridusse. Il Laerzio^) 
lo chiama discepolo di Melantio dì Rodi, MeZca^lov xav 
^Pùólov /lad^fjg. 

Eschine figlio di Notone. 
Uomo primario fragli Eretriesi, di cui favella Erodoto^). 

Eschine Oratore L 

Terzo nel novero di Diogene ^. Tglxog, b ^xa}Q, b xavà 
Afjfioód'évijv. Il terzo, retore, emulo di Demostene. Fu 
figliuolo di Atrometro xov yQaiiiiotoóióàoxaXov , maestro di 
lettere, come lo appella Snida ^). La sua vita fa composta da 
Plutarco^); da Filostrato*), da Apollonio Grammatico*^ e da 
altro antere anonimo ^^). Scrisse egli 

>) Ad Laert n. 64. 
*) p. 118. 

^^ Lib. an seni gerenda sit Besp., Fab. B. gr. IL 52^ Itoiag. 107. 
col. 1. 

•) p. 118. 

») Lib. VL 100., Meoag. 107 col. 2. 
•) p. 118. 

^ Fab. B. gr. I. 928. noi 
" •) In. vii X. Rbet. 
•) Vii Sophist lib. L, Meors. II. 603. A., Fab. B. gr. IV. 40. 
»«) Fab, ivi I. 931. ») Fab. ivi L 930. 


313 

Karà TtpLOQjov, Conira Timarco. 

Una delle tre sue orazioni, da alcuni dette le tre Grazie. 
lbv$ làv X&fùvq avtov xivsq x^^'^^S wvòiiaoav óià re tó 
Xaglep rav Xóyov xaì ròv aQid'fiòv róv ;i^ap/rce>i;. Le sue 
oraziani da taluni appellaronsi le grazie, e per la vemistà del 
discorso, e per il numero delle grazie. Cosi Pozio *). Tra i 
moltisiiimi autori, che della orazione centra Timarco accusatore 
di Escbine fanno menzione, contasi Luciano ^) e il suo Scoliaste % 
Tzetze *), Plutarco % Fozio «), Filostrato ^), Ateneo »), Apostolio •), 
Àrpocrazione ^^), Ermogene^O} Ammonio Grammatico ^^), Gellio^'), 
lo Scoliaste di Aristofane ^% Stobeo ^% Teone Alessandrino so- 
fisU "), e Snida i'). 

IIsqI xaQaxQsc^slag, Della legazione male eseguila. 

Orazione contenente Fapologia della seconda legazione a 
Filippo eseguita da Eschine, che su di essa era stato accusato 
da Demostene. È mentovata tale orazione da Plutarco ^®), da 
Fozio ^*), da Filostrato 20), da Elio Aristide ^0» da Arpocrazione 2^, 


<) God. 69., Fab. B. gr. I. 930. not. 

') Apol. prò merced. conduct. 

^ Ad bis aocusat seu Fora. 

*) Chil. VI. vera. 5., Fab. B. gr. 1. 930. 

•) Vii X. Bhet, Menrs. U. 602, Fab. ivi XH. 203. 

•) Cod. 61. 

^ Vii sophisi lib. L Tit Aesch., Menrs. IL 603. A. 

«) Fab. B. gr. III. 635. 

•) Centur. XVI. prov. 63., Fab. ivi 286. 
») Fab. ivi IV. 589. 
") Fab. ivi 433. 

^ De diiferent verbor. voce. KiktiQ, Ki^a^iottjq, Mayoq, Fab. 
i?i IV. 175. 

«*) Noct Att XVm. 3. 

X) Ad Nnb., Fab. ivi L 721. 

») Eclog., Fab. ivi Vni. 695. 

>•) In Piogymn., Fab. ivi IV. 453. 

<^ Fab. ivi IX. 820. 

<•) Vit X. Bhet, vit Aeschin. 

<•) Codd. 61, 264. 

») Vit Sophist lib. I. vit Aeaehin. 

») De oivil. dietìon., Fab. B. gr. IV. 396. 

«) Fab. ivi IV. 589. 


f 


314 

da Teone AlessaDdiino sofista ^), dallo Scoliaste di Aristofane ^, 

da Sttìda^) e da altrL 

« 
Karà KrTjóigxSvrog, Cantra Ctesifonte. 

Decretatosi da Ctesifonte,- che a Demostene si concedesse 
un' aurea corona per gli insigni beneficj da lui fatti alla patria 
e. colle declamazioni e colle opere; Eschine si oppose a tal 
decreto, accusandolo si come contrario alle leggi. Infatti un' 
antica costituzione avea vietato di coronare veruno dei magi- 
strati, che non avesse per anco reso conto al popolo. |,Qaum 
esset lex Athenis, dice Cicerone^), ne quis populi scitum 
faceret, ut. quisquam corona donaretur in magistratu priua 
quam rationes retulisset". E Sopatro*): Nóf^ov ovtoq, ròv 
vjtev&wop fifj creqxxvovv. avendovi una legge, che non si 
coronasse colui, che fosse sottoposto al dovere di rendere 
ragione, Marcellino^) similmente: Tl^ijOi vó/wv, fiaXa xaXdg 
Bxovxa, ròv óta^^óriv àxoyoQ&óovra , xovq vxtvd^vovq fii} 
cxBipavovv. Stabilisce una legge, che reca in se gran bene, 
da cui manifestamente si vieta di coronare chi per anco è 
tenuto a rendere ragione. Libanio^) finalmente: vófiop óì 
xsXsveiv rovg vjtsvd^ovg fifj óreq>apovv. Impedire una 
legge, che si coronino coloro, i quali hanno per anco a render 
conio. Ora Demostene, nel tempo, in cui fu pubblicato il de- 
creto di Ctesifonte, presiedeva alla rìstaurazione delle mura, né 
per anco avea reso conto dello esercizio di tale impiego^). 
Di più volea Eschine, che Demostene fosse indegno della corona, 
e lo accusava come causa delle stragi e delle sventure sofferte 
dagli Ateniesi. Ma questi nella celeberrima Orazione xbqì 
óte^avov, della corona, ribattè le opposisioni di Bscliine per 
guisa, che rimase vittorioso nel famosissimo giudlcio della 
corona, celebratosi col concorso di quasi tutta la Grecia, e 

*) In Frogymnasm. 

') Ad Equites, Fab. B. gr. I. 756. 

') Fab. ivi IX. 820. 

*) De opt gen. Orat, Meurs. II. 6S. £. 

^) Ad Hermog., Meurs. ivi 70. A. 

«) Ad Hermog., Meurs. ivi, Fab. B. gr. IV. 431. 

^) In Arg. orat Demost De Corona, Meurs. ivi 71. not (a). 

') ministero. 


315 

« 

rftTTenario Esohine ritìrosai in Rodi, o costretto a ciò fare 
dagli Ateniesi, o voloatariamente per la verecondia e pei tedio, 
come ynole Filostrato 0. Della sna orazione centra Ctesifonte, 
oltre Plutarco^), Fozio^) e Fìlostrato^), fecero menzione 
Ennogene ^) , Polluce ^) , Teone Alessandrino sofista '') , ArpO" 
crazione ^) , Tzetze ^) , Quintiliano ^^) , lo Scoliaste di Ari- 
stofane ^% lo autore del Grande Etimologico <*), Snida ^') ed altri. 
Sulle edizioni e versioni delle tre mentovate orazioni di Eschine, 
che tuttavia esistono, consultisi il Fabricio^^), avvertendo in 
primo luogo, che nel 15&4 comparve in Venezia un volume 
col titolo ^Due orazioni, una di Eschine centra Tesifoiite, l'altra 
di Demostene a sua difesa, di greco in volgare nuovamente 
tradotte per un Gentiluomo Fiorentino''; edizione e traduzione, 
di cui non fa parola il Fabricio ^^) : in secondo luogo, che nel 
1557 venne alla luce in Venezia stessa altro volume intitolato 
„Cinqnc orazioni di Demostene, ed una di Eschine tradotte di 
lingua Greca in Italiana secondo la verità dei sentimenti''; 
edizione similmente tralasciata dal Fabricio ^^): Analmente, che 
la orazione di Eschine contila Ctesifonte fu tradotta in lingua 
italiana dall' Ab. Melchiorre Cesarotti, la cui versione con note 
comparve unitamente a quella delle opere di Demostene in 
Venezia nel 1796. Essa è contenuta nel terzo volume di tali 
opere ^^. Le osservazioni del Cesarotti sopra l'aringa di Eschine 

») Fab. B. gr. I. 930. nof * 

<) Vit X. Rhet, Vit Aesch. 

3) Cod. 61. e 264. 

«) Vit. Sophist lib. I. Vit Aesch. 

•) Fab. B. gr. IV. 433. 

•) Onomast. lib. VIL e X., Fab, ivi IV. 491. 

') In Progymn., Fab. ivi IV. 453. 

•) Fab. ivi IV. 590. 

•) Chil. VI. 4., Fab. ivi X. 255. 

») Inst Orai VII. 2. 

") Ad Concionatric, Fab. B. gr. 1. 721. 

>«) Art 'EmXax<óv, Eab. ivi X. 25. 

«) Fab. ivi IX. 820. 

")B. gr. L 930. 931. 

'*) Haym. 150. num. 13. 

'•) Ivi num. 12. 

'1 p. 5. 


316 

eontra CteBifonte trovansi nel bqbìo Tolome 0* QaesU edisioDe 
e questa traduaione non è né poteva essere notata dal Fabrìeio, 
che già da qnalehe anno avanti alla esecnsione delle medesime 
onoravasi dai suoi col titolo rov (laxaQlxov. 

àfjXiaxòg jLayog, Orazione Deliaca. 

Da alcuni falsamente , per quanto credesl, attribuita allo 
Eschine, di cui parlo *0« di questa orazione ragionerasai di qui 
a non molto. 

^laroXaì, Epistole. 

Chiamate da alcuni le Muse. Così Fozio ') : TQtlg fiivovg 
avTùv X&yovg ^cì yvfjclovg elvai xaì iwéa ^ExiotoXàg .... 
Movoag re rag ^ExictaXàg óià ròv àoid-fiòv xAv ivvia 
MovcAv. Sole tre dicono essere le di lui Orazioni genuine, 
e nove le epistole , . . Ed alcuni chiamarono Muse le sue 
Epistole, a causa del numero delle nove Muse, Altra volta 
eziandio dice Fozio ^)y nove essere le epistole di Esehine. 
Tuttavia dodici sene contano al presente, delle quali tre sono 
forse apocrife. Delle Epistole di Eschine è fatta menzione 
ancora da Fllostrato ^). ^xusxoXaì {elei) ov xoXXal fàv, 
svxoiÓBVClag ók fieaxcà xaì ij&ovg. Chi sarà vago di venire 
in cognizione delle edizioni delle mentovate Epistole, potrà 
soddisfare il suo desiderio consultando la immortale opera della 
Biblioteca greca Fabriciana*). 

TQOYipóaì, Tragedie. 

È incerto se lo Eschine, di cui ragionasi, scrivesse tragedie. 
Ciò, che vi ha di noto si è, che egli, essendo giovine, rappre- 
sentò tragedie, si come tra gli altri narra Cicerone^. »Hypo- 
crites^, èioè istrione, egli è detto presso Quintiliano^. 


>) p. 169. 

s) Fab. B. gr. I. 931.^933. 

*) Cod 61., Fab. ivi I. 930. not* 

«) Cod. 264., Fab. ivi L 413. 

•) Vit Bophist lib. I. vlt Aesch., Meurs. IL 603. A. 

«) Ivi L p. 412. 

^) De Rep. lib. IV. ap. S. Aug. De civ. Dei II. 10. 

•) Inst Orat II. 17., Fab. B. gr. I. 664. 


317 

Eschine Oratore H. 
A lui attribuissi; 

àrjXiaxòg kayog, Oraziane Deliaca, 

Da taluno ascritta allo Eschine , di cui fiu qui ragionaL 
téQttcu oh avrov (Alcxlvov), dice Fozio ^), xal a2jiog Xóyog, 
JfiXioxòg. ovx èyxQlvai eh amòif 6 KaixlXiog, dXX* 
Alcxlvr/v aXXov, avyxQOVov rovàSy À^rpfalov xòv xinéffa 
dvon toh Xéyov ^oLv. Di lui (Eschine) recasi in giro altra 
oraziane, ciaè la Deliaca, Nan P ammette pera Cecilia^ nta dice, 
altro Eschine Ateniese, contemporaneo a questa, essere fautore 
di tale oraziane. Che essa non fosse dello Eschine avversario 
di Demostene credè ancora Plutarco^), ^éQOVxai it avrov 
Xòyoi réoaoQsg, 6 re Tccczà TìftaQXOv, xcà ò zijg UaQo^tQt- 
o^lag, xal b xaxà Kxf^óiqwivTog. o xal /ióvoi elol yvr^cioi. 
yÒQ èjtiYQaq>6fisvog ArjXiaxòg, ovx Icxiv AloxLvùv. Hwmovi 
di hù quattro oraziani. Quella cantra Timor co ^ quella della 
male eseguita legazione, e quella cantra Ctesifante, le quali 
sole sano genuine; poiché quella intitolata Deliaca non e 
étEschrne. Consente a Plutarco Filostrato '). Aoyol ó'Alaxlvov 
TQslg, xax' tvlovg fihv xal xéxaQxóg xig àìiXiùxòg xaroìpev- 
óófisvog Xfjg èxelvov YXdxxrjg. Tre sono le Orazioni di 
EscJUne, ami però^ secondo alcuni, anche una quarta, ciaè 
Deliaca, che simulò il sua linguaggio. Così emenda il Meursio % 
questo passo, in cui corrottamente leggevasi: Aóyoi ó* Alcxlvov 
xax èvlovg fihv, xal xéxa(fx6g xig ArjXiaxòg x. x, b, y. 
Sembra che Plutarco^) attribuisca la Orazione Deliaca, di cui 
Bi parla, ad Iperide. In fatti xov AriXiaxoVy.dX questo autore, 
fecero mensione Ateneo^), 8opatro'0> Prisciano^), lo anònimo 
autore dei commentarj ad Ermogene, Fozio ^), Arpocrazione ^^) 

Cod. 61., Meurs. II. 603. D. 

>) Vit X. Bhet vit. Aesch., Meurs. II. 602. D. 

') Vit. Sopbist lib. I. vit Aesch., Meurs. IL 60a. B. 

*)Ivi. 

Ó Fab. B. gr. I. 931. 

Ó L 10., Fab. B. gr. I. 933. 

^) In Heimog., Meurs. II. 1114. A. 

•) Meurs. ivi •) Cod. 266. 

<*) Meurs. IL 756. A. 


318 

e lo Scoliaste di AristofAue 0? presso cui male si legge kv xm 
XaXxó, nel bronzo, in luogo di èv xm Ar]Xiaxó, nella Deliaca, 
come osservò il Meursio^). 

Eschine Retore. 
Secondo nel catalogo Laerziano. Da lui si scrissero: 

Téxvai "^PijxoQixal, Arti Retoriche, 

Così il Laerzio*): /levrsQoq àk, ó xàg xéxvag ytyQOfpàq 
rag Q?]X0Qixag. Il secondo quegli, che scris^ le Arti retoriche. 
Ignoro su qual fondamento il Meursio Io faceia Ateniese, dan- 
dogli un luogo nella sua Biblioteca Attica^). 

Eschine Sardiano. 
Di lai cttansi da Arpocrazìone^): 

lofi^OL, Giambi. 

Secondo però sospetta il Maussac, deve in Arpocrazione, 
in luogo di Eschine Sardiano , leggersi Escrìone Samio®). In- 
fatti i Giambi di questo autore rammentansi da Ateneo ^). Ma 
di vero citandosi Eschine Sardiano nei Giambi eziandio da 
Apostolio^); non so per qual cagione non Ateneo abbia ad 
emendarsi più tosto che Arpocrazione ; ovvero perchè in am- 
bedue gli autori non abbia a mantenersi la lezione, che vi si trova, 

Esehine Sello. 

Di questo, oltre Esichio Lessicografo ^, citato dal Menagio ^^\ 
e Snida ^% citato dal Fabricio *^, fa menzione Apostolio ^*). 

*) Ad Aves. 

>) Bibl. Att lib. IL p. 756. D.„ Attic. Lect lib. IIL e. 5. 

^ Lib. n. vit. Aesch. p. 118. 

*) Lib. I. p. 605. B. ») Art KéQXfotp. 

<) Menag. 107. col. 1. 

7) Uh. VU. et VIII., Meurs. lU. 1068. D. 296. 335. G., Fab. B. 
gr. III. 636. 

•) Centur. XI. prov. 24., Fab. ivi III. 286. 

•) Art Seasklo^ai. 

>o) Ad Laert IL 64. p. 107. col 2. 

") Art SeayivovQ xtf^f^axa, 

«) B. gr. I. 929. not 

»>) Cent XVII. prov. 34., Fab. ivi lU. 286. 


319 

Eschine Sfezzio. 

Filosofo Socratico, mentovato da Diodoro di Sicilia 0> che 
fiori circa il terzo anno della centesima terza Olimpiade. Lo 
distingae il Fabricio'^) dallo Eschìne Socratico, di cui parla 
il nostro Esichio, dal qaale non ha, per mio avviso, a distin- 
guersi. Infatti questo e quello furono filosofi Socratici, quello 
yiaee nella centesima terza Olimpiade, e questo al tempo delta 
morte di Socrate, la quale accadde, secondo Fautore della 
Cronaca Pasquale, nella Olimpiade Centesima quarta, fi benché 
se ne ponga Fepoca nella Olimpiade novantaeinqueeima, nella 
quale la collocano Eusebio ^) e Diogene Laerzio % o Apollodoro 
presso di lui^); potò nulla di manco essere vissuto sino alla 
centesima terza (Nimpiade, supponendo la sua età, al tempo 
della morte di Socrate, di sette ovvero otto lustri» Finalmente 
narra Snida, che Eschine Socratico, autore dei Dialoghi, dei 
quali parlossi di sopra, fu da alcuni detto Sfezzio, onde potè 
bene Diodoro appellarlo in tal guisa. Tìvhg óe {Alùxlvfjv), 
dice Snida ^), Avdavlov jtalóà if^aciv, jid^vatov, JkpJjrxiov. 
Akvm dicono {Eschine) figlio di lAsania, Ateniese, Sfezzio. 
Sfetto fu un popolo della tribù Acamantide. Veggasi il 
MeuTzio^) e il Menagio^). 

Eschine contemporaneo di Sìnesìo. 
Della cui morte ragiona cotesto autore^). 

Eschine Socratico. 
È il primo nel novero del Laerzio ^^). reyóvaCi if Aloxtviu 


Ub. XV. 

^ B. gr. I. 82S not.**. Che lo distingua vedi anche noli' Indice 
Alfabetico to. XIY., Indice, che fu fatto dal Wolfìo, come dice Fabricio 
nella Prefazione a quel tomo: e certo il Wolfio nei luoghi dubbj avrà 
interrogato il Fabricio sulla sua intenzione. 

•) In Chron. 

*) Lib. L Vii Socr. p. 107. 

*) In Chron. ap. eumd. 1. e, Aristide forse dice soloi esser morto 
Socrate sotto TArconte Lachete, come arguisco dal Meursio L 846. D. 

«) Meurs. II. 604. G. "O De pop. att 

") Ad Laert H. 60. 

^ Epist 3., Fab. B. gr. I. 929. not. 

»)p. 117. 118. 


320 

oxTci' jtQÓrog, avxòg ovtog. P'vrorwi otto Eschini: il primo 
questo stesso, cioè il Socratico , di cui il Laerzio vìeue dallo 
scrivere la vita. Questi è quell' Eschine , di cai favella il 
nostro Esichio. 

Eschine Statuario. 

Ottavo ed ultimo nel rudo Laersiano ^). "Oyóooq, apÓQiav- 
Toxoióq. L'ottavo, Statuario. 

^0 rov àXXaPTOXOiov]. Il padre di Esehine fa, secondo 
alani, Carino, secondo altri, Lisania. Alaxlv^g XoqIpov rov 
aXlopzoxoiOv, dice Laerùo % ol oh Avùavlov, Eschine figlio 
di Carino Saisicciqfo; secatido altri, di Lisofiia. E Snida 3): 
AÌ0x^vi]g Xoflvov àXXavtoxoiav. tpilóawpog JSoxQotixóg, 
Tiphg -oh Avaaplav xalóà ipaoiv. Eschine figliuolo di Carino 
Salsicdajo: filosofo Socratico. Alcuni però il dicano figlio di 
lÀsama. Figlio di Lisania egli ò detto pare più volte presso 
Polio*). 

AufiàXXeto vxò Mtvsó^fiov xov ^erQUc^g], Di questo 
Menedemo parla a suo luogo diffusamente il nostro Esichio. 

^Sig Tovg xìelotovg óiaXóyovg oprag SaìXiforovg vxo- 
^àXXoiTo]. Che i dialoghi attribuiti ad Esehine fossero io 
realtà di Socrate, affermasi eziandio da Idomeneo presso 
Ateneo^). Tlg yoQ ijlxioev Aloxlvfjv ròv SancQottxòv 
TOiovrov yeyBvffid'at xovg tQÓJiOvg, òjtotov q>fjaì Avclag 
o ^ijratQ èv rotg róv ùvfifioXalwv Xóyoig; ov Ix vóv q)eQO' 
(lévoìv a)g avrov' AiaXóyoìV d-avfia^Ofisv à)g èjtietxf) xcà fii- 
XQiOVy nXipf si 11^, òg àXr^&cog rov aog>ov JSc^XQarovg lori 
0vyYQa/i/iara, ix^^^^V ^^ avrq) vjtò Savd'lxxtjg, r^^ So- 
XQCtxovg ywcuxòg, /lerà ròv èxslvov d-avatov, òbg ol a/igi 
TOP ^óofispia g>aolp. Dicesi presso Fpzio*), che taluno esclu- 
dendo sette dialoghi dal numero degli scritti di Esehine, attri- 
buivali a Socrate. Veggasi il dialogo dello Allacci sugli scritti 


«) p. 118. 

*) Ub. IL Vii Aesch. 
') Meurs. IL 604. C. 
«) Codd. 61. 158. 247. 
*) Lib. Xm. p. 611. E. 
•) Codd. 158. 


i 


321 

di qii€flto filosofo^). ABseriBce Perseo presso il Laerzio ^)y la 
maf^or parte dei sette mentovati dialoghi essere di Pasifonte. 
Kaì xwv ijrrà (òiaXórfwv) àlk rovg :n[X€lOTOvq IIsQCaiog q)/qc\ 
naci^pAvTog elvai tùv ^EQezQixùv, slg rovg Alcxlvov 61 
xaTOTagai. Btuma parte dei sette (dialoghi) dice Perseo 
essere di Pasifonte Eretriese, contarsi però tra quelli di 
Eschme. Nel qual passo dopo la parola IlaaiqxSvTog ha il 
eodice ^AmndeliaDO del Laerzio: slvai rov algerixav, in luogo 
di elvcu rov ^btqixov^). Di questo Pasifonte, che dice 11 
Menagio^), essere a sé ignotissimo, parla ancora altra volta il 
Laerzio stesso, il quale dìce^): El ye avrov al tqoycoóIcu, 
xcà fui q>i2Àaxov rov AlyiPijTOv èxslvov Yva>(flfiov, ij Ilaoi- 
fAvxog xov Aovxiavov, ov q^i ^a^cDQlvog iv jtavzoóa^^ 
lùtogla, fiera rtjv rsXavr^ avrov avyyQOìpai. Se sue sono 
le tragedie, e non di Filisco Eginela lì lui discepolo y o di 
Pasifonte Luciano, il quale dice Favorino nella istoria, di ogni 
genere avere scritto dopo la di lui morte. Questo Pasifonte 
medesimo, per quanto apparisce, è allegato da Plutarco^), il 
quale ne ricorda i Dialoghi. jEV de rivi r&v naoiq>óovrog 
òtaX&foov yéfq€Uirai ori xad^ tjfiiQov i&ve rotg &eolg. In 
uno dei Dialoghi di Pasifonte fu scritto, che quotidianamente 
offria sacrificio agli Dei. 


1) Fab. B. gr. L 826. 
^ In Vit Aesch. p. 116. 
Ó Laert IL 539. col. 1. 
«) Ad Laert. II. 61. 


^ Lib. VL in. vit. Dioff., Fab. B. gr. III. 621. 
•) In Nida. 


21 


Volgarizzamento 

Delle Opere 

di M. Cornelio Frontone. 


31 


Al GhiarlBsimo 

Sig. Dott. Angelo Mai 

Scrittore di lingae. Orientali 
Nella Biblioteca Ambrogiana 

Giacomo Leopardi. 

Altri donano dedicando; io vi dedico un dono, che voi mi 
avete fatto. Frontone è vostro, e ovunque si ragionerà di lui^ 
si parlerà anche di voi. La vostra fama non morrà, ove non 
nraoja quella del secondo fra gli Oratori Romani. È pur bella 
cosa aver reso il suo nome inseparabile da quello di uno dei 
più grandi uomini, che i secoli abbiano ammirati. Rallegra- 
tevene: avete bastantemente provveduto alla vostra gloria. 

10 nella età, in cui mi trovo, non posso averlo fatto, e con 
un ingegno sì piccolo non posso sperare di farlo. Tuttavolta 
bo cercato di servire la mia patria come ho potuto, e di fare, 
se a me tanto è possibile, che Tltalia conosca il prezzo del 
dono, che ha ricevuto da voi; Tltalia; poiché) ne son certo, le 
altre nazioni l'hanno già conosciuto, o lo conosceranno di corto. 

11 vostro dono è caro a me in singoiar .guisa, di che saprete 
la cagione, se non vi recherete a noja il leggere la vita di 
Frontone, che ho ardito scrivere dopo di voi. Altri potrà fare 
della vostra scoperta miglior uso di quello, che io ne ho fatto, 
ma sentirne gioja più grande che non io, nessuno. 

Ricevete questo piccolo presente, e siate certo che non 
potrò mai rendervi giusto cambio del piacere che mi avete dato. 


Discorso 

Sopra la Vita e le Opere 

di M. Cornelio Frontone. 


L Della vita e delle opere di M. Cornelio Frontone io 
tvea serittOy il più diligentemente che avea potato, un commen- 
tario latino ^). Avendo perciò avuta occasione di esaminare a 
fondo tntto ciò, che gli antichi ce ne aveano detto, io mi era 
formata un' altisBima idea della virtù, de( sapere e della elo- 
qnenza di qneir Oratore. Io ne avea parlato spesso, e sempre 
con trasporto, nei miei discorsi familiari, e mi era lagnato, che 
un uomo isd grande fosse conosciuto sì poco. Io deplorava di 
cuore la perdita delle sue opere, che supponeva essere state 
eccellenti, e non in feriori ad altre, che a quelle di M. Tullio. 
Io era insomma interessatissimo per Frontone, ed ammirava 
quasi perdutamente la sua eloquenza, che non conosceva. Nel 
Decembre del 1815 io vidi annunsiarsi nei pubblici fogl ila 
sorprendente scoperta di molti e molti suoi scritti ritrovati in 
un palimpsesto Ambrogiano, e dati in luce, con copiose illu- 
straaoni, in Milano dall* incomparabile scopritore dei nuovi 
frammenti di M. Tullio, U Dott. Angelo Mal I letterati, che 
si sono trovati in simili casi, sanno, qual sia Femozione, che 
si prova in quei momenti: gli altri non potrebbono formarsene 
Dna giusta idea, tuttoché volessi descriverla. Dopo Finquietu- 
dine, lo stupore, la gioja; il primo moto, che m'invase fu Firn- 
pasienza. Io invidiava la sorte dei Milanesi, ohe poteano alF 
istante appagare la loro curiosità e soddisfare al loro desiderio. 
Oltre Seneca, Plinio', Quintiliano, diceva io frattanto, noi avremo 
un oratore della età di argento, che formerà le delizie degli 

*) Questo era compreso nel libro ,De vitis et scriptis Rhetorum 
qnommdam, qui secundo post Christnm saeculo, aut primo declinante 
flomerunf*, di cui il Chiarissimo e infaticabile Ab. Francesco Can- 
cellieri si compiacque di far menzione nella pagina 89. del suo trattato 
•Intorno agli uomini dotati di gran memoria ed a quelli divenuti sme- 
morati" impresso ih Roma nel Gennajo e nel Febbrajo del 1815. 


330 

nomini di gnsto, qnell* oratore , che gli antichi dicono essere 
stato il più grande del suo tempo ^), e che uno di essi asserisce 
non cedere nella eloquenza nemmeno a Cicerone^); noi senti- 
remo il maestro del più filosofo tra i principi parlare al suo 
immortale allievo, e questo trattenersi a vicenda con lui; e 
senza essere obbligati a rapportarci in tutto al parere degli 
antichi, noi giudicheremo da noi stessi della sapienza di M. 
Aurelio e della eloquenza di Frontone. Qual piacere di pene- 
trare nella stanza silenziosa di queir imperatore, troppo grande 
per essere imitato, e di vederlo scrivere familiarmente ad un 
uomo, che egli amava con tenerezza, ad un maestro, che egtt 
riveriva di cuore ^), e che aveagli insegnato a detestare la in- 
vidia e la doppiezza propria di un tiranno^). La scoperta di 
Frontone formerà un' epoca nella storia della letteratura. Non 
la formerebbe quella di Tacito, se fosse avvenuta ai nostri 
tempi? Ebbene, queir oratore occupa, in un diverso genere 
di scrivere, il grado, che Tacito tiene fra gli storici, seppure 
il suo posto non è anche più elevato. Con questi pensieri io 
fomentava ed accresceva la mia curiosità. Giunsero finalmente 
i volumi sospirati: io mi vi gettai sopra coli' avidità di un 
affamato, che si getta sopra il cibo: li scorsi, li les« rapida- 
mente, e trovai che le speranze, che avea concepite sopra di 
essi, non eran vane. Quelle pagine ci fanno conoscere Fron- 
tone, ci somministrano nuovi lumi per giudicare del carattere 
e dell' ingegno di M. Aurelio: e benché sparse di lagune, sono 
profittevolissime, e quasi sempre infinitamente dilettevoli. Con- 
cepii tosto il pensiero di recare nella nostra lingua quelle pre- 
ziose opere, e accintomi incontanente alla esecuzione del mìo 
disegno, la proseguii con ardore, e giunsi presto al fine della 

*) KoQvriXioq ^qóvxìov, o za itQcSra rwv róte^PiOfMlfov iv ÓÌxoiq 
ipsQÓfievoq. (Dio CasB., Hist. Rom. LXTX. 18.) ^qóvtcovi tip rote 
aQlarqt '^PrjtÓQtov. (Paeanias, Metaphras. Eutrop. Hist Rom. Breviar. 
Vili. 12.) 

^) «Fronte Romanae eloquentiae non secundum, sed alterum decos' 
(Eumenius, Panegyr. Constantii cap. 14). 

3) „Sed multum ex his Frontoni detulit** (Capitolinus in M. An- 
tonino). 

*) Ua^a ^QÓvtatvog tò iniaxijaai ola ^ xvQawixri ^axavia *a\ 
vTtóxQiaiq (M. Aurei., de se ipso I. 11). 


331 

impresa. Noi abboikliamo di traduzioni di tutti gli antichi 
autori latini: gtì. scritli di Frontone, percliè scoperti più di 
fresco, ne saranno forse men degni? e una traduzione, che 
serva a farlo conoscere maggiormente, sarà meno utile, perchè 
egli è ancora meno conosciuto? Stazio e Lucano hanno avuto 
delle traduzioni, che li onorano: Frontone non dovrà averne 
una, che sia onorata e resa interessante dal merito delle sue 
opere? Quanto al mio Commentario latino, io vidi appoco ap- 
poco le osservazioni, che in esso avea fatte, ingojate da quelle 
che il diligentìssimo Editore ha premesso agli scrìtti da lui 
scoperti. Tuttavia non volendo che la traduzione di questi 
venisse alla luce senza la vita deir autor loro ; mi posi di nuovo 
a scrìverla, facendo di tratto in tratto qualche piccola aggiunta 
al dottissimo lavoro dell* Editore. 

IL II prenome dell' autor nostro fu Marco, come apparisce 
da Gelilo % da Sidonio % dal Codice, che contiene le sue opere 
e dalla fìimosa iscrìzione Pesarese; il nome gentilizio, Cornelio, 
come mostrano la iscrìzione stessa. Gelilo^), Dione Cassio^) e 
Capitolino^); il cognome, Frontone. Questo, che, come osser- 
vano il Panvini«), il Sigonio'O, TOrsato»), deriva dalla fronte; 
fu commune, dice il Glandorp, agli Eternini, agli Aufidii, ai 
Comelii, ai Gluliì ed anche ai Caji, tuttoché Gajo quasi sempre 
sia prenome, e non nome gentilizio: onde io c^edo, scrìve 
rOrsato % che Frontone non sia stato cognome de' Onjìy se non 
in famiglie, „quae a nitore Romano alienae sunt^. V'ebbero 
dei Frontoni in Pergamo, in Emesa, in Aquitania, forse anche 
in Dalmazia, in Faselide, in Milano, come osserva TEditore, e 
di più in Nicopoli d'Armenia ^<)). Nel secolo quinto S. Nilo 


«) Noot. Att. IL 26. Xm. 28. 

«) Epist lib. Vm. ep. 10. 

^ Noct. Att. XIX. 8. 10. 13. 

«) Hist. Rom. LXIX. 18. LXXI. 35. 

') In M. Antonino et in L. Vero. 

>) De antìq. Rom. nomin. 

^ De Nomin. Rom. cap. 3. 

*) De not. Rom. art. Pronto. 

•)!. e. 

>o) 8. Basii. Ep. 125 et 239. 


332 

monaco seriyeTa a certo Frontone Archimandrita^). Idazio^) 
nomina due volte nn Frontone Conte, ohe visse nello steaso 
secolo. 

IIL Patria del nostro Frontone fu Clrta, metropoli della 
Nnmidia. L'Affrica, che ò stata sempre considerata come la 
parte più barbara del mondo, ha prodotti ingegni, che tntte 
le altre parti di esso possono invidiargli. I Francesi, secondo 
la loro commoda costamanza, vollero rubar Frontone alla 
Nnmidia, e ùaìo di Aquitania; ma non riportarono che le rìsa 
dei letterati. Tuttavia confesso, che io non mi accordo eoli' 
Editore in tener per certo, che qnel Frontone famoso per la 
sua eloquenza, di cui Sidonio fa menzione, come di un antenato 
di Leone consigliere di Enijco re dei Goti, in una epistola^) 
indirizzata a quel personaggio, sia diverso dal nostro autore; 
non essendo impossibile o che qualche ramo della famiglia di 
M. Aufidio Frontone, nipote dell' Oratore, si fosse stabilito in 
Aquitania, o che Sidonio, poco istruito intorno alla genealogia 
di Leone, ovvero bramoso di adulare quel potente cortegiano, 
facesse a torto derivare la sua famiglia dal nostro Frontone: 
e d'altronde non avendosi notizia di alcun altro Frontone, il 
quale si s)a distìnto nella eloquenza iv guisa da esser nominato 
da Sidonio come nomo notissimo e capace di fare onore alla 
stirpe di Leone; ove non voglia citarsi un Frontone Gazio, 
più antico del nostro, mentovato solo dal giovine Plinio. Oltre 
di che si sa, ohe Sidonio è tra gli antichi uno di quelli, che 
più sovente parlano del nostro Oratore, poiché egli lo ricorda 
altre tre volte nelle sue Epistole^). 

IV. Benché Cirtese, dice l'Editore, Frontone sembra esser 
disceso per linea femminile da Cheronea, città di Beozia, poiché 
Giovanni di Salisbury scrìve, che, secondo alcuni, Plutarco era 
uno de' suoi antenati^). Presti ognnno quella fede, che vnole 


Epist L 88. 

^ Chron. Olymp. 308. 309. 

») Uh. Vili. ep. 3. 

*) Lib. I. ep. 1., Lib. IV. ep. 3., Lib. Vili. ep. 10. 

*) „Fronto, secundum quosdam, nepos Plutarchi" (Joann. Salìsbur. 
Policrat Vm. 13). «Latinas litteras Marcum Pronto, nobilissimus orator; 
docnit, et, prò quorumdam opinione, nepos Piutarchi" (Id. VIIL 13). 


333 

a Giovanni di Salisbary, autore In Torità abbastansa erudito; 
ma poco antico, il qnale in uno dei due luoghi, ove ricorda 
questa opinione intorno al nostro Oratore,- soggiunge sabito; 
che Giovenale fé' menzione di lui in quel verso ^): 

,;FrontQnis platani; eonvuLsaqne marmora clamant'^ 
Eppure Giovenale è più antico dell' autor nostro. A questo 
proposito è a notarsi un errore già molto commune, ma ora 
conosciuto dagli eruditi; di cui però l'Editore non ha fatta 
parola. Visse in Roma al tempo di Severo, e quindi trasferissi 
in Atene, ove morì, certo Frontone Retore, di Emesa, no ma- 
terno di Longino il Critico. Ecco ciò che ne dice Snida ^). 
^qÓvtojv "ÉfiiOfjvòg ^P//t(dq, ysyovcàq hù SevfjQOV tov ^act" 
Xicog Iv ^PoifiTj' èv de Xdtjvcug avrexalósvóe ^iXocxQaxm 
xcó XQcartcp, Tcal Àìplvy to? FadageL *Ek€JÌevti]ó€ de èv 
k^vaig JtaQÌ §'. h:Tj yeyovwq, xal àdeXg>^g, ^QOVxan>lóoq 
xixtòa ovta Aoyylvov ròv KqitìxÒv, xXijQOPÓfiop xatéXuiev. 
ISjQccipt Sk ovxvovg Xóyovg. Frantone Emeseno, Retare, visse 
m Rama sotto ' Timperatore Severo > e in Atene fu emolo del 
primo Filostrato e di Apsine Gadareno. Mori in età di circa 
sessanf anni in Atene, e lasciò suo erede Longino il Critico, 
figlio della sua sorella Frontonide, Scrisse molte orazioni. 
n Buald nella vita di Plutarco^), annoverando i suoi discen- 
denti, e dopo lui il Langbaine^) ed altri confusero questo 
Frontone col nostro Oratore, che fecero così nativo di Emeea, 
e zio di Longino. Anche il diligentissimo Fabrido, ingannato 
dal nome di Retore, commune ad ambedue i Frontoni, o jhù 
verosimilmente dall' autorità del Ruald e dei suoi seguaci, cadde 
in due luoghi nello stesso errore^), ma, senza essere d'accordo 
con se medesimo, distinse in un terzo manifestamente il nostro 
Frontone dall' Emeseno^). Il Corsini'') confutò pienamente la 
falsa opinione del Ruald, di cui anche lo Schardam^) fece esser- 


») Sat L V. 12. 

*) Art 4^^vz<ov. •) Gap. 5. 

^) In vita Longini. 

*) B. gr. III. 330. IV. 435. 

•) B. lat. IL 470. 

') Vit Plutarchi J 5. 

■) De vit et script Longin. § 3. 


334 

vare TabtMiglio. Né molta aeatézza è dì mesfierì per conoscere 
che un Frontone, il quale fiorì Botto Severo , è diverso dal 
maestro di M. Aurelio e del suo fratello adottivo. Ora poi, 
che si sono scoperte le opere dell' Orator nostro, Terrore è 
ancor più lampante; poiché da queste apparisce, che egli fu di 
Girta, e non di Emesa, che non ebbe altri nipoti, che i figli 
del suo genero, e che visse sino alla vecchiessa in Roma, non 
in Atene. 

y. È in certo il tempo della nascita di Frontone. L'Edi- 
tore pensa, che egli sia venuto al mondo sotto l'impero di 
Domiaiano, o di Nerva. È ancora più incerto, anzi è affatto 
ignoto, i luogo, in cui passò Frontone la sua giovinezza, e 
attese agli studj. Noi possiamo dir solo, che egli fd discepolo 
di Dionigi il Tenue, cosi chiamato forse perchè era alto di 
statura , e soittile e pallido ^). Di questo é fatta menzione dal 
nostro Oratore^), da Ateneo^) e dall' autore del Grande Eti- 
mologico^). Da Dione apprendiamo, che Frontone sotto l'im- 
pero di Adriano occupava in Roma il primo posto nella elo- 
quenza del foro, il che mostra che egli al tempo di quel 
principe trovavasi già in età matura. Narra quello storico 
che il nostro Oratore una volta, mentre a sera già avanzata 
tornava a casa dopo la cena, avendo inteso da un suo cliente, 
cui dovea di&ndere in giudizio, che Adriano era a quell' on 
in tribunale, se gii fece innanzi coi suo abito da mensa, che 
si trovava in dosso, e lo salutò non colla parola della sera 
„Vale^, ma con quella del mattino „Salve'^ 

VL E certo convien dire, che egli si fosse procacciata 
gran fama col suo sapere, poiché fu scelto a maestro di M. 
Aurelio, e quindi di L. Vero, ambedue ancora fanciuUettL Fu 
qui dove impiccò in singoiar guisa la insigne perizia del nostro 
immortale Oratore. M. Aurelio, divenuto anche Angusto, sti- 
mava, riveriva, amava, careggiava senza fine il suo dilettissimo 
Frontone, né L. Vero gli cedea per conto alcuno in questo 
straordinario trasporto per il loro commune maestro. È im- 


>) Etymol. Magn. art. diovvaioq, 
>) De Oration. lib. I. fragm. 6. 
*) Deipnosoph. XI. 
*) L e. 


335 

poftaibfle trovar termini più energici e più espressivi di quelli, 
che ambedue questi affettuosi princìpi usano nelle loro lettere 
per significare a Frontone il tenero -amore, che gli portano. 
Questi corrìspondea pienamente al loro affetto; scrivea loro 
con amorevolezza con gratitudine, con sincerità, con venera- 
zione; protestava, 'che non era degno di tanto affetto, e che 
non sapea conoscerne la causa; si attristava vivamente per le 
loro sventure, e, quel che è più, nutriva un impegno efficace 
per il loro profitto e per il loro bene. Avendo M. Aurelio 
abbandonato lo studio della eloquenza, per darsi tutto alla 
filosofia Stoica, gli scrisse egli due intieri libri di lettere, che 
s'intitolano „Delle Orazioni'', nei quali lo esortò, lo pregò, lo 
scongiurò a ripigliare Tantico cammino, cercò in ogni guisa di 
distorlo dal suo soverchio amore per lo Stoicismo, gli mostrò 
la u^tà della eloquenza, e gli diede alcuni pratici savissimi 
precetti di questa divina arte. Fece nel Senato Telogio di 
U. Aurelio, ancor giovine, in un panegirico, che recitò di 
Antonino Piò-; celebrò la vittoria riportata sopra i Farti da 
L. Vero; paragonò questo Imperatore a Trajano; lodò a cielo 
la lettera laureata, che egli avea scritta al Senato per parte- 
cipargli il buon esito della sua spedizione; sempre affettuoso, 
sempre interessato per la gloria dei suoi cari discepoli, veri 
esempj di gratitudine e di sincera amorevolezza. 

VII. Frontone non mancò di quegli onori, ohe^ come dice 
Thomas 7 suppongono e accrescono la riputazione. Egli fu 
creato Console suffetto per due mesi, non da M. Atirelio, come 
molti hanno creduto, e tra gfi altri, a quel che apparisce. 
Ausonio^); e molto meno da Tnyano, come crederono il 
Panvini ^), il Xeunclavio, il Galeran ^) ed altri ; ma da Antonino 
Pio, come ottimamente ha dimostrato Tfiditore, fissando Tepoca 
del consolato di Frontone, con argomenti, che non ammettono 
replica, ai due mesi di Luglio e di Agosto dell' anno di 
Roma 896., ovvero del precedente 895., cioè del 143., o 142. 
della nostra era. Nel primo di questi anni furono consoli 

Essai sur les Eloges chap. 16. 

*) Grat aot prò Consulatu ad Gratìan. 

') Comment in Fast Consuiar. 

*) Ad Eutrop. Hist. Rom. Breviar. lib. Vili. cap. 12. 


336 

ordinar) C. Bellicio Torquato ed Erode Attico; nel secondo 
L. Caspio Rufino e L. Stazio Quadrato. Quanto al collega 
di Frontone, FEditoie -non ha giudicato bene di &r delle ri- 
cerche intorno al suo nome. Per congettura dell' Olivieri Oy 
il quale però suppose falsamente, che Frontone fosse stato 
console sotto M. Aurelio; egli fu quel Candido, che si nomina 
nella seguente iscrizione. Oruterìana. CLODIAE . TROPHIMAE . 
VXORI . 8ANCTISSIMAE . NON . MAIV8 . FRONTONE . ET . 
CANDIDO . COS . C . CLODIVS . LASC1V08. Da questa iscri- 
zione apparisce, che un Candido fu console con un Frontone. 
Resta a mostrare, che questo Frontone fu il nostro. Un Tib. 
Giulio Candido fu console per la seconda volta sotto Trajano 
nell* anno di Roma 858., di Cristo 105. Un figlio di questo 
sarebbe stato contemporaneo di Frontone, ed^vrebbe ottima- 
mente potuto esercitare l'impiego di console insiemp con lui 
nel 142., o 143. della nostra era. V^hanno alcuni epigrammi 
di Marziale sopra certo Candido'). Plinio') fa menzione di 
un Giulio Candido-, che viveva al suo tempo, ed un Giulio 
Candido pare, nominato in una iscrizione, che si legge presso 
il Fabretti, fu. proconsele della Pamfilia, o, come altri vogliono, 
deir Aeaja, sotto l'impero di Adriano, prima della morte di 
Sabina, avvenuta neir anno 891. di Roma, e 138.. di Cristo. 
Di un Candido, comandante di truppe probabilmente sotto 
rimpero di M. Aurelio, fa menzione Pietro Patrìcio^). V'ebbe 
un Vespronio Candido, uomo consolare e primario, ma questi 
essendo vissuto al tempo di Severo^), non sembra aver potato 
esser console con Frontone. Quello però, che fa sopra tutto 
al caso nostro, è che Ulpiano ®) ricorda certa risposta dì Anto- 
nino Pio, sotto il cui impero -Frontone fu consolo, ad un Giulio 
Candido. V'ebbe dunque un Candido contemporaneo di Fron- 
tone, e però la congettura dell' Olivieri, che era molto aerea, 
acquista ora una probabilità sufficiente. 


Mann. Pisaur» Inscript 69. 

') Lib. II. ep. 24. 43., lib. IIL ep. 26., lib. XIL ep. 38. 
>) Epist V. 20. *) Ezcerpt de Legai 

•) Dio Cass. Hisf. Rom. LXXIII. 16., LXXIV. 6., LXXV. 2., Spai^ 
tian. in Did. Jul. 

«) Digest. Ub. XLVIII. tit. 1 leg. 7. 


337 

Vin. Quanto io son d'accordo coir Editore in tutto ciò, 
che riguarda il Consolato aoBtenuto da Frontone sotto Antonino 
Pio; altrettanto discordo da lui in tutto quello ^ ohe egli dice 
sopn Taltro Consolato, che, a suo parere, esercitò Frontone 
sotto Adriano. Due sono gli argomenti, che egli adduce in 
favore della sua opinione. Il primo è tratto da un luogo della 
Tattica di Eliano % opera dedicata ad Adriano dall' autor suo. 
L'Editore lo reca tradotto dal Robortello cosi: ,,Ac sane de 
instruendis copiis juxta Homeri praescriptum scriptores habemus 
Stratoclem, Heriniam et Frontonem, qui nostra aetate vivit, 
virnm consularem'^ Eliano, die' egli, serivea ciò al tempo di 
Adriano. Se dunque Frontone era consolare sotto l'impero di 
questo principe, convien dire, che egli abbia sostenuto un altro 
Consolato prima di quello, di cui l'onorò Antonino Pio. U secondo 
argomento è tratto da Gelilo confrontato con Snida. Dice 
quegli^), che una volta „Favorinus philosophus cum ad ÌL 
Frontonem camtUarem pedibus aegrum viseret^', volle che ancor 
egli venisse seco. Da Snida si raccoglie, che la vita di 
Favorìno non oltrepassò l'impero di Adriano; e però, dice 
l'Editore, se Favorino visitò Frontone già consolare, questi 
dovè necessariamente esser Console prima della morte di quel!' 
imperatore. Ma quanto al primo argomento, sanno gli eruditi 
ehe il luogo di Eliano allegato dall' Editore, sembra a molti 
riguardare Frontino, lo scrittore degli Stratagemmi, con cui 
Eliano parlò e dimorò alcuni giorni in Formia al tempo di 
Nerva , siccome scrive egli stesso nella prefazione alla Tattica, 
ove pure lo chiama uomo consolare. E infatti da un passo 
di Luciano'), che i dotti citano a questo proposito, apparisce 
ehe 1 Greci confondeano facilmente fra loro i nomi di Frontone 
e di Frontino. Dice l'Editore, che Frontino, essendo morto 
sotto l'impero di Tr%|ano, non potè ei0ser nominato, come vi* 
veetOi in un'* opera scritta sotto Adriano. Ma io replico, che 
il luogo di EUano mi sembra doversi tradurre corì. „Ac sane 
de instruendis, Homerica x&tione, copiis scriptores habemus 
Stratodem, Hermiam Frontonemque, nostrae aetatis virum con- 

Cap. 1. 

^ Noct Att IL 26. 

>) Qnom. scrib. sit Hist cap. 21. 

22 


338 

snlarem ^)/' Poiché/ se non m'inganno , le parole rm xad^ 
riiiàq vxaTixd} ai^ÓQÌ, non BÌgnifioauo, ehe queir nomo conso- 
lare viveva ancora qmando Elìano scriverà; ma sok), cke egli 
era vissuto al suo tempo: e però niente impedisce di credere, 
che qaegli, benché stato già sno contemporaneo, morisse prima 
che Eliano facesse menzione di InL D'altronde lo non so 
persuadermi, che il nostro Frontone, il quale fu tutt' altro che 
soldato, matematico, abbia scritto sopra cose militari; né le 
ragioni addotte dall' Editore mi sembrano molto atte a render 
la cosa probabile, il secondo argomento mi par meno forte. 
Il Tiilemont e gli autori della Storia letteraria di Francia, 
mossi dalle parole di Gelilo, sopra le quali l'Editore si fonda, 
crederono, che Favorino fosse vissuto sino ai tempi di Antonino 
Pio: e l'Editore li riprende, citando Snida. Ma l'autorità dì 
questi è poi tanto grande ? E chi non sa, che il suo Lessico é 
pieno dì errori, e che il conto, che si fa delle sue testimo- 
nianze, é sempre mediocre? Conceduto però, che egli, nel luogo 
citato dall' Editore, sia veritiero; non v'ha alcuna neeessità 
di credere, che Frontone sia stato Console prima che Favorino 
si portasse a visitarlo, e Gelilo potè benissimo chiamarlo censo* 
lare, perchè tale egli fu appresso, non perchè io fosse già 
quando esso insieme con Favorino si recò da lui. Finalmente 
la Iscrizione Pesarese, chiamando semplicemente Console il nostro 
Oratore, e due volte Console il sno genero Aufidio Vittorino, 
sembra esohidere manifestamente l'altro supposto consolato di 
Frontone^ Questo argomento è cosi forte, che l'Editore non 
ha saputo rispondervi, se non opponendo all' autorità dèlia 
Iscriaione Pesarese quella di Eliano e di Gelilo, la quale però, 
come ho osservato) non sembra favorirlo gran fatto. 

IX. Terminato il suo consolato, Frontone fu da Antonino 
Pio £atto Proconsole di una provincia della Grecia, o dell' Asia: 
ma egli, benché avesse vivamente desiderato di esercitare 
questo impiego, ne fu impedito dalle sue infermità. £gti fu 
senatore, come apparisce da una delle sue lettere a Vero^). 

*) Kaì negì xijq xad-^ "OfiriQov zaxzix^g ivBXvxofiev avyy^^fvci 
Sxgaroxksi re, ^Eq/àsìcc xaì ^QÓvxmvi t(p xad'* tj/Jiàg vmxitx^ ÌvóqI 
(Aelian. Tact. ci). 

*) Lib. I. ep. 5. 


389 

Di più, M. Aurelio chiese in Senato, e probabilmente ottenne, 
che gli si alzasse nna statua 0* I^cco la vita pubblica di 
Frontone, a cui non si sa se siano di maggior gloria l'ingegno, 
o gli onori, onde fu colmato; il merito e la virtù, o le ricom- 
pense, che n'ebbe; la benevolenza dei posteri, o quella degl' 
Imperatori. 

X. La sua vita privata, per essere stata meno splendida, 
non gli reca minor lode. Egli visse in strettisùma unione con 
un suo fratello, che fu distinto con sommi onori da Antonino 
Pio. Amò teneramente la sua moglie, che sembra avere avuto 
il nome di Grazia. *Fu affatto privo, a quel che apparisce, 
di prole maschile. Perde, Tuna dopo Taltra, cinque figlie, tutte 
ancora bambine, e diede in isposa Tuniòa figlia, che gli rimase, 
la quale sembra aver avuto commune colla sua madre il nome 
di Grazia, ad Aufidio Vittorino, uomo virtuosissimo ed eloquen- 
fissimo. Questi, che probabilmente fu Terede di Frontone, 
passò nella famiglia di lui, e però il suo figlio M. Aufidio e 
il suo nipote, che cliiamossi M. Aufidio esso pure, portarono il 
cognome del nostro Oratore. Il figlio di Vittorino è, se non 
erro, quel Frontone, di cui parla Antonino Pio in una lettera 
scrìtta a M. Aurelio, già marito e padre ^); poiché io non so 
comprendere come rfiditore*^) abbia potuto credere, che ivi si 
tratti del nostro Frontone, e non sospettare nemmeno, che vi 
si parli di un fanciullo. Ecco tutto intero il passaggio dì quella 
lettera. „Ogni giorno, dice Antonino Pio, ho qualche lite con 
questo nostro Vittorino, ossia Frontone. Laddove tu sei lonta- 
nissimo dal domandar* mercede per qualunque servigio prestato 
date con parole, o con fatti; questi nessun altro vocabolo ha 
più presto e più spesso in bocca che Dammi, Io gli do il 
più che posso di cartoline e di tavolette, e godo che me le 
domandi. In lui però si travede qualche indizio delt Ingegno 
delf avo. È ghiottissimo delle uve. Ha cominciato tosto a 
gustome, e quasi per tutti grintierì ^orni non Tha finita mai 

*) «Cui Frontoni et statnam in Senatn petiit". (Gapitolin. in 
H. Antonino.) 

s) Lib. Ad Antonin. Pinm èp. 12. 

') Ck)mment. praev. in Fronton. Par. I. cap. 11. p. XX VL et ad 
Front de Nep. amisso £p. 2. p. 212. 

22* 


340 

di leccar l'uva colla lingua, o di vezzeggiarla colle labbra, 
o di spremerla giocolando colle gingive. Ama moltissimo gli 
uccelletti, e si trastulla coi pulcini delle colombe, delle galline, 
dei passeri. Mi han detto i maestri e gli educatori mìei, che 
io avea, quando era fanciullo, lo stesso gusto''. Quanto a quelle 
parole dell' originale „cum isto qnidem sive Victorino nostro, 
sive Frontone", che io ho tradotte : con questo nostro Vittorino, 
ossia Frontone; io sottometto questa interpretazion mia al 
giudizio dei dotti: ma, ad ogni modo, o esse denotano una sola, 
due persone; mi sembra evidente, che il Frontone, di cui 
parla Antonino, è un fanciullo: e M. Aufidio Frontone, figlio 
di Vittorino e nipote del nostro Oratore, pQtè benissimo, vene 
il fine deir impero di Antonino Pio, morto neir anno 914. di 
Roma, e 161. di Cristo, trovarsi in età di sei, o sette anni, 
poiché fu Console con P. "Cornelio Anufìno sotto Severo nell' 
anno di Roma 952., di Cristo 199, alla quaP epoca egli avrebbe 
avuto alquanto più di quarant 'anni, età eouvenientiBsima per 
un Console. Questi sembra essere quel nipote, che Frontone 
allevò nel suo seno, come dice egli stesso in una lettera i 
H. Aurelio^), scritta, a quel che apparisce, nel tempo delU 
spedizione di Vittorino contro i CatU, o, come sospetta TEditore, 
in quello della guerra sostenuta contro i Marcomanni da M. 
Aurelio e da L. Vero, dopo la guerra Partica^): il che però 


De Nep. amie. ep. 2. 

>) La guerra Cattica fu nei 162. di Cristo, 915. di Roma (lIUenL 
Uist des £mp. 346). Posto dunque ch'egli avesse nove anni quando 
morì Pio, sette quando fu scritta quella lettera , allora ne avrebbe 
avuti dieci. Ma il nipote di Frontone mori finita la guerra Partica, 
e apparentemente dopo il ritomo di Vero dair esercito, come si 
cava dalla lettera 6». 'del libro I. a Vero (p. 96. 97). La guerra 
dei Parti finì nel 165 (Tillem. ivi 352), Vero tornò nel 166, di 
Roma 919. (Tillem. ivi 354); dunque non potè morire nella guerra 
Cattica. I due imperatori andarono per la guerra Marcomannica aU' 
esercito in Germania Tanno 166, o nel Febbrajo del 167 al più tardi 
(Tillem. ivi 356. 357), tornarono nel 167, di Roma 920 (Tillem. ivi 359): 
dunque nel 367 Frontoncino avrebbe avuto quindici anni. Ha anche 
le due lettere di Frontone e Vero (6* e 7*. del lib. I.), dove si paria 
della morte del nipote , pajono scritte da vicino, come quelle due de 
Nepoté amisso: dunque credo che sieno state scritte nell* intervallo 
tra il ritorno di Vero dalla guerra Partica, e la partenaa per la Mar- 


341 

non mi pitr verosimile^ poiché M. Aurelio era in quel tempo 
assai lontano da Roma, e si la lettera , di cui parlo, sì quella 
di M. Aurelio, a cui in essa si risponde, sembrano essere state 
scritte molto dì Ticino. Nel primo caso, M. Aufidio Frontone 
avrebbe avuti allora, giusta il nostro calcolo, circa dicci anni; 
nel secondo, circa quindici: la quale età è appunto quella, che 
sembra indicare la citata lettera del nostro Oratore, e però 
questa osservazione conferma mirabilmente la opinion mia 


comannica, nel quale, dice Tillemont (ivi 357), ch'ei fece molte cose, 
benché pare che sìa molto corto. Dunque Vittorino stava in Germania 
non per avere accompagnati i due imperatori, come pensa il Mai, ma 
poteva bene starci per combattere i Marcomanni, che già ardeva la 
guerra (Tillem. ivi 356). La controversia d*£rode con Demostrato é 
messa dal Tillement (ivi 367) nella seconda guerra Marcomannica, 
stando IL Aurelio in Pannonìa a Sìrmio, due anni dopo la morte dì 
Vero, morto nel 169, cioè nel t71, durante la sua seconda dimora in 
Germania (non la seconda andata, perchè M. Aurelio era partito per 
la guerra Marcomannica un* altra volta, ma giunto ad Aquileja era 
tornato indietro, e, mortogli Vero in Aitino, era tornato a Roma), la 
qua! cosa disfarebbe Topiniene del Mai intomo all' Orazione prò 
Demonsirato. Ma questi la mette nella prima guerra Marcomannica 
(p. LIV.), finita, come di sopra ho detto, nel 167, col mezzo di una 
pace provvisoria (Tillem. ivi 359). Ora Frontóne parla di questa 
Orazione in quella stessa epistola 6<^. del libro I. a Vero, dove della 
morte del nipote e della guerra Partica finita: il che in certo modo 
8*oppone a quel, che di sopra ho detto, che fossero scritte queste 
epistole 6<^. e 7*. ,e quelle de Nepote amisso nell* intervallo tra il 
'fine della guerra Partica, e la partenza degF imperatori per la Marco- 
mannica; ma è obbiezione da non fame conto. Del resto il Mai 
contradcUce a se stesso, credendo che sia seguita nella f^uerra Cattica 
una morte, di cui si paria, come recentissima, in una lettera, in cui 
si parla pure d*un* Orazione detta, secondo lui, nella poma Marco- 
mannica, seguita cinque anni dopo la Cattica. Ma d^ambe queste con- 
getture, sul Demostrato e sulla Cattica, non va fatto conto, come ho 
mostrato. Anche il Mai nomina il ritomo di Vero dalla prima Mar- 
comannica (così dice) seguito nel 920, cioè 167 (p. XCI. XCII. not. l). 
Pajono pure scritte da vicino là lettera di Frontone a Vero, quarta 
del libro I., e l'altre due a. p. 314. 315. (massime la chiusa della prima 
dì queste due), che furono scritte intorno alla morte del nepote, perché 
ci si parla di quelle Orazioni, di cui nella più volte citata epistola 6«. 
del libro I. a Vero. Nella epìstola del Nepote amisso in fine quei 
«librum misi tibi" pare assolutamente che non potesse essere scritto, 
che da vicino. 


342 

• 

esposta di sopra. Qnel nipote, che M. Aurelio ordina a Fron- 
tone di salutare in nna lettera, che si ha dopo i frammenti 
delie Orazioni Frontoniane, è probabilmente Ai. Anfidio Frontone. 
Nel corso di pochi mesi il nostro Oratore, in età abbastanza 
avanzata, perde la sna moglie e un altro nipote di tre anni ^), 
figlio pure del suo genero Vittorino, che in qnel tempo si 
troviiva inijermania. Egli pianse la morte di qnesto faneiulio 
con nna lunga lettera, che mostra quanto affetto egli portasse 
ai suoi congiunti, e quanto fosse sensibile alle sventure della 
sua figlia e del suo genero. M. Aufidio Frontone, figlio di 
Vittorino, perde esso pure un figlio, che si chiamò, come lui, 
M. Aufidio Frontone. Sul sepolcro di questi si legge la famosa 
Iscrizione Pesarese, così detta perchè quel sepolcro si trova 
in Pesaro. Io la riporterò qui colF ordine di linee, con cui 
si legge nel marmo, perchè non comparisca alcuna edizione di 
Frontone senza di essa. 

M. AVFIDIO. FRONTONI. 

PRONEPOTL M. CORNELL 

FRONTONIS. ORATORIS. 

C0NSVLI8. MAGISTRl. 

LMPERATORVM. LVCI. 

ET. ANTONINI. NEP0TI8 ^). 

AVFIDI. VICTORINI. 

PRAEFEGTf. VRBI. BIS. CON8VLI8. 

FRONTO. C0N8VL. 

FILIO. DVLCISSIMO. 

Per conoscere, che Frontone ebbe molti amici, e tra questi 
degli assai stretti, basta leggere le lettere, che egli scrisse ad 
alcuni" di essi, nelle quali fa parola di non pochi suoi familiari. 
Egli ebbe pure varj discepoli ed allievi, oltre i due imperatori, 
M. Aurelio e L. Vero. 

XI. Frontone fu quasi continuamente travagliato da 
lunghissime e gravi infermitii; soffrì dolori di articoli, di omeri, 
di schiena, di piedi, e trovossi anche in procinto di morire'): 


») Ad Ver. lib. I. ep. 7. 
») Errore, si legga NEPOTI. 
") Ad. Ver. lib. I. ep. 5. 


343 

ma sopportò il tutto con pazienza ammirabile^ scherzando sopra 
i suoi dolori Oj accogliendo con amorevolezza gli amici, che 
si recavano a visitarlo ^ trattenendosi con essi piacevolmente 
in dotti discorsi, e disputando dal letto eruditamente^). Fre- 
quentò con molto diletto il circo: non fu assai ricco, ma nemmen 
povero y ed ebbe una villa, suburbana, che sembra essere stata 
appunto quella posseduta già de Mecenate. 

XII. Il tempo della morte di Frontone è incerto , come 
quello della sua nascita. M. de Fontenelle ^) applicò a Newton 
quel detto dì. Lucano , che agli uomini non fu dato di vedere 
il Nilo debole e nascente'*). Serbata la proporzione, esso po- 
trebbe anche applicarsi al nostro Oratore. Noi non conosciamo 
la sua giovinezza: neir ultima età egli ci fugge dagli occhi. 
Pensa l'Editore , che la sua morte abbia preceduto quella di 
L. Vero. 

XIIL Frontone fu uomo dabbene. La sua eloquenza fu 
somma, e fu un nulla rispetto alla sua probità. Io ricordò qui 
con piacere quella bella massima di Rochefoncauld : ,,Nessuno 
merita di esser lodato come buono, se non ha forza bastante 
per esser tristo'^ Frontone potè esser malvagio, e fu one- 
stissimo. £cco il suo più grande elogio. Non fu per pigrizia, 
impotenza, che egli si mantenne lontano dal delitto. Favorito 
in modo straordinario dagF Imperatori, egli avrebbe potuto, 
più che moltissimi altri, farsi reo, ed anche con suo vantaggio, 
seppur vantaggio può chiamarsi quello, che si compra colla 
seelleraggine. Frontone scelse la virtù con piena. cognizione, 
e la esercitò sempre senza pentirsi mai della sua scelta. Fu 
fedele, costante, liberale, compassionevole, pio, modesto, sobrio, 
sincero, paziente, facile a perdonare le offese, e, quel che è 
più, incapace di farne ad aduno. Quanto mai apprezzò egli 
gli uomini sensibili, teneri, di buon cuore, che solca chiamare 
con parola greca 9>iXoOr6Qyovgy dicendo, esser quella virtù si 
rara tra i Romani, che nemmeno il suo nome era Romano^). 


*) Ad Anton. Pium ep. 13., ad M. Caes. lib. I. ep. 8. 

«) Genius Noct. Att. II. 26., XIX. 10. 

*) Eloge de M. Newton. 

*) ,Nee licnit popuHs par^nm te, Nile, videre." (Phars. X. 296.) 

») Ad Ver. I. 5., Ad Amie. I. 2. 


344 

Ah! gli nomini fui*ono sempre i medesimi. Divina virtù, 
quanto sei rara anche al presente, come sei stata sempre, e 
come sempre sarai a danno della umanità! Incomprensibile, 
inestimabil dote, qnanto pochi ti posseggono, qnanto pochi 
sanno, che il cielo ti ha donato a qualche cuore! Frontone ti 
conoscea troppo bene, per non sapere, che tu sei rara, e per 
non apprezzarti come meritL Egli fu veramente (piXóctOQYoq, 
egli fu di buon cuore; amò, compatì, e la sua compassione fu 
efficace. Nemico del home di filosofo, perchè non lo portava 
se non chi non ne era degno. Frontone fu più filosofo di tutti 
i filosofi del suo tempo. Egli fu incapace di adulare, e questa 
certo non fu l'ultima delle virtù sue. Con quale schiettezza 
parlava egli a M. Aurelio, lo ammoniva, lo riprendeva, lo faceva 
accorto de' suoi falli! Io avrei voluto veder Frontone, sotto un 
Domiziano o un Commodo, opporre alla esecrabile tirannia la 
sua nobile fierezza e la sua libera sincerità. Ma egli visse 
sotto Imperatori più atti a far campeggiare le altre virtù sue, 
che la sua fermezza. Nerva, Trajano, Adriano,^ Antonino Pio, 
M. Aurelio, è una serie non interrotta di principi, che ogni 
popolo potrà più facilmente desiderare, che ottenere in molti 
secoli. Mancò un tiranno alla gloria di Frontone e alla istru- 
zione dei posteri. 

XIV. Io confesso, che non solo ammiro, ma amo ancora 
sinceramente il mio Frontone. Qual uomo infatti è più ama- 
bile di chi a una virtù somma unisce un sommo ingegno? 
Quest' uomo singolare fu appunto TOrator nostro, unico nel 
suo secolo, e agguagliato da pochi nei seguenti. E certo, per 
giudizio ancora degli antichi, tranne M. Tullio, non ha Telo- 
quenjsa Romana chi paragonare a Frontone. Tullio era stato 
troppo grande per esser seguito da un Tullio. Chi venne dopo 
lui non volle pareggiarlo, ma superarlo, perchè egli avea 
superati tutti quelli, che lo aveano preceduto: ma un uomo 
sommo non si supera. L'eccesso dell' arte, più pernicioso della 
scarsezza, perchè questa fa sperare avanzamento, e quello 
annunzia retrogradazione; sottentrò alla giusta e moderata 
raffinatezza degli scrittori del secol d'oro. L'uomo non sa 
dimorare a lungo fra tenebre folte, e però cerca di liberarsi 
dalla ignoranza, che è seguita dal sapere, ma si appaga di no 


345 

soverchio splendore, che abbaglia; e però soffre volentieri 
FeccesBO dell' arte, che è seguito da nna cormzione totale. 
La Romana letteratura avea da più dì un secolo cominciato 
a provare questa sorte funesta. Dove scorreva il fiume di 
Tullio, precipitava il torrente di Seneca >e di Plinio; dove 
sonava la tromba di Virgilio, strepitava il tamburo di Lucano ; 
dove scherzava Catullo, scherniva Marziale. Frontone si avvide, 
che nel suo tempo, per esser veramente eloquente, conveniva 
essere riformatore. 11 decadimento della letteratura era nato 
dalla sconsigliata vaghezza di passar oltre, poi che si era 
toccata la meta. Frontone conobbe, che si erano sormontati 
i confini della vera eloquenza, e cominciò dal retrocedere. 
Per giungere ad agguagliare gli antichi, prese ad imitarli Fu 
zelantissimo della purità del linguaggio, disputava a lungo 
sopra sole parole, esaminava a fondo le proprietà dei termini, 
pesava il valore particolare di ciascun sinonimo, e non isde- 
gnava la qualità di Grammatico, persuaso che non basta pensare, 
ma che bisogna anche parlare ; che FOratore non può far senza 
delle parole più che dello cose; che il pensiero làngùe ove 
non sia ajutato dai termini; e che la corruzione della favella 
è seguita da quella della eloquenza. Alle parole di nuovo 
conio, usate dai suoi contemporanei, sostituì le vecchie, usate 
dagli antichi classici, dal numero dei quali non escluse Ennio 
e' Levio, come noi non escludiamo il Passavanti dal numero 
dei classici nostri. Non v'ha tra gli antichi uomo, a cui possa, 
più che a Frontone, paragonarsi qualche giudizioso imitatore 
dei Trecentisti italiani. Frontone però è uno specchio, a cui 
pochi di questi nostri moderni settarj possono riconoscersi. 
Benché amante dell' antichità, egli non è meno intelligibile di 
qualunque altro scrittore latino, tanto bene seppe usare l'antico, 
e rigettare il rugginoso; spargere i suoi scrìtti della luce, non 
della polvere, che si trovava nelle vecchie opere; rispingere 
sino al giusto mezzo la lingua latina già troppo inoltrata, non 
ricacciarla ai suoi cominciamenti; e tornarla di anziana in adulta 
e matura, non in bambina. 

XV. Egli non usò periodi rotti e mal connessi, frasi 
gonfie ; modi strani ed oscuri di esprimersi; non ammucchiò 
sentenze ed antitesi; non fu vago dell' mudito e del meraviglioso; 


346 

serbò il suo stile esente dalla csagerasìone , dalla sqaìsileKia 
soverchia y dalla sablimità affettata; faggi in somma con ogni 
cura possibile Teccesso deli' artifizio, ficco la riforma, che 
conveniva al suo secolo. Frontone però ebbe sicuramente in 
mira di coltivare e d'insegnare la verft eloquensa, non di &re 
una scuola. Tuttavia i suoi posteri vollero che egli avesse 
seguito un genere di eloquenza particolare ^ e lo riguardarono 
come capo di una setta. Quando i trasporti del genio sono 
finiti; gli spiriti paghi e tranquilli si volgono indietro e contano 
glìngegni che li hanno precedati. Allora si classificano i ta- 
lenti e si pongono gli uomini grandi alla testa delle diverse 
scuole. L'eloquenza Romana taceva, e Macrobio citava allora 
Cicerone per la ubertà, Sallustio per la brevità, Frontone per 
la secchezza, Plinio per lo st;l pingue e fiorito 9 ^ Sidonio ^), 
dopo 8. Girolamo ^), nominava la \gravità di Frontone e i freddi 
imitatori di luì, che chiamava Frontoniani ^) ; come noi chia- 
mammo Petrarcheschi quei poeti amorosi, che non scrivevano 

• 

se non per scrivere. Lo stile di Frontone è veramente secco 
e grave: ma udendo questi nomi, nessuno pensi, che i suoi 
scritti siano poveri di ornamenti e di grazie, sfomiti di ogni 
allettamento e d'ogni bellezza esterna; e ricchi non d'altro, che 
di verità dette nudamente e con serio od austero contegno. 
Frontone usa uno stile maschio e robusto; non va dietro a 
frivolezze e a grazie ingannevoli; cerca la sodezza e la forza; 
gli ornamenti, che adopera, non consistono in parole, ma in 
cose, e però sono, per cosi dire, innestati nel soggetto, e non 
risaltano certamente come quelli di Seneca e di Plinio. Questi 
lampeggiano, e Frontone risplende; essi saziano, e Frontone 
contenta; essi piacciono più al primo, che al secondo istante, 
e Frontone più al secondo, che al primo. Per queste cagioni 
e per la cura, che ha il nostro Oratore, di usar parole stretta- 


«Quatuor sunt genera dioendi: copiosum, in quo Cicero domi- 
natur; breve, in quo Sallustìus regnai; siccum, quod Frontoni ad- 
Bcribitur; pingue et floidiim, in quo Plinìus secundus quondam, et 
nune, nullo vetenim minor, noster Syrnmacns luxuriatur.'' (Satura. V. !)• 

«) Epist. IV. 3. 

') £p. ad Ru8t. mon. eap. 12. 

*) Ivi L 1. 


347 

mente proprie ed acconce, e di dare ai saol scritti un saper 
pretto di antichità; ai è chiamato secco il suo stile. Egli si 
serre all' uopo di una gravità dignitosa e costante , di una 
soavità dilettevole e graziosa, di uno stile semplice e leggiadro; 
ma serba sempre e in ogni incontro la solidità e il vigore, 
che formano il carattere delle sue opere. 

XVI. L'ingegno di Frontone, fecondo in immaginare, ubile 
in porre in opera, giudizioso in disporre; si adattava in maniera 
meravigliosa a quasi tutti i generi di componimento. Nelle sue 
lettere, che formano la maggior parte degli scritti suoi recen- 
temente scoperti, si vede dove serietà e dignità, dove premura 
e sollecitudine, dove fuoco e vivacità, dove forza di argomenti 
e di prove, dove invenzione e acutezza, dove amore e confi- 
denza, dove nitidezza e amenità, dove squisito lepore, soavissimi, 
elegantissimi scherzi, gravità ingegnosamente affettata in cose 
da nulla per far nascere il ridicolo, e tutto confacevole allo 
stil familiare e proporzionato alla qualità del componimento: onde 
io giudico, che Frontone sia degnissimo di servir di modello a 
tutti i futuri scrittori di lettere d'ogni genere. Qual copia di 
sentenze, poste tutte ai loro luoghi, quante oppoi*tune riflessioni, 
quante belle massime di politica, quali acconcC; vive, rapide de- 
Bcrizioui di caratteri e di avvenimenti si ammirano nei rotti, 
tronchi, disp.ersi avanzi dei suoi Principj di Storia! Io piango la 
sorte di quella beli' opera, che così guasta e malconcia esce dopo 
tanti secoli a riscuotere gli applausi dei posteri; e non ho alcuna 
difficoltà di porre Frontone al fianco di Sallustio. I suoi libri 
Delle Orazioni son pieni di utilissimi avvertimenti e di osservazioni 
savissime, degne di un uomo, che aveà fatte profonde riflessioni 
sopra la materia, che avea preso a trattare, e che avea prati- 
cati i precetti, che dava. Quanto alle Orazioni di Frontone, 
i frammenti, che ce ne restano, sono si piccola cosa, che io 
stimo assolutamente impossibile il fondare su di esse un giudizio, 
non dirò franco e sicuro, ma dubbioso ed incerto, sopra un 
soggetto cosi importante. Quindi reputo necessario rapportarci 
a quello, che ne hanno dato gli antichi, i quali hanno assegnato 
a Frontone un posto tra i più grandi oratori allato a M. Tullio. 
Le cinque o sei lettere greche, che abbiamo di lui, mi sembrano 
molto leggiadre ed eleganti, anche in fatto di lingua* 


348 

XVIL Molte opere dì Frontone ha sottratte alla dotta 
diligenza delle età eolte, la rozza scioperaggìne delle barbare. 
Tra queste meritano di essere nominati due Panegirici di 
Antonino Pio, una Orazione in favore di Demostrato Petìliano, 
un' altra in favore dei Bitinj, un' altra per quei di Tolemaide, 
e una quarta contro certo Pelope, in cui, per giudizio di Sidonio, 
l'autore vinse se stesso 0* 


Testìnionianze omesse nella edizione latina. 
Lucianus, Quomodo scribenda sit historia Gap. XXL 


Kaì fifjv xaxi-tvo Xsxréov 
ov fiixQov ov. ^VjteQ yÒQ 
Tov xoifiióij Jimxòg slvac, 
xal àjtoxBxad-oQd-ai r^v gxx)^ 
vfjv èg tÒ axQipìóratov, 
^^Icoóev ovro) xal rà òvó- 
fiata Jtoifjcat zmv ^Pù}fialo}Vf 
xal fisraQYa^)ai èg rò eXXi]' 
vixòv, cog KqÓviov fthv JSa- 
rovQVlvov Xéyeiv , ^QÓìniv 
Sì ròv ^QOVTciva, Tiràviov 
óe ròv Ttriavòv, xal xaXXa 
xoXXm yBXoiòxBQa^). 


Sed neque illud praeter- 
eundum , quod sane non 
parvi momenti est Prae nimio 
enim Atticismi studio, ut voces 
quam adcuratissime ad integram 
sermonis castitatem exigeret, 
Romanorum quoque nomina 
eodem pacto, Graecaque forma 
effèrre voluit, ita ut Saturnium, 
Cromìum diceret , Frontofiem 
Phrontin, Titianum, Titanium, 
atque id genus alia multo ridi- 
culosiora. 


»M. Pronto, cum reliquia Orationibus emineret, in Pelopem se 
sibi praetulit- (Epist. Vili. 10.) 

^) Luciano parla in questo luogo di un Greco, che scrìvendo la 
stona della guerra sostenuta contro i Parti da M. Aurelio e da L. Vero, 
avea nominati Saturnino, Froiitone e Tiziano. Quindi TEditore alla 
pag. 335. crede ben verosimile, che queir autore citasse il nostro 
Frontone come storico; poiché questi scrìsse infatti sopra quella guerra 
i Prìncipi di Storìa, e forse anche un' altra opera più lunga, che non 
abbiamo: tanto più che Svetonio parla di un (jiunio, o Giulio Satur- 
nino, isterico, e che si ha notizia di uno o due IMziani, scrittori ladni. 
Io mi compiaccio di veder questo pensiero, che erami venuto in 
mente, confermato dall' autorità di un tanto uomo, a cui, seniBa con- 
trasto^ appartiene questa scoperta. 


349 

daudianiiB IfiamertaB in Epistola ad 
Sapauduin rhetorem ^). 

lllud jam in fine sermonis perquam familiariter quaeso, ut, 
spreti» novitiarnm ratiuncularnm puerilibus nugis, nullnm lecti- 
tandis his tempus insnmas^ quasdem resonantinm sermancalonim 
taureas rotant, et oratorìam fortitadinem plandentibuB concin- 
nentiia evirante). Naevias et Piantus tibì ad elegantiam, Gato 
ad gravitatem, Varrò ad peritiam, Qracchas ad acrimonianiy 
Ghrysippaa ad diaciplinan, Franto ad pompam, Cicero ad eie- 
quentiam capessendam Usui aunt. Quisquis enim recentiorum 
aliqoìd dlgnum memoria scriptitayit, non et ipse novitios legit 
illi ergo reventilandi, memoriaeque mandandi aunt, de qaiboB, 
isti potaere perficere, quos miramur. 

Sidonius Apollìnarìa Epistolarum Libro vui. Epistola 8. 

Snspende perorandi illìid quoque celeberrimum flumen, quod 
non solnm gentilitium, sed domesticum tibi, quodque in tuum 
pectus per Bucciduas aetates ab atavo Frontone transfunditur ^). 

Geoponioa in aircruniento libri L 


JSvvdXexrai ah Ix rcov 
^XoQEvxlvov , xal Ovivóa- 
vicovlov, xal Tagavrlvov, xaì 
kvaroXlùVy xaì BtjqvtIov, xal 
Aioipavovq, xaì Aeovrlov, xaì 
àfjiioxQlxov , xal ji^Qixavov 
noQaóó^ojv , xaì DaiiqÀXov, 
xaì jijtovXfjlov, xaì Bagawog, 
xaì ZcDQoàùTQOv, xaì ^qov- 
Twvoq, xal lla^àfiov, xalJafuj- 
yéQovroq, xal Aióviiov, xal 
JSwrlapvog, xal KwtiXUav^). 


CoUecta sunt autem ista e 
scriptis Fiorentini, Vlndanio^pii, 
Tarantini , Anatolii , Berytiiy 
DìophaniSy Leontiì, Democriti^ 
ex Africani ineredibilibuSy ex 
Pampbili y Apuleji , YarroniSy 
Zoroastri, Frontonis, Paxami| 
DamegeroniB/ Didymi, SotioniB, 
Qnintiliorum operìbus. 


1) Ap. Baluz. in Misceli, edit. Mansi., Lncae 1761—64. To. III. p. 27. 

*) Cosi si legge nella edizione del Mansi. Ma molto meglio in 
quella di Parigi (to. YL p. 535) si ha: ,quae 4um resonantium ser- 
muneulomm taureas rotant, oratoriam fortitudinem plaudentibus con- 
oinnentìiB evirant.'* 

>) Si veda U § III. della (presente) vita di Frontone. 

*) Ho posta qui questa testimonianza, perché TEditore sospetta, 


350 

Hermanxius Contraotns in Chronico 
Aetate sexta anno Ohrìstl 168. 

Franto, orator insignis habetur. 

A queste testimonianze, che raggnardano Frontone, se ne 
possono aggiungere due, che appartengono alle Epistole di 
M. Aurelio, ambedue trascurate dall' Editore nella Parte I. del 
Commentario preliminare, ove egli parla di quel principe, con- 
siderato come dotto. La prima, tratta dalla Epistola L di 
Pilostrato, è questa: Tòv IjiKStoXixòv x^^Q^^^VQ^ '^^^ Xóyov 
fiera rovQ jiaXatovc agiórd fioi óieoxétpf^ai óoxovci g>iJÌo- 
óófpov filv o Tvavevg, xal Alcov . . . ^nOiXioDV òe o ^f- 
ajtéóùOg MaQxoq iv olq avtòg hjtéoreXXtv avròq, JtQoq yaQ 
TÓ xexQifitvm Tov Xóyov xal rò èógatov xov i]d'Ovq èvre- 
TVJKDTO Totg yQafifiaói: che Oleario ha tradotta così: ,^pì8to- 
larem orationis formam, post veteres, optime mihi perspexisse 
videntur, ex philosophis, Tyanensis et Dion . . ., ex principibns 
vero Romanornm, Divus Marcus in his, quae ìpse scripsit; 
praeter verba enim electa, morum etiam firmitas quaedam et 
constantia epistolis ejus expressa est^. Queir ejus è un po' 
arbitrario, poiché nelgreco non è chiaro se l'ultima parte del 
periodo d^bba riferirsi alle sole epistole di M. Aurelio, o vera- 
mente ancora a quelle degli scrittori, che Filostrato nomina 
prima di esso. La seconda testimonianza è di Fozio, che nella 
CCVIL delle sue lettere, parlando dei più valorosi scrittori di 
epistole, dice ad Anfilochio : ^^scg oh, iva (iijóh fiaxQÒv ^ coi 
tò zrjq yvfivaclag cràóiov, rà^ slg 0dXaQiv, èxalvov olfiai 
xòv ÀxQayavrLvcov xvQavvov, àvaipaQOfiévaq èjtiaroXàg, xal 
alq BQOVzog b Pù^ftalcov CxQorriyòq l3tiyQaq>kxcu,, xal xòv iv 
ffaCiXevOt q>tXÓ6o(pov. Hai, perchè non ti sia forza nemmeno 
correre un lungo stadio di esercitazione, le Epistole attribuite 
a Falaride, cioè, come io mi petiso, a quel tiranno degli Agri- 
gentini; e le altre, che portano il nome di Bruto generale 
Romano, e quelle delt Imperatore Filosofo. Questo Imperatore 

che quello, che si ha, sotto il nome di Frontone, nella Collexioiie 
Geoponica, ossia di agricoltura, appartenga al nostro Oratore: ma, per 
mia parte , io penso col Needham , che quei f ramipenti debbano attri- 
buirsi piuttosto a qualcuno dei frontoni, che si nominano nella Colle- 
zione Ippiatrìca. 


351 

filosofo non può essere altri, che M. Aurelio, poiché assni male 
erede Tinglese di Montaign, che Fozio intendesse parlare di 
Giuliano; e non è possibile, che qaello scrittore abbia t'utto 
lodevole menzione di un principe, che i cristiani del suo tempo 
non nominavano mai senza l'aggiunto ó jtaQafiarTjg, il preva- 
ricatare, ovvero o aùe^rjq, empio, o pure o ad-sog, che è il 
medesimo. Prima della insigne scoperta delF Editore non si 
avea di M. Aurelio alcuna Epistola, salvo quelle , conservateci 
da Vulcazio Gallicano % e Taltra, che si legge in greco presso 
Eusebio e Niceforo; poiché sanno gli eruditi, che quella, la 
quale si ha sotto il suo nome appiè della prima Apologia di 
S. Giustino Martire, è lavoro di un Greco, che avea poca 
dottrina, e molto tempo da gettare. 


') Non so, se altre ne siano nel codice Giustiniano. 


Delle Epistole di M. Frontone 
Ad Antonino Fio. 

Libro unica 

Epistola I. 
Frontone all' Imperatore Antonino Fio Angusto. 

Allora che, come ben ti ricordi, o Cesare, ti rendea grazie 

in Senato • . certo desiderio poiché le lettere, che si 

recitavano in quel giorno .... libro .... signore • • . . 
sta bene ^). 

Epistola IL 
Antonino Cesare a M. Frontone. 

Quante cose in nn soggetto cosi commnne, e a te stesso 
così familiare mi /hai mostrato col tuo yeramente .... ottimo 
.... scritto, che tu sai pur trovare ed eseguire ! Ma» non v'ha 
dubbio; quando vuoi porre in opera il sommo dell' arte tua, 
tu sei in grado di far grandi cose. La forsa dei sentimenti, 
che esprimi nel tuo scritto, Teleganza della elocusione, che vi 
adoperi, non può paragonarsi che alla pureasza del linguaggio, 
che vi usi. Né perchè tema di lodar le mie lodi, vo' defraudar 
te di quella giustissima, che ti si deve. Furono dunque belli 
i tuoi pensamenti, ottima Tesecuzione loro, onde aell' opera, 
tatto> fuorché il soggetto, è degno di sommi applausi Da essa 
però intomo all' animo tuo non ho appreso nulla, poiché g^à 
ti conoscea per un interprete benignissimo di tutte le mie azioni 
e di tutte le mie parole. Addio, mio carissimo Frontone. ' 

9 Parlava Frontone in questa lettera, di cui si è perduta la 
nuigl^or parte, di un suo Panegirico di Antonino Pio. 

23 


354 

Mi hai fatto cosa gratìsBÌma consecrando alle lodi deUa 
mia Faustina una parte dalla Orazione tua, la quale mi è sem- 
brata anche più vera, che dotta. Poiché infatti amerei meglio 
vivere* con essa a Giaro 0? che nel Palagio senza di essa. 

Epistola IIL 

Frontone ad Antonino Pio. 

Bramerei grandemente, o Imperatore, che gli amici e fami- 
liari nostri non operassero, se fosse possibile, che a seconda 
dei nostri costami, o, se non di questi, almeno dei nostri con- 
sigli. Ma poiché la regola, che ciasoano segue nella sua vita, 
è il proprio intendimento, confesso, spiacermi ajisai, che l'amico 
mio Negro Censorio abbia fatto uso di parole poco moderate 
nel suo testamento, in eoi ni ha £atto suo erede. Sarei mal- 
vagio se, difendendolo, volessi scusare il suo fallo; obblierei 
Tamicizia, se, pregando, non cercassi di alleggerirne il peso. 
Senza dubbio Negro Censorio non seppe contenersi, e non 
ponderò molto le sue parole; ma d'altronde egli fu sobrio, 
forte, innocente. Spetta alla tua clemenza, o Imperatore, il 
porre in bilancia un solo suo filile il parole, con molti suoi 
lodevoli fattL Procourandomi la sua beaevolediaa, io divenni 
amico di chi colle sue generose azioni, si militar} che dome- 
stiche, si era meritato l'affetto .... di molti. Per tacere degli 
altri suoi familiari, strettissimi amici di lui furono Marcio 
Tuberone*) ed Eruclo Claro') uomini insigni e primarii, l'uno 


') Una dello isole Sporadi, nella quale si rilegavano i Romani, 
oome apparisce si dal luoglii eitati dall' Editore, si dal verso 170. 
della salirà X. di Giovenale: 

.Ut Gyarae clausus scopulis, parvaque Serlpho** 

>) Sopra Marcio Tuberone, oltre Sparziano, citato dall' Editore, 
può vedersi Dione Cassio nel capo t8 del libro LXIX. 

*) Il Ivogo deir originale ^qui duo egregi! viri , alter equestris, 
aher senatorìi ordinis, primarii fu^unt*' sembra mostrare, che vL 
TuberoaOy che Erucio Ciaro erano morti, quando Frontone serivea. 
Quindi io penso, che Krucio CUro, di cui egli parla, non sia quello 
fatlo uccidere, a dir di Sparziano, da Severo, come ha creduto TEdi- 
tore; ma quello vissuto sotto Trajano, di cui è fatta menzione nel 
Capo 30 del Libro LXYIII. di Dione Cassio. Questi è forse quello 
stesso, di cui parlano Plinio nelF Epistola 9. del Libro IL, e Gelilo 


855 

dell* ordine equestre, l'altro del senatorio. In seguito il tuo 
sentimento e il tuo volere lo aveano innalzato anche ad on 
maggior grado di onore e di autorità. Tale era l'uomo, di 
cui bramai ramicizia. Non so se yì sia alcuno, il qual dica, 
che avrei dovuto troncarla, poiché mi avvidi che egli era al- 
quanto decaduto dalla tua grazia. So l)ene, che io non fui mai 
uno di coloro, i quali abbandonano al sopraggiungere di qualche 
avversità le amicizie, che hanno ' strette in tempo di prospera 
fortuna. £ in vero (giacché per qual cagione non ho a dir 
ciò, che penso?) io riguarderò come mio nemico chiunque non 
ti amerà; ma terrò sempre per infelice, .piuttosto che per nemico 
mio, chiunque non sarà amato da te .... Tu puoi non appro- 
vare, e puoi odiare ; e queste sono due cose ben differenti .... 
avea bisogno dei servigi e dei consigli degli amici. E piacesse 
al cielo, che Negro, siccome dipoi segni più volte miei consigli; 
così mi avesse ricercato il mio parere nello scrivere il suo 
testamento. Certo egli non avrebbe fatto si grande sfregio 
alla sua memoria usando parole disconvenevoli, che offendono 
lui stesso, piuttosto che altrui. Né , . . intervallo sarebbe 
passato .... lo amava nel tempo stesso, in cui Toffendea, e 
loffese amandolo, cosi come quegli animali, i quali, mancando 
deir arte e della diligenza necessaria per allevare, maneggiano 
goffamente colle unghie e co' denti le loro uova e i loro piccoli 
figli, e non per odio, ma per imperizia gli schiacciano. Io giuro, 
per gli Dei celesti ed infernali e per la misteriosa fede dell' 
umana amicizia, che sempre ho consigliato ••.... animo . . . 
runa e l'altra causa ... e invero . . . potea aspettarsi in quello, 
che avea riportato. Né lo avean mosso tanta benignità e tanti 
beneficj ... in verità . . . abbia il suo fine ... ti dorrà 
maggiormente che egli sia caduto ... ma fedelmente . . . 


nel Capo 6. del Libro VI. e nel Capo 17. del Libro XTÌT. (Da qui 
al fine, la Nota è di altro carattere, forse del Vogel, di cui V. nella 
Prefazione (Ed.)). Anche Tuberone fa certo più antico del tempo di 
Severo, avendo fiorito e ottenuto onori ec, come lo stesso Mai nota, 
sotto Adriano: e che allora principalmente fiorisse, apparisce anche 
da Dione. Bisogna veder che non sia più tosto il fatto uccidere da 
Severo quello, di cui parlano questi due: se ben Plinio vissuto sotto 
Tny'ano parlerà del primo. 


356 

yolere ... a te poi .. . Qaeste cose, che né rolemmo tacere, 
né credemmo poter negare, possiamo noi, se gli Dei son gìasti, 
conseguir tutte conformi alla verità, e confacientisi alla sincerità 
della nostra amicizia. 

Epistola lY. 

A Cesare mio Signore >). 

t 

m 

Negro Censorio ha cessato di vivere. Mi ha lasciato erede 
di cinque duodecimi dei suoi beni, col mezzo di un testamento, 
in cui si è diportato, quanto al restante, da onestuomo, quanto 
alle parole, da sconsiderato; poiché ha avuto più riguardo al 
suo risentimento, che all' onor suo. Egli ha trattato duramente 
Cavie Massimo, chiarissimo uomo e, da me in particolare, degno 
di riscuotere ogni rispetto. Però mi è sembrato necessario di 
scrivere al Padre tuo ^) e a Cavie Massimo lettere di natura 
in verità difficilissima, poiché in esse non potea dispensarmi 
dal condannare Tazioue [del mio Negro, che io disapprovava; 
ma nel tempo stesso non volea mancare ai doveri, che mìm- 
ponea la qualità di amico e di erede. Queste cose ho voluto 
che sapessi come tutte le altre, che mi appartengono. Avea 
dapprima determinato di scriverne anche a te una più prolissa 
lettera; ma, avendo meglio riflettuto, ho giudicato bene, non 
romperti il capo, né distoglierti da più utili occupazioni. 

Epistola T. 

Frontone ad Antonino Pio Augusto. 

A prezzo anche più caro di una parte della mia vita 
bramerei comprarmi la facoltà di abbracciarti in questo feli- 
cissimo e desideratissimo giorno, che fu il primo del tuo impero, 
e che io riguardo come il natalizio , della salute, della dignità, 
della sicurezza mia. Ma un grave dolore di omero, e molto 
più grave di capo mi ha travagliato cosi, che ancora al presente 
posso appena chinarmi, o alzarmi, o rivolgermi, tanto immobile 
é la mia testa. Nondimeno presso i Lari, i Penati e gli Dei 
familiari della mia casa ho sciolti e rinnovati i miei voti, pre- 


*) Cioè, a M . Aurelio. 

^ Vale a dire, ad Antonino Pio. 


357 

gando che nelF anno vegnente mia sia concesso di abbracciarti 
due volte in questo giorno , e di baciarti due volte il petto e . 
le mani, onde adempia in uno stesso tempo le funzioni del 
futuro anno e di questo. 

Epistola TI. 

Bisposta di Augusto. 

Conoscendo bene il sincerissimo affetto, che tu mi porti, 
ed insieme i sentimenti mìei, mi persuasi facilmente, o mio 
Frontone carissimo, che tu avresti celebrato con vera religione 
questo giorno singolarmente, in cui si volle che io salissi a 
questo posto. Ho avuto presenti allo spìrito ; come, era con- 
venevole, te e i voti tuoi • • . . 

Epistola yn. 

Frontone a Cavio Massimo. 

gravità Il dolore unito allo sdegno scon- 

eertogli la mente L'iracondia fu veleno e rovina alle 

altre virtù sue .... Nessuno biasimi Taffètto mio per Negro, 
se prima non ha condannato il tuo. Finalmente nò io per 
tua cagione cominciai ad amar Negro in guisa che dovessi per 
tua cagione lasciare di amarlo; né tu hai preso ad amar me 
per cagione di Negro. Non rechi dunque danno alla dime- 
stichezza , che abbiamo tra noi due, un' amicizia, che non gli 
ha recato alcun vantaggio. Che se ho a parlare, giuro per 
gli Dei di aver piti volte veduto Negro Censorio , che piangea 
di cuore pel desiderio dell' amicizia tua e pel dolore, che gli 
cagionava questa rottura. Verrà forse un tempo, in cui potrò 
placarti e riconciliarti colla memoria di lui. Frattanto non 
dare accesso ai maligni, che tentano di renderti sospetta la 
mia fede, la quale avendo serbata costante e sincera a Cen- 
sorio, con maggior ragione serberò a te sempre stabile e 
immacolata. 


*) Si vedano le Epistole III. e IV. di questo Libro. 


368 


Epistola ym. 

Frontone ad Antonino Fio An^puto. 

* 

Che io, Imperatore santisBimo , abbia, con ogni soUe- 
citadine e con ogni impegno, desiderato e cercato Tofficio di 
Proconsole, è attestato dal fatto. Io disputai per il diritto di 
trarre a sorte finché l'affare fu dubbioso, e poiché com- 
parve chi , per diritto di prole ^ , doveva a me manifesta- 
mente anteporsi, io riguardai come scelta da me la provincia 
splendidissima, che mi rimase. Mi diedi quindi colla possibile 
diligenza a preparare tutto ciò, che era necessario per la buona 
amministrazione di essa, e per meglio riuscire in faccende di 
si gran rilievo, risolvei di servirmi del soccorso degli amici 
Feci venire dalla mia patria i congiunti e i familiari miei, 
dei quali conoscea la fedeltà e Tillibatezza. Scrissi agli amici 
miei in Alessandria, che si recassero tosto in Atene, e quivi 
mi aspettassero, e a quei dottissimi uomini affidai Tincarico di 
scrivere le lettere greche. Pregai ancora a venire di Cilicia 
alcuni illustri personaggi, poiché io ho gran copia di amici in 
quella provincia, avendo sempre sostenuti presso di te cosi in 
pubblico, come in privato gl'interessi dei Cilici. Chiamai ancora 
di Mauritania Giulio Sene, uomo, che mi ama sommamente, e 
ohe a me, a vicenda, é carissimo ,. onde profittare non solo 
della sua lealtà e diligenza; ma anche, della sua militare 
perizia, per far cercare i ladri e tenerli in dovere. Tutto 
ciò feci sulla speranza di potere, usando un vitto leggero 
e bevendo acqua, se non vincere il malore, che mi travaglia, 
almeno renderne gli assalti meno frequentL Infatti mi trovai 
ben disposto e vigoroso più a lungo del consueto, in guisa 
che potei difendere presso di te due cause di alcuni amici 
miei, che esigevano non piccola fatica. Ma poscia il male 
mi assali con una veemenza da mostrarmi, che tutta quella 
speranza 


*) Aveano 1 Romani alcune leggi, le quali ordinavano, che nelU 
distribuzione degli onori si avesse molto riguardo alla quantità dei 
figli dei candidati. 


359 
Epistote IX. 

M. Aurelio Cesare al Maestro suo. 

Io nego ... più ancora nego senza rossore alcuno, io 
ehe mai do a leggere veruno degli scritti miei ad uomo d^n- 
gegno e di giudìzio si grande . . • • divino luogo della Orazione 
tua, che ayea voluto che io elegessi .... i^opportai tuttavia'^. 
Quella bene a ragione reclamava Tautor suo. Finalmente 
appena mi fu fatto plauso .... „del poeta'^ Ma non differire 
a lungo quello, che ragionevolmente desideri più di tutto. Il ' 
mio signore^) fu talmente colpito dalla lettura, che gliene feci, 
che quasi si dolse perchè air affare in altra guisa .... quasi 
. • . . Avendo a tenere un' orazione, entro la vera forza dei 
sentimenti, il poter vario della elocuzione qualche novità d'in- 
venzione, la saggia disposizione del Discorso stimò. 

Chiedi appresso qual cosa Tanimo mio ... In questa sorta di 
affari e di cause perchè il rivale .... giudici non . . . cause. 
Quanto al funerale, ecco i nostri ordini. Sappia la famiglia in 
qual modo gli conviene piangere. In altra guisa piange il 
liberto, in altra loda il cliente invitato a farlo^ in altra si duole 
il nobile amico. A che incerto e sospeso stai celebrando le 
esequie? dopo la morte del possessore si riconosca tosto la 

eredità di ciascuno . . . veste . . . penne far due . • . 

dopo ... si porta . . . assassino^) . • • poscia si piange. 
Penso di aveìr descritto tutto . . . Che farebbono dunque . . 
tutto e mirabilmente . . . tutto amerei . . . buon uomo. Addio, 
eloquentissimo, dottissimo, carissimo, dolcissimo, desideratissimo 
Maestro, affettuosissimo Amico. 

La morte mi ha rapiti Orazio e PoUione. Questo ad Erode ^) 
pesa assai Voglio che gli scriva sopra di ciò qualche cosa in 
poche parole. Sta sempre sano. 

*) Cìoèy Antonino Pio. 

*) L'originale ha „. . . praedonis ..." : Penso che si abbia a leggere 
^praeconis**. É noto che presso i Romani il banditore annunziava al 
popolo il tempo delle esequie e delle diverse cerimonie del funerale. 

') Cioè, ad Erode Attico, uno dei maestri di M. Aurelio, della 
cai vita, fra gli altri, ha parlato a lungo il chiarissimo Ennio Quirino 
Visconti nelle Notizie preliminari alle due famose Iscrizioni Triopee. 
A|^ antorì, ehe egli cita intorno ad Erode possono aggiungersi Ateneo, 


360 

Epistola X. 

Al mio Signore ^)* 

Ho ricevTtto, o Cesare, la tua lettera, e tu stesso potrai 
facilmente congetturare qnal gioja e^sa m'abbia recata, se ti 
farai a considerarne a parte a parte ogni punto. La prima 
sorgente del mio giubilo è l'aver saputo, che tu stai bene; la 
seconda, Tayere inteso che tu mi amijn guisa, che il tuo amore 
per me non ha limite, né misura; onde tu trovi ogni giorno 
qualche cosa di più grato e di più amichevole a farmL Io 
già da molto tempo mi chiamo pago dell' amor tuo; ma tn non 
credi di amarmi ancora abbastanza: il mare stesso non è tanto 
profondo, quanto l'amor tuo verso di me. Quindi io posso 
quasi lagnarmi, che tu non mi ami ancora il più che ti è 
possibile: poiché amandomi sempre più di giorno in giorno, tu 
fai che l'amore, che mi hai portato nei dì passati, non sia stato 
il sommo. Credi forse che il Consolato mi abbia recato tanto 
contento, quanto me ne hanno cagionato i tanti contrassegni 
di benevolenza, che tu mi hai dati in una sola cosa? Tu stesso 
hai recitate al padre tuo le parti della mia Orazione, che io 
ne avea estratte, ed hai posto ogni studio in pronunziarle, 
prestandomi così ì tuoi occhi, la tua voce, i tuoi gesti e, quel 
che è più, l'animo tuo. Né so che alcun antico scrittore sia 
stato m^ più fortunato di me. È vero che Esopo e Roscio') 


che lo ricorda nel libro III.; Capitolino, che ne parla nelle Vite di 
M. Aurelio e di L. Vero; Dione Cassio , che ne fa menzione nel 
capo 35. del libro LXXL; Plutarco, che lo introduce a far parole nella 
questione 4* dell* ottavo libro delle Sìmposiache; Damaselo e Teofi- 
latto, che lo nominano, Tuno presso Fozio al Codice 242., Taltro nella 
Epistola 71.; Sincello e Apostolio, che lo ricorda al proverbio 76. della 
Centuria XYII. Frontone stesso fa menzione di Erode anche nella 
Epistola 4«. del libro I. a M. Aurelio. 

>) Cioè, a M. Aurelio. 

*) Nomi di due famosi istrioni, il secondo dei quali è ben noto. 
Del primo parlano M. Tullio nella epistola 2« del libro L a Quinto suo 
fratello, Plinio nel capo 51. del libro X. e nel capo 12. del libro XXXV., 
Plutarco nella Vita di Cicerone, Frontone stesso nel frammento 2. del 
libro II. delle Orazioni, Tertulliano nel capo V. de Palko, Simmaco nella 
spisela 2*. del libro X, Macrobio nel capo 14. del libro III. dei Saturnali, 


361 

recitarono al popolo alcuni dei loro gcritti: ma la mia Orazione 
ha avuto per attore e declamatore M. Oeaare, ed io ho piaciuto 
agli ascoltatori col mezzo di te e della tua voce, mentre ognuno 
avrebbe a desiderar sommamente di essere ascoltato da te e 
di piacertL Non mi meraviglio dunque che abbia piaciuto un' 
orazione vestita della maestà, che gli communicava la tua bocea. 
Molte cose prive di bellezza propria tolgono in prestanza 
raitmi: ciò, che vediamo accadere ancora in cotesti cibi plebei. 
Poiché non v'ha erbaggio, o polta così vile e volgare, che 
posta sopra vasi d'oro non acquisti certa eleganza. Cosi dei 
fiori e delle corone ben altro conto si fa, quando le si com- 
prano dai coronaj, ehe quando le si vedono offrirsi dai sacer- 
dotL Io sono molto più fortunato di Ercole e di Achille, dei 
quali portarono ' le armi e le frecce Patroclo e Filottete, uomini 
ad essi molto inferiori in coraggio e gagliardia: laddove la mia 
Orazione, mediocre, per non dir vile, è stata nobilitata da Cesare 
dottissimo sopra tutti e facondissimo. Hai dramma fu tanto 
onorato. M. Cesare rappresentarlo? e per comando di Tito ^)? 
Che può bramarsi di più? se non quello solo, che accade, a 
dir dei poeti, nel cielo, dove le Muse cantano, e sono ascoltate 
dal Padre Giove ^. Ma con quali parole potrò esprimere la 
gioja, che ho provata in ricevere da te la Orazione mia scritta 
di tua mano? È pur vero ciò, che dice il nostro Laberio „che 
ove si tratta d'ispirare amore, le carezze cagionano dubbiezze, 
e i beneficj sono veneficj'^ Nessuno con beveraggi o con 
veleni avria destato nel suo amante tal fiamma, che potesse 
paragonarsi a . . . dolce ... mi hai reso con ciò attonito 
e stupido per la veemenza dell* amore. Tutte queste lettere 
sono per me altrettanti Consolati , altrettante corone, altrettanti 
trionfi, altrettante toghe ricamate^). Che avvenne di simile a 
M. Perciò, a Q. £nnio, a C. Gracco, a Tizio poeta? Scipione 
Numidico^), M. Tullio ebbero mai ugual ventura? I libri loro 


ed altri. — Le parole ^Nomi" ec. fino. a ^parlano* sono scritte in mar- 
gine d'altro carattere, forse del Wogel, di cui V. la Prefazione (Ed.). 

<) Cioè, dì Tito Antonino Pio. 

*) Omero, Diade libro I. verso 604. 

*) Cioè, trionfali. 

*) Scrittore mentovato da Gelilo nel capo 6. del libro I. 


369 

si tengono per prezioBi e si hanno in grande stima, se sono 

scritti di mano di Lampadione, o di Staberio . o di 

Tìrone, o di Elio .... o di Attico, o di Nepote. Si avrà la 
mia Orazione scritta di mano di M. Cesare: e poiché molte 
cose, prive di bellezza propria, tolgono in prestanza Talirni; 
chi spregiera l'Orazione, ne amerà il carattere, chi avrà a vile 
lo scritto, rispetterà lo scrittore. Come se chiami Bcimla,^ o 

volpe .... besti accrescerebbe pregio, o ciò che 

M. Catone .... 

Epistola XI. 
Frontone ad Antonino Pio Au^riuto. 

La modestia dei miei amici impedì, che io chie- 
dessi nulla indiscretamente .... Ad istanza mia tu onorasti 
di due proccurazioni il mio compagno Sestio Calpurnio, Cavaliere 
Romano. Nel che io conto quattro benefìcj: due, l'avere accor- 
date le proccurazioni; due, l'avere accettate le scuse, che ti 
feci per ciascuna di esse. Sono due anni che ti raccomando 
Appiano % già da gran tempo mio amico e domestico, e qnasi 
cotidianamente compagno mio negli studj. Tengo per certo, e 
ardisco promettere, che egli si diporterà colla stessa modestia, 
con cui si è diportato il mio Calpurnio Giuliano: poiché solo 
per onore della dignità sua nella vecchiezza, e non per ambi- 
zione, avidità di stipendio, desidera Toflicio di proccuratore. 
Quando la prima volta te lo raccomandai, ta mi ascoltasti co^ 
benignamente, che io mi credei tenuto a sperar bene. Neil* 
anno passato, avendo io rinnovate le mie istanze, tu mi dasti 
risposte favorevoli; mi dicesti però, e questo pure con aria 
benigna, che se a mio riguardo avesti accordata la proccarazione 
ad Appiano, uno sciame di causidici sarebbe uscito fnori a 
domandarti lo stesso. Mi nominasti ancora, con viso affabile 
e ridente, quel Greco, che ben ti ricordi. Ha tra questo ed 
Appiano v'ha molta differenza, sì di età, che di stato; poiché 
Appiano è privo di figli, ed ha quindi bisogno di conforto. 
Ardirei dire, che v'ha qualche differenza anche tra La probità 
di questo e di quello, benché Tuno e l'altro siano dne one- 

*) Llstorìco. 


368 

staomìni. Dico ciò con minore difficoltà , perchè non ho nomi- 
nato quegli, a cni antepongo il mio amico. Finalmente dirò 
ciò, che mi suggerisce la verità e la candidezza mia e la con- 
fidenza, che ho neir amore, che ti porto. È giasto che Appiano, 
pinttosto che altri, ottenga a riguardo mio, come Oalpurnio, 
Tofficio, che desidera. Quando poi quel Oreco, seguendo il 
mio esempio, ti ricercherà della stessa grazia; ricordati, o' Im- 
peratore, che io te ne ho ricercato per due anni, e però ancora 
a lui, se ti piacerà, non accordarla, che dopo due anni. Egli 
seguirà ancora Tesempio mio, se otterrà di farti accettare le 
sue scuse. 

Epistola Xn. 
Antonino Imperatore a M. Cesare. 

meritiamo mia figlia, e moglie tua: faranno che 

segua felicemente; arricchiranno la famiglia nostra di figli e di 
nipoti, e renderanno simili a te coloro, che hai generato e 
genererai. Ogni giorno v'è qualche lite fra me e questo nostro 
Vittorino , ossia Frontone ^). Laddove tu sei lontanissimo dal 
domandar mercede per qualunque servigio prestato da te con 
parole, o con fatti; questi nessun vocabolo ha più presto e 
più spesso in bocca, che dammi. Io gli dò il più che posso 
di cartoline e di tavolette, e godo che me le domandi. In lui 
però si travede qualche indizio dell' ingegno dell' avo. È 
ghiottissimo delle uve. Ha cominciato tosto a gustarne, e 
quasi per tutti grintieri giorni non Tha finita mai o di leccar 
l'uva colla lingua, o di vezzeggiarla colle labbra, o di spremerla 
giocolando colle gingive. Ama moltissimo gli uccelletti e si 
trastulla coi pulcini delle colombe, delle galline, dei passeri. 

') Questi é il nipote del nostro Frontone , figlio del suo genero 
Aufidio Vittorino. Può vedersi ciò, che si è detto nella sua Vita, 
lo non so comprendere, come il chiarissimo Editore, nelle note alla 
Epistola 2*. del libro Sulla perdita del Nipote, e nella Parte I. del 
Commentario preliminare (capo 7f^, pag. XX VI.), mostri di tener per 
certo, che qui si parli del nostro autore, vale a dire, che Antonino 
Pio parli di Frontone tuttora fanciuiletto a M. Aurelio suo discepolo, 
nato molti anni dopo di lui, ed allora già marito e padre. D'altronde 
mi par manifesto, che qui si tratta di un fanciullo, tuttoché l'Editore 
non sembri aemmen sospettarlo. 


364 

Mi han dotto i maestri e gli educatori miei, che io ayea, quando 
ora fanciullo, lo stesso gusto: e chiunque mi conosce un pochino^ 
sa quanto y ancor vecchio, ami le pernici: poiché nessun mìo 
detto e nessuna azione mia desidero che resti occulta; ma 
voglio anzi che tutto, quello, che io so, sappiano meco tatti 
gli altri 

Epistola XIII. 
Frontone 

nessun dolore .... o .... o nascevano tra 

le natiche, in quel membro, che i Greci chiamano osso sacro, 
e Svetonio Tranquillo, spimi sacra. Io ben volentieri mi 
contenterei dMgnorare i nomi si greci, che latini di tutti i 
membri, purché andassi esente da questo dolore . . . 


Delle Epistole 
Di M. Frontone a Marco Cesare. 

Libro I. 
Epistola I. 

n tuo oonBole Frontone 
A Cesare Aurelio mio Signore. 

In qual modo si usi ascoltare al dì d^oggi, con quanta 
grazia si assista al recitarsi delie Orazioni, potrai apprenderlo 
dal nostro Aufidio 0* ^j* • • s&i*^ facile trovar rimedio a tutte le 
restanti faccende, che non hanno che fare colla importanza di 
queste ^)^^ Egli stesso ti dirà quante grida abbia destate , e 


') Cioè» Aufidio Vittorino. 

^) Queste parole appunto sono le ultime della epistola greca 
quarta tra quelle di Frontone. 


365 

con quanti appianai sia stato ndito qnel luogo della mia Ora- 
zione: ,, Allora dìpingeasi qnesta insigne immagine nella mente 
di tutti i Patrizj ^)^. Quello però, in cui, paragonando il nobii 
sangue all' ignobile, dissi: ,,Come se alcuno credesse non avervi 
alcuna diflferenza tra il fuoco acceso ad un aitate, e quello 
tolto da un rogo, perchè Tuno e Taltro splendono ugualmente'^, 
destò qualche pìccolo borbottamento. A che fine questo 
racconto? Affinchè ti prepari ad accomodarti, quando avrai a 
favellare in qualche adunanza, ai sentimenti di essa, non in 
ogni luogo, e totalmente ; ma qualche volta, e in qualche modo. 
Quando sarai necessitato ad operar cosi, figurati di fare come 
quando voi altri, ad istanza del popolo, onorate e dichiarate 
liberi coloro, che valorosamente hanno uccisa qualche fiera: 
siano pure essi noce voli, e condannati già per qualche delitto; 
voi nondimeno accordate al popolo ciò, che domanda. Il popolo 
dunque dappertutto predomina e detta legge. Opererai per- 
tanto e parlerai a seconda dei suoi desiderj. L*arte somma 
e difficilissima dell* Oratore consiste appunto nel fare in modo, 
che, senza gran discapito della verità, o delle doti necessarie 
per l'acquisto del favor popolare, gli uditori siano dilettati da 
una soda eloquenza, e le parole, destinate a lusingare le 
orecchie del volgo, non siano troppo bassamente leziose. La 
effemminatezza è difetto nella struttura del componimento, come 
in una temeraria sentenza. ' !Noi bramiamo una veste di morbida 
lana, non di sottil filo di seta e di color da donne; purpurea, 
non gialla, né crocea. Voi poi, che necessariamente dovete usar 
la porpora e la grana, avete talvolta a vestir la orazione degli 
stessi ornamenti. Tu lo farai senza dubbio e con grande avve- 
dutezza e moderazione: poiché io fo prognostico, che ciò, che 
di più eccellente è stato mai fatto nella eloquenza, sarà pur 
fatto, ed ancor meglio da te. Sì felice è l'ingegno tuo, si dili- 
gente ed assiduo lo studio e la fatica, con cui lo coltivi: 


Le parole del testo : „OmnibuB fune imago Patriciis pingebatur 
insignis,* SODO suscettibili di moltissime interpretazioni, a nessuna 
delle quali può darsi decisa preferenza, poiché questo è un frammento, 
che non ha alcuna correlazione col restante della lettera. Ho scelta 
quella, di cui mi son servito nella traduzione, non perchè l'abbia 
creduta la migliore; ma per la necessità di sceg^ere. 


306 

mentre altri collo studio, senza ingegno; altri coli' ingegno, 
senza studio, son giunti ad alto grado di gloria. Tengo per 
certo, o Signore, che tu spenda qualche tempo anche in scriyer 
prose. Poiché sebbene la velocità dei cavalli si eserciti egual- 
mente, corrano dì galoppo, o vadan d'ambio; nondimeno £a 
d'uopo provarsi più spesso a far quelle cose, che sono più 
necessarie. Io ti parlo senza avere alcun riguardo alla età tua 
di ventidue anni, nella quale quando io mi trovava, appena 
avea fatto qualche progresso nella lettura degli autìchL Eppur 
tu, mercè la possanza degli Dei e tua, hai fatto già nella 
eloquenza e, quel che è difficilissimo, in ogni genere di dire 
un avanzamento, che basterebbe a procacciar fama ai più antichi. 
Le epistole, che assiduamente hai scritte, mi mostrano quanto 
sia il valor tuo anche in questo genere di comporre, basso e 
Tulliano. Laddove tu nella tua ultima lettera mi ha dipinto 
Polemone retore^) come Tulliano, io nella Orazione, che ho 
recitata al Senato, mi sono' mostrato, se non erro, filosofo atti- 
cissimo. Ma dimmi un poco, o Marco, che ti sembra della 
favola di Polemone, che hai trascritta^)? Certo molte facezie 
mi ha somministrato in quel luogo Orazio Fiacco, poeta degno 
di memoria, e a me non discaro, a cagione di Mecenate e 
degli orti miei Mecenatiani. Questi nel secondo libro delle 
Satire inserì quella favola di Polemone, che descrisse, ae ben 
mi ricordo, con questi versi ^): 

„Cangiato Polemone: i contrassegni 

Tutti tu deporrai del morbo antico. 

Le faseie, i pannilini, i collaretti, 

Com' egli già, pieno di vin, dal capo 

Si trasse i serti alior, quando l'austera 

Voce ascoltò d'un precettor digiuno?'^ 


*) Di questo Polemone si dirà qualche cosa nelle note alla 
Epistola 9*. del libro I. a L. Vero. 

') Da questo luogo si rileva, che la Orazione, di cui qui parla 
Frontone è quella stessa, di cui tratta nella Epistola 10«. del Libro ad 
Antonino Pio, ove pur dice, che essa fu trascritta da M. Aurelio: e 
di più, che egli vi avea inserita la favola di Polemone, diverso dal 
retore, che si nomina poco sopra, cavata da Orazio, forse alludendo 
appunto a quel retore. ') Sat 3». vers. 254 sqq. 


367 

Ti ho rimandati, col mezzo del nostro Vittorino, i yeral, che 
m'inviasti, e te li ho rimandati così. Ho passato un filo attra- 
verso la carta, e quindi Tho suggellato, perchè questo topolino 
per nessun canto possa gnai*darvi entro: giacché ogli non mi 
ha fatta mai parte dei tuoi esametri : tanto è fnrho e cattivello. 
Mi va dicendo, che tu a bella posta li reciti in fretta, e che 
però non può imprimerseli nella memoria. Ma io Fho premiato 
come meritava; gli ho resa la pariglia, ed egli non ha sentito 
nessuno di questi tuoi versi Mi ricordo ancora che tu piìi 
volte mi hai proibito di mostrare i tuoi versi a veruno. 

Come va ella, mio Signore? Certamente tu stai lieto e 
sano e prosperoso. Basta che non ci turbi più, come facesti^ 
nel tao natale; di tutto il resto mi do poca pena. „ Venga il 
male sopra di te, sulla tua bionda testa ^Y^, Addio, mia gioja, 
mia sicurezza, mia giocondità, mia gloria: addio: amami, ti 
prego, in ogni guisa, e da senno e da burla. 

Ho scritta alla Madre tua una lettera in greco ^) (tale è 
la mia temerità!) e te la ho posta qui entro. Tu, che vieni 
più di fresco dallo studio delle lettere greche, leggila prima, 
e se v'ha qualche barbarismo, toglilo via, e poi dà la lettera 
alla tua Madre: poiché non voglio che essa abbia a dispregiarmi 
come un goffo. Addio: dà un bacio alla tua madre nel pre- 
sentargli la lettera, perchè la legga più volentieri 

Epistola U. 
M. Cesare a Frontone suo Maestro salute. 

Eccoti alcune poche cose contro il sonno, in risposta a 
quelle, che tu mi hai scritte in suo favore. Sebbene, a quel 
che mi pare, io me la intendo a tradimento col nemico, poiché 
giorno e notte sto assiduamente accanto al sonno, uè egli mi 
abbandona mai, né io mai l'abbandono: tanto siamo domestici 
fra noi Ma desidero, che offeso dalle accuse, che gli darò, 
se ne stia per qualche poco lontano da me, e mi lasci 
finalmente un tantino di tempo per lo studio della sera. Molti 


Eiq xBtpttXr^y ooi, sul tuo capo, era una formaU dlmprecazione 
presso ì Greci. 

>) La seconda tra le greche di Frontone. 


368 

e varii saranso gli argomenti miei. E primieramente tu 
forse, che ho tolta la parte più facile^ avendo preso a biasimare 
il sonno, mentre tn prendesti a lodarlo. Poiché, dirai, chi di 
leggieri non saprebbe biasimare il sonno? Se dunque è facile 
biasimarlo, e per conseguenza difficile lodarlo, a che prendere 
la parte, che hai presa? Ma a questo io non rispondo, e passo 
oltre. E poiché ci troviamo ora presso Baja, in questo labirinto^ 
ove Ulisse andò errando per tanto tempo, trarrò alcuni pochi 
argomenti da Ulisse. Egli certamente non sarebbe nel ventesimo 
anno giunto alla terra patria, né per tanto tempo saria gito 
vagando per questo lago, né avria sofferti tutti gli altri disaatri, 
che formano il soggetto della Odissea se non fosse avvenuto che . 

Le stanche membra gli sciogliesse il sonno ^). 
Tuttoché 

Già nel decimo giorno i patrii campi 

Gli apparisser vicini'^). 
Ma che fece il sonno? 

2>e' suoi compagni il reo parer premise. 

Sciolsero Votre, ne shoccare i venti, 

E quei tra il pianto in mezzo al mar trasporta 

Ltmgt dal patrio sttol turbo improvviso^). 
Che fece esso di nuovo presso Trinacria? 

/ numi 

M'annegar le palpebre in dolce sonno. 

Ed ai compagni Euriloco frattanto 

Porgea tristo consiglio^). 
Quindi poiché 

/ buoi del sole e i ben pasciuii agnelli^) 

Sgozzati discojaro% arser le coscie 

Le viscere mangiare'^); 
che fece Ulisse? 


Omero, Odissea lib. X. verso 31. 

*) Ivi verso 29. 

^) Ivi verso 46 e segg. 

*) Ivi lib. XIL verso 338 e seg. 

•) Ivi lib. XI. verso 107. 

«) Ivi lib. XII. verso 359. 

') Ivi verso 364. 


969 

Sciameli dolente agV immorUUi ^àmn^): 

Reo sopor mi spediste a danno mio^). 
Il sonno impedì lungo tempo ad Ulisse di eonoscere persino 
la sua patria, di coi 

Veder bramando àlmen levarsi il fumo, 

Morirsi desiava^), . 
Dal Laerzio passo all' Atride. Quel navùvdiQ*)] che l'ingannò, 
per causa di cui tante legioni furono sbaragliate e messe in 
fìiga, venne appunto dal sonno e dal sogno. 
Che dice tV poeta, quando loda Agamennone? 

Veduto non avresti il generoso 
Agamennone allor nel sonno immerso^). 

E quando lo biasima? 

Dormir non si convien le notti intere 
Ad uom étaUo consiglio % 

I quali versi un valoroto oratore^ soqquadrò una volta 
mirabilmente. 

Passo ora al nostro Q. Ennio, il quale tu dici aver comin- 
ciato^) dal sonno e da un sogno. Ma se il sonno non lo 
avesse abbandonato, sicuramente egli non avrebbe potuto mai 
raccontare il suo sogno. Da Ennio fo passaggio al pastore 
Esiodo, il quale tu dici, che divenne poeta mentre dormia. 
Ha io mi ricordo di aver letto. una volta presso il mio maestro*): 


•) Ivi verso 370. 

«) Ivi verso 372. 

*) Ivi lib. I. verso 58 e seg. 

«) Si aUude ai versi 12. 29. e 66. del libro. IL della Diade. La 
parola naaavóiji, che Giove dice al Sogno, che il Sogno ripete ad 
Agamennone, ed Agamennone al suo consiglio, è di significato incerto. 
Ecco ciò che ne dice Eustazio: Significa^ secondo alcuni, con tutta 
la moltitudine; secondo altri, con tutto ^esercito, m modo 
che nessuno rimanga fuori deUa battaglia: secondo altri ancora, con 
tutto fimpeto possibile; secondo EUo Dionigi, del tutto. 

^ Omero, Iliade libro IV. verso 223. 

Ó Ivi libro IL verso 24. 

^ Pensa l'Editore, che questi non sia altri, che Frontone medesimo. 

Ó Cioè, i suoi Annali. 

*) Cioò, Frontone. 

24 


370 

Ad Esiodo a postar, mentre gii (tgneUi 

Pascea, seguendo iun corsiero i passim 

Delle Muse lo stuol si fece incanirò. 
Vedi bene cosa fiignìfichino le parole: si fece incontro, 
cioè, che Esiodo camminaTa quando gli andarono incontro le 
Muse. Ma quale opinione avrai tu. di una cosa, la quale chi 
lodò egregiamente, disse: 

Amabile, gratissimo, soave 

E della morte najturale immago ^) ? 
Ma bastino questi schersi, die ho scritti più per l'amore 
di te, che per confidenza nell' ingegno mio. Ora, dopo aver 
biasimato ben bene il Sonno, vado a dormire: poiché ho scritta 
questa lettera di sera. Venga ora il Sonno, e mi renda grazie 
con Orione. 

Epistola IIL 
Frontone a M, Cosare suo Si^inore. 

Tornato che sono a casa, ho ricevuta la tua lettera, la 
quale tu mi avevi diretta a Roma, ed a Roma è stata portata, 
e riportatane oggi, mi è stata consegnata poco fa. In essa tu, 
con molti e leggiadri argomenti, hai confutate le poche cose, 
che io avea dette in favore del Sonno, e ciò si acconciamente 
e con tal* arte ed accutezza, che se il vegliare ti sommini- 
strasse tanto acume e tanta amenità, io vorrei che sempre 
vegliassi. Ma tu stesso mi dici, che hai scritta la tua lettera 
di sera, poco prima di andare a dormire, e però il Sonno, che 
ti era vicino e ti soprastava, ti ha dettata una pùstola fa ele- 
gante. Poiché esso, come il croco, prima di esser presente, 
odora e reca piacere da lungi. Per cominciar dunque dal 
principio della tua lettera, tu dici con infinita eleganza, che 
te la intendi a tradimento col nemico. Questa espressione è 
si acconcia, che non è possibile sostituirgliene un' altra dello 
stesso valore. Elegante è ancor quello, che tu dici di Baja, 
del Lucrino, dell' Averne e di tutto ciò che forma 11 soggetto 
deir Odissea. Tu hai intrecciati e posti alternativamente i 
versi greci e le parole latine con molto garbo, in guisa che 


Omero, Odissea libro Xin. verso 80. 


371 

la ina lettera somiglia al ballo Pìrrico a più colori, nel quale 
altri vestiti di grana, altri di giallo, altri d'ostro, altri di por- 
pora, uniti or questi con quelli, or quelli con questi, vanno 
scorrendo qua e là. Leggiadramente passasti dal Laerzio all' 
Atride. Quanto ad Ennio, ecco che da furbo mi opponi un' 
altra targa: „8e il Sonno, 'dici, non lo avesse abbandonato, egli 
non avrebbe potuto mai raccontare il suo sogno^. Trovi, se 
pnò, il mio M. Cesare una risposta più arguta. Non v'ha 
prestigio cosi artificioso, „non v'ha, come dice Levio, trappola 
cosi frodolenta'^. Che sarà se io ti chiedo, che non ti desti? 
Io ti prego a dormire. Altro proverbio è quello usato dai 
baffoni: „6uarda in chi mai ti fidi a chius* occhi". Ma sono 
io molto fortunato, mentre vedo e intendo tutto ciò, e per 
giunta ricevo il titolo di maestro? In qual modo son maestro 
io, che desidero solo dlnsegnarti a dormire, e non posso ottener 
che l'impari? Segni come ti piace, purché gli Del, o dorma, 
o vegli di più, miti .... proteggano .... Addio, mia gioja, 
addio. 

Epistola lY. 

Al mio Signore. 

Fu un tratto della solita benevolenza tua verso di me il 
volere che entrassi in grazia del Fratello tuo, e Signore nostro ^), 
mandandogli le orazioni, che avea desiderate. A queste io 
spontaneamente aggiunsi la terza orazione in favore di Demo- 
strato Petilìano, sulla quale gli scrissi ^)i quella orazione, dico, 
la quale tosto che ebbi offerta al tuo Fratello, seppi da lui 
come Asclepiodoto, il quale in essa si censurava, non ti era 
odioso. Cercai tosto di sopprimere la orazione, ma essa ei*a 
giunta alle mani di tanti, che ciò non era più possibile. Che 
potrò dir dunque? se non che Asclepiodoto, piacendo a te, mi 
diviene amicissimo, tuttoché esista la orazione; come Erode') 
è al presente mio sommo amico. Addio, mio dolcissimo Signore. 


Cioè, di L. Vero. 

^ Si veda la epistola 7«. del libro I a L. Vero, nella quale au' 
cora si legge tutto quello, che viene appresso in questa lettera. 

') Può vedersi ciò, che di questo Erode si è detto nelle note alle 
epistola 9«. del libro ad Antonino Pio. 

14* 


372 

Epistola y. 

M. Cesare a Frontone suo ICaestro. 

qualche poco anche della orazione di Cice- 
rone, ma ^uasi di soppiatto, e certamente in fretta, tante fac- 
cende mi opprimono, nascendo sempre le nne dalle altre, in 
guisa che ora Tunico mio riposo è pigliare in mano un libro: 
poiché le mie figli uoline sono adesso forestiere nella Terra presso 
Matidia ^) , e per la crudezza dell' aria non possono la sera 
venire a vedermi. Addio, mio Signore e Maestro. Il mio 
Signore e Fratello e le figlie colla madre loro, di cui ... . 
per . . . ., ti salutano di cuore. 

Mandami a leggere qualche scrìtto, che ti sembri in sin- 
goiar guisa eloquente, o tuo, o di Catone, o di Cicerone, o di 
Sallustio, di Gracco, o di qualche poeta: onde la lettura di 
esso mi sollevi e mi distragga dalle cure occorrenti, poiché 
fio bisogno di ristoro specialmente di questo genere. Se hai 
ancora qualche estratto da Lucrezio, o da Ennio armonioso 
e ... .^ e se v'hanno in qualche luogo enfasi di stile, 

> 

Epistola TI. 
Frontone ad Antonino Augusto. 

Non sarò io tenuto per il più facondo tra tutti coloro, 
che son nati ed han lEavellato, poiché tu, o M. Aurelio, leggi 
ed approvi gli scritti miei, e non stimi inutile impiegare in 
esaminar le mie orazioni i momenti, che fra tante faccende 
puoi porre a profitto? Se Tamore ti fa trovar dilettevole 
Tingegno mio, non sono io fortunatissimo, essendoti caro in 
guisa, da sembrarti anche eloquente? Se poi tu giudichi a 
seconda della perspicacia e dell' intendimento tuo, a buon di- 
ritto io stesso mi terrò per eloquente, essendo da te stimato 
tale. Non mi meraviglio però che abbi lette con piacere le 
lodi del Padre tuo, che io recitai nel Senato, dopo essere stato 
scelto, ed aver cominciato ad esercitar Toffìcio di Console, 
poiché tu ascolteresti come sommi oratori anche i Parti e 
gUlberì, se lodassero il tuo Padre nella lingua loro. Tu non 


Zia materna di Antonino Pio. 


373 

hai ammirata la mia orazione, ma le virtù del Padre tao, non 
hai lodate le parole di chi lodava, ma i fatti di chi era lodato. 
Quanto agli elogj, che lo stesso giorno io feci di te nel Senato, 
sappi che allora era in te un' ottima indole, ora una virtù 
somma; allora una messe, che fioriva nei campi, ora un fru- 
mento già mietuto e riposto nel granajo; che allora io sperava, 
ora posseggo; che la speranza si è cangiata nell* effetto . • 

mi chiedesti che ti mandassi, ricevut. Attici, che 

davvicino riguardano il timo e il serpillo Imezio .... Trarreste 
sentenze o gravi e serie dalle antiche orazioni, o leggiadre dai 
poemi, luminose dalle istorie, o piacevoli dalle commedie, e 
queste, urbane dalle Togate, lepide e facete dalle Atellane . . • 
Ti manderò dunque un esemplare di questo libro. Addio, 
Cesare: ridi e sta sempre lieto, e godi dei tuoi genitori e dell' 
eccellente ingegno tuo. 

Epistola yn. 

M. Cesare Imperatore a Frontone suo Maestro. 

Come potrò io sfogare abbastanza lo sdegno mio contro 
la tua trista fortuna e la durissima necessità, che mi tien qui 
legato e stretto da tante cure con un animo cosi affannoso, e 
m'impedisce di correr subito al mio Frontone, all' amabilissimo 
cuor mìo, e, in questa sua infermità specialmente, di avvici- 
narmegli, di prendergli la mano, di palpeggiare pian piano, e 
rivolgere, per quanto si potesse senza suo incommodo, quello 
stesso piede infermo; di fomentarlo nel bagno, e di sostener 
lui colla mano al suo entrarvi ? E tu mi chiami amico, mentre 
non rompo le porte delia mia casa, e non corro tosto .... 
volò. Ma io Sono ancor più zoppo di te con questa mia 
tema, anzi pigrizia. Ohimè! che dirò io? temo di dir qualche 
cosa, che tu non vegli sentire. Poiché tu hai proccurato in 
ogni guisa con questi tuoi scherzosi e lepidissimi detti di to* 
glìermi d'ogni affanno, e di persuadermi che puoi, senza punto 
turbarti, soffrire il tuo male. Ma io non so dove sia^ l'animo 
mio: solo so che è andato in quel non so qual luogo, in cui 
tu tì trovi. Cerca, per pietà, colla possibile temperanza ed 
astinenza di cacciare il più tosto che puoi questa malattia, che 
tu colla virtù tua sai tollerare, ma che per me è crudelissima 


374 

e insopportabile. Scrivimi, di grazia, senza indugio, se e quando 
ne vai a prender le acque, e come ora ti senta; perchè tomi 
la mia anima al cuor mio: che io porterò meco la tua lettera 
finché tu torni. Sta sano, mio soavissimo Frontone. Ma, in 
verità, io sono ora quello, che sto sano, poiché tu lo desideri 
Voi, buoni Dei, che siete dappertutto, fate, vi prego, che il mio 
soavissimo e carissimo Frontone goda sempre di una buona, 
intiera e perfetta sanità; ne goda, e possa star meco. Santissimo 
uomo, addio. 

Epistola YIIL 

Frontone a Cesare suo. 

Tu ami, Cesare, senza fine questo tuo Frontone, in guisa 
che, sebbene facondissimo, appena sai trovar parole atte a far 
conoscere l'ampiezza dell' amore e della benevolenza tua. Chi, 
di grazia, può esser più fortunato, chi più felice di me, a cui 
tu scrivi lettere tanto infocate? e a cui pure, alla foggia degli 
amanti più sviscerati, vorresti correre e volare? La tua Madre, 
e Signora mia^ suol dire per ischerzo, che mi porta invidia, 
perchè tu mi ami tanto. Che direbbe ella se vedesse questa 
tua lettera, in cui tu ti rivolgi con suppliche e preghiere per- 
fino al mio piede, onde impetrarmi la sanità? me felice! . • 
raccomandato. Credi tu che vi sia dolore, il qual possa insi- 
nuarsi in un corpo e in un animo già posseduto da tanta 
gioja? Eh che io non sento dolore alcuno. Tuttoché . . . 
Cesare, mi trovo robusto, sano, snello, pronto a venire, a 
correre dove vuoi. Credimi che al ricevere la tua lettera fai 
sorpreso da tal giubilo, che non potei risponderti immantinente. 
Ti spedii la lettera, che avea già scritta in risposta alla tua 
antecedente, trattenni il prossimo corriere per riavermi dalla 
mia gioja, prima di risponderti di nuovo. Ecco che la notte 
è passata, e questo giorno è . . . . vale a dire, è terminato. 
Non so che cosa, ed in qual modo risponderti: poiché che 
posso io dirti di più soave, di più piacevole, di più tenero, di 
quello, che tu mi hai scritto? Pur godo che tu mi renda ne- 
cessariamente ingrato ed incapace di contraccambiarti, come 
converrebbe, poiché mi ami in guisa, che io posso appena 
amarti di più. Per trattar dunque qualche argomento atto ad 


375 

empire ana lunga lettera, dimmi an poco: qaal gran bene ha 
Catto mai questo Frontone , perchè tu lo abbi ad amar tanto? 
Ha forse dmentata la sua vita per te, o i genitori tuoi? Ha 
forse sostituito se stesso a voi nei pericoli rostri? Ha fedel* 
mente amministrata qualche provincia? Ha governato qualche 
esercito? Niente di tutto ciò. Nemmeno è più degli altri 
sollecito a prestarti i servigi giornalieri ; anzi ...'.. ed ancor 
questo è abbastanza raro. Poiché né viene di buon mattino 
alla vostra casa, né ogni giorno vi fa inchino, né vi accom- 
pagna in ogni luogo, né sempre vi osserva. Vedi dunque di 
avere in pronto qualche risposta a dare a chi t'interrogasse, 
per qual cosa ami Frontone. Quanto a me, niente mi è' tanto 
grato, quanto il non avere Tamor tuo ragione alcuna; poiché 
neppor ini sembra amore quello, che nasce da qualche ragione, 
e per certe cause determinate. Io parlo qui di queir amore 
casuale e libero, non preceduto da cause, e concepito più per 
impeto naturale, che per ragione; il quale n<Hi arde, come il 
fuoco, pel ministero altrui, ma é caldo di per se stesso, come 
i vapori Io amo assai più i caldi antri di Biga, che le foma- 
cette dei nostri bagni; poiché in queste, con spesa e fumo, si 
accende il fuoco> che poco dopo si ammorsa; in quelli si solle- 
vano perpetuamente vapori schietti é purissimi, grati insieme 
e gratuiti. Nella stessa guisa le amicizie, riscaldate dagli 
officj scambievoli, portano seco talvolta e fumo e lacrime, e si 
spengono al primo cessare di quelli: laddove Tamor casuale é 
dolce e continuo. L'amicizia cagionata dal merito non cresce, 
né prende vigore, come quella nata dìmprowiso, nel modo che 
gli arboscelli, che si coltivano e si adacquano nei verzieri e 
negli orti, non crescono cosi,^ come n^ monti glMschi, gli abeti, 
gli alni, i cedri, i pini, che nati spontaneamente, situati senza 
legge e senz' ordine, non dalle fatiche e dai servigi dei colti- 
vatori; ma dai venti e dalle piogge sono allevati e nutriti. 
Qnest' amor tuo pertanto, nato senza ragione e non coltivato, 
gareggia nel crescere, se il desiderio mio non m'inganna, coi 
cedri e cogP ischi: che se fosse alimentato con moltitudine di 
officj, non avanzerebbe i mirti ed i lauri, che hanno abba- 
stanza dì odore, ma poco di vigore. E in vero tanto l'amor 
casuale soprasta all' officioso, quanto la fortuna alla ragione. 


376 

Or ohi non sa che la ragione non è che un vocabolo rìg^r- 
dante gli nmani pensieri ; laddove la fortuna è Dea, e la maggior 
delle Dee? Che spesso e in molti luoghi si alzano alla for- 
tuna tempj e sacri edifizj, mentre la ragione non ha pur un 
altare y né un simulacro? Non ho io dunque torto in compia- 
cermi dell' amor tuo perchè è nato dalla fortuna, più che se 
fosse derivato dalla ragione. Questa non uguaglia mai quella 
né in maestà, uè in opere, nò in dignità. Poiché chi parago- 
nerebbe gli argini, fabbricati a mano e colla scorta della ragione, 
ai monti; o gli acquedotti ai fiumi; o ì vivaj ai fonti. Di più, 
la prudenza dei pensamenti chiamasi ragione, l'impeto dei vati, 
divinazione. Ora nessuno preferirebbe i consigli di una prnden- 
tissima donna alle predizioni della Sibilla. Dove va a battere 
questo discorso? A mostrare, che io a buon diritto preferisco 
Tessere amato per forza dell' impeto naturale e del caso, all' 
esserlo per effetto della ragione e del merito mio. Che però 
se il mio amore verso di te ha qualche giusta cagione di grasia, 
Cesare, badiamo bene che essa rimanga nascosta. Lascia 
che gli uomini dubitino, ciancino, disputino, facciano congetture 
e ricerche, come sopra la sogente del Nilo, cosi sopra l'origine 
dell' amor nostro. Ma già sono le dieci ore, e il tuo corriere 
borbotta. Finisco dunque la lettera. Io sto molto meglio di 
quel che sperava. Non penso alle acque per ora. Amo molto 
te, mio Signore, gloria degli onesti costumi, primo conforto 
mio. Dirai: forse più, che non io te? Non sono ingrato in 
guisa da non temer di asserirlo. Sta sano, o Cesare, co' tuoi 
Genitori, e coltiva l'ingegno tuo. 

Epistola IX. 
n Ciel ti guardi mio Signore e Maestro. 

Se ti é tornato un poco di sonno dopo la difficoltà di 
dormire, di che ti sei lagnato, scrivimi ti prego, e prima di tutto 
abbi cura della tua salute. Dipoi fa di ripor subito e di 
nascondere in qualche luogo la scure Tenedia Oy che minacci 


*) Proverbio, che significa severità, o pronta esecuzione, nato, 
come credasi, dal costume, che aveano quei di Tenedo, di eseguire 
sol momento le sentenze pronunciate contro i rei. 


377 

di braDdire. Tu non puoi lasciare di trattar le cause , senza 
che tutti tacciano insiem con te. Mi dici, che hai fatto non 
80 qua! componimento in greco ^), al pari del quale pochi 
scritti tuoi ti vanno a sangue. In dunque sei quello, che poco 
ikj 'riprendendomi, mi domandavi, a che fine scrivessi in greco? 
Io poi ho necessità di scriver certa cosa in quella lingua. 
Perchè mi stai tu molestando? Voglio vedere se quello, che 
non ho imparato, mi obbedisca più facilmente, mentre quello, 
che ho imparato, mi abbandona. Ma tu, se mi amasti davvero, 
mi avresti mandato questo tuo nuovo scritto, che, come mi dici, 
ti dà nel genio. Io però ti leggo qui, tuo malgrado, e non 
sto di mal animo, che per questo tuo fallo. Quanta materia 
mi hai mandata da leggerei Non ho letto l'estratto da Celio, 
che mi hai spedito, né lo leggerò prima di averne di per me 
stesso rintracciati i sentimenti. La orazione di Cesare con 
adunche unghie mi tien fermo, né mi permette di allontanarmi 
da essa. Ora finalmente comprendo quanto vi voglia per scrì- 
vere in un giorno tre o quattro linee, e che cosa sia impiegar 
molto tempo a fare un sol componimento. Addio, mio spirito. 
Io non arderò dell' amor tuo, dopo che tu mi hai scritto 
qua, dove mi trovo? Che farò io? Non posso restar qui 
fermo. Neil' anno passato, in questo stesso luogo e di questo 
stesso tempo, io bruciava del desiderio di rivedere la Madre 
mia. Quest' anno tu mi accendi nell' animo il desiderio di 
riveder te. Ti saluta Faustina, Signora mia. 

Epistola X. 
n Ciel ti finutrdl ottimo Maestro mio. 

Su, continua quanto vuoi, minacciami, riprendimi con intiere 
falangi di argomenti, non per questo farai che io lasci di esser 
tuo amante'). Né perchò tu con varie e forti sentenze ti 
stucy di provare, che con chi non ama si deve esser più libe- 

<) Pensa r£ditore, ohe questo sia la prima Epistola Greca di 
Frontone. • 

*) Secondo l'Editore, questa è piuttosto uno dei due Panegirici 
di Antonino Pio scritti da Frontone, che un' orazione di Giulio Cesare. 

>) Si vedano la nota 1. alla Epistola Greca di Frontone, e la 
fistola stessa. 


378 

rale; io amerò meno il mio Frontone, o mi prenderò minor 
cura di far saper che lo amo. Si, lo giuro per gli Dei, ti 
amo e mi straggo d'amore per te. Né penso che debba . . 
questa tna massima . . se più sarai . • altri, che non amano 
.... e pronto .... nondimeno .... e i tao! amerò. Del 
resto, quanto alla spessezza dei tuoi concetti, all' acconcio 
ritrovamento di sottili arguzie, al tuo felice modo d'imitare, 
dirò solo, che hai superati di molto quegli Attici, che si com- 
piacciono tanto di se medesimi, e si provocano gli uni ^ 

altri ^). Ma tuttavia non so dispensarmi dal dire^) 

Platone. Dirò certamente, e 

non sarà inconsiderato 11 mio detto, che se vi fu nud al mondo 
cotesto Fedro, se egli visse mai lontano da Socrate, ti è duopo 
permettere, che, non meno che Socrate per Fedro, io mi 
strugga . . . due mesi , . . aver arso . . . ami, se tosto non è 
sopraffatto dall' amor tuo. Addio, mia gloria, mio sommo bene 
sopra la terra. Mi basta di avere avuto un tal maestro. La 
mia Madre e Signora mia ti saluta. 


Delle Epistole 
Di M. Frontone a Marco Cesare 

Libro n. 

Epistola L 

M. Aurelio Oesare 
Al suo Console e Maestro salute. 

Dopo il tempo, in cui ti scrissi per T ultima volta, non ho 

trovato cosa, che meritasse di esserti scritta, e che, saputa da 
• 

Si allude al Fedro di Platone, in cui si parla deli' Amore, del 
quale pure parlavasi nella Epistola di Frontone, a cui M. Auelio 
risponde con questa. 

^) Segue neir originale un luogo „omnimode obseuros", cene 


879 

te, potesse esserti utile in qnalehe modo. Abbiamo passati 
quasi tutti i giorni nella stessa guisa. Sempre lo stesso teatro, 
sempre lo stesso ozio, sempre lo stesso desiderio di rivederti. 
Ma cbe dico, sempre lo stesso? Anzi esso si rinnnova ad ogni 
istante, e cresco ogni giorno più. Ora fa al caso mio ciò, 
che Laberio disse dell' amor suo: „L'amore per te cresce colla 
prontezza del porro, colla robustezza della palma'^ Io applico 
dunque al desiderio mio ciò, che quegli disse del suo amore. 
Vorrei scrìverti più a Inngo, ma non trovo materia. Ecco cosa 
mi viene in mente. Noi stiamo ascoltando questi greci scrittori 
di elogj, veramente miserabili, in guisa, che io, il qual sono 
più lontano dalla letteratuni greca, che non lo è dal greco 
paese il mio monte Celio ^), spero tuttavia di poter entrar con 
essi al paragone, ed uguagliar perfino Teopompo, che sento 
essere stato il più facondo dei Greci. Così certa gente prov- 
veduta, come dice Cecilie, „di un' illesa e sicura ignoranza'', ha 
quasi cacciato lungi dalle lettere greche quel grossolano ani- 
male, che io sono. L'aria di Napoli è buona, ma molto inco- 
stante. Ad ogni minuto la si fa più fredda, più tepida, più 
rigida. La mezza notte è tepida, e sembra quella di Laurento ; 
l'ora del canto dei galli piuttosto fredda, e' par quella d 
Lavinia; il tempo del silenzio, del crepuscolo, dell' aurora, sino 
al levarsi del sole, è freddissimo e gelato; quello avanti il 
meriggio è bello e sereno, come nel Tuscolo. n meriggio è 
cocente, come quello di Pozzuoli. Quando il sole piega al 
mare, l'aria diviene più temperata, e somiglia quella di Tivoli. 
La sera, e quando imbruna, e quando, come dice M. Perciò, 
„sì precipita giù la notte già buia'', l'aria è ancora la stessa. 
Ma a che vo io accozzando queste baje da Masurio^j, dopo 
aver promesso di non scriverti, che poche cose^ Addio dunque, 


dice TEdìtore. Ho amato meglio non tradurlo, che non farmi inten- 
dere; tanto più, che esso è' sparso di lagune, perlooh